Placido ALTIMARI
intervento-volantino per la III° giornata sociale diocesana catanese
il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele,
tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". (Gen 4,9)
“NON ABBIATE PAURA”
L'affettata
indifferenza di Caino risponde con cinica e razionale logica alla preoccupazione di Dio. Ora, si capisce che Dio sapesse perfettamente
dove fosse Abele... e allora: perché glielo chiede?
La domanda “Dov'è Abele, tuo fratello?” attesta l'implicito compito d'esser noi
Uomini reciprocamente “guardiani” gli uni degli altri. È un compito della cui ragione si avrà piena spiegazione con la predicazione
di Gesù: l'Uomo -ogni Uomo- non è solo prezioso agli occhi di Dio, ma è “dimora” di Dio, tempio dello Spirito Santo, gloria di Dio.
“La gloria di Dio è l'Uomo vivente” (sant'Ireneo).
Da ciò discende, in positivo, l'esortazione all'esercizio della Carità, che è condivisione
dell'avere e del sapere, ragione dell'evangelizzazione, e motivo della reciproca correzione. Ma da ciò discende anche, in negativo,
la sapiente condanna di tutte le condizioni che impediscono il pieno sviluppo e la piena realizzazione della Persona umana.
La costruzione
del bene comune “-cioè l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri di raggiungere
la propria perfezione più pienamente e più speditamente-” (Gaudium et Spes 26,-a) presuppone il coraggio di rimuovere dai nostri cuori
i vizi capitali dell'ignavia e dell'accidia, presuppone giudizi, scelte, progetti e opere attraverso cui la libertà dei figli della
Luce può farsi sale della terra. E presuppone perciò la definizione degli ambiti istituzionali dove concretamente esprimere tali giudizi,
scelte, progetti e opere.
Bello e lodevole l'accostamento del “bene comune” alla “partecipazione attiva dei cittadini”, essendo l'uno
ragione dell'altra. E sintomatico l'interesse che l'argomento suscita presso fedeli delle più svariate formazioni culturali e politiche.
Ma proprio questo interesse denuncia la sofferta emarginazione della cittadinanza alla partecipazione negli strumenti democratici
della pubblica amministrazione. Questa Assemblea è immagine dell'impotenza di una cittadinanza privata dei suoi mezzi di espressione.
Ma anche immagine del desiderio di riappropriarsene.
La definizione del percorso di riappropriazione esula dalle facoltà e dal
compito dell'Ecclesia -assemblea dei santi-, la quale ha la preminente funzione di proporre domande, e non già di formulare risposte.
Queste infatti, relative al secolo, sono pertinenza esclusiva dei laici, espresse nella libertà dello stato laicale, nella consapevolezza
dei propri limiti. Limiti culturali, sociali, economici e politici. Limiti dettati anche dai condizionamenti del proprio tempo e dei
propri strumenti semantici. Limiti che possono ampiamente giustificare gli errori. Un po' meno i tradimenti.
La traccia pedagogica
di queste giornate sociali, imperniate nella ri-scoperta di testimoni eccellenti, mentre da un lato scuote dall'inerzia con l'indicazione
di uomini capaci di scommettersi nella realtà, richiamandoci senza mezzi termini a mettere in gioco il piccolo talento che il Signore
ci ha affidato, dall'altro non può esimerci dalla scrupolosa critica delle ragioni del fallimento di quelle pur eroiche vicende. Igino
Giordani, tema della passata edizione, con sapiente cinismo, definì sé stesso “un cristiano ingenuo”, con ciò ammonendoci ad un'accorta
vigilanza. “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (Luca16,8). E questa accorta
vigilanza non deve mai indugiare a facili indulgenze. Meno che mai nei casi in cui il nome cristiano sia stato usato per facile demagogia,
e compromesso per squallide speculazioni, sì da confondersi con quelle fino ad allontanare intere masse dall'abbraccio materno della
Chiesa. Ciò vale per il nostro fratello Alcide, per il quale nessuno vuol negare un posto in Paradiso, ma del quale è improponibile
l'imitazione delle eroiche virtù dell'arrivismo, del compromesso, del servilismo filo-americano, dell'accondiscendenza al capitalismo
padano, dell'arroganza verso la plebe duosiciliana. La legge elettorale maggioritaria (“legge truffa” allora come ora) fu il massimo
traguardo del suo genio di statista, Scelba e Tambroni sono i delinquenti che ha saputo partorire, ed i morti che lasciarono sulle
strade di Avola e di Romagna sono testimonianza irremovibile del suo fallimento.
