Dapprima, le cose in cui Ondina aveva realmente creduto erano state molto
sem-plici, e anzi sarebbero apparse relativamente prevedibili, ordinarie,
scontate, addirittura banali.
A dispetto della conclamata identità comunista di suo padre - o forse
proprio grazie all’apertura mentale di costui -, in casa sua le feste
erano sempre state santificate, erano stati accettati i sacramenti, lei
stessa, il cui nome di battesimo era l’olimpico Trebisonda, ingentilito
nel più grazioso Ondina, aveva indossato l’abito bianco della
prima comunione. Religione e politica erano state per tacito accordo mantenute
su piani separati, e, mentre suo padre partecipava alle manifestazioni di
piazza e tifava per la squadra sovietica alle Olimpiadi, si erano festeggiate
Natale, Pasqua e le altre liturgie comandate. Del resto era cosa del tutto
ovvia, al punto che neppure meritava parlarne, il fatto che Dio, proprio
per-chè supremo e onnisciente, non avrebbe comunque potuto essere
così stupido da ridursi a giocare il ruolo di prestanome per le trame
più o meno torbide diquesta o quest’altra parte.
La consuetudine religiosa, in una parola, non era mai stata in discussione,
anche se il ca-pofamiglia poteva apparire in certa misura refrattario all’esatta
cadenza dei suoi riti, prefe-rendo entrare in chiesa da solo e alla chetichella,
magari per recitare nel buio gotico e re-sinoso delle candele qualche remota
orazione in latino, conservando il proprio rapporto con Dio un fatto del
tutto privato.
Ma, forse proprio per questo, la stessa figura di Dio aveva finito, col
tempo, per restare anch’essa quasi una consuetudine, qualcosa che
abita in un angolo dell’anima senza creare problemi, e là se
ne resta a dormire come un tranquillo cane da pastore che di tan-to in tanto
apre un occhio per guardare il suo gregge, un’entità fedele
e rassicurante, ob-bediente nel risvegliarsi nei momenti opportuni, e solo
in quelli, un’entità da cui in ogni caso non può venire
alcun male.
Nessun male, nessun rimprovero, meno che mai addirittura qualcosa di
arcaico come una ‘punizione’, mentre Ondina conosceva dentro
di sè l’ebbrezza fresca e umida dell’amore –
mentre scopriva che la fine del primo amore non è che l’inizio
di altri e infiniti amori possibili, e le sue cosce si chiudevano sode
e fiduciose attorno a quanto non solo il suo corpo, ma, le pareva, tutto
il suo essere in quel momento con tutte le sue forze co-mandava. Niente
di tutto questo avrebbe potuto scuotere il cane fedele e rassicurante
dal suo tranquillo e tuttavia vigile torpore, quasi che consentisse in
silenzio al divampare del corso della natura. E a quella silenziosa vigilanza
Ondina continuava, in realtà, ad affi-darsi, con la stessa fiducia
ingenua che altrove la sospingeva in cerca d’amore.
Ma a un certo punto la premurosa vigilanza del cane da pastore non doveva
aver funzio-nato, perché, intrappolata in uno dei tanti amori che
inseguiva – alla ricerca sempre di ciò che sempre non trovava
-, Ondina era rimasta incinta, e aveva dovuto abortire.
E quest’ultimo fatto, che per una manciata di giorni era consentito
dalla legge, era però fermamente e severamente condannato dalla
Chiesa. Anzi, nelle settimane di angoscia che seguirono il test positivo,
scandite dalla frequentazione dei consultori – molto oppor-tunamente
situati accanto ai servizi per la distribuzione del metadone – tentando
di incro-ciare settimane di gravidanza, posti letto liberi, e medici disposti
ad applicare la nuova legge, capitò che un attimo dell’attenzione
stordita della ragazza captasse la parola “sco-munica”: chi
amministrava il volere di Dio sulla terra aveva emesso la propria sentenza,
che ora gracchiava con la terribilità del dies irae dal televisore
della cucina.
