L'editoriale - AGOSTO  2006

Chi fa da sé fa per tre

Siamo all'apice della stagione estiva ed anche il Parlamento sembra risentire delle alte   temperature. Il questo clima  il Governo deve adeguarsi alle  circostanze per riuscire  governare a tutti i costi anche con una maggioranza che  proprio  tanto maggioranza,  in  termini numerici, non è. Ma ecco che il Premier non si  perde d'animo convinto  com'è di portare avanti il suo programma e di governare in ogni  caso. Di conseguenza,  il ricorso all'istituto della fiducia parlamentare, verrebbe così ad  essere legittimato  dalle   esigenze di governabilità nonostante, l'uso (o abuso) di questo  stesso  strumento  fosse  stato ampliamente criticato dell'attuale maggioranza al  precedente  Governo. Tuttavia, è  giusto ricordare che il precedente governo Berlusconi,  a   differenza dell'attuale, i numeri in parlamento li aveva e come eppure la fiducia   parlamentare l'ha utilizzata abbondantemente. Il fatto che Prodi tali numeri non li  abbia,   tuttavia, non giustifica la distrazione rispetto al meccanismo di funzionamento  della  democrazia dove il Parlamento, nella sua intera composizione, rappresenta il  popolo ed è  da esso delegato a discutere e a decidere. Se però a decidere è solo la  maggioranza  torniamo un po' in dietro nel tempo.  Ma si sa, quando  si deve si deve e  Prodi,  ultimamente con aria particolarmente intransigente e decisa, governa, succeda  quel  che succeda. Dritto per la sua strada sa di trovare in linea di massima l'appoggio  della  coalizione quando dice che se và a casa lui si ritorna alle urne dove i rischi di  andare  tutti a casa sono teoricamente molto alti. . Ebbene sì, il motto prodiano di  questa  estate sembra essere "chi fa da se fa per tre" o in altre parole "chi vuole mi  segua". Se  agosto è il mese più caldo dell'anno di meno non sarà nemmeno  settembre  e ottobre  dove altre questioni cruciali dovranno essere toccate. In questo  contesto il ricorso alla  fiducia parlamentare potrebbe essere vivamente inopportuno e  del resto anche  l'atteggiamento del Premier che il questo momento sembra viaggiare a senso unico.

G.D.

Via all'indulto

Il provvedimento di clemenza a favore dei detenuti ha trovato il via libera del Parlamento  a larga maggioranza  (ben i 2/3 del Parlamento) e con  l'appoggio della Santa Sede. . Dunque un provvedimento che ha il sapore della   necessarietà in riferimento, in   particolare, all'eccessivo numero di detenuti in   proporzione alla capacità delle singole  strutture carcerarie. Una questione che non ha   trovato grandi ostacoli e che anzi era   stata rimandata del precedente Governo per   esigenze elettorali. Tuttavia che via sia   stato un accordo ampio non esclude potenziali   interrogativi specie tra l'opinione   pubblica. Prevedere un atto di clemenza di questo   genere e non prevedere   corrispondentemente un piano di reinserimento sociale dei   detenuti stessi è come   costruire una casa senza fondamenta. I risultati infatti sono   stati   pressoché   immediati se pensiamo ai casi di soggetti che una volta usciti dalle   carceri hanno   commesso nuovi reati tali da rendere inefficace il provvedimento stesso.   Dunque,   bisogna ammettere, che una questione che non ha portato grandi dissidi non   esclude   il dibattito circa le modalità di attuazione del provvedimento  stesso e la   gestione delle conseguenze a prescindere dalle posizioni pressoché unanimi delle   forze   politiche.

G.D.

                                                                                L'editoriale - Luglio  2006

Il nuovo governo: l' Italia riparte?

