Giorgio Gallingani,
vetrata della cappella del seminario
ONARMO – Bologna, 1968.


Poiché l’amore è forte come la morte,
…e le acque non lo spegneranno.

Cantico dei Cantici, 8, 6-7.

Si acquieta la mia anima,
come il bimbo
che ha finito di prendere il latte
sulla mamma.

Salmo 131, 2.

Da questo riconosceranno tutti
che siete miei discepoli,
se avrete amore l’uno per l’altro.

Vangelo di Giovanni, 13, 35.

Dapprima, le cose in cui Ondina aveva realmente creduto erano state molto sem-plici, e anzi sarebbero apparse relativamente prevedibili, ordinarie, scontate, addirittura banali.
A dispetto della conclamata identità comunista di suo padre - o forse proprio grazie all’apertura mentale di costui -, in casa sua le feste erano sempre state santificate, erano stati accettati i sacramenti, lei stessa, il cui nome di battesimo era l’olimpico Trebisonda, ingentilito nel più grazioso Ondina, aveva indossato l’abito bianco della prima comunione. Religione e politica erano state per tacito accordo mantenute su piani separati, e, mentre suo padre partecipava alle manifestazioni di piazza e tifava per la squadra sovietica alle Olimpiadi, si erano festeggiate Natale, Pasqua e le altre liturgie comandate. Del resto era cosa del tutto ovvia, al punto che neppure meritava parlarne, il fatto che Dio, proprio per-chè supremo e onnisciente, non avrebbe comunque potuto essere così stupido da ridursi a giocare il ruolo di prestanome per le trame più o meno torbide diquesta o quest’altra parte.
La consuetudine religiosa, in una parola, non era mai stata in discussione, anche se il ca-pofamiglia poteva apparire in certa misura refrattario all’esatta cadenza dei suoi riti, prefe-rendo entrare in chiesa da solo e alla chetichella, magari per recitare nel buio gotico e re-sinoso delle candele qualche remota orazione in latino, conservando il proprio rapporto con Dio un fatto del tutto privato.
Ma, forse proprio per questo, la stessa figura di Dio aveva finito, col tempo, per restare anch’essa quasi una consuetudine, qualcosa che abita in un angolo dell’anima senza creare problemi, e là se ne resta a dormire come un tranquillo cane da pastore che di tan-to in tanto apre un occhio per guardare il suo gregge, un’entità fedele e rassicurante, ob-bediente nel risvegliarsi nei momenti opportuni, e solo in quelli, un’entità da cui in ogni caso non può venire alcun male.

Nessun male, nessun rimprovero, meno che mai addirittura qualcosa di arcaico come una ‘punizione’, mentre Ondina conosceva dentro di sè l’ebbrezza fresca e umida dell’amore – mentre scopriva che la fine del primo amore non è che l’inizio di altri e infiniti amori possibili, e le sue cosce si chiudevano sode e fiduciose attorno a quanto non solo il suo corpo, ma, le pareva, tutto il suo essere in quel momento con tutte le sue forze co-mandava. Niente di tutto questo avrebbe potuto scuotere il cane fedele e rassicurante dal suo tranquillo e tuttavia vigile torpore, quasi che consentisse in silenzio al divampare del corso della natura. E a quella silenziosa vigilanza Ondina continuava, in realtà, ad affi-darsi, con la stessa fiducia ingenua che altrove la sospingeva in cerca d’amore.
Ma a un certo punto la premurosa vigilanza del cane da pastore non doveva aver funzio-nato, perché, intrappolata in uno dei tanti amori che inseguiva – alla ricerca sempre di ciò che sempre non trovava -, Ondina era rimasta incinta, e aveva dovuto abortire.
E quest’ultimo fatto, che per una manciata di giorni era consentito dalla legge, era però fermamente e severamente condannato dalla Chiesa. Anzi, nelle settimane di angoscia che seguirono il test positivo, scandite dalla frequentazione dei consultori – molto oppor-tunamente situati accanto ai servizi per la distribuzione del metadone – tentando di incro-ciare settimane di gravidanza, posti letto liberi, e medici disposti ad applicare la nuova legge, capitò che un attimo dell’attenzione stordita della ragazza captasse la parola “sco-munica”: chi amministrava il volere di Dio sulla terra aveva emesso la propria sentenza, che ora gracchiava con la terribilità del dies irae dal televisore della cucina.

