Le radici dello sviluppo e del sottosviluppo

 

 

dott.ssa G. D’Aloi

 

 

 

Il problema degli squilibri tra culture, società ed economie è divenuto sempre più evidente nel corso dei secoli, tra mondo occidentale industrializzato e paesi in via di sviluppo. La vastità e la complessità dei problemi che impediscono il pieno sviluppo di molti paesi, pongono interrogativi a tutti gli stati del mondo. Questo breve studio riprende le teorie di Paul Bairoch il quale si prefigge di dare risposte ad una serie di complessi interrogativi tra i quali: Quali sono le radici dello sviluppo e del sottosviluppo? In quale periodo storico hanno cominciato a delinearsi i livelli di scarto dello sviluppo economico nelle diverse società?   L’attuale condizione di sottosviluppo di alcuni paesi, infatti, ha senz’altro origini storiche ben definite ed è il risultato della combinazione di più fattori di tipo economico e sociale.

Le risposte  a questi ed altri interrogativi di carattere globale vanno ricercate nell’analisi del rapporto di interazione tra paesi industrializzati e paesi ancora in via di sviluppo. Uno dei massimi storici dell’economia mondiale, Paul Bairoch, ha, attraverso tale studio, evidenziato i motivi del mancato sviluppo del Terzo Mondo dal settecento al novecento e dunque le ragioni dei profondi squilibri tra le diverse aree del mondo. Egli, in uno dei suoi saggi (“Sviluppo/Sottosviluppo”, Enciclopedia Einaudi, vol. 13 pp. 850-916) analizza i rapporti esistiti negli ultimi secoli tra i paesi che hanno conosciuto l’espansione economica e tecnica, favorita dalla Rivoluzione Industriale, e quelli rimasti nell’arretratezza.

 

Bairoch fornisce un’analisi estremamente accurata dell’imponente fenomeno economico e storico definito “Rivoluzione Industriale”, delle responsabilità ad esso associate del mancato sviluppo di determinate aree e delle condizioni di sviluppo esistenti a livello mondiale prima che questa si verificasse.

 

Intorno al 1700 si realizza un’espansione economica e tecnica che ha visto come iniziale protagonista l’economia britannica. Argomenta Bairoch: “In meno di due secoli, il livello di vita dei paesi toccati dalla rivoluzione industriale si moltiplica per più di quindici, il volume degli scambi internazionali per più di cento e quello della produzione mondiale dei beni industriali per più di duemila” (“Sviluppo e sottosviluppo i due volti di Giano della modernizzazione. A guisa d’introduzione” p.851 ) Il sostanziale mutamento del processo produttivo avvenne con l’introduzione delle macchine ad energia meccanica nell’industria tessile ed il trionfo del sistema di fabbrica.

Tali cambiamenti si sono verificati tra il XVIII e il XX secolo dapprima in Inghilterra ed in seguito in buona parte del continente europeo fino all’oltre oceano, dove ha avuto luogo la sua massima esplicazione. La Rivoluzione Industriale comportò una trasformazione nelle strutture economiche e nelle organizzazioni sociali con l’affermarsi del “Capitalismo” ossia quel sistema economico e sociale fondato sul predominio del grande capitale privato e quindi sulla “divisione del lavoro”, della proprietà dei mezzi di produzione e delle decisioni relative alla produzione stessa.

