L’Italia dei Longobardi

 

 

         Il Ducato del Friuli

 

 

Il 3 aprile 568 i Longobardi, dopo una permanenza di oltre quarant'anni nella regione pannonica (Austria), con le mogli, i Cigli ed i vecchi, si misero in marcia verso l'Italia. Celebrata la Pasqua - che in quell'anno cadde il 1 aprile - Alboino, loro re, diede ordine di incendiare tutti i villaggi affinché nessuno fos­se tentato a rimanere in quelle terre. Ebbe così inizio la lunga marcia di un popolo desideroso di trovare in Italia una sede definitiva che concludesse le secolari migrazioni attraverso l'Europa.

La penetrazione longobarda nella Venezia avvenne lungo la grande ed agevole strada romana che da Iulia Emona (Lu­biana) portava ad Aquileia, dopo aver superato il valico di Preval ed attraversato il grandioso ponte sul fiume Isonzo. Arrivato con tutto il suo popolo agli estremi confini d'Italia Al­boino - racconta Paolo Diacono -, salito su un monte, poté finalmente spaziare lo sguardo sulla pianura friulana fino al­l'Adriatico. E da allora quell'altura prese il nome di Monte del Re.

Prima però di lasciare la Pannonia i Longobardi avevano concluso un accordo con gli Avari che si accingevano ad occu­pare il territorio lasciato libero, impegnandoli a restituire quel­le terre qualora essi, per qualsiasi motivo, fossero ritornati in­dietro. Probabilmente ci si aspettava una resistenza da parte delle truppe bizantine e la possibilità di un insuccesso militare consigliava di mantenere il diritto di possesso sulle terre che venivano abbandonate per la grande avventura italiana.

Ma Alboino penetrò con i suoi nei territori della Venezia senza incontrare alcun ostacolo. I Bizantini avevano evidentemente preferito ritirarsi ed attestarsi su posizioni pii sicure. Sulla decisione presa dai Longobardi di trasferirsi in Italia, Paolo Diacono assicura che fu proprio un generale bizantino, Narsete, a proporre questo esodo in massa per vendicarsi di essere stato sostituito dall'imperatore col generale Longino nel governo della penisola.

Anzi - aggiunge lo storico dei longobardi - sconvolto dall'odio, per maggiormente invogliarli all'impresa, inviò loro una grande quantità e varietà di frutti di cui l'Italia è feconda.

Alboino, allora, accettò l'invito e sull'Italia, annota nella sua Chronaca Isidoro Iuniore, «apparvero notturni, terribili segni».

Il preludio dell'emigrazione longobardi verso le più fertili terre italiane si deve proprio all'occupazione della Pannonia, perché fu li che le abitudini di quel popolo subirono una note­vole influenza, sollecitate da fattori storici e geografici.

In terra pannonica, infatti, i longobardi ebbero il loro primo contatto con la civiltà romana, trovando un'efficiente rete stradale, città fortificate e villaggi sparsi per tutto il territorio.

Fu ancora in Pannonia che essi appresero il cristianesimo ed ebbero rapporti con gli elementi della popolazione provin­ciale romana, con l'industria e l'economia rurale locale, fattori tutti che non poterono incidere se non favorevolmente sulla loro cultura.

E sempre in Pannonia la nobiltà longobarda conobbe la raffinatezza delle merci bizantine, mentre nuclei militari com­battevano a fianco delle truppe romane orientali.

Prima di procedere alla conquista dell'Italia, Alboino no­minò duca delle nuove terre suo nipote Gisulfo, uomo abile e coraggioso. Gisulfo accettò l'incarico ma volle scegliersi perso­nalmente le fare, i nuclei familiari cioè, che riteneva più idonei per occupare la regione. E volle anche una mandria di genero­se cavalle.

Fu così istituito ufficialmente il primo ducato longobardo in terra italiana,  posto a difesa dei valichi alpini contro even­tuali pressioni provenienti dall'inquieto nord e a protezione, quindi, delle operazioni militari in corso.