Dunque, il pastore non solo era sempre stato sveglio, ma l’aveva riconosciuta per quella che era dall’odore – traccia di femmina, nauseante sentore di meretricio -, arranca-va sulla sua scia ed era prossimo ad addentarla, fermando da qui in poi non solo la corsa della sua gioventù, ma ogni altro suo passo. E, quel che è peggio, quel Dio-pastore l’aveva per sempre esclusa dalla sua presenza: reietta come i mendicanti affastellati all’esterno sui basamenti, al freddo del disprezzo di Dio e degli uomini, al freddo dell’eterna lontananza, squarciata davanti a lei come un abisso invalicabile, ormai, per sempre e sempre.
Ondina non riusciva a crederlo – proprio ora, ora che soffriva, ora che forse per la prima volta soffriva realmente, colui dal quale si era sempre attesa accoglienza e conforto, colui dal quale non riusciva a convincersi potesse venire alcunchè di male – si sottraeva a lei e le negava di colpo ogni cosa.
Ondina non riusciva a crederlo – e infatti non lo credette; mai come ora aveva bisogno di Dio e del suo abbraccio -, ma si tenne con cura alla larga dai suoi ministri, rubando i sa-cramenti dai quali era ‘tecnicamente’ esclusa, tormentandosi certo per la propria viltà, ma ricercando l’abbraccio di Dio in modo clandestino e furtivo – e altrettanto furtivamente consolandosi al suo calore. E tuttavia il tormento – questo tormento – non era destinato a durare a lungo, né era destinato a restare il solo…

Perché fu quando il cane si destò la seconda volta, e questa volta senza preavviso e con ferocia, quando mostrò di colpo la bestia avida che era realmente, chiarendo una volta e per sempre che non avrebbe obbedito a nessuno, e tanto meno si sarebbe lascia-to addomesticare - quando il luogo tepido e sicuro in cui Dio riposava accucciato al fondo dell’anima, in quello che pareva un placido inoffensivo torpore, diventò d’un tratto luogo di tenebre, pianto e stridor di denti -, fu allora che la fede della giovane Ondina lasciò la strada liscia della consuetudine per squarciarsi dentro di lei come un solco profondo, do-loroso e perenne come una ferita che non si chiude.
A distanza di soli sei mesi, quando Ondina aveva poco più di vent’anni, all’improvviso, da qualche parte, lontano da casa, suo padre, ancora giovane e nel pieno delle sue forze, morì fulminato da un attacco di cuore.
Dapprima, a nessuno passò per la testa che potesse trattarsi di una cosa simile, e tutti pensarono che il padre fosse solo in ritardo; ma le ore passavano e passavano, e la notte si avvicinava, e un’ansia sottile prese a lievitare al di sotto della fiducia nel sempiterno ri-petersi indisturbato dell’eguale, la notte venne e l’ansia si fece via via più invadente, il so-le tramontò e il sole tornò a splendere sul mondo, l’eguale proseguì nella perfida succes-sione delle proprie note cadenze, mentre da qualche parte, non si sa dove, non si sa quando, qualcosa di atrocemente diverso, qualcosa di orribilmente deforme, aveva ormai per sempre distrutto la possibilità stessa di qualsiasi eguaglianza, di qualsiasi giustizia, di qualsiasi ragione. Furtivo come un ladro nel buio della notte, al riparo da occhi indiscreti, lontano dove le grida non avrebbero comunque potuto essere udite, l’eguale si era a un tratto spezzato, ciò che era stato dritto si era storto, il cane mansueto aveva strappato la catena, e ora quel sole dell’abitudine splendeva sul mondo come un testimone disinteres-sato beffardo e crudele, perchè ciò che si era storto nessuno ormai avrebbe potuto rad-drizzare.
E quando alla fine ritrovarono il corpo del padre di Ondina, mentre il sole accendeva un incogruo abbagliante mezzogiorno, quando fu necessario seguire i carabinieri nel freddo ansioso e quasi pudico dei loro uffici scomodi e disadorni, un velo scuro scese sugli occhi della mamma di Ondina, che vacillò e cadde a terra.
E Ondina, la ragazza alta e forte, che compilava i verbali con occhi asciutti e dilatati e ri-spondeva con una strana fredda razionalità alle domande, che non richiesta si offriva per il riconoscimento - la piccola Ondina dalle labbra tremanti cui un giorno il padre aveva detto “io sarò sempre il tuo papà, qualsiasi cosa succeda” -, quella strana figlia insensibile che non trovava ancora una lacrima per suo padre, dovette occuparsi in fretta di una quantità d’incombenze nuove ed insospettate: come spedire un cadavere per ferrovia, come non farsi fregare sul prezzo della cassa da morto, come organizzare la saldatura della terza cassa (eh, sì, ragazzi, ci vuole una terza cassa), come dare la notizia ai paren-ti senza che questi avessero a loro volta un malore, quasi con il sorriso sulle labbra, come se fosse lei a dover chiedere scusa...
Un sorriso che poi in molti le avrebbero rimproverato, lo stesso con cui alla fine apostrofò i becchini della destinazione di arrivo, l’ampia chiesa che apriva il chiostro del cimitero, informandosi in modo del tutto singolare se la salma, al di sotto delle tre casse, avesse dovuto subire qualche danno durante il viaggio - prima di entrare nell’ampia navata dolen-te e udire le parole latine che certo suo padre avrebbe ricordato,

