Con
la mia prima personale di scultura e grafica intendo verificare alcune
«contaminazioni» tra linguaggi espressivi, che sono venute
maturando, nella mia esperienza, di pari passo con la mia attività
di scultore, pur mantenendomi fedele a me stesso nei contenuti.
La curiosità
e il desiderio di forzare margini nuovi mi ha anche portato ad esplorare
le particolari opportunità offerte alle alti figurative dalle
nuove tecnologie, cercando di valorizzarne il contributo, in particolare
nel confronto con originali matrici, pesanti - nel caso della grafica,
spesso schizzi o bozzetti per figure di modellato -, con risultati
che mi incoraggiano a proseguire questa ricerca.
Ancora,
la mostra cerca quasi costantemente il rapporto tra figura e testo,
tra linguaggio visivo e parola – quasi a voler simulare, nella
concretezza e nella fisicità di un’esposizione «classica»,
una sorta di narrazione ipertestuale – ed anche in ciò
risentendo dell’impatto con le nuove modalità comunicative.
Tutto ciò
si pone tuttavia su uno sfondo, a tratti plumbeo, di dolore, dolore
del corpo (come è stato detto, la scultura, fra le arti,
è quella che più fa «sudare» e soffrire),
ma anche se non soprattutto dolore dell'anima.
La celebre
frase di Conrad allude in certo modo alla mia stessa esperienza,
bruscamente interrotta nella «greca» serenità
olimpica dell'adolescenza, per poi essere ripresa, molti anni più
tardi, in un mondo e con uno spirito profondamente mutati.
Tuttavia
non credo che sia soltanto un fatto autobiografico, e che al contrario
questa ‘disillusione’ tenda ad assumere tratti universali.
Ciò
che oggi mi trovo davanti agli occhi – ma ciò che tutti
noi possiamo vedere - non è più illuminato dalla luce
che splende sul mondo «al di qua» della linea d'ombra,
ma sta sotto un cielo squarciato da lampi che illuminano pozze profonde
di violenza, di sofferenza, di corruzione - ciò che è
l'universo cupo dell'esperire delle «vite di scarto».
Ma, una
volta oltrepassata la linea, nessuno, credo, può tornare
indietro.
E, soprattutto, nessuno può fingere di non aver visto.
info:
Dall’8 al 20 settembre 2006
Sala Museale del Baraccano - Quartiere Santo Stefano
Via Santo Stefano, 119 - Bologna – Italy
Orari: 10.00-12.30 / 16.30-19.00
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