placido altimari 18 maggio 2009 webalice.it/placidoaltimari
STURZO: APPELLO AI SICILIANI
"IL CANOVACCIO"
nel
marzo del 1959 Luigi Sturzo pubblica “appello ai siciliani”. Un
testamento spirituale lanciato pochi mesi prima di morire, estrema
sintesi di una vita votata alla ricerca delle cause della nequizia
dello stato, e quindi alla sperimentazione del suo superamento. Una
ricerca nata nel cuore della Sicilia ferita dalla repressione dei
Fasci, e che lo condusse lontano, in Italia, in Inghilterra, in
america. Il suo ritorno segnò forse una lontananza ancor più
profonda che quella geografica: non si riconobbe in quella
democrazia cristiana nata dalla ceneri del partito popolare, che già
nel nome -e poi nel metodo e ancor più negli intenti- tradiva
le ragioni filosofiche, etiche e (anche) religiose cause e guida la
sua attività politica.
Rimaneva
intatto l'amore verso la patria siciliana, lusingata e tradita
dall'autonomia statutaria, già lesa dalle arbitrarie pronunzie
della Corte costituzionale (soppressione dell'Alta corte nel 1957), e
ancor di più vanificata nella dipendenza dalla partitocrazia
italiana della quale ogni vizio fu riprodotto, instaurando gli usi a
tutt'oggi in vigore. Ma la sferzante critica ai costumi “romani”,
fermandosi sulla soglia di una irrisolta “questione morale”, non
riesce a captare l'intrinseca consustanzialità di questi con
l'impianto della Repubblica borghese: all'ipostasi della statolatria
fascista subentrò il più allegro feticcio capitalista,
alla cui dottrina tutto è subordinato. Ma la sua
ingenua formazione liberalista e l'indotta fobia bolscevica
attribuivano ad essa le virtù improprie di presupposto alle
democratiche libertà, e della loro difesa “atlantica”.
Virtù che compensavano gli evidenti vizi.
L'”appello”
si riduce così ad un predicozzo, ad una esortazione morale che
avrebbe dovuto sollecitare la classe dirigente siciliana ad
immaginare, a costruire, e a pretendere il proprio progresso. Senza
però mai dubitare che ad ogni progresso corrisponde un diritto
di proprietà. E che sulla proprietà siciliana incombe
il diritto di prelazione da parte italiana. La storia poi ci
racconterà dell'ESE -ente siciliano energia- assorbita
dall'ENEL, della vini Corvo acquisita dalla Zonin, e della Rodriguez,
e del latte Sole, e dell'Averna, e della Cesame... ci racconterà
di come il sistema bancario siciliano si ridurrà ad
un'appendice della Valtellina, le risorse minerarie aperte al libero
saccheggio, le risorse ambientali offerte a libera discarica. Della
prelazione italiana la nomenklatura siciliana è stata -ed è-
soddisfatta del dovuto pizzo. Al popolo siciliano kuakki cjuru
ci-nni veni. (qualche odore ne viene). E gli basta pure. Tanto:
che la proprietà sia italiana, americana, o d'u baruni di la
minnulata... poco importa! Nell'acquiescente accettazione delle
modalità democratiche ha trovato le proprie modalità di
sopravvivenza, come del resto tutti i popoli del mondo.
Non
deve pertanto sorprendere l'attualità delle argomentazioni
profuse: esse sono il collaudato archetipo di un approccio
ricorrente, ridondante nelle sale del potere, come negli oscuri
“cantieri” delle consorterie progressiste, e come anche nei
ristretti cenacoli indipendentisti. Un canovaccio adatto ad ogni
palcoscenico, esaurito in due ore di esercizio retorico. L'applauso
è assicurato.
Stasera
si replica.
Luigi
Sturzo
APPELLO
AI SICILIANI
* In “ Il Giornale d'Italia
“, 24 marzo 1959, poi in Banco Di Sicilia, Notiziario economico
finanziario siciliano, 1959, pp. 35-37.
Non
ho titolo specifico per parlare ai siciliani, tranne i miei 87 ami
compiuti e la mia attività nei più svariati campi della
religione, della cultura, della politica e dell'amministrazione.
Non
pretendo essere ascoltato, né seguito; ho provato tutto nella
mia vita: l'esaltazione e il dispregio; la fiducia e l'oblio; anche
oggi, che, a parte il contributo che posso dare al lavoro legislativo
in Senato, credo di servire in modo speciale il paese nel campo
giornalistico e culturale, non pretendo di trovare un seguito che
sorpassi i consensi del lettore assiduo e forse già convinto
per conto suo di quanto io scrivo.