in paradisum deducant te angeli,
in tuo adventu suscipiant te martyres,

cantando in silenzio la musica trionfale che avrebbe dovuto accompagnarle,

et perducant in sanctam civitatem,

come se il padre sorridesse con lei, e l’accompagnasse festoso nel canto con la sua ro-busta voce da tenore.
Ma la musica non suonava, nell’ampia navata dolente, e lo stato di conservazione della salma al di sotto delle tre casse non poteva ormai essere più di alcun aiuto: suo padre non sarebbe tornato - non sarebbe tornato accanto a lei, nella migliore delle ipotesi, se non dopo una sterminata incalcolabile insopportabile durata. Quando le parole latine ces-sarono, Ondina non sorrideva, vedendo suo padre in cammino nel cuore nero di una lun-ga caverna, di cui ancora non distingueva l’uscita, incerto e spaventato come una figlia non avrebbe dovuto vederlo, come non avrebbe mai voluto ricordarlo, ansioso di scorge-re, al fondo del cammino, una luce che non veniva, un’uscita che pareva esser stata sbar-rata, una via di fuga che appariva di momento in momento più lontana, preclusa da un impenetrabile opaco muro di silenzio.

Allora, come un puntolino nero in fondo alla chiesa, da dietro l’altare monumentale che fin’allora l’aveva nascosto, venne a piccoli passi un minuscolo prete, un omino dall’età imprecisata che non pareva neppure un uomo, ma avrebbe potuto essere un elfo, un folletto, magro e sparuto sotto i paramenti viola troppo larghi. Salì i pochi scalini del pulpito e cominciò piano, con voce altrettanto sparuta e dimessa, a parlare, come se quel che aveva da dire non avesse la minima importanza, con l’aria di chi per nessuna ragione al mondo si sarebbe permesso di violentare il dolore di chi ascoltava.
E in sordina, come per caso, alla chetichella, prese a parlare direttamente alla bestia fe-roce, all’essere rassicurante che d’un tratto aveva mostrato quel suo terribile vero volto, come fosse san Francesco che parla col lupo, e si rivolse a Dio, a quel Dio insondabile e ingrato che si era portato via in quel modo il papà di Ondina, usando esattamente le sue stesse parole.
Erano parole spaventose e feroci, le parole di un Dio geloso, vendicativo, assetato di san-gue,

se un flagello dà morte all’improvviso
della sciagura degli innocenti ride,

ma, nel balsamo dimesso della voce del piccolo prete, accanto a queste stavano altre pa-role, e il Dio che con quella debole voce umana le annunciava, il Dio che suo malgrado se le era lasciate scappare, era a sua volta atterrito da tanta furia, lui stesso portato via in modo orribile nel fiore degli anni, lui stesso implorante pietà e costretto a bere alla coppa dell’ira fino all’ultimo schifo denso della feccia, e, come aggiunse piano il piccolo prete, lui stesso obbligato a passare ancora e ancora fino alla fine dei tempi attraverso la porta stretta, la stessa porta - quale altra poteva essere? - che il morto stava cercando nel buio in quel momento.