E’ opinabile che fu proprio per questa ragione che Gisulfo, nell'accertare il ducato, pretendesse dal suo re che con lui ri­manessero i guerrieri più validi e mentre Alboino proseguiva la sua marcia verso il sud, il primo duca del Friuli occupò Civi­dale, l'antica Forum Iulii, che fu per duecentosei anni la capita­le di uno dei più prestigiosi ducati longobardi.

Cividale sorge al fondo di una valle, su un leggero colle a strapiombo del fiume Natisone, in una posizione di grande importanza strategica.

Del resto era l'unica civitas, l'unico centro di una certa im­portanza nell'ambito dell'intera regione ad avere le sue strut­ture difensive ancora integre essendo stata sempre risparmia­ta - al contrario di Aquileia, Zuglio Carnico e Concordia - dalle precedenti rovinose incursioni barbariche per la sua ubicazione decentrata rispetto alle grandi vie di comunicazione che attraversavano il territorio.

L'occupazione da parte longobarda dell'attuale regione friu­lana avvenne piuttosto rapidamente e la toponomastica ci ha lasciato una suggestiva traccia di ciò nelle sette località che an­cor oggi portano, variamente conservato, il nome di fara, di quei primi gruppi che miLitarmente presero possesso del tetri­torio. Vennero occupati anche i castelli, abbandonati dai Bizan­tini, di Cormons, Nimis, Osoppo, Artegna, Ragogna, Gemona ed Invillino, nonché le fortificazioni minori, come il castello di Domo posto sul confine con l'Istria bizantina.

Il ducato friulano si trovò così a comprendere il territorio di quattro municipi romani (Aquileia, Concordia, Zuglio Car­nico e Cividale) occupando press'a poco l'area dell'attuale Friu­li, seguendo però nella parte sud occidentale il corso del fiume Livenza, mentre verso sud le terre ducali si spingevano sino a pochi chilometri dal litorale adriatico, includendo Aquileia, ar­restandosi presumibilmente sulla linea delimitata dalla strada consolare romana Annia.

Il litorale e le numerose isole della Laguna erano presidiati dai Bizantini.

 

Il Friuli è una delle zone di colonizzazione longobarda più ricche di ritrovamenti archeologici, avendo restituito quasi cin­quecento tombe, un buon terzo delle quali sono venute alla luce nella sola Cividale.

Il materiale da esse recuperato, costituente il corredo fune­bre dell’inumato, sia per la quantità che per la qualità, costitui­sce per noi una fondamentale testimonianza della cultura longobarda.

I reperti, infatti, possono essere datati da qualche anno dopo il 568 alla fine del VII secolo. Questo ampio arco di tem­po permette perciò allo studioso di seguire l'attività artigianale di questo popolo, attraverso gli oggetti a lui appartenuti, e vedere la loro evoluzione dopo i contatti che i Longobardi ebbero con la civiltà del bacino del Mediterraneo,

Tutte le quarantaquattro località che, sino ad oggi, testi­moniano sicuramente la presenza longobarda nel ducato attra­verso i ritrovamenti archeologici, sono poste vicino ai fiumi, allo sbocco delle valli o lungo le vie di comunicazione e questo lascia intendere che gli insediamenti erano posti a difesa dei guadi, dei valichi, delle strade e della stessa Cividale, costituen­do, con i castelli, un saldo presidio per l'intera regione.

Interessante è altresì la contemporanea presenza, testimo­niata sempre attraverso sepolcreti, della popolazione del sostrato indigeno operante, per lo più, nelle campagne e insedia­ta negli antichi villaggi romani, molti dei quali si trasformano in curtes, in quei complessi agricoli che testimoniano come sulla terra i longobardi facessero sentire vivamente la loro padronanza. La parlata friulana trattiene ancora numerosissi­me parole di origine longobarda che si riallacciano alla terra, all'agricoltura.

Sul commercio, operante nell'ambito del ducato, non ab­biamo particolari notizie. Sappiamo però che in epoca carolin­gia, per le merci che attraversavano i confini del regno, si do­vevano pagare dazi alle «chiuse» e tra queste sono ricordate quelle di San Pietro in Carnia, di Aquileia e di Cividale.

Possiamo quindi pensare che tali posti di dogana doveva­no già esistere in epoca longobarda e che i commerci transal­pini attraversassero anche il Friuli giovandosi del passo di Monte Croce Carnico e di quello del Predil.