Alla vigilia della rivoluzione industriale l’Inghilterra rappresentava il paese certamente più avanzato, nonostante un’economia ancora prevalentemente agricola, e il possesso di industrie ancora subordinate all’agricoltura, mentre le caratteristiche che accomunavano quasi tutte le altre nazioni erano scarsa produttività e tecniche di coltivazione arretrate. Secondo Bairoch esistono dei fattori che, correttamente analizzati, spiegherebbero il perché la rivoluzione industriale ha avuto origine proprio dall’ Inghilterra. Innanzitutto era presente un tipo di mentalità e di religione da considerare favorevole all’avanzata del capitalismo. Inoltre, l’Inghilterra era divenuta la potenza commerciale dell’Europa e del mondo ed, intorno al XIX secolo la più grande potenza coloniale. Altra caratteristica riguarda il possesso delle materie prime indispensabili (lana, carbone, ferro, cotone, legname…). In Inghlilterra si è visto, prima che in altri paesi, il largo impiego del carbone per il riscaldamento domestico. Vi era poi capitale liquido nelle mani di un ceto mercantile ricco  dotato di spirito d’impresa intenzionato a creare un’organizzazione commerciale sviluppata sul piano internazionale.  La politica governativa favoriva lo sviluppo economico perché esisteva la libertà di iniziativa imprenditoriale e la società era più aperta ai mutamenti economici. Si assiste ad un incremento demografico grazie alla scomparsa delle carestie, delle epidemie e di conseguenza alla diminuzione della mortalità. Ed infine, la presenza di fiumi navigabili e di pochi rilievi consentiva il trasporto delle merci nell’isola mentre il trasporto per via terra era meno praticato.

Se si analizzano uno per uno i fattori sopra descritti, e si paragonano con quelli relativi a gli altri paesi, si può rilevare che l’ Inghilterra non era di certo il solo ed unico paese europeo a possedere queste caratteristiche, ma la peculiarità di questo fenomeno consiste, secondo Bairoch, nella congiunzione di questi fattori in uno stesso momento storico.

 

Come anticipato in precedenza, il fenomeno della rivoluzione industriale si è diffuso in buona parte dell’Europa, ma quest’ultima aveva già, nei secoli precedenti, raggiunto determinati traguardi. All’inizio del XVIII secolo, infatti, l’Europa occidentale aveva conosciuto  (oltre ad uno sviluppo di tipo economico) una crescita  sia in ambito tecnico che scientifico, caratterizzato dall’impiego di nuovi strumenti  (algebra araba, stampa cinese). “….Il rinnovato interesse per le conquiste delle civiltà antiche, tutto ciò e altri apporti valorizzati dalle ricerche originali degli Europei dei secoli XVI  e XVII condussero la società europea dell’inizio del XVIII secolo a un livello che non avevano probabilmente mai raggiunto in precedenza altre civiltà…”(Le specificità dell’Europa alla vigilia della rivoluzione industriale p.865) La supremazia marittima e militare in Europa si diffuse con l’espansione coloniale. Era presente nell’ambiente rurale la “proto-industrializzazione”, un’attività  svolta nelle case di campagna e gestita da imprenditori per la produzione; altri fattori furono l’uso di energie rinnovabili e il clima temperato dell’Europa.

La “Rivoluzione Agricola Inglese” nasce nel 1700 e con questo nome si indicano i grandi mutamenti nella tecnica e nelle usanze agrarie che segnarono la nascita dei metodi di coltivazione contemporanea. Dunque, lo sviluppo agricolo e’ una condizione dovuta all’industrializzazione perché l’ incremento del reddito agricolo deriva dall’aumento della produttività. Successivamente l’Inghilterra fu in grado di esportare la propria produzione del 10 e 12%. Dopo circa un secolo (1846) si ebbero miglioramenti degli strumenti agricoli che resero il processo di lavorazione più  rapido e preciso ma soprattutto meno faticoso; tutto ciò comportò un aumento della popolazione e l’esodo dalle campagne alle città (fenomeno denominato “urbanesimo”). “…Così tra il 1740 e il 1840, la popolazione inglese e’ passata dai circa 6 ai 13.7 milioni di abitanti…”(Agricoltura, industria, agricoltura: i meccanismi di diffusione delle prime fasi della  rivoluzione industriale inglese p.867).