E, mentre scopriva stupita che anche il piccolo prete seguiva con ansia i passi di suo pa-dre verso l’invisibile uscita, Ondina vide improvvisamente, in fondo a quell’antro che sem-brava non dovere aver mai fine, che dalla parte opposta gli si faceva incontro nel buio un compagno di viaggio, che gli mostrava il percorso e prendeva il suo braccio, mostrandogli nella lontananza del tunnel il barbaglìo di una luce flebile come un miraggio, e, al pari di un miraggio, pronta in ogni momento a scomparire.
Mentre camminavano incerti nel buio, il compagno di viaggio parlava con la voce del pic-colo prete, spiegando al padre di Ondina che niente era eguale, che era vano aspettarsi, là da dove veniva, alcuna confortante giustizia, alcuna comprensibile ragione.
Le bilance erano ingiuste, forse truccate, e tali erano destinate a rimanere: niente, su quelle bilance, avrebbe mai potuto essere uguale. E, inspiegabilmente, proprio per lui che in vita tanto aveva confidato nella ragionevolezza e perfettibilità delle cose umane, via via che il fioco barbaglìo di quell’ingannevole miraggio diveniva più visibile e persistente, il morto parve cominciare a capire: Ondina non seppe mai, in vita, che cosa precisamente suo padre avesse capito - ma fu certa da subito che egli avesse compreso, che l’assurdo che attanagliava il mezzogiorno ardente di quel sole mentitore si fosse infine, con suo grande sollievo, dipananto con dolce semplicità alla seconda vista dei suoi occhi morti, di quegli occhi che, semidischiusi verso il soffitto muto dell’obitorio sperduto nella provincia, già lacrimavano le prime gocce giallastre della putrefazione. Ma, la rassicurava intanto il piccolo prete, non doveva temere, perchè

Dio asciugherà ogni lacrima
dai loro occhi…


E l’impressione insistente di non esser più sola, a seguire i passi ansiosi del padre nel buio del tunnel, la percezione palpabile che assieme a lei, dentro i suoi stessi pensieri, discreto e umile, stesse il piccolo prete, parve da quel momento aver reso anche Ondina partecipe della verità misteriosa che costui con ogni evidenza custodiva, capace com’era di entrare senza fatica nei pensieri di qualsiasi sconosciuto, dietro quell’apparenza mite di folletto, con una forza e una tenacia che nessuno in lui avrebbe sospettato - e il peso in-sopportabile della mano del Signore su di lei fu di colpo una presenza inoppugnabile e certa, di cui non c’era più alcun bisogno di cercare spiegazione. Quello che allora Ondina non sapeva, quel che non poteva sapere, era quando, quante altre volte, e quanto presto, quella mano l’avrebbe colpita ancora.
Ciò che sapeva ora, la luce che la colpiva fino a far male agli occhi, è che al piccolo prete avrebbe potuto parlare – non come si parla normalmente fra esseri umani, genitori, fratel-li, amici, amanti - parlare e dire l’indicibile, pronunciare lei stessa l’intero dispositivo della condanna – e tuttavia in lui ritrovare, finalmente, il cane da pastore che per nessuna ra-gione al mondo mai l’avrebbe morsa, il cane di cui aveva imparato a fidarsi fin da bimba – dietro gli occhiali arcigni e l’incontenibile isterismo di innumerevoli suore di asili infantili e colonie estive per figli di impiegati e di operai dell’industria – dietro la stessa durezza del-la sentenza di scomunica così autorevolmente enunciata dagli alti e altissimi amministra-tori della Parola, là, sulle imperscrutabili vette della gerarchia, dove nuvole grevi di miste-ro teologico si addensavano come sulla cima delle montagne.

