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Nell'era dell'informazione, non si insegna filosofia allo stesso modo in cui si faceva dopo il feudalesimo.
La si recita.
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Mons. Romero Vescovo (e martire )
America Latina
Da :'OMELIA sulla Confermazione
CITALÁ
5 de diciembre de 1977




SER CRISTIANO ES SER VALIENTE

Porque les repito, queridos hermanos, ser cristiano es cosa muy difícil; lo está demostrado la gente en nuestra tierra. ¡Qué pocos cristianos auténticos van quedando cuando ser cristiano supone ser perseguido! Cuando reunirse para una reunión de la Palabra de Dios y reflexionar en la verdadera Biblia, en los compromisos del cristianismo, supone que hay mucha vigilancia, que hay prevenciones porque creen que nos reunimos para hacer política, para hacer comunismo; están equivocados. Nos reunimos para tomar conciencia de la responsabilidad seria que supone ser cristiano. Nos reunimos para ser cristianos, para que mañana no vayamos a ser traidores de esta religión. Hay ahora muchos cobardes, mucha gente que prefiere estar bien en la tierra, y no le importa el juicio de Dios que va a venir a pedirle cuenta de su vida. Ser cristiano quiere decir ser valiente y, antes de obedecer a unos perseguidores de la Iglesia, tener el valor de obedecer a Dios.

No importa que le llevan a uno a la persecución, a la tortura, a la difamación. La calumnia, ustedes saben, hermanos, cómo están, en este momento, calumniando a su Obispo. Le llaman subversivo número uno, lo están llamando el predicador de subversión. Yo les agradezco a los buenos cristianos, lo que me acaba de decir el querido padre Vito. En La Palma, su parroquia, se está haciendo mucha oración en solidaridad con la Iglesia. Porque, hermanos, ser cristiano, ahora, quiere decir tener valor para predicar la verdadera doctrina de Cristo y no tenerle miedo, y no por miedo callar predicar una cosa fácil que no traiga problemas. Pero ser cristiano, en esta hora, quiere decir tener el valor que el Espíritu Santo da con su Confirmación para ser soldados valientes de Cristo Rey; hacer reinar su doctrina, llegar a los corazones y predicarles el valor que hay que tener para defender la ley de Dios.
Vale milioni di volte di più la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell'uomo più ricco della terra.
Ernesto Che Guevara
La perenne vigilia

Mario Luzi

Il tempo umano è perenne vigilia. Questo del nuovo Millennio e del Giubileo è una vigilia più eccitata e insieme più pensosa. Vediamo – che cosa è in cima ai desideri più acuti e segreti e inconsci della vigilia? Che l’evoluzione così lenta e faticosa abbia un balzo in avanti? No, che prosegua senza troppo pesanti ricadute all’indietro dopo aver trovato il giusto cammino dall’informe lutulento alla forma povera e chiara. Dalla larva torbida e vischiosa all’insetto limpido e lucente.

L’impasto sanguinoso di grandezze, di glorie, di crimini, di scempi nel quale la nostra civiltà si è sviluppata e abbrutita si alleggerirà – è lecito prevederlo? Almeno auspicarlo? – di molta zavorra, si libererà di molti orgogliosi pregiudizi e superstizioni. La semplicità: ecco ciò di cui, dopo tante superfetazioni oziose e presuntuose, il ragionamento profondo sente urgente necessità. E la franchezza dopo tanta ipocrisia sia benvenuta.
TUTTI GLI UOMINI HANNO GLI STESSI DIRITTI:::(e DOVERI....)

"Non ha occhi un ebreo?
non ha un ebreo mani, organi, membra, sensi, emozioni, passioni?
non si nutre dello stesso cibo,
non è ferito dalle stesse armi,
non è soggetto alle stesse malattie,
non è scaldato e gelato dalla stessa estate e dallo stesso inverno come un cristiano?
se ci pungete, non facciamo sangue?
se ci avvelenate, non moriamo?"

da :Il mercante di Venezia,
di William Shakespeare
Magnificat di Alda Merini


Se Tu sei la mia mano,

il mio dito,

la mia voce,

se Tu sei il vento

che mi scompiglia i capelli,

se Tu sei la mia adolescenza

io ho il diritto di servirti

e il dovere,

perché l’adolescenza

non ha mai chiesto nulla

alle sue stagioni.