L'Italia riparte". E' questo lo slogan con lui l’Unione ha dato vita al nuovo Governo. . Tuttavia per capire se l'Italia riparte bisogna vedere anzitutto dove si era fermata. . Bisogna farlo per capire quali sono le questioni da toccare con maggiore  urgenza . Liberalizzazioni ( o presunte tali), politica estera, indulto,  finanziaria (in  particolare), le  riforme delle riforme e tanto altro ancora.  Le questioni in ballo sono  molte e, se  vogliamo, nel lungo periodo  possiamo menzionare anche le politiche  istituzionali.   Si  prospetta, quindi,  un percorso non semplicissimo per il nuovo  Governo  ma, del resto,  non potevamo aspettarci diversamente e  questo non solo per  la portata delle  tematiche ma anche per la nuova composizione parlamentare con una  maggioranza   non particolarmente ampia e che neppure brilla per compattezza. E’  colpa del   sistema  elettorale potrebbe dire qualcuno o è sintomatico di un paese  spaccato dice  qualcun  altro. E’ semplicemente lo stato delle cose: un sistema politico  che cerca di  mostrarsi come quello che non è cioè un sistema costretto a “ridursi” a  grandi  coalizioni per la sopravvivenza. E così quando si tratta di governare tutti i nodi  vengono  al pettine. La conseguenza è che nel cercare di accontentare  tutti si  preferiscono  scelte mediate  e mezzi accordi spesso senza il carattere della radicalità.  All’alba del  nuovo Governo si profetizzano soluzioni in cui tappa obbligata sembra  essere quella di  allargare la maggioranza o nella peggiore (o migliore) delle ipotesi  nuove elezioni.  In  virtù di queste considerazioni riflettendo sulla affermazione iniziale  non ci resta che  affermare che, allo stato delle cose, se la “ripartenza” vi sarà questa  sarà in salita e  non priva di ostacoli. Un’impresa, dunque, le cui responsabilità e  speranze vengono  rimandate ad un leader di coalizione che per quanto possa cercare di  tenere unito il  Governo non  può certo fare miracoli e risolvere le conseguenze di    malanni che sono  insiti nel sistema stesso.

G.D.

La televisione oggi

L'attuale offerta televisiva è frutto di una evoluzione che rispecchia l’andamento della  società. Di solito è questo che si sente dire ma, guardando cosa ci offre oggi la  televisione, speriamo che così non sia. La televisione, si sa, oggi più che mai ha un  obiettivo prioritario: fare ascolti o, in altre parole, fare meglio della concorrenza. Fin qui  nulla di illecito o di sbagliato anzi il tutto è il risultato di quella parola dalle buone  implicazioni che fa rima con pluralismo e cioè “concorrenza”. Il problema è come ciò  viene fatto perché la televisione è capace di modellare le impressioni della gente i gusti  e persino i comportamenti. Alla prova dei fatti la concorrenza sembra però sostanziarsi  nel reality  più estremo o in quello che coinvolge i vips più interessanti, nel programma  di intrattenimento (o per meglio dire di gossip) più invadente o nelle ricette di cucina più  popolari. Ogni programma è  quindi studiato per fare ascolti e dunque esso non sarà  altro  che la rispondenza alle implicite richieste del telespettatore. Tuttavia è lecito  domandarsi se le richieste del  telespettatore sono qualcosa di spontaneo o se sono il  risultato di un qualcosa di indotto dalla televisione stessa. Forse la risposta più  coerente è quella che considera sia l’una che l’altra ipotesi. Ma in questo gioco ad  incastri viene meno un elemento fondamentale ed è qui che inizia il dramma. Sembra,  infatti,  non esser presa in considerazione la qualità del prodotto in quanto gli ascolti  vengono prima di essa. Ovviamente il discorso è in particolare rivolto alla televisione  pubblica che proprio perché tale, oltre al prodotto che risponde alle aspettative del  telespettatore, dovrebbe fornire un prodotto che abbia una “funzione sociale” in  direzione  della crescita e della guida della società. E quindi anziché modellare i  programmi rispetto alle richieste del telespettatore sarebbe preferibile modellare le  preferenze del telespettatore attraverso i prodotti televisivi offerti. Se il telespettatore  verrà “abituato”  ad una televisione di qualità non potrà far altro che chiederne sempre di  più. In questo senso la televisione potrebbe svolgere un vero e proprio ruolo di  “moderatore a fini sociali” e, perché no, anche un ruolo informativo maggiormente  educativo. Inoltre bisognerebbe evitare di dare l’idea di una società standardizzata e  dalle preferenze unanimi o bipolari quale non è quella italiana che anzi si caratterizza  per la sua storica disomogeneità  e complessità che ancora, aldilà delle apparenze,  esistono.