Incontrare il piccolo prete non fu difficile: all’apparenza, non aveva alcun ruolo de-gno di nota in simili gerarchie; non era neppure parroco, era un semplice cappellano. Il fatto è che, a dispetto di tutto ciò, una quantità di persone pareva avere bisogno di lui tut-ta assieme e tutta con molta urgenza – l’urgenza di chi non si sogna neppure di aspettare e mettersi in coda, pronto a menar le mani se si trova qualcuno davanti. Tipi poco racco-mandabili, incongrui in chiesa e nella penombra quieta della sagrestia, con gli occhi luci-di e acquosi, i capelli ispidi e la barba lunga, si appressavano incombendo letteralmente sul piccolo prete, minuscolo in mezzo a loro, che salutava Ondina gentilmente, e lei senti-va su di sè il loro alito, che puzzava di alcol bevuto al mattino e fegato marcio - qualcuno aveva con sé una lettera, una bolletta della luce, qualcuno solo un sacchetto del super-mercato, un cartone, una bottiglia – e ciascuno cercava con feroce gentilezza di farsi a-scoltare per primo.
Gli occhi del piccolo prete dissero a Ondina che avrebbe dovuto pazientare – mentre le sue mani sottili aprivano e richiudevano il portafogli nero, mentre la sua voce si faceva a tratti più severa, e l’uno o l’altro dei tizi faceva un passo indietro e abbassava gli occhi come un bambino sgridato, qualcuno anzi si toglieva il cappello, la berretta cisposa che nascondeva i capelli unti: purchè alla fine, da quel portafoglio… Occhi liquidi e acquosi sbirciavano assetati fra le sue pieghe – finchè il piccolo prete lo spalancò, ormai vuoto, davanti agli occhi di tutti, mostrando che per quella sera era finita: ciascuno di loro aveva di che bere la propria parte. E, salutando con deferenza imbronciata, i tipi poco racco-mandabili lasciarono infine la sagrestia in una piccola frotta biascicante, mentre fuori il cielo si era oscurato, e nella sagrestia ormai buia ristagnava pesante il loro odore.
Era diversa, Ondina, da tutti loro?, era davvero sicura di esserlo, di essere la ragazza pu-lita e benvestita cui si poteva chiedere di comprendere e di aspettare, era davvero tanto lontana da quel bisogno, da quell’urgenza quasi violenta?, non c’era forse soltanto una crosta sottile, una fragile lastra trasparente, a darle l’illusione di non essere lei stessa una mendicante? Quando avesse raccontato ciò che aveva da raccontare, quando avesse al-la fine detto quel che non si poteva dire, di colpo, probabilmente, il piccolo prete avrebbe visto che cosa c’era, in realtà, sotto il suo aspetto curato, nient’altro che un mucchio fetido di stracci, il lezzo dell’abiezione esplodere e travolgere le tracce costose di profumo, co-me quando si apre un vaso di marmellata andata a male.

Ma il piccolo prete sapeva ascoltare: non giudicava, di nuovo timido, quasi a scu-sarsi del proprio ministero: – mi pareva…, volevi, forse, dire anche una preghiera? Anche in questo caso, Ondina lo notò – come in seguito altri piccoli dettagli all’apparenza insi-gnificanti -, non usava la parola canonica, “confessione”, ma diceva preghiera: il piccolo prete disse allora una preghiera con lei, e Ondina si rialzò dagli stracci mendicanti e sudi-ci che la trattenevano al freddo del basamento sulla soglia, per tornare finalmente davve-ro a casa, non più costretta a rubare i sacramenti dei quali per tutto quel tempo avrebbe teoricamente dovuto fare a meno – come rinunciarvi nel giorno del passaggio del proprio padre? -, ma di nuovo sorella, figlia, madre, persona di famiglia, dall’odore consueto. Nel-la preghiera del piccolo prete stava l’abbraccio di Dio – un abbraccio infine sciolto dalla clandestinità, libero e pieno.
E la cosa più sorprendente fu il modo in cui il piccolo prete concluse la preghiera, dicendo proprio a lei, sino a un istante prima negletta nella sudicia promiscuità dei suoi stracci, le parole “va’ e annuncia le opere del Signore”: folletto in forma di angelo, ecco che il picco-lo prete traeva un angelo da lei stessa – nient’altro che un mucchio di stracci.