Dunque, il pastore non solo era sempre stato sveglio, ma l’aveva
riconosciuta per quella che era dall’odore
– traccia di femmina, nauseante sentore di meretricio -, arranca-va
sulla sua scia ed era prossimo ad addentarla, fermando da qui in poi non
solo la corsa della sua gioventù, ma ogni altro suo passo. E, quel
che è peggio, quel Dio-pastore l’aveva per sempre esclusa
dalla sua presenza: reietta come i mendicanti affastellati all’esterno
sui basamenti, al freddo del disprezzo di Dio e degli uomini, al freddo
dell’eterna lontananza, squarciata davanti a lei come un abisso
invalicabile, ormai, per sempre e sempre.
Ondina non riusciva a crederlo – proprio ora, ora che soffriva,
ora che forse per la prima volta soffriva realmente, colui dal quale si
era sempre attesa accoglienza e conforto, colui dal quale non riusciva
a convincersi potesse venire alcunchè di male – si sottraeva
a lei e le negava di colpo ogni cosa.
Ondina non riusciva a crederlo – e infatti non lo credette; mai
come ora aveva bisogno di Dio e del suo abbraccio -, ma si tenne con cura
alla larga dai suoi ministri, rubando i sa-cramenti dai quali era ‘tecnicamente’
esclusa, tormentandosi certo per la propria viltà, ma ricercando
l’abbraccio di Dio in modo clandestino e furtivo – e altrettanto
furtivamente consolandosi al suo calore. E tuttavia il tormento –
questo tormento – non
era destinato a durare a lungo, né era destinato a restare il solo…
Perché fu quando il cane si destò la seconda volta, e questa
volta senza preavviso e con ferocia, quando mostrò di colpo la
bestia avida che era realmente, chiarendo una volta e per sempre che non
avrebbe obbedito a nessuno, e tanto meno si sarebbe lascia-to addomesticare
- quando il luogo tepido e sicuro in cui Dio riposava accucciato al fondo
dell’anima, in quello che pareva un placido inoffensivo torpore,
diventò d’un tratto luogo di tenebre, pianto e stridor di
denti -, fu allora che la fede della giovane Ondina lasciò la strada
liscia della consuetudine per squarciarsi dentro di lei come un solco
profondo, do-loroso e perenne come una ferita che non si chiude.
A distanza di soli sei mesi, quando Ondina aveva poco più di vent’anni,
all’improvviso, da qualche parte, lontano da casa, suo padre, ancora
giovane e nel pieno delle sue forze, morì fulminato da un attacco
di cuore.
Dapprima, a nessuno passò per la testa che potesse trattarsi di
una cosa simile, e tutti pensarono che il padre fosse solo in ritardo;
ma le ore passavano e passavano, e la notte si avvicinava, e un’ansia
sottile prese a lievitare al di sotto della fiducia nel sempiterno ri-petersi
indisturbato dell’eguale, la notte venne e l’ansia si fece
via via più invadente, il so-le tramontò e il sole tornò
a splendere sul mondo, l’eguale proseguì nella perfida succes-sione
delle proprie note cadenze, mentre da qualche parte, non si sa dove, non
si sa quando, qualcosa di atrocemente diverso, qualcosa di orribilmente
deforme, aveva ormai per sempre distrutto la possibilità stessa
di qualsiasi eguaglianza, di qualsiasi giustizia, di qualsiasi ragione.
Furtivo come un ladro nel buio della notte, al riparo da occhi indiscreti,
lontano dove le grida non avrebbero comunque potuto essere udite, l’eguale
si era a un tratto spezzato, ciò che era stato dritto si era storto,
il cane mansueto aveva strappato la catena, e ora quel sole dell’abitudine
splendeva sul mondo come un testimone disinteres-sato beffardo e crudele,
perchè ciò che si era storto nessuno ormai avrebbe potuto
rad-drizzare.