Tu mi hai presa

perché io non ero una donna

ma solo una bambina.

E le bambine si accolgono

e si avvolgono di mistero.

Tu mi hai resa donna, Signore,

e la donna è soltanto

un pugno di dolore.

Ma questo pugno

io non lo batterò

verso il mio petto,

lo allargherò verso di Te

come una mano

che chiede misericordia.

Tu sei la mia mano, Signore,

Tu sei la vita,

e quando una donna partorisce un figlio

la disgrazia e l’amore

abitano in lei

come il dubbio della sua esistenza.

Tu mi hai redenta

nella mia carne

e sarò eternamente giovane

e sarò eternamente madre.

E poiché mi hai redenta

posi vicino a Te

la pietra della Tua resurrezione.

E poiché mi hai redenta

fammi carne di spirito

e spirito di carne.

E poiché mi hai redenta

Dammi un figlio

atrocemente mio.



Poeti di Alda Merini

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.
Rileggo con piacere ,
di Giosuè Carducci


A DIO
Da le oscure latebre de 'l mio core
D'induramento pieno e di follia
Elevai la mia voce a te, o Signore;
Non sprezzare, o Signor, la voce mia.
Ed in questo feral di notte orrore
Deh! de 'l vero e di te m'apri la via,
E fai che a 'l fin su questa tenebria
Arridan giorni di più bel candore.
Io sempre te amerò
Incomprensibil santa Unità trina,
Fonte di verità, fiume di vita.
E la dolce pietà de la divina
Madre difenderà l'alma contrita
Da la terribil mondana ruina.

Castagneto, Maggio 1848


PIANTO ANTICO
L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
il verde melograno
Da’ bei vermigli fior.
Nel muto orto solingo
Rivederti tutto or ora
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita
Tu dell’ inutil vita
Estremo unico fior.
Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol più ti rallegra
Né ti risveglia amor.

Giugno 1871
(da Rime Nuove,III, XLII)
dai tempi del ginnasio mi piaceva recitare ai compagni questo poeta:

Trilussa (C. A. Salustri)

1873-1950
LA GUIDA


Quela Vecchietta ceca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse : - Se la strada nu' la sai,
te ciaccompagno io, chè la conosco.

Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò una voce
fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce... -

Io risposi: - Sarà... ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede... -
La Ceca, allora, me pijò la mano
e sospirò: - Cammina! -

Era la Fede.
da "Acqua e Vino" - 1942 Mondadori (Milano)


Li Frammassoni


I.

Che credi tu? Ch’a le rivoluzioni
Fussero carbonari per davero,
Cor sacco su le spalle e er grugno nero?
Ma che! È lo stesso de li frammassoni.
So’ muratori, si, ma mica è vero
Che te vengheno a mette’ li mattoni!
Loro so’ muratori d’opinioni,
Cianno la puzzolana ner pensiero.
Tutta la mano d’opera se basa
Ner demolì li preti, cor proggetto
De fabbricaje sopra un’antra casa.
Pe’ questo so’ chiamati muratori
E er loro Dio lo chiameno Architetto...
Ma poco più j’assiste a li lavori!

II.


E siccome er Dio loro è libberale,
Ma gira gira è sempre er Padreterno,
Ne viè’ ch’er frammassone va ar governo,
Ce trova er prete e ce rimane eguale.
Se sa, l’ambizzioncella personale
je strozza spesso er sentimento interno:
È un modo de pensà’ tutto moderno
E in questo nun ce trovo ’sto gran male;
Se er frammassone cià li tre puntini,
Er prete cià er treppizzi, e m’hai da ammette’
Che armeno in questo qui je s’avvicini;
Vedrai che troveranno la maniera
De sarvà’ capra e cavoli cor mette’
Un puntino per pizzo e... bona sera!
La Vispa Teresa
(Ormai un classico, è di Trilussa, datata 1917)


Se questa è la storia
che sanno a memoria
i bimbi di un anno,
pochissimi sanno
che cosa le avvenne
quand'era ventenne.
Un giorno di festa
la vispa Teresa
uscendo di chiesa
si alzava la vesta
per farsi vedere
le calze schiffonne
che a tutte le donne
fa molto piacere.