Negli anni che seguirono, nei brevi anni di tregua, Ondina rivide spesso il piccolo prete, cercando in qualche modo di estendere anche alla madre il sollievo e la gratitudine per aver incontrato così, per puro caso, esattamente quel compagno di viaggio - ma il do-lore pareva aver precluso alla vedova ogni possibilità di consolazione nel mondo dei vivi, perchè essa ora, pur continuando distrattamente ad aver cura della propria esistenza, in realtà aspettava soltanto la sua fine, e con ogni probabilità pregava ardentemente, in se-greto, perchè questa sopraggiungesse quanto prima.
E dovette pregare con particolare convinzione, perchè, quasi fosse accompagnata da speciali raccomandazioni, nel giro di un paio d’anni la sua preghiera fu prontamente e-saudita, e una sera come ogni altra, mentre, distratta come sempre, seguiva oziosamente quel che andava blaterando la televisione, d’improvviso comunicò alla figlia che non si sentiva troppo bene, in capo a dieci minuti perse conoscenza e, riversa con gli occhi se-michiusi sulla sua poltroncina, quasi in grembo alla figlia, mentre il ragazzino medico di guardia chiamato in fretta e arrivato comunque troppo tardi impallidiva sentendole il polso destro svanire, se ne andò anche lei senza una parola di spiegazione, calda e profumata della sua dolce crema da notte, come se si fosse solo addormentata.
Mentre invece era lei, ora, all’inizio del tunnel, lei spaurita e spaventata, incerta nel cam-minare benchè ancora le bende funebri non ne legassero il passo, in quel tempo sospeso in cui ancora la morte è viaggio, e i corpi sono ancora caldi e gli occhi paiono da un atti-mo all’altro doversi riaprire - incerta e spaventata nel dover procedere al buio da sola, lei che tanto si era abituata a contare sulla forza dell’uomo che le stava accanto, lei che non aveva mai imparato a guidare, e che il marito accompagnava ed andava a prendere di continuo, al punto che Ondina anche adesso poteva vederlo, andare avanti e indietro nervoso, tre o quattro passi per volta, in attesa impaziente all’uscita del tunnel, preoccu-pato, tormentando fra i denti una sigaretta troppo veloce, perfettamente consapevole di come sua moglie dovesse sentirsi, lì nel profondo delle viscere della morte, da sola, al freddo e al buio...
Il pensiero che comunque là ci fosse il marito ad aspettare sua madre, come in ogni altra occasione della vita, sembrò contagiare Ondina della sua stessa impazienza, mentre an-naspava, nel buio telefonico popolato dalle risposte sgraziate di parroci e perpetue che sarebbero volentieri rimasti al caldo dei loro letti, cercando in ogni modo di trovare il pic-colo prete in tempo, perchè sapesse di quel viaggio mentre il viaggio era ancora in corso, e prima che il tempo ormai finito avesse raggiunto il proprio margine estremo, nell’enorme istante dilatato che stava fra il fulmine della morte e le nuvole nere delle incombenze, di-venute esse stesse stranamente abitudinarie e consuete, fare o non fare l’autopsia, ordi-nare la cassa da morto, optare per il tipo di sepoltura.
Perchè prima no, non c’era stato tempo; i letti di morte e le ultime meste parole dell’agonia erano probabilmente un’invenzione degli scrittori, ad uso e consumo del cine-ma o di altre favolette edificanti.
Mentre in realtà non era stato possibile scambiare alcuna parola, e i fatti dei quali si era sempre tacitamente rimandata la reciproca spiegazione, i fatti che erano stati allontanati dalla memoria, di quel presente d’inedita e quasi complice intimità fra madre e figlia che aveva seguito la morte del padre, sarebbero ora rimasti per sempre in bilico come conti sospesi, senza nessuna istruzione leggibile che suggerisse come liquidarli.

Dunque era necessario, indispensabile, era di estrema urgenza, avere accanto a sè chi era in grado di leggere l’illeggibile, toccare la mano di chi parlava entrambe le lin-gue,

il Signore mi ha dato una lingua da iniziato
perchè sapessi rispondere a chi è stanco,

di chi, a dispetto di quel corpo misero quasi disincarnato, a dispetto di quell’esistere che pareva un puro pretesto biologico, non sarebbe stato mai stanco di rispondere, di tradur-re, di ascoltare.

La realtà, tuttavia, non doveva essere proprio questa, perchè nel corso del tempo, nei brevi anni che seguirono, si vide il piccolo prete diventare se possibile ancor più pic-colo e minuto, curvarsi impercettibilmente sotto quei paramenti fuori taglia, mostrare, in una parola, lui stesso segni inequivocabili di dolore e stanchezza. Se non che, la gente, compresa Ondina, guardava questi mutamenti senza vederli, considerando ormai quel fol-letto una risposta perenne, che di certo esisteva da tempi immemorabili e avrebbe conti-nuato a esistere dopo di loro - una voce che non si sarebbe stancata di parlare.
C’erano stati, è vero, alcuni piccoli segni premonitori: angelo in forma di folletto, il piccolo prete era debole come un uomo, e lacrime infantili erano scese sul suo aguzzo volto grin-zoso quando, proprio pochi mesi dopo la mamma di Ondina, anche la sua vecchia madre era morta, e l’abbraccio di Dio si era stretto allora fra di loro con la forza che dà solo la comune contemplazione della morte, e la consolazione era fluita dall’uno all’altra e dalla ragazza all’uomo – a quell’uomo che le aveva insegnato come Dio sia al tempo stesso padre e madre – quasi che alla ragazza venisse chiesto di farsi madre, una madre che si preoccupa che il proprio bambino lontano da lei non senta freddo, poiché lo conosce ca-gionevole, fragile, indifeso.
Ma la potenza che stava accanto e assieme a tanta fragilità, la potenza che si avvertiva anche solo stringendo le sue mani sottili, aveva finito per prevalere su questo genere di segnali, per restare in un angolo della memoria, gli occhi del bambino sperduto che si a-privano per un attimo a chiedere, goccia sommersa nel mare immenso del rispondere e del dare. Chi avrebbe dato risposte a colui che aveva per tutti e ciascuno una risposta, chiedevano quegli occhi di bimbo, chi avrebbe consolato colui che tutti sapeva consola-re?