Tra il 1730 e il 1760 l’incremento demografico stimolò una crescente domanda di beni agricoli e di   prodotti artigianali, nonché l’attività economica, determinando un poderoso sviluppo dei settori produttivi. Un fattore importante per l’aumento della popolazione fu il miglioramento dell’alimentazione, con la conseguente capacità di resistenza alle fatiche lavorative e alle malattie. Dal 1706 al 1765 in Inghilterra, grazie ai vantaggi tecnici e all’espansione coloniale, si assiste all’importazione del cotone grezzo con aumento del consumo, poiché dapprima il cotone veniva richiesto come tessuto e successivamente invece come materia prima. Così con l’affermarsi della rivoluzione industriale si sviluppò una fase della lavorazione del cotone la (filatura meccanica) creata da Richard Arkwright che permetteva di avere il filo di cotone più resistente ed estensibile “…attività che prima della rivoluzione industriale, forniva gli otto decimi del consumo totale degli articoli di manifattura…Il cotone ebbe un duplice ruolo e ciascuno molto importante.Anzitutto uno quantitativo…gli articoli di cotone fornivano il 40 per cento delle esportazioni totali… anche un importante ruolo qualitativo grazie alla natura particolare delle sue fibre che si adattano al lavoro meccanico, che la meccanizzazione dell’industria tessile é stata portata a buon fine…”(Dove appare il cotone p.869).

In questa epoca si ebbe una gran disponibilità  del ferro a basso prezzo, infatti “…tra il 1720 e il1760 il consumo totale del ferro in Inghilterra é cresciuto del 50 per cento…”(E dove appare l’industria del ferro p.870). Tutto questo si verifica a causa della mancanza di legna e quindi per evitare di distruggere le foreste, ma anche per l’abbondanza di carbone. La nascita delle industrie venne anche aiutata dalle invenzioni nell’Inghilterra del 700. Alcune nel campo tessile (filatura meccanica), altre nell’industria e nei trasporti(Macchina a vapore). Intorno al 1860 la situazione nell’Europa continentale viene modificata da nuove scelte economiche; si passa da un’economia più o meno libera al cosiddetto “protezionismo” volto a monopolizzare il mercato proprio di una nazione, scoraggiando (con pesanti dazi doganali etc.) i rapporti con gli altri stati.Questo venne giustificato come una sorta di protezione per le industrie nascenti. Secondo Bairoch le fasi che caratterizzarono  la Rivoluzione industriale. in Occidente furono le seguenti: 1)il basso costo degli investimenti industriali “…derivava dall’estrema semplicità della tecnica …e’ evidente che una simile situazione ha facilitato l’emergere di una nuova classe di imprenditori, non solo in Inghilterra, ma anche nel resto dell’Occidente…”(Il debole costo degli investimenti industriali p.873). “…é stato non solo facilitato dal debole costo unitario degli investimenti, ma anche dall’assenza di una dimensione minima e ottima delle imprese. Una caratteristica importante della tecnica di questo periodo consisteva, in effetti, nella debole capacità produttiva delle macchine…”(p.874). 2)i profitti rappresentavano un elemento importante per il passaggio da una piccola ad una grande azienda; 3)i costi sociali umani: ovvero la schiavitù di donne e bambini, che interessarono il 40/60% della popolazione.

Il grande sviluppo economico europeo portò dietro di sé elementi positivi e negativi. Nel 1929, infatti, negli Stati  Uniti scoppia la “Grande Depressione” che colpì vari stati e in diverse maniere. “…depressione che è durata fino alla seconda guerra mondiale in molti paesi (ma non in tutti), dove ha causato un arretramento nel livello di vita di larghi strati della popolazione portò ad un arretramento del livello di vita di larghe fasce di popolazione…”(Dall’infatuazione per lo sviluppo alla crisi dello sviluppo p.877). La ricostruzione dei danni provocati dalla Grande guerra furono rapidi sia ad est che ad ovest. “…i paesi meno sviluppati hanno conosciuto una crescita più  rapida…”(p.880). “Nel 1973, …, un fattore esogeno stava per incominciare a bloccare il processo di sviluppo: il quadruplicamento del prezzo del petrolio grezzo..”(“Il capovolgimento delle strutture socio-economiche dell’occidente” p.880). Infatti, il mondo industrializzato fu colpito da una crisi energetica che ebbe ritorsioni sull’economia. Questi due eventi caratterizzarono nel 1930 una riduzione del prodotto lordo del mondo sviluppato che raggiunse il 28%, mentre quello del 1974 aumentò dello 0.2%.Tutto ciò causò disoccupazione soprattutto tra i giovani.Oltre all’Inghilterra, i paesi industrializzati erano: Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Argentina, Cile, Uruguay, Canada (allora il paese più  avanzato) ed infine il Giappone. Tutti questi paesi, non   popolati da europei, furono capaci di svilupparsi nel 19° secolo.