E quando alla fine ritrovarono il corpo del padre di Ondina, mentre il
sole accendeva un incogruo abbagliante mezzogiorno, quando fu necessario
seguire i carabinieri nel freddo ansioso e quasi pudico dei loro uffici
scomodi e disadorni, un velo scuro scese sugli occhi della mamma di Ondina,
che vacillò e cadde a terra.
E Ondina, la ragazza alta e forte, che compilava i verbali con occhi asciutti
e dilatati e ri-spondeva con una strana fredda razionalità alle
domande, che non richiesta si offriva per il riconoscimento - la piccola
Ondina dalle labbra tremanti cui un giorno il padre aveva detto “io
sarò sempre il tuo papà, qualsiasi cosa succeda” -,
quella strana figlia insensibile che non trovava ancora una lacrima per
suo padre, dovette occuparsi in fretta di una quantità d’incombenze
nuove ed insospettate: come spedire un cadavere per ferrovia, come non
farsi fregare sul prezzo della cassa da morto, come organizzare la saldatura
della terza cassa (eh, sì, ragazzi, ci vuole una terza cassa),
come dare la notizia ai paren-ti senza che questi avessero a loro volta
un malore, quasi con il sorriso sulle labbra, come se fosse lei a dover
chiedere scusa...
Un sorriso che poi in molti le avrebbero rimproverato, lo stesso con cui
alla fine apostrofò i becchini della destinazione di arrivo, l’ampia
chiesa che apriva il chiostro del cimitero, informandosi in modo del tutto
singolare se la salma, al di sotto delle tre casse, avesse dovuto subire
qualche danno durante il viaggio - prima di entrare nell’ampia navata
dolen-te e udire le parole latine che certo suo padre avrebbe ricordato,
in paradisum deducant te
angeli,
in tuo adventu suscipiant te martyres,
cantando in silenzio la musica trionfale che avrebbe dovuto accompagnarle,
et perducant in sanctam civitatem,
come se il padre sorridesse con lei, e l’accompagnasse festoso
nel canto con la sua ro-busta voce da tenore.
Ma la musica non suonava, nell’ampia navata dolente, e lo stato
di conservazione della salma al di sotto delle tre casse non poteva ormai
essere più di alcun aiuto: suo padre non sarebbe tornato - non
sarebbe tornato accanto a lei, nella migliore delle ipotesi, se non dopo
una sterminata incalcolabile insopportabile durata. Quando le parole latine
ces-sarono, Ondina non sorrideva, vedendo suo padre in cammino nel cuore
nero di una lun-ga caverna, di cui ancora non distingueva l’uscita,
incerto e spaventato come una figlia non avrebbe dovuto vederlo, come
non avrebbe mai voluto ricordarlo, ansioso di scorge-re, al fondo del
cammino, una luce che non veniva, un’uscita che pareva esser stata
sbar-rata, una via di fuga che appariva di momento in momento più
lontana, preclusa da un impenetrabile opaco muro di silenzio.
Allora, come un puntolino nero in fondo alla chiesa, da dietro l’altare
monumentale che fin’allora l’aveva nascosto, venne a piccoli
passi un minuscolo prete, un omino dall’età imprecisata che
non pareva neppure un uomo, ma avrebbe potuto essere un elfo, un folletto,
magro e sparuto sotto i paramenti viola troppo larghi. Salì i pochi
scalini del pulpito e cominciò piano, con voce altrettanto sparuta
e dimessa, a parlare, come se quel che aveva da dire non avesse la minima
importanza, con l’aria di chi per nessuna ragione al mondo si sarebbe
permesso di violentare il dolore di chi ascoltava.