E quando a un tratto il piccolo prete sparì dalla frequentazione dei luoghi che gli erano stati abituali - afono, ormai, la voce consumata dal troppo dire -, quando non si fece vedere per due o tre giorni, nessuno in realtà pensò che potesse essergli accaduto qual-cosa, tanto le vicende umane parevano tenersi alla larga da quel corpo, dall’essenza pneumatica di chi è tutto parola.
E quando lo ritrovarono, digiuno da giorni, la febbre alta, in stato confusionale - quando lo ritrovarono nelle due stanzette che un tempo aveva abitato con la vecchia madre, non era ormai rimasto niente da fare, per lui.

Ondina seppe della morte del piccolo prete dai giornali, in ritardo; il solenne ufficio funebre si era già svolto, tutto era concluso.
Quel che si era ripromessa di dirgli, di fare per lui, nell’oscuro presentimento ch’egli in re-altà domandasse qualcosa - quello che era stato lanciato con leggerezza nelle propaggini non precisate di un futuro che non avrebbe comunque smentito il presente, era ormai per-dutamente caduto nel vuoto. Ancora una volta, per uno strano scherzo del destino - per uno strano scherzo di Dio -, per lei alla fine non c’era stato tempo; per caso, lei sempre attenta lettrice dei quotidiani locali li aveva trascurati quando, in un trafiletto, avevano dato notizia del ritrovamento del prete ormai in fin di vita, e poi, di nuovo, inspiegabilmen-te, quando avevano dato l’annuncio dei funerali.
Si era dunque ridotta a un oscuro e grigio trigesimo, nella chiesa che ora, senza il piccolo prete, appariva in tutta la sua greve bruttezza, incurante del legato del vescovo che svo-lazzava prestante attorno all’altare - e non sarebbe mai più tornata uguale, perchè Dio stesso aveva truccato le bilance.

Quando lasciò la brutta chiesa controriformata in cui aveva avuto luogo la funzio-ne, Ondina era davvero sola, orfana di tutto; sola a portare il peso delle troppe occasioni perse, delle parole non dette, delle risposte mancate – perché è stato scritto

Quae non rapui,
tunc exsolvebam,

e questo non soltanto suo padre lo avrebbe certamente ricordato, ma anche il piccolo pre-te non avrebbe potuto far altro che confermarlo: dovrò restituire anche quello che non ho rubato.

Restava, del piccolo prete, il ricordo quasi palpabile della parola, quasi una mano calda e insospettabilemte forte che trattenesse quella di Ondina, permettendole di respi-rare appena un pelo al di sopra della feccia in cui si trovava immersa.
E dentro quella parola stava anche la chiave del mistero delle bilance: bilance squilibrate, non calcolabili, sbilanciate fin dall’inizio dei tempi dall’eccesso, lo stesso eccesso che mette il riso sulla bocca del Dio che contempla la sciagura degli innocenti – lo stesso ec-cesso, nella luce al fondo del tunnel, là dove il piccolo prete aveva visto, con i suoi occhi dal lieve taglio orientale, in serbo per noi qualcosa di splendido.

E uscendo dalla chiesa, Ondina avvertì lo stridore di un’altra, minima, differenza: vi benedica Dio padre onnipotente, aveva detto il legato del vescovo, e…, e non mancava qualcosa?
Vi benedica Dio onnipotente e misericordioso, era solito dire il piccolo prete.

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