Jaufre Rudel
Lanquan li jorn son
lonc en mai
Coi giorni lunghi in
maggio un dolce canto
mi piace d’uccellini
di lontano,
e quando sono andato
via di là
porto in mente un
amore di lontano:
vado abbattuto in
cuore a capo chino,
che né canto né
biancospino
mi piaccion più del
gelo dell’inverno.
Non avrò mai gioia
d’amore
se non di quest’amore
di lontano,
che non ne so più
nobile e migliore
in nessun luogo,
vicino o lontano:
tanto è puro e
sincero il suo valore,
che nel regno laggiù
dei Saraceni
fossi per lei “quel
povero!” chiamato!
Triste e gioioso me
ne andrò
se mai vedo l’amore
di lontano,
ma non so quando,
perché sono
le nostre terre
troppo di lontano:
ci sono tanti valichi
e cammini,
che di ciò non posso
essere indovino...
ma che sia come piace
a Dio.
Che gioia quando
chiederò
per Dio accoglienza
di lontano,
e se vuole dimorerò
là presso, anche se
sono di lontano:
sarà prezioso allora
il conversare,
quando il lontano
amante da vicino
godrà il piacere del
suo bel parlare.
Credo bene il Signore
veritiero
per cui vedrò l’amore
di lontano,
ma per un bene che ne
ho
ne ho due mali, che
tanto son lontano.
Ah! Se fossi là
pellegrino,
che il mio bordone e
la schiavina
dai suoi begli occhi
fossero guardati!
Dio che fece ogni
cosa che va e viene,
e fermò quest’amore
di lontano,
mi dia il potere,
poiché io ne ho il cuore,
che io veda l’amore
di lontano
per davvero e in un
luogo tale
che la camera ed il
giardino
m’appaiano sempre un
castello!
Dice il vero chi mi
dice goloso
e voglioso d’amore di
lontano,
che non mi piace
tanto alcuna gioia
quanto godere amore
di lontano.
Ma ciò che voglio m’è
impedito,
che il mio padrino
m’ha stregato
perché amassi e non
fossi amato.
Ma ciò che voglio m’è
impedito.
Che sia maledetto il
padrino
che mi stregò perché
non fossi amato!
.....Testo:
Jaufre Rudel, L’amore lontano, a cura
di Giorgio Chiarini, Roma, Carocci, 2003 (nuova
ed., a
cura di Marco Infurna, di Giorgio Chiarini, Il
canzoniere di Jaufre Rudel, L’Aquila, Japadre, 1985).
Il testo è in ottosillabi (novenari), che
nella traduzione, a tratti alquanto libera, sono per forza
di cose
diventati quasi tutti endecasillabi.
Tutto è molto incerto, in questa poesia apparentemente limpida, a
cominciare dalla tradizione
manoscritta,
che è un discreto rompicapo. Cercando una versione poetica (il primo tentativo
lo
feci alla
fine del corso di Silvio Pellegrini che frequentai nel 1969-70) non ho preteso
di risolvere
nessun
problema; noto solo che ho evitato ogni concordanza grammaticale con l’oggetto
del
discorso
e del desiderio, amore o donna, per mantenere l’ambiguità del
provenzale, in cui sono
entrambi
femminili.
La traduzione dell’ultimo verso della
seconda strofa tiene conto di un’interpretazione di Lucia
Lazzerini
non ancora stampata (che ho appreso dal sommario di un seminario tenuto a
Napoli,
novembre
2007).
Per l’ultimo verso della quarta strofa
sto alla lezione della vecchia edizione a cura di Alfred
Jeanroy,
Paris, Champion, 1915, 2a ed. 1924 (qu’ab
bels digz jauzira solatz); testo e trad. di
Chiarini:
qu’ab cortes ginh jauzis solatz, «che
con cortese sagacia potrebbe gustare la gioia della
sua
intimità».
Per la data, mi pare sempre ragionevole
pensare che ci si trovi a ridosso della seconda
Crociata
(1147-48), nonostante la recente tendenza di più studiosi a retrodatare la
produzione
di Jaufre
Rudel.