E in sordina, come per caso, alla chetichella, prese a parlare direttamente
alla bestia fe-roce, all’essere rassicurante che d’un tratto
aveva mostrato quel suo terribile vero volto, come fosse san Francesco
che parla col lupo, e si rivolse a Dio, a quel Dio insondabile e ingrato
che si era portato via in quel modo il papà di Ondina, usando esattamente
le sue stesse parole.
Erano parole spaventose e feroci, le parole di un Dio geloso, vendicativo,
assetato di san-gue,
se un flagello dà
morte all’improvviso
della sciagura degli innocenti ride,
ma, nel balsamo dimesso della voce del piccolo prete, accanto a queste
stavano altre pa-role, e il Dio che con quella debole voce umana le annunciava,
il Dio che suo malgrado se le era lasciate scappare, era a sua volta atterrito
da tanta furia, lui stesso portato via in modo orribile nel fiore degli
anni, lui stesso implorante pietà e costretto a bere alla coppa
dell’ira fino all’ultimo schifo denso della feccia, e, come
aggiunse piano il piccolo prete, lui stesso obbligato a passare ancora
e ancora fino alla fine dei tempi attraverso la porta stretta, la stessa
porta - quale altra poteva essere? - che il morto stava cercando nel buio
in quel momento.
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E, mentre scopriva stupita che anche il piccolo prete seguiva con ansia
i passi di suo pa-dre verso l’invisibile uscita, Ondina vide improvvisamente,
in fondo a quell’antro che sem-brava non dovere aver mai fine, che
dalla parte opposta gli si faceva incontro nel buio un compagno di viaggio,
che gli mostrava il percorso e prendeva il suo braccio, mostrandogli nella
lontananza del tunnel il barbaglìo di una luce flebile come un
miraggio, e, al pari di un miraggio, pronta in ogni momento a scomparire.
Mentre camminavano incerti nel buio, il compagno di viaggio parlava con
la voce del pic-colo prete, spiegando al padre di Ondina che niente era
eguale, che era vano aspettarsi, là da dove veniva, alcuna confortante
giustizia, alcuna comprensibile ragione.
Le bilance erano ingiuste, forse truccate, e tali erano destinate a rimanere:
niente, su quelle bilance, avrebbe mai potuto essere uguale. E, inspiegabilmente,
proprio per lui che in vita tanto aveva confidato nella ragionevolezza
e perfettibilità delle cose umane, via via che il fioco barbaglìo
di quell’ingannevole miraggio diveniva più visibile e persistente,
il morto parve cominciare a capire: Ondina non seppe mai, in vita, che
cosa precisamente suo padre avesse capito - ma fu certa da subito che
egli avesse compreso, che l’assurdo che attanagliava il mezzogiorno
ardente di quel sole mentitore si fosse infine, con suo grande sollievo,
dipananto con dolce semplicità alla seconda vista dei suoi occhi
morti, di quegli occhi che, semidischiusi verso il soffitto muto dell’obitorio
sperduto nella provincia, già lacrimavano le prime gocce giallastre
della putrefazione. Ma, la rassicurava intanto il piccolo prete, non doveva
temere, perchè
Dio asciugherà ogni
lacrima
dai loro occhi…
E l’impressione insistente di non esser più sola, a seguire
i passi ansiosi del padre nel buio del tunnel, la percezione palpabile
che assieme a lei, dentro i suoi stessi pensieri, discreto e umile, stesse
il piccolo prete, parve da quel momento aver reso anche Ondina partecipe
della verità misteriosa che costui con ogni evidenza custodiva,
capace com’era di entrare senza fatica nei pensieri di qualsiasi
sconosciuto, dietro quell’apparenza mite di folletto, con una forza
e una tenacia che nessuno in lui avrebbe sospettato - e il peso in-sopportabile
della mano del Signore su di lei fu di colpo una presenza inoppugnabile
e certa, di cui non c’era più alcun bisogno di cercare spiegazione.
Quello che allora Ondina non sapeva, quel che non poteva sapere, era quando,
quante altre volte, e quanto presto, quella mano l’avrebbe colpita
ancora.