E’ opinabile, quindi, che le relazioni commerciali fossero attive e non solo sotto forma di baratto, ma anche attraverso la moneta, tra la campagna ed i centri abitati, il ducato, il re­gno ed i paesi d'oltralpe. Lo testimoniano i vetri, il vasellame in bronzo di produzione alessandrina, l'oro e l'argento recupe­rati nei sepolcreti.

E accertato che proficuo dovette essere il commercio del­l'oreficeria locale con i paesi germanici, specialmente con terri­tori bavaro-alamannici.

 

Un prodotto particolarmente apprezzato oltre confine sem­bra fosse la croce in lamina d'oro, la cui produzione fu iniziata dai longobardi proprio in Italia.

Molte di queste crocelline provengono, come è stato dimo­strato, da botteghe di orafi che operavano nell'ambito del du­cato friulano, con ogni probabilità nella stessa capitale.

Possiamo quindi considerare Cividale - che conserva  più significativi esempi di oreficeria e di scultura di questo peno­do - non come una città in cui i rinnovamenti culturali giunse­ro di riflesso, ma come vero e proprio centro d'arte dove, ac­canto a maestranze del sostrato romano, lavoravano anche artigiani Longobardi.

Fruttuose sono state perciò per l'età moderna, le attività e le esperienze dei popoli nati dalla fusione altomedievale ed è riconosciuto dalla critica che i così detti secoli bui dell'arte ita­liana esprimono, al contrario, una rinascita artistica - specie nel periodo che va dal regno di Liutprando a quello di Astol­fo - rispetto all'arte tardo antica, dando così un fondamentale contributo alla formazione dell'arte romanica.

 

 

                  Il Museo Cristiano

 

Il Museo Cristiano, costituito nel 1946, è annesso al Duo­mo di Cividale e racchiude due preziose opere d'arte dell'età longobarda: l'«Altare di Ratchis» ed il «Battistero di Callisto», entrambi databili all'VIII secolo.

Sia l'altare che il battistero erano riuniti nell'antica chiesa di San Giovanni Battista - posta di fronte alla cattedrale - di­strutta da un violento terremoto nel 1448.

 

 

         L'altare di Ratchis

 

L'altare, dono munifico del duca Ratchis alla Chiesa, è in pietra del Carso e consta di un parallelepipedo composto da quattro lastre decorate.

Lungo il bordo superiore corre un iscrizione di carattere dedicatorio che dice: «(Ma)xima dona XPI ad clarit subeimi concessa Pemmoni ubique di(ru)to/(fo)rmarentur ut templa nam e(t) inter reliquas/donum beati Johannis ornabir pendola + teguro pulchro al/tare ditabit marmoris colore Ratechis hidebohohrit».

L'epigrafe può essere così interpretata: «Ratchis hidebo­hohrit (grande cavaliere?), con le generose donazioni lasciate a gloria di Cristo dal sublime Pemmone allo scopo di restaurare le chiese ovunque fossero rovinate, ornò fra le altre anche la chiesa di San Giovanni, arricchendo l'altare di una croce pen­dula posta sotto il tegurio bello per colore di marmo». Pem­mone, padre di Ratchis, fu pur egli duca del Friuli.

Come il tegurio (andato di certo distrutto col terremoto del 1448) anche i marmi della sacra mensa erano un tempo dipinti, come lasciano ben intendere i residui della colorazione stessa, nelle tonalità blu, bruno, giallo oro, minio.

L'opera è databile tra il 739 ed il 744, periodo in cui Rat­chis resse il ducato friulano. La scultura è eseguita a rilievo ap­piattito, non molto profondo, con tendenza alla stilizzazione delle figure e dei motivi ornamentali.

Sulla lastra anteriore è scolpita la «Maiestas Domini». Quattro angioli dalle lunghe braccia sorreggono ed innalzano verso il cielo una mandorla, formata da una corona di paline, entro la quale è rilevato Gesù Cristo nimbato e seduto, con la mano destra alzata in atteggiamento oratorio, mentre con la sinistra stringe un rotolo, forse gli Evangeli, affiancato da due cherubini.

