Chi fa da sé fa per tre
Siamo all'apice della stagione estiva ed anche il Parlamento sembra risentire delle alte temperature. Il questo clima il Governo deve adeguarsi alle circostanze per riuscire governare a tutti i costi anche con una maggioranza che proprio tanto maggioranza, in termini numerici, non è. Ma ecco che il Premier non si perde d'animo convinto com'è di portare avanti il suo programma e di governare in ogni caso. Di conseguenza, il ricorso all'istituto della fiducia parlamentare, verrebbe così ad essere legittimato dalle esigenze di governabilità nonostante, l'uso (o abuso) di questo stesso strumento fosse stato ampliamente criticato dell'attuale maggioranza al precedente Governo. Tuttavia, è giusto ricordare che il precedente governo Berlusconi, a differenza dell'attuale, i numeri in parlamento li aveva e come eppure la fiducia parlamentare l'ha utilizzata abbondantemente. Il fatto che Prodi tali numeri non li abbia, tuttavia, non giustifica la distrazione rispetto al meccanismo di funzionamento della democrazia dove il Parlamento, nella sua intera composizione, rappresenta il popolo ed è da esso delegato a discutere e a decidere. Se però a decidere è solo la maggioranza torniamo un po' in dietro nel tempo. Ma si sa, quando si deve si deve e Prodi, ultimamente con aria particolarmente intransigente e decisa, governa, succeda quel che succeda. Dritto per la sua strada sa di trovare in linea di massima l'appoggio della coalizione quando dice che se và a casa lui si ritorna alle urne dove i rischi di andare tutti a casa sono teoricamente molto alti. . Ebbene sì, il motto prodiano di questa estate sembra essere "chi fa da se fa per tre" o in altre parole "chi vuole mi segua". Se agosto è il mese più caldo dell'anno di meno non sarà nemmeno settembre e ottobre dove altre questioni cruciali dovranno essere toccate. In questo contesto il ricorso alla fiducia parlamentare potrebbe essere vivamente inopportuno e del resto anche l'atteggiamento del Premier che il questo momento sembra viaggiare a senso unico.
G.D.
Via all'indulto
Il provvedimento di clemenza a favore dei detenuti ha trovato il via libera del Parlamento a larga maggioranza (ben i 2/3 del Parlamento) e con l'appoggio della Santa Sede. . Dunque un provvedimento che ha il sapore della necessarietà in riferimento, in particolare, all'eccessivo numero di detenuti in proporzione alla capacità delle singole strutture carcerarie. Una questione che non ha trovato grandi ostacoli e che anzi era stata rimandata del precedente Governo per esigenze elettorali. Tuttavia che via sia stato un accordo ampio non esclude potenziali interrogativi specie tra l'opinione pubblica. Prevedere un atto di clemenza di questo genere e non prevedere corrispondentemente un piano di reinserimento sociale dei detenuti stessi è come costruire una casa senza fondamenta. I risultati infatti sono stati pressoché immediati se pensiamo ai casi di soggetti che una volta usciti dalle carceri hanno commesso nuovi reati tali da rendere inefficace il provvedimento stesso. Dunque, bisogna ammettere, che una questione che non ha portato grandi dissidi non esclude il dibattito circa le modalità di attuazione del provvedimento stesso e la gestione delle conseguenze a prescindere dalle posizioni pressoché unanimi delle forze politiche.
G.D.
Il nuovo governo: l' Italia riparte?
