fatti nòmina... jè-vvò kuccati
italiani brava gente
12.2003
 

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 Placido Altimari 
 
Italiani brava gente
FATTI NÒMINA… JE’VVÒ KUCCATI!
 
Vero e falso sono attributi delle parole,non delle cose”. (Hobbes, -Leviatano IV; De corpore III,7 )
 
 
L’effetto più comico della Jihad è quello d’aver provocato un delirio narcisista nel Fronte Occidentale.

Lo cantava Bennato: «noi discendiamo dagli antichi Romani, noi abbiamo sempre ragione». E tutti in fila per tre, schierati in arme in difesa della Laica Civiltà Cristiana (?), e come allo Zecchino d’Oro a cantar la filastrocca:Italiani brava gente!


A Beirut, addestrati negli equilibrismi craxiani, dipinsero le autoblindo di bianco candore. In Iraq, in pieno squilibrio berlusconiano, le marchiarono della scritta ITALIA. Perché l’importante è distinguersi. Mica siamo come gli altri, noi!Italiani brava gente. Soldati, si. Ma soldati di pace!

Credo che anche le truppe sovietiche in Ungheria, Cecoslovacchia ed in Afganistan si considerassero tali. Ed anche quelle Americane in Corea, Vietnam, o a Panama. Come quelle Romane in Numidia, in Ponto ed in Mesopotamia. Furono loro a coniare la Pax Romana, no? Perché, anche allora, erano Italiani brava gente.


La Jihad islamica non ha nulla da insegnare: la guerre sono sempre sante! E le proprie sono sempre più sante. A quest’ultima missione italiana (e sottolineo «missione») è però venuto meno il crisma dell’ONU. E perdippiù il Papa l’ha stigmatizzata col suo anatema: «Dovrete rendere conto a Dio e alla Storia». Come dire: «Vi mando all’Inferno!», che è poi la sua specializzazione, ed è l’unico che può farlo con debita autorizzazione. Ma gliItaliani brava gente sono profondamente laici, democratici e progressisti, e come sulla breccia di Porta Pia se la sono santificata da loro. in questo sono maestri: «Italia una, Dio lo vuole». Ma chi glielo aveva detto a Mazzini, l’angelo Gabriele?

Il misticismo italiano è da sempre sfrenato. Popolo di Santi –e poeti navigati- hanno elevato sugli altari anche Garibaldi: «E me l’ha detto una monaca pia: Egli è fratello di Santa Rosalia! La Santa gli ha donato un talismano, tessuto in cielo con la sua propria mano: questo ti guiderà su l’alto mare (…) e quando lo vedrai sul fronte, squilla la tromba, che la vittoria è certa!».

Popolo di poeti, gli Italiani brava gente non hanno mai lesinato in fantasia. Altro che immaginazione al potere! Il Regno delle Due Sicilie, terza potenza industriale d’Europa all’esposizione internazionale di Parigi del 1857, è la causa prima ed assoluta della miseria pregressa della provincie meridionali. Come nella scuola Diaz di Genova c’erano le armi dei bleak blook.


Al potere dell’immaginazione va contrapposta la forza della Verità. Che è intrinseca nei fatti. Basta scrostarne il sedimento retorico che li avvolge.

L’apologia della civiltà europea, esaltata come epigono della storia umana e modello universale, è giustificazione all’odierna e pregressa pretesa esportazione/imposizione del suo sistema politico ed economico.



Ma in cosa consta questa civiltà europea di cui Berlusconi si fa orgoglioso araldo?

Le centinaia di clochard uccisi dal freddo ad ogni inclemente inverno potrebbero di già tracciarne l’identità. Millenni di allegra mattanza che hanno visto il progresso scientifico seguire a ruota la perfida immaginazione militare (da cosa pensate discenda internet?), fino a pervenire alla supremazia atomica. L’abuso delle risorse naturali ed energetiche che stanno portando l’equilibrio ecologico al collasso. L’alienazione dissociante prodotta dalla mercificazione delle relazioni umane che ha portato madre Teresa di Calcutta a denunciare la solitudine dei Popoli Europei quale piaga non meno devastante della lebbra. Droga, prostituzione, criminalità: è questa la civiltà che la Coalizione vuol difendere ed esportare?