Armando, il pittore,
vedendola bella,
le chiese il favore
di far da modella.
Teresa arrossì,
ma disse di sì.
"Verrete?" - "Verrò:
ma badi però..."
"Parola d'onore!"
rispose il pittore.

Il giorno seguente,
Armando, l'artista,
stringendo furente
la nuova conquista
gridava a distesa:
"T'ho presa, t'ho presa!"
A lui supplicando
Teresa gridò:
"Su, su, mi fai male
la spina dorsale:
mi lasci che anch'io
son foglia di Dio...
Se ha qualche programma
ne parli alla mamma..."
A tale minaccia
Armando tremò,
dischiuse le braccia,
ma quella restò.

Perduto l'onore,
sfumata la stima,
la vispa Teresa,
più vispa di prima,
per niente pentita,
per niente confusa,
capì che l'amore
non è che una scusa.
Per circa tre lustri
fu cara a parecchi:
fra giovani e vecchi,
oscuri ed illustri,
la vispa Teresa
fu presa e ripresa.
Contenta e giuliva
s'offriva e soffriva.
(La donna che s'offre.
se apostrofa l'esse,
ha tutto interesse
a dire che soffre.)

Ma giunta ai cinquanta,
con l'anima affranta,
col viso un po' tinto,
col resto un po' finto,
per torsi d'impaccio
dai prossimi acciacchi
apriva uno spaccio
di Sali eTabacchi.
Un giorno un cliente,
chiedendo un toscano
le porse la mano
così... casualmente.
Teresa la prese,
la strinse e gli chiese:
"Mi vuole sposare?
Farebbe un'affare!"
Ma lui, di rimando,
rispose: "No, no!...
Vivendo e fumando
che male ti fo'?
Confusa e pentita
Teresa arrossì,
Dischiuse le dita
e quello fuggì.

Ed ora Teresa,
pentita davvero,
non ha che un pensiero:
d'andarsene in chiesa.
Con l'anima stracca
si siede e stabacca,
offrendo al Signore
gli avanzi di un cuore
che batte la fiacca.
Ma, spesso, fissando
con l'occhio smarrito
la polvere gialla
che resta sul dito,
le sembra il detrito
di quella farfalla
che un giorno ghermiva
stringendola viva.

Così come allora,
Teresa risente
la voce innocente
che prega ed implora:
"Deh, lasciami! Anch'io
son figlia di Dio!"

"Fu proprio un bel caso!"
sospira Teresa,
fiutando la presa
che sale nel naso.
"Se qui non son lesta
mi scappa anche questa."
E fiuta, e rifiuta,
tossisce e sternuta:
il naso è una tromba
che squilla e rimbomba
e pare che l'eco
si butti allo spreco...
Tra un fiotto e un rimpianto,
tra un soffio e un eccì,
la vispa Teresa...
. . . . . . . . . . . . . . . .
lasciamola lì.
..... e sempre dello stesso, quanta verità,
in ogni tempo, ed oggi specialmente !


Nummeri


Conterò poco, è vero:
- diceva l'Uno ar Zero -
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
sia ne l'azzione come ner pensiero
rimani un coso vôto e inconcrudente.
Io, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so' li zeri che je vanno appresso.


Er ventriloco

Se credi a questo, sei 'no scemo, scusa.
Pô sta' che un omo parli co' la gente
come se ne la panza internamente
ciavesse quarche machina arinchiusa?

Nun credo che in un'epoca che s'usa
d'aprì la bocca senza di' mai gnente
esista sto fenomeno vivente
che dice tante cose a bocca chiusa!

Parla cór ventre! Oh questa si ch'è bella!
Sortanto er poveraccio che nun magna
se sente fa' glu-glu ne le budella.

Io stesso, speciarmente a fin de mese,
me sento che lo stomaco se lagna . . .
Ma sai ched'è? La voce der Paese!

1919


da I sonetti, 1922


LE BESTIE E IL CRUMIRO


Una volta un vecchio cavallo
che ogni tanto cadeva per strada
scioperò per costringere il Padrone
a concedergli più fieno e più biada:
ma il Padrone s'accorse del tiro
e pensò di prendersi un crumiro.