Ciò che sapeva ora, la luce che la colpiva fino a far male agli
occhi, è che al piccolo prete avrebbe potuto parlare
– non come si parla normalmente fra esseri umani, genitori, fratel-li,
amici, amanti - parlare e dire l’indicibile, pronunciare lei stessa
l’intero dispositivo della condanna – e tuttavia in lui ritrovare,
finalmente, il cane da pastore che per nessuna ra-gione al mondo mai l’avrebbe
morsa, il cane di cui aveva imparato a fidarsi fin da bimba – dietro
gli occhiali arcigni e l’incontenibile isterismo di innumerevoli
suore di asili infantili e colonie estive per figli di impiegati e di
operai dell’industria – dietro la stessa durezza del-la sentenza
di scomunica così autorevolmente enunciata dagli alti e altissimi
amministra-tori della Parola, là, sulle imperscrutabili vette della
gerarchia, dove nuvole grevi di miste-ro teologico si addensavano come
sulla cima delle montagne.
Incontrare il piccolo prete non fu difficile: all’apparenza, non
aveva alcun ruolo de-gno di nota in simili gerarchie; non era neppure
parroco, era un semplice cappellano. Il fatto è che, a dispetto
di tutto ciò, una quantità di persone pareva avere bisogno
di lui tut-ta assieme e tutta con molta urgenza – l’urgenza
di chi non si sogna neppure di aspettare e mettersi in coda, pronto a
menar le mani se si trova qualcuno davanti. Tipi poco racco-mandabili,
incongrui in chiesa e nella penombra quieta della sagrestia, con gli occhi
luci-di e acquosi, i capelli ispidi e la barba lunga, si appressavano
incombendo letteralmente sul piccolo prete, minuscolo in mezzo a loro,
che salutava Ondina gentilmente, e lei senti-va su di sè il loro
alito, che puzzava di alcol bevuto al mattino e fegato marcio - qualcuno
aveva con sé una lettera, una bolletta della luce, qualcuno solo
un sacchetto del super-mercato, un cartone, una bottiglia – e ciascuno
cercava con feroce gentilezza di farsi a-scoltare per primo.
Gli occhi del piccolo prete dissero a Ondina che avrebbe dovuto pazientare
– mentre le sue mani sottili aprivano e richiudevano il portafogli
nero, mentre la sua voce si faceva a tratti più severa, e l’uno
o l’altro dei tizi faceva un passo indietro e abbassava gli occhi
come un bambino sgridato, qualcuno anzi si toglieva il cappello, la berretta
cisposa che nascondeva i capelli unti: purchè alla fine, da quel
portafoglio… Occhi liquidi e acquosi sbirciavano assetati fra le
sue pieghe – finchè il piccolo prete lo spalancò,
ormai vuoto, davanti agli occhi di tutti, mostrando che per quella sera
era finita: ciascuno di loro aveva di che bere la propria parte. E, salutando
con deferenza imbronciata, i tipi poco racco-mandabili lasciarono infine
la sagrestia in una piccola frotta biascicante, mentre fuori il cielo
si era oscurato, e nella sagrestia ormai buia ristagnava pesante il loro
odore.
Era diversa, Ondina, da tutti loro?, era davvero sicura di esserlo, di
essere la ragazza pu-lita e benvestita cui si poteva chiedere di comprendere
e di aspettare, era davvero tanto lontana da quel bisogno, da quell’urgenza
quasi violenta?, non c’era forse soltanto una crosta sottile, una
fragile lastra trasparente, a darle l’illusione di non essere lei
stessa una mendicante? Quando
avesse raccontato ciò che aveva da raccontare, quando avesse al-la
fine detto quel che non si poteva dire, di colpo, probabilmente, il piccolo
prete avrebbe visto che cosa c’era, in realtà, sotto il suo
aspetto curato, nient’altro che un mucchio fetido di stracci, il
lezzo dell’abiezione esplodere e travolgere le tracce costose di
profumo, co-me quando si apre un vaso di marmellata andata a male.