L'Italia riparte". E' questo lo slogan con lui l’Unione ha dato vita al nuovo Governo. . Tuttavia per capire se l'Italia riparte bisogna vedere anzitutto dove si era fermata. . Bisogna farlo per capire quali sono le questioni da toccare con maggiore urgenza . Liberalizzazioni ( o presunte tali), politica estera, indulto, finanziaria (in particolare), le riforme delle riforme e tanto altro ancora. Le questioni in ballo sono molte e, se vogliamo, nel lungo periodo possiamo menzionare anche le politiche istituzionali. Si prospetta, quindi, un percorso non semplicissimo per il nuovo Governo ma, del resto, non potevamo aspettarci diversamente e questo non solo per la portata delle tematiche ma anche per la nuova composizione parlamentare con una maggioranza non particolarmente ampia e che neppure brilla per compattezza. E’ colpa del sistema elettorale potrebbe dire qualcuno o è sintomatico di un paese spaccato dice qualcun altro. E’ semplicemente lo stato delle cose: un sistema politico che cerca di mostrarsi come quello che non è cioè un sistema costretto a “ridursi” a grandi coalizioni per la sopravvivenza. E così quando si tratta di governare tutti i nodi vengono al pettine. La conseguenza è che nel cercare di accontentare tutti si preferiscono scelte mediate e mezzi accordi spesso senza il carattere della radicalità. All’alba del nuovo Governo si profetizzano soluzioni in cui tappa obbligata sembra essere quella di allargare la maggioranza o nella peggiore (o migliore) delle ipotesi nuove elezioni. In virtù di queste considerazioni riflettendo sulla affermazione iniziale non ci resta che affermare che, allo stato delle cose, se la “ripartenza” vi sarà questa sarà in salita e non priva di ostacoli. Un’impresa, dunque, le cui responsabilità e speranze vengono rimandate ad un leader di coalizione che per quanto possa cercare di tenere unito il Governo non può certo fare miracoli e risolvere le conseguenze di malanni che sono insiti nel sistema stesso.
G.D.
La televisione oggi
L'attuale offerta televisiva è frutto di una evoluzione che rispecchia l’andamento della società. Di solito è questo che si sente dire ma, guardando cosa ci offre oggi la televisione, speriamo che così non sia. La televisione, si sa, oggi più che mai ha un obiettivo prioritario: fare ascolti o, in altre parole, fare meglio della concorrenza. Fin qui nulla di illecito o di sbagliato anzi il tutto è il risultato di quella parola dalle buone implicazioni che fa rima con pluralismo e cioè “concorrenza”. Il problema è come ciò viene fatto perché la televisione è capace di modellare le impressioni della gente i gusti e persino i comportamenti. Alla prova dei fatti la concorrenza sembra però sostanziarsi nel reality più estremo o in quello che coinvolge i vips più interessanti, nel programma di intrattenimento (o per meglio dire di gossip) più invadente o nelle ricette di cucina più popolari. Ogni programma è quindi studiato per fare ascolti e dunque esso non sarà altro che la rispondenza alle implicite richieste del telespettatore. Tuttavia è lecito domandarsi se le richieste del telespettatore sono qualcosa di spontaneo o se sono il risultato di un qualcosa di indotto dalla televisione stessa. Forse la risposta più coerente è quella che considera sia l’una che l’altra ipotesi. Ma in questo gioco ad incastri viene meno un elemento fondamentale ed è qui che inizia il dramma. Sembra, infatti, non esser presa in considerazione la qualità del prodotto in quanto gli ascolti vengono prima di essa. Ovviamente il discorso è in particolare rivolto alla televisione pubblica che proprio perché tale, oltre al prodotto che risponde alle aspettative del telespettatore, dovrebbe fornire un prodotto che abbia una “funzione sociale” in direzione della crescita e della guida della società. E quindi anziché modellare i programmi rispetto alle richieste del telespettatore sarebbe preferibile modellare le preferenze del telespettatore attraverso i prodotti televisivi offerti. Se il telespettatore verrà “abituato” ad una televisione di qualità non potrà far altro che chiederne sempre di più. In questo senso la televisione potrebbe svolgere un vero e proprio ruolo di “moderatore a fini sociali” e, perché no, anche un ruolo informativo maggiormente educativo. Inoltre bisognerebbe evitare di dare l’idea di una società standardizzata e dalle preferenze unanimi o bipolari quale non è quella italiana che anzi si caratterizza per la sua storica disomogeneità e complessità che ancora, aldilà delle apparenze, esistono.