Ancora diversa la situazione nel cosiddetto Terzo Mondo dove non era presente lo sviluppo industriale anche a causa delle molteplici colonizzazioni durate sino al 19°secolo. Il Giappone, a differenza di questi paesi, riuscì a svilupparsi rendendo molto efficiente, dal punto di vista economico, l’agricoltura  anche grazie all’assenza di un regime coloniale, al clima temperato, e poiché esso è rimasto isolato dagli scambi internazionali indotti dalla rivoluzione industriale, il contrario di quello che accadde al Terzo Mondo. Il caso del Giappone, dunque, risulta essere completamente diverso da quello degli altri paesi rimasti arretrati.

Le differenze (gli scarti) tra i diversi livelli di sviluppo prima della rivoluzione industriale, (quindi nelle società tradizionali) venivano misurati mediante l’uso di diversi indicatori. Lo sviluppo economico in sé stesso, è sostanzialmente rappresentato da una crescita elevata di lungo periodo del prodotto pro-capite innescata dal progresso economico, accompagnato da importanti trasformazioni culturali, sociali, e strutturali e associato a un miglioramento nella distribuzione della ricchezza, nelle condizioni lavorative, nelle condizioni sanitarie e assistenziali della popolazione. La misurazione dunque, è stata fatta mediante la raccolta di dati relativi al livello di prodotto nazionale per abitante; informazioni relative alla situazione dell’Europa all’inizio del XIX secolo; elementi riguardanti lo scarto tra costo minimo della vita e consumo medio; dati sul livello di vita; rilevazione di dati riferiti all’evoluzione (aumento) dei salari; il punto di vista dei contemporanei.

“Si può concludere che nel quadro delle società tradizionali (escludendo le economie primitive), lo scarto massimo del livello di vita per abitante tra una nazione e l’altra era dell’ordine di 1,0 a 1,5-1,6 soltanto.”(“Sono esistiti sviluppo e sottosviluppo nelle società tradizionali  prima della rivoluzione industriale?”p.854) Con il passaggio all’industrializzazione si è sostanzialmente assistito ad un aumento di ciò che Bairoch definisce “livelli di disuguaglianza”, che, come visto precedentemente, nelle società tradizionali non erano molto rilevanti. Le differenze sono quindi cresciute in misura proporzionale allo sviluppo occidentale nonostante la popolazione mondiale si sia moltiplicata e siano diminuiti fortemente gli indici di mortalità infantile. Queste conquiste però hanno riguardato principalmente il mondo occidentale e ben tre quarti dell’umanità ne hanno subito gli effetti indiretti!

 

I livelli di sviluppo ottenuti dai paesi occidentali, a seguito della rivoluzione industriale, non possono essere stati raggiunti da un momento all’alto; è, infatti, a seguito di conquiste precedentemente realizzate, che questi paesi hanno potuto raggiungere tali traguardi. È quindi necessario tornare in dietro nei secoli, ed analizzare quel periodo in cui la dominazione europea assunse caratteri inauditi. Gli attuali paesi del terzo mondo devono la loro situazione di emarginazione, (condizione che può essere definita di “marginalità strutturale”)  allo sviluppo intorno al 1600, di una sorta di “ordine capitalistico imposto”. Questo periodo storico ha visto l’espansione degli europei nel mondo e la formazione di imperi coloniali. Per secoli sono state quindi sfruttate le  risorse economiche delle colonie ovvero di quelle zone tuttora oggi sottosviluppate.