E sulla base di quale Diritto? Quello della forza militare? Quello della rapina economica? O addirittura quello della difesa preventiva?

Già Esopo ha illustrato con dovizia le inconfutabili ragioni del lupo contro le flebili obiezioni dell’agnello. Je ‘na scacuini si throva sempri. Specie se si è lupi brava gente.


Non so quale scusa sostenga la recentissima necessità dell’acquisto, da parte delle autorità italiane, di Sarin, iprite e fattore arancio: proprio le armi che ancora cercano nei deserti irakeni. Ma si sa: u Re corna nu’nni fa! Certo che, alla faccia della moratoria internazionale sull’uso delle armi chimiche dall’Italia sottoscritta a Ginevra il 17 Giugno 1925, furono da essa allegramente usate per ridurre all’impotenza la Resistenza libica, contro la tribù dei Mogarba er Raedàt nel 1928, e contro l’oasi di Taizerbo nel 1930. E ancor di più durante la conquista d’Etiopia e la successiva «grande pulizia coloniale», lavando l’onta di Adua col gas smacchiatore C.500-T, ristabilendo l’Ordine violato dalla impugnazione del trattato di Ucialli (1889) da parte di Ras Hayle Sallase, e –principalmente- liberando il Popolo abissino dal peso della schiavitù, lì legalmente esercitata.


A noi, per liberarci, ci hanno preso a fucilate per decenni, ci hanno deportato nei campi di concentramento cisalpini, e di tanto in tanto non hanno lesinato a bombardarci molto fraternamente.

A loro, a seguito dell’attentato del 19 febbraio 1937 al viceré Graziani, la rappresaglia condotta –citando il giornalista Ciro Poggiali- «fulmineamente, coi sistemi del più autentico squadrismo fascista» lasciò inanime, per le strade di Addis Abeba, 1.000 vittime (dato italiano), 6.000 (secondo testimoni stranieri), 30.000 (secondo gli Etiopi). 1.000 n’abbastunu.


Dalla relazione del colonnello Azolino Hazon si apprende che la Benemerita arma dei Carabinieri (a stissa di Nassariya, va!) passò per le armi 2.509 indigeni in meno di quattro mesi. Mentre il generale Pietro Maletti, per punire la sospetta ospitalità ai due esecutori materiali dell’attentato, assaltò eroicamente la città conventuale di Debrà Libanòs, fucilando 449 fra pericolosissimi monaci e diaconi. E che poi fossero invece 1.423 o 2.033, come da recenti ricerche universitarie accertato, è solo un dettaglio di quanto si evince dal dispaccio di Graziani a commento della strage: «È titolo di giusto orgoglio per me l’aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall’Abuna all’ultimo prete, o monaco».


Di questo caratteristico zelo ci documenta anche Sandro Sandri, inviato de «Il Regime Fascista», sul quale riferì –nel Febbraio del 1930- dell’attacco aereo sui Mujahidin libici in fuga verso il confine algerino, «gregge umano composto, oltre che di armati, da una moltitudine di donne e bambini», per due giorni eroicamente bombardato e mitragliato.


Questa diligente opera di civilizzazione veniva altresì corredata dall’uso oculato di campi di concentramento, che in virtù di italica efficienza si trasformavano in autentici campi di sterminio.

In Cirenaica, per tagliare i legami fra gl’insorti di Omar el -Mukhtar e la popolazione indigena, si disponeva la deportazione di 100.000 civili dalla Marmarica e da Gebel el-Ackdar agli Accampamenti (così eufemisticamente furono chiamati!) fatti costruire nella Sirtica, una delle regioni più inospitali del Nord Africa. Fra il 1930 e il 1933, data della loro chiusura, 40.000 deportati morirono: durante le marce di trasferimento, per i viveri insufficienti e spesso avariati, per l’inadeguata assistenza igenico-sanitaria, per le epidemie conseguenti, per le violenze dei guardiani, per le esecuzioni sommarie ai tentativi di fuga.