Sopra la testa del Cristo, interrompendo l'ovale della man­dorla, è la mano del Padre, Stelle, rosette e croci, alludenti probabilmente all'empireo, completano l'iconografia della la­stra riquadrata da fuseruole ed astragali di derivazione classica.

Il Cristo, giovanile ed imberbe, secondo i tipi più antichi, ha il volto piriforme-così come lo hanno tutte le altre figure che compaiono sull'altare-, il naso è prolungato a forma di triangolo, gli occhi sono ovali, la bocca s'incurva sul mento,

mentre i capelli, discriminati nel mezzo, segnano la linea del volto rialzandosi poi a ricciolo sulle spalle, dalle quali scende una stola, incastonata un tempo di smalti policromi o pasta vi­trea e dorature.

Sul fianco destro di chi guarda è rappresentata l'«Epifa­nia». La Vergine, seduta su un trono e indicata da una croce sulla fronte, tiene sulle ginocchia Gesù Bambino che protende le mani nell'accettazione dei doni che recano i Re Magi.

Ma più che i tradizionali doni i tre Re sembrano offrire corone trionfali. Anche qui, secondo gli schemi dell'arte delle origini, il ripetersi dei gesti dei tre accorrenti viene interrotto dall'inchinarsi di uno di essi.

I Magi, senza distinzione di razza, con un piccolo turbante in testa, indossano una corta tunica, stretta alla vita, brache at­tillate, mentre le gambe sono fasciate. Un angiolo, in posizio­ne orizzontale, sovrasta i Magi ed indica con la mano destra Gesù. Dietro il trono della Vergine è posta una figura in piedi in atteggiamento di profondo raccoglimento.

Sul fianco sinistro è rappresentata la «Visitazione di Ma­ria». Sotto due archetti, la Vergine, sempre indicata con una croce sulla fronte, abbraccia S. Elisabetta: entrambe hanno il capo coperto da un velo. Sotto il terzo archetto, continuazione dei due primi, è rilevata una palma. Ornati a treccia riquadra­no la scena.

Sulla lastra posteriore sono infine scolpite due grandi croci impreziosite da rombi e quadrati, imitanti pietre preziose, e da una rosa al centro.

Sotto l'apertura delle reliquie, inscritta in un cerchio gri­gliato è rilevata una stella a cinque punte, stilizzazione del monogramma costantiniano. Due rosette, infine, sono poste ai lati esterni della lastra, delimitata da fuseruole e trecce a quatto capi. Manca la quinta lastra che formava il piano superiore della sacra mensa.

 

 

                   Il battistero di Callisto

 

Il battistero - meglio il fonte battesimale che la tradizio­ne vuole eretto dal patriarca d'Aquilcia Callisto - è costituito da un ottagono a forma di vasca (il battesimo veniva effettua­to per immersione il Sabato Santo ed il sabato precedente la Pentecoste), con otto colonne che poggiano su una balaustra su cui sono inserite lastre di marmo.

Due di esse sono scolpite: il così detto «Paliotto di Sigual­do» e, frammentata, quella nota come «Lastra di San Paolino».

Il «Paliotto di Sigoaldo» (Sigualdo fu l'ultimo patriarca di nazionalità longobarda) ha rilevati ai quattro angoli e inseriti in cerchi decorati di foglie d'edera e che si annodano ad 8, i simboli dei quattro evangelisti. In un cartiglio è inciso il nome di ognuno di essi con i versi latini del poeta cristiano Celio Sedulio: Giovanni (Aquila), Luca (Bue), Matteo (Angelo) e Mar­co (Leone). La lastra è poi divisa in due zone da una fascia su cui si legge; + Hoc tibi restituit Sigua/d Baptesta Johannes.

È forse un restauro del fonte stesso operato sotto il pa­triarcato di Sigualdo, nell'ultimo periodo del regno longobardo.

Sulla parte superiore è rilevata una croce, con ornamenta­zione a treccia e rosetta al centro, affiancata da due rosette, due candelabri e due palinette.

Sulla parte inferiore v'è un albero stilizzato, con due rami che terminano a testa di leone, ai lati del quale si notano due grifi e due uccelli che sorreggono, col becco, grappoli d'uva. Al­tre sei rosette sono rilevare sui bordi laterali della lastra.