G.D.
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Le riforme istituzionali dopo il No al referendum
Il risultato complessivo del referendum del 25 giugno è stato: 38,7% per il NO e 61,3 % per il Si. L'orientamento è dunque decisivo: la Costituzione non si cambia (almeno non in questo modo). Il Governo di centro-sinistra, dunque, se per un verso ha conquistato ciò che politicamente può essere considerata come una vittoria, dall'altro si è riconfermata la necessità, in capo ad esso, di metter mano alle riforme istituzionali. . Compito di certo arduo se pensiamo che i tentativi di riformulare l'assetto di Governo sono stati, nel corso della seconda Repubblica, molteplici e tutti senza esito decisivo . Le grandi riforme annunciate non hanno mai trovato effettivo sbocco e si è quindi concretizzata una totale sproporzione tra ciò che è stato annunciato dai vari Governi succedutesi e ciò che effettivamente è stato fatto. Questo è avvento anche per altre tipologie di politiche pubbliche ma, per le politiche istituzionali, il discorso si fa per certi versi più complesso. Spiegare il contenuto di tali affermazioni sarebbe, in questa sede, fin troppo controverso e meriterebbe un discorso a parte che rimando. Dunque, la natura della sproporzione di cui parlavo prima, và anche ricercata nella natura intrinseca delle politiche istituzionali. Dalla commissione De Mita-Iotti passando per la commissione D' Alema e giungendo agli ultimi anni, il discorso non cambia molto: ciò di cui si può parlare è di interventi mai radicali che hanno mantenuto la Costituzione invariata (o quasi) seppur hanno aperto la strada al cambiamento (o la tendenza verso il cambiamento) senza tuttavia stravolgere l'impalcatura di base. Auspicare ulteriori interventi riformatori è tuttavia inevitabile data la necessità di curare una serie di patologie del nostro sistema di Governo. Oggi, come nei primi anni novanta, il dibattito si è riacceso ed ha animato fortemente lo scontro politico. Mentre da un lato è piuttosto chiaro ciò che bisogna riformare dall'altro, i contenuti riformatori, sono ben più controversi ed ancora lontani da una convergenza tra le forze politiche come le recenti prese di posizione dimostrano.
G.D.
"IO NON UCCIDO LA COSTITUZIONE"
(AL REFERENDUM DEL 25 GIUGNO VOTO NO)
Riforma costituzionale: cosa potrebbe cambiare?
Il 25 giugno si avvicina e, in quella data, gli italiani saranno chiamati a confermare o rigettare la proposta di riforma della Costituzione operata nella scorsa legislatura dal governo di centro-destra. Esprimersi su un tema di così grande rilevanza implica la conoscenza di cosa nel concreto stiamo andando a confermare o rigettare esprimendo il nostro "Si" o "No". Come spesso accade, l'opinione pubblica non è pienamente informata perchè o troppo bombardata da dibattiti propagandistici o troppo spesso abbandonata a se stessa e ad influenze trasversali che spesso non denotano una corretta ed obiettiva informazione. Dunque ecco una breve ma essenziale ricognizione delle trasformazioni a cui il referendum potrebbe dar vita (ovviamente senza il carattere della scientificità ma solo a scopo informativo).
Partiamo dalle competenze, cioè la divisione di
materie di competenza dello Stato e delle Regioni. Il testo che andremo
a votare ipotizza il trasferimento verso le Regioni di alcune materie
fondamentali quali: assistenza e organizzazione sanitaria;organizzazione
scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione,
definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di
interesse specifico della Regione; polizia amministrativa regionale e
locale.
Cosa cambia? Le materie suddette non apparterranno più allo Stato ma alle Regioni e quindi, in queste materie, tutte le 20 Regioni potranno organizzarsi diversamente.