Ma il piccolo prete sapeva ascoltare: non giudicava, di nuovo timido,
quasi a scu-sarsi del proprio ministero: – mi
pareva…, volevi, forse, dire anche una preghiera? Anche in
questo caso, Ondina lo notò – come in seguito altri piccoli
dettagli all’apparenza insi-gnificanti -, non usava la parola canonica,
“confessione”, ma diceva preghiera:
il piccolo prete disse allora una preghiera
con lei, e Ondina si rialzò dagli stracci mendicanti e sudi-ci
che la trattenevano al freddo del basamento sulla soglia, per tornare
finalmente davve-ro a casa, non più costretta a rubare i sacramenti
dei quali per tutto quel tempo avrebbe teoricamente dovuto fare a meno
– come rinunciarvi nel giorno del passaggio del proprio padre? -,
ma di nuovo sorella, figlia, madre, persona di famiglia, dall’odore
consueto. Nel-la preghiera del piccolo prete stava l’abbraccio di
Dio – un abbraccio infine sciolto dalla clandestinità, libero
e pieno.
E la cosa più sorprendente fu il modo in cui il piccolo prete concluse
la preghiera, dicendo proprio a lei, sino a un istante prima negletta
nella sudicia promiscuità dei suoi stracci, le parole
“va’ e annuncia le opere del Signore”: folletto
in forma di angelo, ecco che il picco-lo prete traeva un angelo da lei
stessa – nient’altro che un mucchio di stracci.
Negli anni che seguirono, nei brevi anni di tregua, Ondina rivide spesso
il piccolo prete, cercando in qualche modo di estendere anche alla madre
il sollievo e la gratitudine per aver incontrato così, per puro
caso, esattamente quel compagno di viaggio - ma il do-lore pareva aver
precluso alla vedova ogni possibilità di consolazione nel mondo
dei vivi, perchè essa ora, pur continuando distrattamente ad aver
cura della propria esistenza, in realtà aspettava soltanto la sua
fine, e con ogni probabilità pregava ardentemente, in se-greto,
perchè questa sopraggiungesse quanto prima.
E dovette pregare con particolare convinzione, perchè, quasi fosse
accompagnata da speciali raccomandazioni, nel giro di un paio d’anni
la sua preghiera fu prontamente e-saudita, e una sera come ogni altra,
mentre, distratta come sempre, seguiva oziosamente quel che andava blaterando
la televisione, d’improvviso comunicò alla figlia che non
si sentiva troppo bene, in capo a dieci minuti perse conoscenza e, riversa
con gli occhi se-michiusi sulla sua poltroncina, quasi in grembo alla
figlia, mentre il ragazzino medico di guardia chiamato in fretta e arrivato
comunque troppo tardi impallidiva sentendole il polso destro svanire,
se ne andò anche lei senza una parola di spiegazione, calda e profumata
della sua dolce crema da notte, come se si fosse solo addormentata.
Mentre invece era lei, ora, all’inizio del tunnel, lei spaurita
e spaventata, incerta nel cam-minare benchè ancora le bende funebri
non ne legassero il passo, in quel tempo sospeso in cui ancora la morte
è viaggio, e i corpi sono ancora caldi e gli occhi paiono da un
atti-mo all’altro doversi riaprire - incerta e spaventata nel dover
procedere al buio da sola, lei che tanto si era abituata a contare sulla
forza dell’uomo che le stava accanto, lei che non aveva mai imparato
a guidare, e che il marito accompagnava ed andava a prendere di continuo,
al punto che Ondina anche adesso poteva vederlo, andare avanti e indietro
nervoso, tre o quattro passi per volta, in attesa impaziente all’uscita
del tunnel, preoccu-pato, tormentando fra i denti una sigaretta troppo
veloce, perfettamente consapevole di come sua moglie dovesse sentirsi,
lì nel profondo delle viscere della morte, da sola, al freddo e
al buio...