Pure
in un momento assai tormentato per i miei conterranei, reputo
doveroso non mancare all'appello, se non altro come rinnovata
testimonianza di solidarietà e di affetto a quell'Isola che ci
rende, o dovrebbe renderci, uniti, non nell'isolamento
geografico, né in quello politico e culturale, ma nelle
speranze di bene, nelle affinità di lavoro, nel progresso
morale e materiale, nel desiderio, anche se ambizioso, di portare la
Sicilia al più alto livello fra le regioni italiane e
contribuire ad affermarla, quale dovrebbe essere: Perla del
Mediterraneo.
Appartiene
al campo del realizzabile simile finalità? Ricordo che dopo il
discorso sul Mezzogiorno, letto a Napoli il 18 gennaio 1923, Giustino
Fortunato, che giustamente faceva autorità io materia, ebbe a
farmi arrivare le sue riserve sull'ottimismo che lo ispirava; ma a
trentasei anni di distanza, credo possa dirsi che il mio ottimismo
non sia stato infondato e il suo pessimismo poteva essere eccessivo.
Il Mezzogiorno può risorgere; il Mezzogiorno sta risorgendo,
come può risorgere e sta risorgendo la Sicilia e la nostra
consorella, la Sardegna; questa la risposta dei fatti, pur in mezzo
ad errori, incomprensioni, esagerazioni.
Ci
vogliono: uomini, tempo, organizzazione, tecnicità, mezzi
adeguati, perseveranza. Gli uomini non mancano; purtroppo non pochi
fra noi mancano di preparazione, sono improvvisatori, diffidenti,
presuntuosi, discontinui. Perché i meridionali fuori delle
loro regioni, siciliani compresi, riescono a prendere posizioni
importanti, divenendo centro di iniziative notevoli,
superando forti competitori, affermandosi pur in mezzo a gravi
difficoltà? Vexatio dat intellectum: messi alle
strette, obbligati al rischio, sanno fare molto meglio fuori del loro
ambiente, nel quale il provincialismo la limitatezza dei mezzi, la
sfiducia reciproca, la critica dei fannulloni, l'oppressione
dei mafiosi, l'intrigo dei profittatori rendono difficili le
iniziative e contestabili i piani audaci e generosi. Forse mancano
iniziative valide in Sicilia e nel Mezzogiorno? no; siamo denigratori
di noi stessi; svalutiamo il bene che invidiamo; ignoriamo quello che
sanno fare gli altri, perché riesce rimprovero alla nostra
incapacità di volere.
*
* *
Parliamo
di politica; fin dall'occupazione napoleonica del Regno di Napoli, fu
alla Sicilia fatta promessa di ridarle autonomia con la restaurazione
del suo parlamento. Ma tanto i Borboni quanto gli Inglesi a guerre
finite, dentro e fuori il Congresso di Vienna mancarono alle loro
promesse; vecchia storia. Nel gennaio I848 a Palermo si levò
la prima voce europea della libertà e della indipendenza;
risorse il parlamento siciliano; si lottò, si perdette come
perdettero tutti, meno il Piemonte. Il parlamento siciliano lasciò
una storia e una speranza, Oggi siamo alla vigilia del primo secolo
dallo sbarco di Garibaldi a Marsala; anche allora non mancarono
promesse di autonomia alla Sicilia, promesse che portò via il
vento. Le speranze, sempre vive nel cuore dei siciliani,furono
discretamente realizzate nel maggio 1946 con il decreto-, legge di
autonomia trasformato nel 1948 (un secolo di attesa) in legge
costituzionale. Ebbene da allora in poi l'opinione pubblica italiana
guarda alla Sicilia come a una regione estranea, da tenersi sotto
osservazione; si cerca di sottrarle diritti riconosciuti,
contestandone istituti, limitandone poteri, diminuendo contributi,
vessandone l'organizzazione con interventi tali da minorarne perfino
personalità, libertà, possibilità di sviluppo.
In questo stato d'animo incosciente e voluto allo stesso tempo,
politico ed istintivo, si sono insinuate preoccupazioni di un
separatismo inesistente e irrazionale, perché la Sicilia non
sarebbe mai self-sufficienti;
direi quasi d'invidia per istituti più liberi per un'autonomia
più accentuata, che non siano stati elargiti ad un altra
regione.
C'è il vecchio accentramento e la vecchia concezione
statalista e burocratica del Piemonte e una specie di gelosia mai
estinta per un eccessivo sviluppo meridionale. C'è
dell'irrazionale e del formalistico; c'è il pregiudizio
unitario, il senso di Potere anche in regime democratico.