G.D.

                                                                    L'editoriale - GIUGNO  2006.

Le riforme istituzionali dopo il No al referendum

Il risultato complessivo del referendum del 25 giugno è stato: 38,7% per il NO e 61,3 %  per il Si. L'orientamento è dunque decisivo: la Costituzione non si cambia (almeno non  in questo modo). Il Governo di centro-sinistra, dunque, se per un verso ha conquistato   ciò che politicamente può essere considerata come una vittoria, dall'altro si è   riconfermata la necessità, in capo ad esso, di metter mano alle riforme istituzionali. . Compito di certo arduo se pensiamo che i tentativi di riformulare l'assetto di Governo    sono stati, nel corso della seconda Repubblica, molteplici e tutti senza esito decisivo  . Le grandi riforme annunciate non hanno mai trovato effettivo sbocco e si è quindi   concretizzata una totale sproporzione tra ciò che è stato annunciato dai vari Governi  succedutesi e ciò che  effettivamente è stato fatto. Questo è avvento anche per altre  tipologie di politiche  pubbliche ma, per le politiche istituzionali, il discorso si fa per   certi  versi più complesso. Spiegare il contenuto di tali affermazioni sarebbe, in questa   sede, fin troppo  controverso  e meriterebbe un discorso a parte che rimando. Dunque,  la natura della  sproporzione di cui parlavo prima, và anche ricercata nella natura  intrinseca delle  politiche istituzionali. Dalla commissione De Mita-Iotti passando per la  commissione      D' Alema e giungendo agli ultimi anni,  il discorso non cambia molto:  ciò di cui si può  parlare è di interventi mai radicali che hanno mantenuto la   Costituzione invariata (o quasi) seppur hanno aperto la strada al cambiamento (o la  tendenza verso il cambiamento)  senza tuttavia stravolgere l'impalcatura di base.  Auspicare ulteriori  interventi riformatori è tuttavia inevitabile data la necessità di curare  una serie di  patologie del nostro sistema di Governo. Oggi, come nei primi anni  novanta, il dibattito si è riacceso ed ha animato fortemente lo scontro politico. Mentre  da un lato è piuttosto chiaro ciò che  bisogna riformare dall'altro, i contenuti riformatori,  sono ben più controversi ed ancora  lontani da una convergenza tra le forze politiche  come  le recenti prese di posizione  dimostrano. 

G.D.

                                                                          L'editoriale - Maggio  2006

"IO NON UCCIDO LA COSTITUZIONE"

(AL REFERENDUM DEL 25 GIUGNO VOTO NO)

Riforma costituzionale: cosa potrebbe cambiare?

Il 25 giugno si avvicina e, in quella data, gli italiani saranno chiamati a confermare o  rigettare la proposta di riforma della Costituzione operata nella scorsa legislatura dal  governo di centro-destra. Esprimersi su un tema di così grande rilevanza implica la  conoscenza di cosa nel concreto stiamo andando a confermare o rigettare esprimendo  il nostro  "Si" o "No". Come spesso accade, l'opinione pubblica non è pienamente  informata perchè o troppo bombardata da dibattiti propagandistici o troppo spesso  abbandonata a se stessa e ad influenze trasversali che spesso non denotano una  corretta ed obiettiva informazione. Dunque ecco una breve ma essenziale ricognizione  delle trasformazioni a cui il referendum potrebbe dar  vita (ovviamente senza il carattere  della scientificità ma solo a scopo informativo).  

*       Partiamo dalle competenze, cioè la divisione di materie di competenza dello  Stato e delle Regioni. Il testo che andremo a votare ipotizza il trasferimento  verso le Regioni di alcune materie fondamentali quali: assistenza e  organizzazione sanitaria;organizzazione scolastica, gestione degli istituti  scolastici e di formazione, definizione della parte dei programmi scolastici e  formativi di interesse specifico della Regione; polizia amministrativa regionale e  locale.  