AltreColonie estive furono insediate nell’isola di Nocra –in Eritrea- (dove i detenuti erano costretti ai lavori forzati nelle cave di pietra con temperature che toccavano i 50°, e falcidiati dalla malaria, dalla dissenteria e dalla insolazioni), e a Danane –in Somalia- dove, su informazione di Micael Tesemma, alto funzionario del Ministero degli Esteri dell’Etiopia, durante i tre anni e mezzo che vi fu recluso, tra il 1936 ed il ’41, dei 6.500 etiopi e somali che si avvicendarono nella detenzione 3.171 vi persero la vita.

(I dati sono stati estratti dalla ricerca di Del Boca, storico alla cui opera può risalirsi tramite il sito www.comedonchisciotte.net).


L’esaltazione di una boria scatenata è priva di discrezione: gli Italiani brava gente amavano farsi ritrarre in posa dinanzi alle forche, o reggendo per capelli le teste mozzate delle loro vittime. Tratta dagli Organi giudiziari italiani, o più semplicemente dai portafogli degli italiani finiti prigionieri alla caduta dell’Impero, la macabra documentazione è visibile negli Archivi storici di Addis Abeba. E riportano immediatamente ad altra documentazione fotografica, dove con medesima arroganza si ostentavano le vittime dello zelo patriottico italiano abbattutosi sulla Resistenza Duosiciliana.


Di questa efferata ferocia –come dell’altra- non c’è traccia nei manuali di storia, stretti da una ferrea autocensura ed informati alla metodica omertà, tutti infarciti della retorica del buon colonizzatore, costruttore di strade, ferrovie, città, e fertili campi. Evitando di soffermarsi che quei campi venivano espropriati a qualche precedente proprietario indigeno. E sorvolando sul fatto che dalla italica civiltà le popolazioni autoctone venivano escluse, impedendone l’accesso agli studi più elevati, e tollerandone l’esercizio delle mansioni più umili, salvo l’incorporazione nelle prestigiose truppe ascare.

Come non si soffermano sulla italianizzazione forzata delle popolazioni slovene e croate della Venezia Giulia, sulla censura delle lingue autoctone che arrivava al punto di edulcorare i cognomi con una forzata ed ufficiale italianizzazione, così tradendo le aspirazioni che mossero all’impresa di Fiume, ratificate nella multietnicità della Carta del Carnaro. I campi di concentramento dove doveva estinguersi la Resistenza spianarono poi la via alle Foibe titine.


Questo rapido excursus sotto il vello candido della Belva italiana consente a pieno titolo all’Italia l’attributo di Potenza europea, associandola a pieno merito agli Spagnoli, ai Portoghesi, ai Belgi, agli Olandesi, ai Tedeschi, ai Russi, ai Turchi, ai Francesi, agli Inglesi, agli Statunitensi…, Popoli la cui grandezza poggia sulla rapina e sul genocidio sistematicamente praticati.


Questa è l’Europa. L’Europa della Coalizione, l’Europa della nuovaCostituzione, l’Europa dell’Euro.

Europa che non potrà mai riconoscersi nelle unitarie origini cristiane, perché al di là di qualunque valore che non sia traducibile in valuta.

È l’Europa che ispirandosi ai principi solidaristici dell’ingerenza umanitaria si fa carico di tutti i mali del mondo, mossa da un sottile e pervadente senso di colpa, che fa sì che le ex potenze coloniali si facciano solerti balie dello sviluppo dei Popoli un tempo a loro soggetti. Basta leggere la stampa francese per accorgersi quanto viva sia lo spirito di grandeur, e come a questa corrisponda l’accorato appello delle francofone Indipendenze filiali. Indipendenze che continuamo a concepirsi, a vedersi con occhi europei. Tutti gli scambi commerciali, tutto l’impianto produttivo, e tutta la formazione culturale è denotata dalla relazione –inevitabilmente subalterna- con l’Europa. Per cui i parametri estimativi dello sviluppo –o del sottosviluppo- discendono da codici alieni, incapaci di leggerne e decifrarne le risorse autoctone. (Come verranno iscritti nel PIL i prodotti della caccia o il surplus dei baratti?).