E quanto vale per il nostro passato tanto più valga
per il nostro presente. Non può non denunciarsi lo squallore di una manovra atta al conseguimento di fondi pubblici da spartirsi fra
il sedicente associazionismo cattolico, nascosto sotto il fiume di lamentazioni sciorinate nell'occasione dei lavori del 28 Settembre
u.s., dove i problemi dei giovani a Catania venivano ricondotti ad un buon pretesto clientelare. Chiarificatore in tal senso l'intervento
della rappresentante d'un Ente locale, che professando la massima disponibilità delle (non-loro) borse per finanziare le iniziative
ad essa in seguito presentate, riusciva a dare un senso ad un convegno altrimenti grottesco.
Non vorrei che l'impegno di partecipazione
attiva dei cittadini cattolici si ascrivesse tutta in un 'ppi-mmia ki-ccè? (per me che c'è?) La stessa teoria della sussidiarietà,
tanto cara alla così detta dottrina sociale, ammicca alla scaltra opportunità. Nell'operare il ribaltamento della relazione biunivoca
cittadino-stato, indica non già lo stato sussidiario al cittadino ma il cittadino sussidiario allo stato, dichiarando così l'irrevocabile
estraneità dello stato (entità altra e non pertinente alla cittadinanza), per la quale giustifica e pretende il sostegno giuridico
e finanziario per l'auto-gestione dei pubblici servizi (non più pubblici) da parte della cittadinanza non-omogeneamente associata.
È apodittica la rinuncia alla partecipazione politica, riedizione post-conciliare del non-expedit. Così come è eclatante il principio
compromissorio post-concordatario dell'indennizzo. Ad ogn'uno il suo. E definiti gli ambiti di applicazione, ku futti futti, ka Dio
piddona a tutti.
Ognuno si assumi la responsabilità delle proprie azioni. E delle proprie omissioni.
Perché il fingerci estranei all'attività
dello Stato non ci esime dalla corresponsabilità, e accondiscenderne l'iniquità ci rende pienamente correi. Se poi godessimo pure
di emolumenti per vari titoli beneficiari... ne saremmo anche complici. Di cattolici prezzolati dai trenta denari c'è una genia sempre
all'opera.
Qual'è il prezzo del nostro silenzio? Del nostro non-farci-stato? Della nostra non partecipazione ai processi formativi
degli atti amministravi dello stato? Quanto valgono le morti africane sui nostri ameni litorali, le violenze xenofobe consumate nelle
periferie urbane, il precariato permanente, le vedove bianche, la fame, la guerra? Quanto vale il petrolio? È tanto lontano il petrolio?
Quanto valgono i bimbi deformi, gli aborti “terapeutici”, il cancro epidemico che dilaga all'ombra degli impianti petrolchimici di
Milazzo, Priolo e Gela? Quanto vale il nostro silenzio?
E quanto varrebbe la nostra voce!
Ma la voce della partecipazione attiva dei
cittadini alla costruzione bene comune è esclusa dai processi della democrazia partitocratica bipolare vigente. E avvilita nelle meccaniche
dell'estorsione clientelare, non coglie sollievo neanche nell'ostentata cattolicità di qualche leader abile nell'estrazione di fantomatiche
radici cristiane a metà fra lo ginseng e il peyote. L'anno scorso una domanda diffusa serpeggiò in questa assemblea: che fare?