“La disindustrializzazione del Terzo Mondo, può essere considerata senza dubbio come una delle conseguenze del colonialismo…”(“Il colonialismo, il sottosviluppo e lo sviluppo”  p.888). Baicoch considera il “liberalismo economico” uno degli alleati del colonialismo. Questo tipo di politica commerciale, imposto dalle potenze coloniali alle proprie colonie in gran parte dell’Africa e dell’Asia, fu responsabile della distruzione di forme di economie assolutamente primitive, provocando quindi un processo di deindustrializzazione. I paesi occidentali hanno quindi utilizzato una politica di liberalismo destinata a quei paesi facilmente influenzabili ed una politica di protezionismo per le metropoli. Ma fino a che punto la colonizzazione ha avuto un ruolo cruciale  nell’industrializzazione europea? Secondo Bairoch  tale ruolo non è da considerarsi poi tanto grande, e lo dimostra facendo uso di dati relativi alle esportazioni di materie prime del Terzo Mondo; egli si propone quindi, di sfatare uno dei miti presenti nella storia. Secondo questo tipo di analisi, né le materie prime delle colonie né gli sbocchi commerciali costituiti quest’ultime furono particolarmente rilevanti nello sviluppo europeo. Ancora nell’immediato dopoguerra argomenta Bairoch, i paesi sviluppati erano quasi totalmente autosufficienti dal punto di vista energetico. Fino alla fine degli anni trenta l’occidente produceva più energia di quella che consumava ed esportava un certo surplus di prodotti energetici. Nella seconda metà degli anni cinquanta dunque, l’occidente divenne indipendente dai paesi del Terzo Mondo in materia energetica, fino a quel momento l’unica importante materia prima riguardo alla quale i paesi sviluppati non erano pienamente autosufficienti era rappresentata dalle fibre tessili.

Contrariamente a quanto si crede, non vi è alcun periodo della storia dell’occidente sviluppato in cui gli sbocchi commerciali costituiti dalle colonie e dal terzo mondo siano stati mai veramente importanti  in termini globali per le sue industrie. Le colonie svolsero un ruolo assolutamente marginale nella crescita economica dei paesi colonizzatori. Bairoch sostiene, inoltre, che l’inizio della rivoluzione industriale in alcuni paesi, non sia stata  affatto favorita dal fenomeno coloniale e come la crescita economica sia stata più veloce in quei paesi non colonialisti. La colonizzazione è, senza dubbio, da considerarsi complice del sottosviluppo ma non dell’industrializzazione dell’occidente. I suoi effetti sono stati senz’altro molteplici; tra questi la disindustrializzazione (conseguenza del liberalismo economico); un complessivo bilancio negativo nell’economia agricola del terzo mondo; una sorta d’inflazione demografica dovuta all’utilizzo di tecniche mediche ed igieniche importate dall’occidente. Tutti questi ed altri effetti, disegnano buona parte del sottosviluppo del terzo mondo. “La ricchezza del mondo sviluppato non è un fattore esplicativo della povertà del Terzo Mondo, anche se le azioni di questo mondo sviluppato sono molto largamente alla base del sottosviluppo del Terzo mondo. E ciò in particolare a motivo del processo di colonizzazione” (“L’impoverimento di una parte non è, ipso facto, la causa dell’arricchimento dell’altra parte.”p.897). Occorre inoltre, fare un’importante distinzione tra sottosviluppo e non-sviluppo: mentre il sottosviluppo genera cambiamenti in senso negativo nelle condizioni socio-economiche, il non-sviluppo genera l’assenza dello sviluppo moderno. Bairoch analizza l’evoluzione economica dei paesi in via di sviluppo dopo l’indipendenza e gli ostacoli effettivamente esistenti al decollo dei paesi del Terzo Mondo. Gli imperi coloniali incominciarono a sgretolarsi solo negli anni ’20 dello scorso secolo, ma gli ultimi atti d’indipendenza risalgono agli anni ’50. Attualmente le colonie sono quasi tutte scomparse, ma in molti paesi permane una forte dipendenza economica. La classe dirigente locale, infatti, ottenuta l’indipendenza, si è trovata di fronte al compito di promuovere il proprio sviluppo economico e, non avendo a disposizione capitali e personale tecnico specializzato, sono stati costretti a chiedere aiuto al mondo sviluppato originando una nuova subordinazione economica il cosiddetto “neocolonialismo”, e alimentando un debito ormai insostenibile. Con il termine “Patto Coloniale” Bairoch indica: “ un insieme di norme che regolavano le relazioni tra le metropoli e le colonie prima del 19° secolo, la produzione industriale era vietata o molto limitata nelle colonie…” (La colonizzazione e la disindustrializzazione del Terzo Mondo p.885).