Passiamo ora alla riforma del Parlamento. Per
quanto riguarda la Camera avremo una diminuzione dei deputati, mentre il
Senato si trasforma in "Senato federale" in cui dovrebbe esserci la
rappresentanza delle varie Regioni.
Cosa cambia? Oggi abbiamo 2 camere (Camera e Senato) che svolgono praticamente le stesse funzioni mentre con la riforma si differenzia la loro funzione.
Vi sarà un nuovo ruolo del Presidente della
Repubblica
Cosa cambia? Rispetto a oggi il Presidente avrà molti poteri in meno (per esempio non può sciogliere le camere).
Passiamo ora alla Forma di Governo. E' previsto
il cosiddetto Premierato. Il Premier, cioè il capo del Governo che
risulterà vincitore delle elezioni, avrà una serie sconfinata di poteri.
Cosa cambia? Oggi il capo del Governo ha poteri che sono in equilibrio rispetto ai poteri delle altre istituzioni (Parlamento e Presidente della Repubblica), mentre la riforma dà ampi poteri al capo del Governo a discapito delle altre istituzioni.
Cambia la composizione delle Corte Costituzionale
e, la nomina di alcuni dei giudici che la compongono, sarà fatta dal
Parlamento.
Cosa cambia? Aumenta il numero dei giudici e la nomina di alcuni di essi sarà fatta dall'organo politico.
Cambia, inoltre, la modalità con la quale
ricorrere a referendum costituzionale.
Cosa cambia? Le modifiche della Costituzione potranno essere sottoposte a referendum con maggiore facilità.
G.D.
Perchè votare NO al referendum del 25 giugno.
La domanda che qui ci poniamo è di fondamentale importanza perchè la riforma che andremo a votare stravolge completamente la nostra democrazia. Infatti, quella che ricade sotto il nome di Devolution, è a tutti gli effetti la modifica della nostra forma di Stato (che da regionale diventa quasi federale) e della nostra forma di Governo (che da parlamentare diventa una sorta di Premierato all'italiana). Quindi in quelle modifiche, che nel precedente articolo ho brevemente analizzato, c'è la modifica dei caratteri essenziali del nostro paese. Ma perchè votare no? Bè, se volessimo fare un'analisi dettagliata non ne usciremmo più, quindi, mi soffermerò a citare gli aspetti maggiormente lesivi. Direi che si può partire dal piano dei diritti. Lo spostamento di materie verso le Regioni darebbe luogo a differenziazioni profonde tra le Regioni più ricche e quelle più povere. Infatti se materie come la sanità appartengono in modo esclusivo alle Regioni è ovvio che le regioni con risorse finanziarie maggiori sono più in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini mentre le Regioni economicamente più povere non riuscirebbero a sopportare i costi dei servizi. Dunque ecco leso il principio di uguaglianza nonché i diritti fondamentali dei cittadini tra cui quello alla salute (per non parlare poi dell'istruzione, anch'essa materia di competenza esclusiva delle Regioni). Ecco realizzarsi una frantumazione territoriale ed un indebolimento delle regioni più povere. Mi preme qui sottolineare, inoltre, come sopratutto questo contenuto della riforma (insieme alla modifica del Parlamento) sia frutto, in buona parte, delle pretese di una delle componenti di Governo (ovvero la lega nord). Per quanto riguarda il Premierato all'italiana (lo definisco così perchè l'unica esperienza, non precisamente uguale ma simile e disastrosa, c'è stata in Isdraele qualche anno fà) c'è da dire che si tratta di una forma di Governo dove l'elemento fondamentale è l'elezione diretta del Premier. Egli ha il potere di sciogliere le camere, indire nuove elezioni, ha il potere di nomina e revoca dei ministri e sopratutto non ha bisogno della fiducia del Parlamento per insidiarsi. Quindi è un Premier che detiene importanti e fondamentali poteri indebolendo il