Chiamò il Mulo, ma il Mulo rispose:
-- Mi dispiace, ma proprio non posso:
se faccio queste cose, Dio ci scampi,
i cavalli mi saltano addosso...--
Il Padrone, per metter riparo,
fu costretto a ricorrere al Somaro.

-- È impossibile che tradisca un compagno:--
disse l'Asino -- sono amico del Mulo,
e anch'io, come lui, se non mangio
tiro calci, m'impunto e rinculo...
Come vuoi che non sia solidale
Se abbiamo lo stesso ideale?

Chiama l'Uomo, certo che quello
fa il crumiro con vera passione:
per un soldo si vende il fratello,
per due soldi va dietro al padrone,
finché un giorno tradisce e rinnega
il fratello, il padrone e la Lega.
io sento ......
Perpetuo moto,
mea vita fugit,
sed numquam
ratio ab ea fugit !


Dal più bel Poema, il personaggio che fece dell'Azione il motivo della sua esistenza :

<< ULISSE>>


« Quando

91 mi dipartí' da Circe, che sottrasse
92 me piú d' un anno là presso a Gaeta,
93 prima che sí Enea la nominasse;

94 né dolcezza di figlio, né la pièta
95 del vecchio padre, né il debito amore
96 lo qual dovea Penelope far lieta,

97 vincer potèr dentro da me l' ardore
98 ch' è ebbi a divenir del mondo esperto

99 e delli vizi umani e del valore:

100 ma misi me per l' alto mare aperto,
101 sol con un legno e con quella compagna
102 picciola dalla qual non fui diserto.


103 L' un lito e l' altro vidi infin la Spagna,
104 fin nel Morrocco, e l' isola de' Sardi,
105 e l' altre che quel mare intorno bagna.

106 Io e i compagni eravam vecchi e tardi

107 quando venimmo a quella foce stretta
108 dov' Ercole segnò li suoi riguardi,

109 a ciò che l' uom piú oltre non si metta:
110 dalla man destra mi lasciai Sibilia,
111 dall' altra già m' avea lasciata Setta.

112 - O frati, - dissi, - che per centomila
113 perigli siete giunti all' occidente;
114 a questa tanto picciola vigilia


115 de' nostri sensi ch' è del rimanente,
116 non vogliate negar l' esperienza,
117 diretro al sol, del mondo sanza gente.
118 Considerate la vostra semenza:
119 fatti non foste a viver come bruti,
120 ma per seguir virtute e conoscenza.

121 Li miei compagni fec' io sí aguti,
122 con questa orazion picciola, al cammino,

123 che a pena poscia li avrei ritenuti.

124 E, volta nostra poppa nel mattino,
125 de' remi facemmo ali al folle volo,
126 sempre acquistando dal lato mancino.

127 Tutte le stelle già dell' altro polo
128 vedea la notte e il nostro tanto basso
129 che non surgea fuor del marin suolo.

130 Cinque volte racceso e tante casso
131 lo lume era di sotto dalla luna,

132 poi ch' entrati eravam nell' alto passo,

133 quando n' apparve una montagna, bruna
134 per la distanza, e parvemi alta tanto
135 quanto veduta non n' avea alcuna.

136 Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
137 ché della nuova terra un turbo nacque
138 e percosse del legno il primo canto.

139 Tre volte il fe' girar con tutte l' acque;

140 alla quarta levar la poppa in suso,
141 e la prora ire in giú, com' altrui piacque,

142 infin che il mar fu sopra noi richiuso ».
e che dire di un
Gianni Rodari.....

Il povero 'ane

Se andrete a Firenze
vedrete certamente
quel povero ane
di cui parla la gente.
È un cane senza testa,
povera bestia.
Davvero non si sa
ad abbaiare come fa.
La testa, si dice,
gliel'hanno mangiata...
(La " c " per i fiorentini
è pietanza prelibata).
Ma lui non si lamenta,
è un caro cucciolone,
scodinzola e fa festa
a tutte le persone.
Come mangia? Signori,
non stiamo ad indagare:
ci sono tante maniere
di tirare a campare.
Vivere senza testa
non è il peggio dei guai:
tanta gente ce l'ha
ma non l'adopera mai.