Dall'altro
lato, i siciliani chiamati a costituire e governare la Regione,
presero fin dai primi giorni l'aria di volere ricopiare il Parlamento
e il Governo nazionale; si attribuirono compensi pari a quelli dei
deputati e dei senatori di Roma; mostrarono una larghezza pomposa e
allo stesso tempo vennero meno alla dovuta regolarità
dell'amministrazione, alla fermezza della disciplina, alla rigida
responsabilità legislativa e attiva. Errori questi della prima
attuazione del nuovo istituto (come quelli che son capitati alla
Repubblica Italiana dal 1946 in poi); pur avendo approvato (Stato e
Regioni) leggi utilissime, adottato criteri savi e attuato
equilibrati interventi. Ma sopravvenne la crescente e opprimente
partitocrazia che dal centro alla periferia ha infettato la nazione,
compresi gli enti locali e le nascenti regioni; la Sicilia ne fu
sopraffatta, anche per certe tare ataviche che persistono nelle
nostre vene. Chi legge, infatti, la storia siciliana nelle sue fasi
medievali e moderne, trova la stessa piaga delle divisioni dei
siciliani di fronte al potere esterno, non importa se papale o
valoisiano, se aragonese o asburgese, se borbonico o savoiardo. Anche
oggi l'attuale Giunta regionale che si crede simbolo di sicilianità
subisce l'indirizzo delle Botteghe Oscure, come quella precedente
subiva l'influsso di Piazza del Gesù. Cuore siciliano di
indipendenza e di resistenza, dove ti trovi oggi?
*
* *
La
politica è fatta di economia e viceversa, la Sicilia ha in sé
non solo possibilità politiche e morali per superare la crisi;
ma ha tale potenziale umano e produttivistico da vincere, volendo, la
disoccupazione, sottoccupazione e la insufficienza dei redditi
attuali. La politica economica della Sicilia va
riveduta da capo a fondo.
Punto
di partenza il sistema
forestale. Diceva
un tecnico americano della FAO, venuto dieci anni fa a visitare la
Sicilia, che il mare che la circonda in mezzo secolo ha assorbito le
terre fertilizzate di tutto il nostro territorio. La prima e capitale
cura dovrebbe essere quella dei rimboschimenti delle zone montane e
calancose delle zone non altrimenti fertilizzabili. I progressi fatti
nel decennio, pur con buona volontà e mezzi mai prima avuti,
sono stati assai limitati per mancanza di tempestività,
di cura amministrativa, di serietà tecnica.
Rilevava
il prof. Giuseppe Medici (lo diceva da professore e non da ministro)
che con cinquecento laghetti collinari si potrebbe ottenere una
maggiore umidità atmosferica nelle campagne siciliane. Fin
oggi appena una cinquantina di laghetti sono stati sia costruiti che
progettati. II tempo passa a nostro danno.
Leggi
non mancano in Sicilia; direi ce ne sono troppe e se ne fanno co
ritmo accelerato (come a Roma) specie per favorire categorie
impiegatizie (come a Roma) o per la creazione di enti inutili,
parassitari, costosi (come a Roma); ma le vere sistemazioni
idrauliche e forestali, a parte le poche e non tutte fortunate della
Cassa per il Mezzogiorno, sono più o meno abbandonate alla
loro sorte (come a Roma) e nelle mani di una cattiva organizzazione
di corpo privilegiato: il forestale (come a Roma). Non valeva la pena
istituire la Regione per fare un copione della inabilità
amministrativa dello Stato italiano in tale materia; e fosse la sola!
Agricoltura:
dopo avere dato uno scossone con la Riforma Agraria, che la Regione
fece metà di sua impronta e metà ad imitazione della
legge “ Stralcio” , per maggiore danno consentì un
esagerato spezzettamento di quote per i concessionari, così da
non corrispondere alla minima unità poderale né
soddisfare ai bisogni di una famiglia colonica. A questi errori di
impostazione seguirono quelli di esecuzione, con spese inutili mentre
si trascuravano e necessarie; con scelte di zone impervie o
malcoltivabili. Invece di quelle più adatte allo
scopo, e così di seguito, fu adottata in pieno la teoria
statale (contraria a quella economica) del massimo sforzo e del
minimo risultato.
