Conferenza nazionale sulle infrastrutture – sessione di chiusura
Catania, le Ciminiere, 7 dic 2007
FRA CORRIDOIO
MEDITERRANEO E LABIRINTO EUROPEO
Si è concluso qui, nel caldo abbraccio di don Raffaele (Lombardo) e compare Totò (Cuffaro) uniti
nella lotta il tour (elettorale?) di Di Pietro, ministro delle infrastrutture del governo italiano. L'intitolazione porterebbe pensare
che si sia discusso di infrastrutture, di individuazione delle necessità e di definizione delle priorità. Perché se si costruisce
qualcosa lo si fa perché serva a qualcosa, che sia attinente alla contestuale necessità del presente o che sia corredo alla programmata
necessità futura. Ma qui in colonia non c'è futuro. E manco presente.
C'è però un bacino elettorale. Ed un bacino di mercato. Che va
controllato, presidiato, e mantenuto. E sottolineo mantenuto. La classe dirigente collaborazionista indigena, da scaltra mantenuta,
sa che il suo prestigio dipende tutto dalla quantità di risorse pubbliche da aspergere sulla pletora di clientele a cui debbono dar
conto. E le clientele, qui in colonia, si accontentano di poco: se già ai Gattopardi bastava garantirsi una generazione, agli sciacalli
basta sopravvivere fra una finanziaria e l'altra.
Liquidato il sistema produttivo autoctono (quello dei Florio, per intenderci), assorbito
il sistema bancario, espropriato il sistema economico pubblico (ESE, EMES, etc.), non esiste altra impresa che quella inerente alle
commesse della Pubblica Amministrazione. La quale a sua volta assume sempre più conformazioni aziendali (vedi ato, asl, gal, etc.).
La commistione pubblico-privato non è un incidente: è semmai il vincolo per la sopravvivenza. E della sopravvivenza reciproca. In
questo quadro può pienamente interpretarsi il ruolo di mediazione della classe dirigente siciliana, che come frati mendicanti operano
la questua presso le casse italiane e europee per raccogliere risorse finanziarie da ridistribuire alle imprese siciliane. Le quali,
attenendosi ai principi economici di Keynes, continuano a fare meravigliose buche in terra, magari travestendole da metropolitane
o da parcheggi.
I nostri frati mendicanti però non vanno in giro a mani vuote. Essi sono i depositari dei pacchetti elettorali raccolti
nella rete aziendale siciliana (pubblica e privata), che per estorsione o connivenza convergono nei data-base della partitocrazia
collaborazionista per divenire merce di scambio nella contrattazione con i dominatori. Dominatori abili nel dispensare perline di
vetro. Cioè: “Di Pietro”. Cercar di trovare una qualche progettualità razionale nel contesto della conferenza di Catania è come cercare
perle nelle kozzuly ra Plaja. (telline della spiaggia).
Più facile trovar catrame. Quale per esempio la reiterata riproposizione del
mito dei lavori pubblici come volano di espansione economica, favola in auge tanto tempo fa, celebrata per giustificare la restituzione
del malloppo fiscale agli stessi contribuenti eccellenti. Eppure, a pagina 9 del depliant introduttivo alla conferenza, si profetizza
all'attuazione del piano un aumento del Pil fino al 4%, con ciò riducendo “l'atavico gap interno tra aree e regioni...”. Piano che
a pagina 7 interpreta la rete infrastrutturale italiana come “unico spazio economico e di vita” (alla faccia delle autonomie locali!),
volta -come specifica a pagina 4- alla “appetibilità degli interventi (...). Al riguardo, il dipartimento della funzione pubblica
ha individuato di recente i settori prioritari d'intervento in un'analisi di potenziale sviluppo del PPP, acronimo che sta per Partenariato
Pubblico Privato. Primo di tutto quello delle risorse idriche, seguito dalla sanità, dal settore ambienti e rifiuti. In coda Autostrade
e Ferrovie, quest'ultimo condizionato da una bassa sostenibilità del modello di businnes e dai limitati margini di sviluppo ulteriore.”
Presupposto,
ragione e fine degli interventi non è quindi l'opportunità, il servizio ad un bisogno pubblico condiviso, ma piuttosto la semplice
“appetibilità” presso il mercato privato. Dichiarando, senza mezzi termini, la prona subordinazione dell'Amministrazione pubblica
alla logica del profitto privato. (Perché decisa dal privato). Sicché l'Amministrazione pubblica investe pubbliche risorse (i soldi
delle tasse di tutti) per il profitto di pochi privati. E nella scelta di questi pochi beneficiati la Pubblica amministrazione riprende
piena dignità politica. E forza contrattuale. La dialettica politica democratica è tutta qui. L'esigenza della governabilità è quindi
un problema di ottimazione delle risorse. E ridurre i costi ed i tempi della politica significa definire in modo inequivocabile i
rapporti di forza.
Il ministro dei LLPP (che le infrastrutture questi sono!) pare che finalmente l'abbia capito. Non esiste più uno
scontro ideologico, ma semmai procedurale: c'è il “partito del fare” e quello del “non-fare”. Cioè il partito di questo o di quell'interesse
privato. Tonino “Di Coccio” non esita a schierarsi col “partito del fare”. Sembra sentir l'eco degli improperi berlusconiani nelle
sue invettive contro la compagine sinistra della sua stessa coalizione, sì da renderlo simmetricamente sovrapponibile: ad un identico
principio è conseguente una identica prassi. Una prassi che non esita a interpretare risorse idriche, sanità, ambienti e rifiuti,
Autostrade e Ferrovie non già quali servizi bensì come merce di scambio appetibile atta ad adescare, condizionare e corrompere la
borghesia imprenditrice. Il bene comune, ricondotto al profitto privato, ha saputo partorire mostri come il triangolo petrolchimico
(Priolo-Gela-Milazzo), il polo metalmeccanico (Termini Imerese), l'Etna-walley (ST)... Ha saputo gestire macchine di corruzione come
la Cassa del Mezzogiorno ieri e i por, i pit, e i pot oggi. Nel passato ha costruito sogni rivelatisi incubi. Oggi propone il mito
del Ponte sullo stretto, offrendo direttamente l'incubo ben sapendo -scientificamente sapendo- che non sta addhitta (in piedi). Monumento
alla new economy, vera realtà virtuale idrovora di capitali pubblici reali.
Il bene comune privatizzato necessita però di strumenti
ad essa congeniali. Serve completare la privatizzazione della politica, ristrutturando ulteriormente l'impianto costituzionale ed
il il sistema elettorale che lo rende operativo, al fine di ridurre i costi della politica (corruzione e concussione intrinseca) riducendone
i beneficiari e snellendone l'operatività. L'asse Veltroni-Berlusconi è ricezione di questa necessità. Come anche la convergenza mpa-udc-zokkuyè-gghè.
Proprio questa convergenza è stata protagonista della conferenza: l'unica vera infrastruttura necessaria.
“È auspicabile che , a conclusione
di questo ciclo di conferenze, possa partire proprio da Catania un nuovo modo di pianificare, decidere e realizzare le infrastrutture
sulla base delle reali esigenze di riequilibrio delle opportunità nello scenario nazionale, europeo e mediterraneo”. Gli auspici di
don Raffaele, presidente della Provincia di Catania, hanno trovato piena sintesi nel campione del giustizialismo. Certo non se ne
sarà reso conto: ma il “partito del fare” è proprio quello del CAF che tanto combatté. A raccogliere tanta vittoria il piccolo don
Raffaele, discepolo ed erede dichiarato di quella vituperata democrazia cristiana.
Partito del fare. Fare in culo.