Il pensiero che comunque là ci fosse il marito ad aspettare sua
madre, come in ogni altra occasione della vita, sembrò contagiare
Ondina della sua stessa impazienza, mentre an-naspava, nel buio telefonico
popolato dalle risposte sgraziate di parroci e perpetue che sarebbero
volentieri rimasti al caldo dei loro letti, cercando in ogni modo di trovare
il pic-colo prete in tempo, perchè sapesse di quel viaggio mentre
il viaggio era ancora in corso, e prima che il tempo ormai finito avesse
raggiunto il proprio margine estremo, nell’enorme istante dilatato
che stava fra il fulmine della morte e le nuvole nere delle incombenze,
di-venute esse stesse stranamente abitudinarie e consuete, fare o non
fare l’autopsia, ordi-nare la cassa da morto, optare per il tipo
di sepoltura.
Perchè prima no, non c’era stato tempo; i letti di morte
e le ultime meste parole dell’agonia erano probabilmente un’invenzione
degli scrittori, ad uso e consumo del cine-ma o di altre favolette edificanti.
Mentre in realtà non era stato possibile scambiare alcuna parola,
e i fatti dei quali si era sempre tacitamente rimandata la reciproca spiegazione,
i fatti che erano stati allontanati dalla memoria, di quel presente d’inedita
e quasi complice intimità fra madre e figlia che aveva seguito
la morte del padre, sarebbero ora rimasti per sempre in bilico come conti
sospesi, senza nessuna istruzione leggibile che suggerisse come liquidarli.
Dunque era necessario, indispensabile, era di estrema urgenza, avere
accanto a sè chi era in grado di leggere l’illeggibile, toccare
la mano di chi parlava entrambe le lin-gue,
il Signore mi ha dato una
lingua da iniziato
perchè sapessi rispondere a chi è stanco,
di chi, a dispetto di quel corpo misero quasi disincarnato, a dispetto
di quell’esistere che pareva un puro pretesto biologico, non sarebbe
stato mai stanco di rispondere, di tradur-re, di ascoltare.
La realtà, tuttavia, non doveva essere proprio questa, perchè
nel corso del tempo, nei brevi anni che seguirono, si vide il piccolo
prete diventare se possibile ancor più pic-colo e minuto, curvarsi
impercettibilmente sotto quei paramenti fuori taglia, mostrare, in una
parola, lui stesso segni inequivocabili di dolore e stanchezza. Se non
che, la gente, compresa Ondina, guardava questi mutamenti senza vederli,
considerando ormai quel fol-letto una risposta perenne, che di certo esisteva
da tempi immemorabili e avrebbe conti-nuato a esistere dopo di loro -
una voce che non si sarebbe stancata di parlare.
C’erano stati, è vero, alcuni piccoli segni premonitori:
angelo in forma di folletto, il piccolo prete era debole come un uomo,
e lacrime infantili erano scese sul suo aguzzo volto grin-zoso quando,
proprio pochi mesi dopo la mamma di Ondina, anche la sua vecchia madre
era morta, e l’abbraccio di Dio si era stretto allora fra di loro
con la forza che dà solo la comune contemplazione della morte,
e la consolazione era fluita dall’uno all’altra e dalla ragazza
all’uomo – a quell’uomo che le aveva insegnato come
Dio sia al tempo stesso padre e madre – quasi che alla ragazza venisse
chiesto di farsi madre, una madre che si preoccupa che il proprio bambino
lontano da lei non senta freddo, poiché lo conosce ca-gionevole,
fragile, indifeso.