Presidente della Repubblica e lo stesso Parlamento. Quindi, verrebbero meno tutte quelle garanzie oggi esistenti. Altro aspetto è la facilità con cui la riforma ipotizza di poter ricorre e referendum costituzionale. Da un certo punto di vista si potrebbe pensare ad un qualcosa di positivo poiché ci sarebbe una maggior uso di uno degli strumenti di democrazia diretta, ma non è questo il caso. In questo contesto, infatti, ad essere modificata sarebbe la nostra Carta Costituzionale ovvero l'impalcatura della nostra democrazia e, qualora richieda modifiche, queste devono essere fatte possibilmente con la convergenza delle forze politiche, con prudenza, con oggettività e sopratutto con ponderazione (se quello a cui stiamo pensando sono revisioni manutentive) e non a colpi di maggioranza come la riforma prevede. Accanto a questi aspetti lesivi ve ne sono altri ma ho preferito focalizzare l'attenzione sopratutto sulla forma di Stato e su quella di Governo. Non so quanto di veramente informativo ci sarà in questa nuova campagna elettorale "pro o contro" riforma ma, speriamo prevarrà più che l'interesse politico, il buon senso e l'oggettività degli italiani.
G.D.
Sistemi elettorali e democrazia. Dal maggioritario al proporzionale.
Il 21 dicembre 2005, ad appena qualche mese dalle elezioni, il Governo di centro destra approva la riforma del sistema elettorale decretando il ritorno al sistema proporzionale. A seguito di tale approvazione non può sfuggire, agli osservatori più attenti, l'offensiva politica che il centro destra ha voluto lanciare in previsione di una sua imminente perdita alle elezioni politiche del 9 e 10 aprile. Si è ritornati, nel concreto, ai tratti tipici di un sistema elettorale che è stato accusato, nella prima Repubblica, di causare frammentazione partitica ed instabilità seppur in virtù di una maggiore rappresentatività. Gli italiani, dopo tutto, erano stati chiari dando, con il referendum del '93, il loro "si" al passaggio ad un sistema prevalentemente maggioritario, sistema che ha assicurato, nella XIV legislatura, una stabilità ed una maggioranza parlamentare senza precedenti. Dunque, a cosa attribuire questo nuovo ritorno al proporzionale se non alla volontà di mettere in crisi il prossimo governo (con buone probabilità di centro sinistra)? Nel concreto sono stati riformati (E.Rosito) i sistemi di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica: è stato introdotto il voto di lista e il premio di maggioranza in favore della coalizione di liste collegate o della lista isolata che ottenga, sul piano nazionale per la Camera, o sul piano regionale per il Senato, il più alto numero di voti. Si tratta, dunque, in entrambi i casi, di un sistema maggioritario di coalizione, con successivo riparto proporzionale dei seggi spettanti tra le liste componenti. L’elettore, anziché votare direttamente su due schede separate il candidato prescelto nel proprio collegio uninominale (parte maggioritaria) e la lista da lui preferita, da cui eventualmente scegliere un candidato (parte proporzionale), si limiterà a votare la lista stessa. Le liste dei candidati saranno chiuse e le graduatorie indicate direttamente dai partiti stessi. Quindi, cosa c'è da aspettarsi? Sicuramente una difficile governabilità per chiunque andrà al governo poiché si può ipotizzare uno scar to minimo, in termini di seggi, tra le due coalizioni. La stabilità governativa, tanto auspicata per la seconda Repubblica, viene quindi messa in crisi da una legge che, aldilà dei contenuti, cambia le "regole del gioco" destabilizzando un sistema che aveva assicurato (proprio alla coalizione di centro destra) ben cinque anni di Governo!
G.D.
Decentramento amministrativo e sussidiarietà.