Cosa cambia?  Le materie suddette non apparterranno più allo Stato ma alle Regioni e  quindi, in queste materie, tutte le 20  Regioni potranno organizzarsi diversamente.

*       Passiamo ora alla riforma del Parlamento. Per quanto riguarda la Camera  avremo una diminuzione dei deputati, mentre il Senato si trasforma in "Senato  federale" in cui dovrebbe esserci la rappresentanza delle varie Regioni.

Cosa cambia?  Oggi abbiamo 2 camere (Camera e Senato) che svolgono praticamente  le stesse funzioni mentre con la riforma si differenzia la loro funzione.

*       Vi sarà un nuovo ruolo del Presidente della Repubblica

Cosa cambia?  Rispetto a oggi il Presidente avrà molti poteri in meno (per esempio  non  può sciogliere le camere).

*       Passiamo ora alla Forma di Governo. E' previsto il cosiddetto Premierato. Il  Premier, cioè il capo del Governo che risulterà vincitore delle elezioni, avrà una  serie sconfinata di poteri.

Cosa cambia?  Oggi il capo del Governo ha poteri che sono in equilibrio rispetto ai  poteri delle altre istituzioni (Parlamento e Presidente della Repubblica), mentre la  riforma dà ampi poteri al capo del Governo a discapito delle altre istituzioni.

*       Cambia la composizione delle Corte Costituzionale e, la nomina di alcuni dei  giudici che la compongono, sarà fatta dal Parlamento.

Cosa cambia? Aumenta il numero dei giudici e la nomina di alcuni di essi sarà fatta  dall'organo politico.

*       Cambia, inoltre, la modalità con la quale ricorrere a referendum costituzionale.

Cosa cambia? Le modifiche della Costituzione potranno essere sottoposte a  referendum con maggiore facilità.

G.D. 

Perchè votare NO al referendum del 25 giugno.

La domanda che qui ci poniamo è di fondamentale importanza perchè la riforma che  andremo a votare stravolge completamente la nostra democrazia. Infatti, quella che  ricade sotto il nome di Devolution, è a tutti gli effetti la modifica della nostra forma di  Stato (che da regionale diventa quasi federale) e della nostra forma di Governo (che da  parlamentare diventa una sorta di Premierato all'italiana). Quindi in quelle modifiche,  che nel precedente articolo ho brevemente analizzato, c'è la modifica dei caratteri  essenziali del nostro paese. Ma perchè votare no? Bè, se volessimo fare un'analisi   dettagliata non ne usciremmo più, quindi, mi soffermerò a citare gli aspetti  maggiormente lesivi. Direi che si può partire dal piano dei diritti. Lo spostamento di  materie verso le Regioni darebbe luogo a differenziazioni profonde tra le Regioni più  ricche e quelle più povere. Infatti se materie come la sanità appartengono in modo  esclusivo alle Regioni è ovvio che le regioni con risorse finanziarie maggiori sono più in  grado di rispondere alle esigenze dei cittadini mentre le Regioni economicamente più  povere non riuscirebbero a sopportare i costi dei servizi. Dunque ecco leso il principio di  uguaglianza nonché i diritti fondamentali dei cittadini tra cui quello alla salute (per   non parlare poi dell'istruzione, anch'essa materia di competenza esclusiva delle  Regioni).  Ecco realizzarsi una frantumazione territoriale ed un indebolimento delle  regioni più  povere.  Mi preme qui sottolineare, inoltre, come sopratutto questo  contenuto della  riforma (insieme alla modifica del Parlamento) sia frutto, in buona  parte, delle pretese  di  una delle componenti di Governo (ovvero la lega nord). Per  quanto riguarda il  Premierato all'italiana (lo definisco così perchè l'unica esperienza, non precisamente  uguale ma simile e disastrosa, c'è stata in Isdraele qualche anno fà) c'è da dire che si  tratta di una forma di Governo dove l'elemento fondamentale è  l'elezione diretta del  Premier. Egli ha il potere di sciogliere le camere, indire nuove  elezioni, ha il potere di  nomina e revoca dei ministri e sopratutto non ha bisogno della  fiducia del Parlamento  per insidiarsi. Quindi è un Premier che detiene importanti e  fondamentali poteri  indebolendo il Presidente della Repubblica e lo stesso  Parlamento.  Quindi, verrebbero  meno tutte quelle garanzie oggi esistenti.  Altro  aspetto è la facilità con cui la riforma  ipotizza di poter ricorre e referendum    costituzionale. Da un certo punto di vista si  potrebbe pensare ad un qualcosa di  positivo poiché ci sarebbe una maggior uso di uno  degli strumenti di democrazia  diretta, ma non è questo il caso. In questo contesto,  infatti, ad essere modificata  sarebbe la nostra Carta Costituzionale ovvero l'impalcatura  della nostra democrazia e, qualora richieda modifiche, queste devono essere fatte   possibilmente con la  convergenza delle forze politiche, con prudenza, con oggettività e  sopratutto con  ponderazione (se quello a cui stiamo pensando sono  revisioni   manutentive) e non a  colpi di maggioranza come la riforma prevede. Accanto a questi  aspetti lesivi ve ne  sono altri ma ho preferito focalizzare l'attenzione sopratutto sulla   forma di Stato e su  quella di Governo. Non so quanto di veramente informativo ci sarà  in  questa nuova  campagna elettorale "pro o contro" riforma ma, speriamo prevarrà più  che l'interesse  politico, il buon senso e l'oggettività degli italiani.