Per “paesi in via di sviluppo” s’indica un modo d’intendere tipico delle antiche colonie, mentre “indipendenza” è un termine in uso nelle antiche metropoli. Quest’ultima si ottenne tra il 1945 e il 1962 e si trasformò da politica ad economica.  In seguito nacquero vari organi per tutelare i paesi sottosviluppati. Nel 1962 venne creato il CNUCES (conferenza delle nazioni unite sul commercio e lo sviluppo) un organismo che avrebbe dovuto portare sviluppo nel Terzo Mondo. Tre anni dopo nacque il PNUS (programma delle nazioni unite per lo sviluppo). Il 1967 fu l’anno dell’ONUSI (organizzazione delle nazioni unite).

Al termine della seconda guerra mondiale il Terzo mondo venne assoggettato dall’espansione commerciale estera, infatti “…verso il 1970 le esportazioni dei paesi del Terzo mondo (esclusi i paesi comunisti) destinate ai paesi sviluppati rappresentavano poco più del 10 per cento del loro prodotto lordo, mentre le esportazioni dei paesi sviluppati verso il Terzo mondo non rappresentavano che meno del 2 per cento del loro prodotto lordo…” (Il commercio estero: il canale del neocolonialismo p.901). Inoltre in quei paesi la manodopera era abbondante ma di scarsa qualità per cui “…l’insuccesso dipende più dalla rapidità della crescita della popolazione che dall’insufficienza della crescita industriale…” (L’industrializzazione: speranza d’indipendenza p.902). Il Terzo Mondo abbonda di risorse minerarie, infatti “…tra il 1948 e il 1973, il tasso di crescita annuale della produzione di questo settore è stato superiore all’8 per cento…non è solo dovuta a quella dei prodotti petroliferi…e soprattutto dopo l’inizio degli anni 1960, a quello dei minerali. La Cina e gran parte degli altri paesi del Terzo Mondo ad economia socialista esportavano quasi solamente materie prime..” (La produttività mineraria: il settore in cui i ritmi di crescita sono stati i più rapidi, ma…p.902). Il mancato sviluppo del Terzo Mondo è legato secondo Bairoch, ad alcuni ostacoli, come quello demografico, quello tecnologico, i bassi costi di trasporti ed alti costi degli investimenti industriali.

Prima che l’espansione del capitalismo, dell’economia, e della tecnica avessero il sopravvento, secondo Bairoch, non vi erano sostanziali differenze tra i diversi paesi.

“Il livello dei paesi attualmente sviluppati era allora simile anzi, in certi casi e in certi campi, inferiore a quello della maggioranza dei paesi che oggi sono sottosviluppati.” (“Sviluppo e sottosviluppo i due volti di Giano della modernizzazione. A guisa d’introduzione” p.850) Dunque, è conseguentemente affermabile che non vi era sottosviluppo prima dell’inaudito sviluppo del mondo occidentale e, con il passare del tempo, diventa sempre più difficile fare previsioni in merito all’evoluzione della situazione economica e sociale dei paesi in via di sviluppo.  Ci sono, infatti, poche certezze di certo non rassicuranti: l’insistente inflazione demografica ad esempio, che a sua volta causerebbe il peggioramento della situazione alimentare. Si potrebbe sperare in un buon esito della ricerca genetica mediante la coltivazione di piante ad alto rendimento energetico e produttivo, o ancora in una vittoria nel campo della microelettronica con l’utilizzo di nuove energie o dell’industria biochimica. Tutti elementi che lasciano pochi punti fermi e molti interrogativi.

I costi sociali dello sviluppo sono quindi da considerarsi elevatissimi e Bairoch fornisce un quadro che fa presagire quanto improbabile possa essere lo sviluppo di queste aree emarginate della terra…