C'era
un buon provvedimento nella legge regionale: quello di sollecitare
favorire e imporre l'obbligo dei miglioramenti agrari nelle zone
rimaste ai proprietari; i nove anni trascorsi nella inanimazione,
nonostante i bei propositi e perfino i piani di lavoro, non possono
dirsi danno da poco; se ne vedono gli effetti oggi che la
disoccupazione agricola è notevolmente aumentata-
Orientamento
produttivo: a parte la
coltivazione del grano duro, la cui campagna è valsa a
richiamare l'attenzione isolana sopra uno dei più interessanti
problemi della propria produzione (nei terreni adatti e non
dappertutto), si è lasciato senza sufficiente assistenza
l'allevamento degli animali da latte; manca un piano zootecnico e
produttivo efficiente, base necessaria all'agricoltura siciliana; non
si è curata come doveva essere la produzione del cotone; si è
abbandonata l'idea della coltivazione dei semi oleosi; non si è
dato l'impulso all'intensificazione dei foraggi verdi per tutto
l'anno e così di seguito.
Mi
dicono: gli agricoltori non ne hanno voglia, non hanno mezzi, non
hanno speranze; sono sfiduciati, perché oberati di tasse,
colpiti dalla pressione previdenziale, resi incerti dalle agitazioni
sindacali. Tutto ciò in parte è vero, in parte
esagerato; ma la Sicilia aveva la sua Regione; invece di mandarvi
quasi tutta gente incompetente, poteva fare migliori scelte per i
Propri deputati.
Quale
serio contributo han dato agricoltori e tecnici in Sicilia alla
ripresa agraria? assai modesto, nonostante i bei nomi di professori e
di tecnici che abbiamo in loco.
Conclusione
per me evidente: le possibilità agrario-forestali siciliane
sono molte, di lunga lena, di preciso orientamento, di sicuro
risultato. Bisogna riunire insieme tecnica, politica e lavoro;
destare fiducia, cooperare sul serio, senza venir meno (ecco il punto
difficile) né per disappunti politici, né per errori
pratici, né per dilazione nel tempo dei vantaggi sperati.
*
* *
L'industralizzazione
siciliana va avanti, lentamente, superando difficoltà e altre
affrontandone; ma va avanti. Non accenno qui agli episodi dell'ENI.
della Sicindustria. della Finanziaria, e altre piccole e grandi noie
locali,
sono
elementi di una economia nascete che si afferma. La Sicilia al centro
del Mediterraneo non può non essere tutta
industrializzata: tempo, pazienza fiducia nell'iniziativa privata. Le
statizzazioni le regionalizzazioni sono i nemici della produttività
e della stessa classe lavoratrice, bisogna avere il coraggio di
affermare questa verità e difenderla nel campo pratico. La
Regione dovrebbe limitarsi a dare esenzioni fiscali o concorsi
integrativi; non pretendere di fare il doppione dell'infausto
ministero delle partecipazioni che è uno dei bubboni
politico-economici dello statalismo imperante.
Sbocchi
commerciali: la competenza principale è del ministero del
commercio con l'estero; la Regione coadiuvi, aiuti, consolidi le
conquiste: vini tipo. cotone tipo, agrumi tipo; tipizzare,
specializzare con serietà tale
da meritare la piena fiducia dei Paesi importatori.
Così
arriviamo al punto principale: formazione di tecnici, di studiosi, di
specializzati; costino quel che costino, la Regione invece di tenere
due o tre mila impiegati più o meno senza titolo nei vari
dicasteri ed enti, che ha il piacere di creare a getto continuo, ne
tenga solo mille; ma contribuisca ad avere mille tecnici, capi
azienda specializzati, professori eminenti, esperti di prim'ordine.
Solo così la Regione vincerebbe la battaglia per oggi e per
l'avvenire; sarebbe così benedetta l'autonomia da noi vecchi e
dai giovani; i quali ultimi invece di chiedere un posticino nelle
banche o fra le guardie carcerarie, sarebbero i ricercati delle
imprese industriali agricole e commerciali nazionali ed estere.
Scuole
serie, scuole importanti, scuole numerose, scuole che insegnano,
anche senza diplomi al posto di scuole che danno diplomi e
certificati fasulli a ragazzi senza cultura e a ragazze senza
cervello.
E'
vero: sono un ottimista impenitente, anche di fronte ad una oscura
situazione, alla vigilia di una battaglia elettorale tormentata, con
l'incubo del sociaI-comunismo che ci opprime. Ma voglio andare
all'altro mondo, quando Dio vorrà, col mio ottimismo.
Che
potrei dire di più? E' forse mio compito fare appello a
colleghi sacerdoti e a parroci zelanti per la educazione cristiana
delle famiglie? Ma senza questa, cade tutto, perché “ In
principio erat Verbum et Verbum era apud Deum et Deus erat Verbum “
Auguri
fraterni a tutti;
placido altimari 18 maggio 2009 webalice.it/placidoaltimari
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