G.D.

 

                                                                              L'editoriale - aprile  2006

 Sistemi elettorali e democrazia. Dal maggioritario al proporzionale.

Il 21 dicembre 2005, ad appena qualche mese dalle elezioni, il Governo di centro  destra  approva la riforma del sistema elettorale decretando il ritorno al sistema  proporzionale. A seguito di tale approvazione non può sfuggire, agli osservatori più  attenti, l'offensiva politica che il centro destra ha voluto lanciare in previsione di una sua  imminente perdita alle elezioni politiche del 9 e 10 aprile. Si è ritornati, nel concreto, ai  tratti tipici di un sistema elettorale che è stato accusato, nella prima Repubblica, di  causare frammentazione partitica ed instabilità seppur in virtù di una maggiore  rappresentatività. Gli italiani, dopo tutto, erano stati chiari dando, con il referendum del  '93, il loro "si" al passaggio ad un sistema prevalentemente maggioritario, sistema che  ha assicurato, nella XIV legislatura, una stabilità ed una maggioranza parlamentare  senza precedenti. Dunque, a cosa attribuire questo nuovo ritorno al proporzionale se  non alla volontà di mettere in crisi il prossimo governo (con buone probabilità di centro  sinistra)? Nel concreto sono stati riformati (E.Rosito) i sistemi di elezione della Camera  dei deputati e del Senato della Repubblica: è stato introdotto il voto di lista e il premio  di  maggioranza in favore della coalizione di liste collegate o della lista isolata che  ottenga, sul piano nazionale per la Camera, o sul piano regionale per il Senato, il più  alto numero di voti. Si tratta, dunque, in entrambi i casi, di un sistema maggioritario di  coalizione, con successivo riparto proporzionale dei seggi spettanti tra le liste  componenti. L’elettore, anziché votare direttamente su due schede separate il  candidato prescelto nel proprio collegio uninominale (parte maggioritaria) e la lista da lui  preferita, da cui eventualmente scegliere un candidato (parte proporzionale), si  limiterà a votare la lista stessa. Le liste dei candidati saranno chiuse e le graduatorie  indicate direttamente dai partiti stessi. Quindi, cosa c'è da aspettarsi? Sicuramente  una  difficile governabilità per chiunque andrà al governo poiché si può ipotizzare uno    scar to minimo, in termini di seggi, tra le due coalizioni. La stabilità governativa, tanto   auspicata per la seconda Repubblica, viene quindi messa in crisi da una legge che,   aldilà dei contenuti, cambia le "regole del gioco" destabilizzando un sistema che aveva   assicurato (proprio alla coalizione di centro destra) ben cinque anni di Governo!

G.D.

 

 Decentramento amministrativo e sussidiarietà.

