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Jean Reboul 1828

L'ange et l'enfant.
A une mère.

Un ange au radieux visage
Penché sur le bord d'un berceau,
Semblait contempler son image
Comme dans l'onde d'un ruisseau.
" Charmant enfant, qui me ressembles,
" Disait-il, oh ! viens avec moi :
" Viens, nous serons heureux ensemble
" La terre est indigne de toi.
" La jamais entière allégresse
" L'âme y souffre de ses plaisirs
" Les cris de joie ont leur tristesse ;
" Les voluptés ont leurs soupirs.
" Eh quoi ! les chagrins, les alarmes
" Viendraient troubler ce front si pur,
" Et par l'amertume des larmes
" Se terniraient ces yeux d'azur !
" Non, non ; dans les champs de l'espace
" Avec moi tu vas t'envoler
" La Providence te fait grâce
" Des jours que tu devais couler. "
Et secouant ses blanches ailes,
L'ange à ces mots a pris l'essor
Vers les demeures éternelles.....
Pauvre mère, ton fils est mort.


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Da:Rainer MariaRilke

Orfeo Euridice Hermes
1922

Era l’ardua miniera delle anime.
Correvano nel buio come vene
d’argento, silenziose. Tra radici
sgorgava il sangue che poi sale ai vivi
nella tenebra duro come porfido.
Poi null’altro era rosso.

V’erano rocce
e boschi informi. Ponti sopra il vuoto
e quell’immenso, grigio, cieco stagno
che premeva sul fondo come un cielo
di pioggia sui paesaggi della terra.
Fra i prati tenue e piena di promesse
correva come un lungo segno bianco
l’incerta traccia della sola strada.

E quell’unica strada era la loro.

Era in se stessa come un alto augurio
e non pensava all’uomo che era innanzi,
non al cammino che saliva ai vivi.
Era in se stessa, e il suo dono di morte
le dava una pienezza.
Come un frutto di dolce oscurità
ella era piena della grande morte
e così nuova da non più comprendere.

Era entrata a una nuova adolescenza
e intoccabile: il suo sesso era chiuso
come i fiori di sera, le sue mani
così schive del gesto delle nozze
che anche il contatto stranamente tenue
della mano del dio, sua lieve guida,
la turbava per troppa intimità.

Omai non era più la donna bionda
che altre volte nei canti del poeta
era apparsa, non più profumo e isola
dell’ampio letto e proprietà dell’uomo.
Ora era sciolta come un’alta chioma,
diffusa come come pioggia sulla terra,
divisa come un’ultima ricchezza.
Era radice ormai.
E quando a un tratto il dio
la trattenne e con voce di dolore
pronunciò le parole: si è voltato -,
lei non comprese e disse piano: Chi?

Claudio Monteverdi
Lamento d'Arianna

(Venezia1623)

Lasciatemi morire!
E chi volete voi che mi conforte
In così dura sorte,
In così gran martire?
Lasciatemi morire.
O Teseo, O Teseo mio,
Si, che mio ti vo' dir, che mio pur sei,
Benchè t'involi, ahi crudo, a gli occhi miei
Volgiti, Teseo mio,
Volgiti, Teseo, O Dio!
Volgiti indietro a rimirar colei
Che lasciato ha per te la Patria e il Regno,
E in queste arene ancora,
Cibo di fere dispietate e crude,
Lascierà l'ossa ignude!

Dove, dov'è la fede
Che tanto mi giuravi?
Così ne l'alta fede
Tu mi ripon degl'Avi?
Son queste le corone
Onde m'adorni il crine?
Questi gli scettri sono,
Queste le gemme e gl'ori?
Lasciarmi in abbandono
A fera che mi strazi e mi divori?

O Teseo, O Teseo mio,
Non son, non son quell'io,
Non son quell'io che i feri detti sciolse;
Parlò l'affanno mio, parlò il dolore,
Parlò la lingua, sì, ma non già il cuore.
Misera! Ancor dò loco
A la tradita speme?
E non si spegne,
Fra tanto scherno ancor, d'amor il foco?
Spegni tu morte, ornai, le fiamme insegne!
O Madre, O Padre, O dell'antico Regno
Superbi alberghi, ov'ebbi d'or la cuna,
O servi, O fidi amici (ahi fato indegno!)
Mirate ove m'ha scort'empia fortuna,
Mirate di che duol m'ha fatto erede
L'amor mio,
La mia fede,
E l'altrui inganno,
Così va chi tropp'ama e troppo crede.

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