Con ciò non vuolsi giustificare o sostenere le variopinte crudeltà autoctone solo perché autogamie: cannibalismo, taglio di teste, lapidazione, infibulazione, sacrifici umani, schiavitù sono apodittiche infamie, così come carestie, alluvioni, siccità, epidemie e analfabetismo sono cogenti emergenze. Che non possono lasciare indifferenti, ma che non possono in alcun modo giustificare l’interventismo imperialista.


Questo si esprime sui binari paralleli della concessione di prestiti –vincolati a specifici modelli di sviluppo all’uopo imposti, dalla quale discendono gli obblighi del debito e le strategie della locale nomenclatura che dei prestiti sono i diretti beneficiari-, e della pressione militare –diretta o indiretta, interferendo e corrompendo i gruppi etnici concorrenti o antagonisti-. E che a volte, senza mezzi termini, non esita incedere nei vecchi eclatanti metodi. Trovando pronti recettori gli Italiani brava gente, nella figura del loro leader Berlusconi, che si sarà detto: «Non sono mica NATO ieri?», «Chi tardi arriva male alloggia», «Jungiti ku’cchiddhi megh’j’tia ka nun ci appizzi j soddhi ‘ppi’lla via!».


Eppure, dietro questa Europa, agisce nell’ipogeo una semenza indomita, che mattone su mattone costruisce la Civiltà dell’Amore. È l’Europa delle oceaniche Marce per la pace, delle Veglie di preghiera, del Volontariato, di «Medici Senza Frontiere», di «Nessuno Tocchi Caino», delle ONG (Organizzazioni Non Governative –come dire: «Nuauthri ku’kkiddhi nun’hamu nenti a’cchi’ffari»), … È l’Europa che non teme una Cina industrializzata, ma che inorridisce alle più di 2.000 esecuzioni lì inferte ogni anno.

È l’Europa che: mentre i mercanti delle Compagnie mostravano ai rispettivi Governi i proventi delle loro scorribande piratesche sui sette mari, gettando le basi per la codificazione dell’Istituto coloniale del XIX° secolo; e mentre altri più disinvolti investitori si inserivano nella tratta degli schiavi già florida in Africa per approvvigionare le colonie americane di forza lavoro a basso costo; e mentre l’intellighenzia illuminata e protestante negava il possesso di un’anima ai negri pervenendo alla giustificazione morale del colonialismo e della mercificazione delle popolazioni autoctone … generava padre Comboni, che evangelizzatore cattolico in Africa enunciò la sua dottrina missionaria nell’apoftegma: «L’Africa salverà l’Africa» (come dire: «Yankee, go home). Confutando ogni teorica superiorità culturale, economica o razziale che è all’origine di ogni pretesa coloniale, e di cui è soverchia presenza nelle argomentazioni dei guerrafondai di oggi.


Gridare oggi, con testarda e rinnovata forza che «L’Africa salverà l’Africa» significa affermare che l’Iraq –e solo l’Iraq- salverà l’Iraq. Ma, senti me soggera, parra me nora, significa giungere alla conclusione cheLA SICILIA –e solo la Sicilia- SALVERÀ LA SICILIA!


Negare questa evidenza non è che l’ultimo, estremo atto della soggezione all’Impero italiano.

Sappiamo che l’Italia non si è limitata a sottrarci il nostro oro, il nostro zolfo, il nostro petrolio, le nostre braccia, le nostre intelligenze. Ci ha sottratto anche l’anima.

Noi ce la siamo ripresa: in questo consiste la nostra Indipendenza.

dicembre 2003

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