Promemoria

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da far di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

Gianni Rodari
(1920 - 1980)
....un altro grande quanto umile che ammiro e vi propongo:
Giuseppe Ungaretti
(Alessandria d'Egitto 1888 - Milano 1970)
"HAIKU"

ETERNO
da L'ALLEGRIA - da ULTIME
Tra un fiore colto e l'altro donato
l'inesprimibile nulla
Milano 1914/1915

NOTTE DI MAGGIO
da L'ALLEGRIA - da ULTIME
Il cielo pone in capo
ai minareti
ghirlande di lumini
Milano 1914/1915

RICORDO D'AFFRICA
da L'ALLEGRIA - da ULTIME
Il sole rapisce la città
Non si vede più
Neanche le tombe resistono molto
Milano 1914/1915

TAPPETO
da L'ALLEGRIA - da ULTIME
Ogni colore si espande e si adagia
negli altri colori
Per essere più solo se lo guardi
Milano 1914/1915

DANNAZIONE
da L'ALLEGRIA - IL PORTO SEPOLTO
Chiuso fra cose mortali
(Anche il cielo stellato finirà)
Perchè bramo Dio?
Mariano, il 29 giugno 1916

DESTINO
da L'ALLEGRIA - IL PORTO SEPOLTO
Volti al travaglio
come una qualsiasi
fibra creata
perhè ci lamentiamo noi?
Mariano, il 14 luglio 1916

STASERA
da L'ALLEGRIA - IL PORTO SEPOLTO
Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia
Versa, il 22 maggio 1916

TRAMONTO
da L'ALLEGRIA - IL PORTO SEPOLTO
Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d'amore
Versa, il 20 maggio 1916

UNIVERSO
da L'ALLEGRIA - IL PORTO SEPOLTO
Col mare
mi sono fatto
una bara
di freschezza
Devatachi, il 24 agosto 1916

ALLEGRIA DI NAUFRAGI
da L'ALLEGRIA - da NAUFRAGI

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare
Versa, il 14 febbraio 1917
E' una notazione autobiografica emozionante: anche Ungaretti dopo quelli che parevano i naufragi della sua vita, subito riparte, "subito riprende / il viaggio".

DORMIRE
da L'ALLEGRIA - da NAUFRAGI
Vorrei imitare
questo paese
adagiato
nel suo camice
di neve
Santa Maria La Longa, il 26 gennaio 1917

LONTANO
da L'ALLEGRIA - da NAUFRAGI
Lontano lontano
come un cieco
m'hanno portato per mano
Versa, il 15 febbraio 1917

MATTINA
da L'ALLEGRIA - da NAUFRAGI
M'illumino
d'immenso
Santa Maria La Longa, il 26 gennaio 1917
Poesia celebre, ma celebre anche per l'ironia che alcuni stupidi lettori, e perfino giornali umoristici, davano alla brevità di questi versi. Ungaretti usava mandare in quel periodo le sue poesie, su cartoline postali, per lo più a Papini e spesso a Soffici. A Papini mandò questa versione:
" M'illumino
d'immenso
con un breve
moto di sguardi "

La versione spedita a Papini
Siamo in guerra, siamo in trincea e siamo verso Trieste in una mattina di sole; all'improvviso i soldati ed anche Ungaretti vedono la distesa infinita del mare. E s'illuminano "d'immenso".

ROSE IN FIAMME
da L'ALLEGRIA - da NAUFRAGI
Su un oceano
di scampanellii
repentina
galleggia un'altra mattina
Vallone, il 17 agosto 1917

SOLDATI
da L'ALLEGRIA - da GIROVAGO
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie
Bosco di Courton, luglio 1918

Non gridate più

Cessate d'uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.

Hanno l'impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell'erba,
Lieta dove non passa l'uomo.

Giuseppe Ungaretti
(1888 - 1970)
......di Eugenio Montale

La Storia

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l'ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a paco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell'orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C'è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.


Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d' orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch' ora si rompono ed ora s' intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com' é tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.


(Eugenio Montale, Ossi di seppia)
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