Presupposto
al fare è il capire. Quindi trovare percorsi alternativi, paralleli ed antagonisti. Con umiltà, sagacia perseveranza... e sempre in
stretta connessione con la realtà. È il percorso difficile intrapreso più di vent'anni fa da TerraeliberAzione: risalire alle nostre
radici di Popolo e Nazione per poter leggere il presente ed interferire nei suoi processi recando in dono il nostro piccolo mattone
per l'edificazione della Civiltà dell'Amore. E siccome il primo dei beni comuni è la salute, ci siamo schierati in prima linea per
la rimozione del pet koke dai cicli produttivi del petrolchimico di Gela. Abbiamo preservato (per il momento) Priolo dalla bomba ad
orologeria che vi volevano piazzare sotto forma di rigassificatore, coinvolgendo la gente comune, che riappropriandosi della propria
dignità ha avuto il coraggio di dire no all'ENI e al suo esercito di politici, sindacalisti, filantropi e pseudo ambientalisti (Legambiente
in testa) vincendo il primo referendum consultivo indetto in Sicilia. Siamo presenti nei coordinamenti per l'acqua bene comune, ben
sapendo che il 50% delle acque siciliane vengono risucchiati dai processi di produzione dei poli petrolchimici. Stiamo monitorando
lo sviluppo del piano d'insediamento dei “rivalorizzatori”, atto a trasformare la Sicilia nella pattumiera d'Italia, stuprandone il
territorio e appestando l'aria con le relative scorie. Abbiamo sostenuto le ragioni del Mend del Biafra-Ugoni-Delta del Niger, in
cui abbiamo riconosciuto e denunciato la specularità del colonialismo imperialista sempre uguale a sé stesso, in Sicilia come in Nigeria
come in Iraq, e sempre (quasi) a marchio velENI. E -non per ultimo- presiediamo costantemente il vessillo dello Statuto di Autonomia
della Regione Siciliana dalle bande di cialtroni collaborazionisti che ne vorrebbero annullare la memoria. Giù le mani dalla memoria!
(Almeno da quella...).
Di tutto ciò ne parliamo non per indecoroso proselitismo, ma recependo l'esortazione di Paolo VI, citata proprio
da Bartolomeo Sorge: “oggi la gente non crede più alle parole. (...) la gente vuole ascoltare solo testimoni perché chi non parla
con la propria vita parla a vuoto. E parlando a pieno consideriamo nostro dovere rendere partecipi il nostro percorso di vita a quanti
-avendo come noi a cuore il bene comune- vogliano intraprendere l'arduo cammino della libertà.
Chissà poi perché il bene comune somiglia
così tanto al bene particolare dei popoli?
terraeliberAzione.org
1Grida a squarciagola, non aver riguardo;
come una tromba
alza la voce;
dichiara al mio popolo i suoi delitti,
alla casa di Giacobbe i suoi peccati.
2Mi ricercano ogni giorno,
bramano di conoscere
le mie vie,
come un popolo che pratichi la giustizia
e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio;
mi chiedono giudizi giusti,
bramano
la vicinanza di Dio:
3"Perché digiunare, se tu non lo vedi,
mortificarci, se tu non lo sai?".
Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate
i vostri affari,
angariate tutti i vostri operai.
4Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi
e colpendo con pugni iniqui.
Non digiunate
più come fate oggi,
così da fare udire in alto il vostro chiasso.
5È forse come questo il digiuno che bramo,
il giorno in cui l'uomo
si mortifica?
Piegare come un giunco il proprio capo,
usare sacco e cenere per letto,
forse questo vorresti chiamare digiuno
e giorno
gradito al Signore?
6Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare
liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
7Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato,
nell'introdurre in casa i miseri,
senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?
8Allora la tua luce sorgerà come l'aurora,
la
tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
9Allora lo invocherai e
il Signore ti risponderà;
implorerai aiuto ed egli dirà: "Eccomi!".
Se toglierai di mezzo a te l'oppressione,
il puntare il dito e il
parlare empio,
10se offrirai il pane all'affamato,
se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra
sarà come il meriggio.
11Ti guiderà sempre il Signore,
ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e
come una sorgente
le cui acque non inaridiscono.
12La tua gente riedificherà le antiche rovine,
ricostruirai le fondamenta di epoche
lontane.
Ti chiameranno riparatore di brecce,
restauratore di case in rovina per abitarvi. (Isaia 58,1-12)
17 novembre 2007