Ma la potenza che stava accanto e assieme a tanta fragilità, la
potenza che si avvertiva anche solo stringendo le sue mani sottili, aveva
finito per prevalere su questo genere di segnali, per restare in un angolo
della memoria, gli occhi del bambino sperduto che si a-privano per un
attimo a chiedere, goccia sommersa nel mare immenso del rispondere e del
dare. Chi avrebbe dato risposte a colui che aveva per tutti e ciascuno
una risposta, chiedevano quegli occhi di bimbo, chi avrebbe consolato
colui che tutti sapeva consola-re?
E quando a un tratto il piccolo prete sparì dalla frequentazione
dei luoghi che gli erano stati abituali - afono, ormai, la voce consumata
dal troppo dire -, quando non si fece vedere per due o tre giorni, nessuno
in realtà pensò che potesse essergli accaduto qual-cosa,
tanto le vicende umane parevano tenersi alla larga da quel corpo, dall’essenza
pneumatica di chi è tutto parola.
E quando lo ritrovarono, digiuno da giorni, la febbre alta, in stato confusionale
- quando lo ritrovarono nelle due stanzette che un tempo aveva abitato
con la vecchia madre, non era ormai rimasto niente da fare, per lui.
Ondina seppe della morte del piccolo prete dai giornali, in ritardo;
il solenne ufficio funebre si era già svolto, tutto era concluso.
Quel che si era ripromessa di dirgli, di fare per lui, nell’oscuro
presentimento ch’egli in re-altà domandasse qualcosa - quello
che era stato lanciato con leggerezza nelle propaggini non precisate di
un futuro che non avrebbe comunque smentito il presente, era ormai per-dutamente
caduto nel vuoto. Ancora una volta, per uno strano scherzo del destino
- per uno strano scherzo di Dio -, per lei alla fine non c’era stato
tempo; per caso, lei sempre attenta lettrice dei quotidiani locali li
aveva trascurati quando, in un trafiletto, avevano dato notizia del ritrovamento
del prete ormai in fin di vita, e poi, di nuovo, inspiegabilmen-te, quando
avevano dato l’annuncio dei funerali.
Si era dunque ridotta a un oscuro e grigio trigesimo, nella chiesa che
ora, senza il piccolo prete, appariva in tutta la sua greve bruttezza,
incurante del legato del vescovo che svo-lazzava prestante attorno all’altare
- e non sarebbe mai più tornata uguale, perchè Dio stesso
aveva truccato le bilance.
Quando lasciò la brutta chiesa controriformata in cui aveva avuto
luogo la funzio-ne, Ondina era davvero sola, orfana di tutto; sola a portare
il peso delle troppe occasioni perse, delle parole non dette, delle risposte
mancate – perché è stato scritto
Quae non rapui,
tunc exsolvebam,
e questo non soltanto suo padre lo avrebbe certamente ricordato, ma anche
il piccolo pre-te non avrebbe potuto far altro che confermarlo: dovrò
restituire anche quello che non ho rubato.
Restava, del piccolo prete, il ricordo quasi palpabile della parola,
quasi una mano calda e insospettabilemte forte che trattenesse quella
di Ondina, permettendole di respi-rare appena un pelo al di sopra della
feccia in cui si trovava immersa.
E dentro quella parola stava anche la chiave del mistero delle bilance:
bilance squilibrate, non calcolabili, sbilanciate fin dall’inizio
dei tempi dall’eccesso, lo stesso eccesso che mette il riso sulla
bocca del Dio che contempla la sciagura degli innocenti – lo stesso
ec-cesso, nella luce al fondo del tunnel, là dove il piccolo prete
aveva visto, con i suoi occhi dal lieve taglio orientale,
in serbo per noi qualcosa di splendido.
E uscendo dalla chiesa, Ondina avvertì lo stridore di un’altra,
minima, differenza: vi benedica Dio padre onnipotente, aveva detto il
legato del vescovo, e…, e non mancava qualcosa?
Vi benedica Dio onnipotente e misericordioso,
era solito dire il piccolo prete.
TORNA >>>
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