Con la riforma del Titolo V parte II della Costituzione si è confermata la volontà di procedere ad un ampio decentramento di funzioni amministrative cercando di privilegiare il Comune in quanto ente più vicino alle esigenze dei cittadini. In questa nuova cornice costituzionale, per ciò che attiene tale riparto di funzioni tra i soggetti che costituiscono la Repubblica, a fare da guida è l’innovativo principio di sussidiarietà. Di esso e della sua portata innovativa si è detto e scritto abbondantemente. Aspetto più controverso è,invece, quello relativo alla sua effettiva applicazione e a come l'ente comunale, essendo il protagonista del processo devolutivo, può recepire il principio in questione. Effettiva valorizzazione dei Comuni o semplice onere aggiuntivo a capo delle amministrazioni comunali che molto spesso non riescono a gestire efficientemente i compiti che gli spettano? La sussidiarietà, si sa, è un concetto guida della ripartizione delle funzioni ma, molto spesso, l'astrattismo costituzionale rischia di non tradursi in atti concreti qualora non venga affiancato da precise disposizioni legislative. Dunque, che la valorizzazione delle autonomie locali sia la strada che si sta percorrendo (anche in termini federalisti) è ovvio ma bisognerà valutare la reale percezione di tale valorizzazione in capo agli enti interessati e sopratutto come questi ultimi "sfrutteranno" la carta dell'autonomismo.
G.D.
Riforma costituzionale: innovazione o frammentazione?
Referendum confermativo in vista. Sarà questo il primo vero e decisivo appuntamento per il futuro Governo dopo il "si" della Cassazione. Anche i consiglieri regionali calabresi hanno partecipato alla richiesta di utilizzare il principale strumento di democrazia diretta che un paese democratico possiede. Dunque la questione, che più di tutte le altre ha aperto una profonda divisione parlamentare, viene rimandata ai cittadini italiani che, aldilà dell'affluenza (non essendoci necessità di quorum), decideranno la futura forma di Stato. Mai come in questa fase della Repubblica italiana si toccano alcune delle corde principali della nostra democrazia. Quindi c'è da chiedersi: siamo davanti ad una innovazione istituzionale o od una grave frammentazione territoriale? La domanda sorge spontanea se si prendono in considerazioni le tesi delle due coalizioni le quali hanno abbinato i loro opposti punti di vista alla campagna elettorale. Innovazione, modernizzazione, adeguamento alle esigenze territoriali, effettivo autonomismo, svolta federale... sono solo alcuni dei punti richiamati della coalizione di centro-destra. Le tesi a sfavore di tale riforma sono molteplici ma, il richiamo più frequente, è relativo al piano dei diritti. Vi sarebbe, infatti, una limitazione di questi ultimi e, quindi, una non corrispondenza con i principi contenuti nella prima parte della Costituzione, situazione quest'ultima che darebbe vita a profonde differenziazioni territoriali tra le già esistenti "diverse Italie". Quanto alla forma di Governo, come è stato da più parti sottolineato, vi sarebbe, nel Premierato previsto, la totale assenza di "freni e contrappesi" tra i vari poteri dello Stato tipici ed indispensabili per una democrazia. Spostandosi dal piano prettamente giuridico a quello politico le tesi a sfavore puntano a sottolineare come i principali contenuti della riforma siano frutto delle pretese della Lega Nord, la quale, essendo stata componente essenziale di Governo, ha potuto far valere le sue richieste poi formalmente sostenute dall'intera maggioranza. Le argomentazioni a favore, ma sopratutto quelle a sfavore, sono molteplici e variegate e criticano o appoggiano i punti che i circa 50 articoli da modificare toccano. In questo quadro, dunque, possiamo aspettarci, per l'inizio della XV legislatura, un nuovo dibattito politico/informativo (ma di certo mai pienamente oggettivo) dove però, mai come in questo momento, componenti essenziali saranno le percezioni e le posizioni dei cittadini. Dunque:innovazione o frammentazione? La parola agli italiani.
G.D.