Con la riforma del Titolo V parte II della Costituzione si è confermata la volontà di   procedere ad un ampio decentramento di funzioni amministrative cercando di privilegiare   il Comune in quanto ente più vicino alle esigenze dei cittadini. In questa  nuova cornice costituzionale, per ciò che attiene tale riparto di funzioni tra i soggetti  che  costituiscono la Repubblica,  a fare da guida è l’innovativo principio di  sussidiarietà. Di esso e della sua portata innovativa si è detto e scritto  abbondantemente. Aspetto più controverso è,invece, quello relativo alla sua effettiva  applicazione e a come l'ente comunale, essendo il protagonista del processo    devolutivo, può recepire il principio in questione. Effettiva valorizzazione dei Comuni o   semplice onere aggiuntivo a capo delle amministrazioni comunali che molto spesso  non   riescono a gestire efficientemente i compiti che gli spettano? La sussidiarietà, si  sa, è un concetto guida della ripartizione delle funzioni ma, molto spesso, l'astrattismo  costituzionale rischia di non tradursi in atti concreti qualora non venga affiancato da  precise disposizioni legislative. Dunque, che la valorizzazione delle autonomie locali sia  la strada che si sta percorrendo (anche in termini federalisti) è ovvio ma bisognerà  valutare la reale percezione di tale valorizzazione in capo agli enti interessati e  sopratutto come questi ultimi "sfrutteranno" la carta dell'autonomismo.

G.D.

Riforma costituzionale: innovazione o frammentazione?

Referendum confermativo in vista. Sarà questo il primo vero e decisivo appuntamento  per il futuro Governo dopo il "si" della  Cassazione. Anche i consiglieri regionali  calabresi hanno partecipato alla richiesta di utilizzare il principale strumento di  democrazia diretta che un paese democratico possiede. Dunque la questione, che più  di tutte le altre ha aperto una profonda divisione parlamentare, viene rimandata ai  cittadini italiani che, aldilà dell'affluenza (non essendoci necessità di quorum), decideranno la futura forma di Stato. Mai come in questa fase della Repubblica italiana  si toccano alcune delle corde principali della  nostra democrazia. Quindi c'è da  chiedersi: siamo davanti ad una innovazione istituzionale o od una grave  frammentazione territoriale? La domanda sorge spontanea se si prendono in  considerazioni le tesi delle due coalizioni le quali hanno abbinato i loro opposti punti di  vista alla campagna elettorale. Innovazione, modernizzazione, adeguamento alle  esigenze territoriali, effettivo autonomismo, svolta federale... sono solo alcuni dei punti  richiamati della coalizione di centro-destra.  Le tesi a sfavore di tale riforma sono  molteplici ma, il richiamo più frequente, è relativo al piano dei diritti. Vi sarebbe, infatti,  una limitazione di questi ultimi e, quindi, una non corrispondenza con i principi  contenuti nella prima parte della Costituzione, situazione quest'ultima che darebbe vita  a profonde differenziazioni territoriali tra le già esistenti "diverse Italie". Quanto alla  forma di Governo, come è stato da più parti sottolineato, vi sarebbe, nel Premierato  previsto, la totale assenza di "freni e contrappesi" tra i vari poteri dello Stato tipici ed  indispensabili per una democrazia. Spostandosi dal piano prettamente giuridico a  quello  politico le tesi a sfavore puntano a sottolineare come i principali contenuti della  riforma siano frutto delle pretese della Lega Nord, la quale, essendo stata componente  essenziale di Governo, ha potuto far valere le sue richieste poi formalmente sostenute  dall'intera maggioranza. Le argomentazioni a favore, ma sopratutto quelle a sfavore,  sono molteplici e variegate e criticano o appoggiano i punti che i circa 50 articoli da  modificare toccano. In questo quadro, dunque, possiamo aspettarci, per l'inizio della   XV  legislatura, un nuovo dibattito politico/informativo (ma di certo mai pienamente  oggettivo) dove però,  mai come in questo momento, componenti essenziali saranno le  percezioni e le posizioni dei cittadini.  Dunque:innovazione o frammentazione? La  parola agli italiani.

G.D.