La scultura è databile all'ultimo quarto dell'VII secolo.

La «Lastra di San Paolino»- che succedette a Sigualdo nel governo della chiesa d'Aquileia-è frammentata e fu di certo reimpiegata per un restauro del fonte battesimale. Essa è composta di due parti: in una, tra motivi a treccia e piante, sono scolpiti - a profondo intaglio - i simboli di due evangeli­sti, con cartiglio, rappresentanti Luca (Bue) e Giovanni (Aqui­la). Il frammento di sinistra, invece, reca rilevata entro un cer­chio a spinapesce una rosa circoscritta da una treccia e gigli contrapposti, sotto la quale si sviluppano rami e foglie. lì frammento è databile al IX secolo.

Sulla balaustra della zona basamentale s'innalzano, soste­nuti da agili colonnine in marmo con capitello composito, al­trettanti archivolti a sostegno del tegurio, andato pur esso di­strutto nel 1448. Esaminiamoli:

 

Archetto N. 1

Notevolmente più spesso degli altri, reca un'iscrizione a lettere dorate che ricorda il trasporto del fonte battesimale nel­l'interno della cattedrale, avvenuto nel 1645, sotto il patriarca­to di Gradenigo, ad opera del decano della collegiata Francesco Brandis.

 

Archetto N. 2

Vi sono rilevati due pavoni affrontati che si dissetano ad una polla d'acqua, mentre nell'arco, delimitato da fuseruole, si sviluppa un tralcio di vite con pampini e grappoli, generato da due cantati.

Quattro pavoni beccano gli acini. Tre rosette completano l'ornamentazione di questo archetto, riquadrato su due lati da una treccia di nastro perlinato e da ovuli. La simbologia del ri­lievo è chiara: l'anima diverrà immortale (pavone) se si nutri­rà di Cristo (uva), fonte di vita eterna.

 

Archetto N. 3

Sulla fascia dell'archivolto, delimitata da fuseruole, si svi­luppa una ornamentazione a treccia a quattro capi, per metà, e a nastro perlinato per l'altra metà. Due agnelli (i fedeli), sem­pre affrontati, tra alberi di palma si nutrono, simbolicamente, del pane eucaristico. Al centro dell'arco, tra una rosa ed un gi­rasole, è scolpito un cantaro. Riquadrano il rilievo trecce ed ovuli.

 

Archetto N. 4

L'arco, delimitato sempre da fuseruole, sviluppa pur esso un tralcio di vite con pampini e grappoli. Grossi pesci squa­mosi e muniti anteriormente di zampe si affrontano ed ognu­no di essi sta per ingoiare un pesciolino. Due rosette comple­tano il rilievo riquadrato da una treccia nastriforme e, superiormente, da ovuli.

La scena ha un significato battesimale: «Noi siamo pescio­lini del pesce grande che nelle acque del battesimo ci ha gene­rati alla grazia e alla fede» (Tertulliano).

 

Archetto N. 5

Sulla fascia dell'archivolto si sviluppa un tralcio di vite ma senza grappoli, delimitato da fuseruole. Al di sopra, tra palme stilizzate, sono affrontati due cervi (il fedele andante il batte­simo) che si dissetano ad una polla d'acqua che sprizza da una rupe.

Due rosette completano il rilievo, delimitato da trecce e di ovuli. lì significato della scena è, anche qui, chiaramente batte­simale.

 

Archetto N. 6

Sull'archivolto, delimitato da fuseruole, si sviluppa il noto tema del tralcio di vite, con pampini e grappoli, dei cui chicchi colombelle e pavoncelle si cibano.

Al di sopra, affrontati, si notano due piccoli agnelli che brucano le foglie di una pianticella, minacciati da due leoni. Una palmetta, motivi vegetali e rosette completano il rilievo, riquadrato con trecce ed ovuli.

È molto probabile che la scena rappresenti l'eterna lotta tra il Bene ed il Male.

 

Archetto N. 7

L'archivolto, delimitato da fuseruole, racchiude un tralcio di vite, con pampini e grappoli ed alcune rosette.

Due pavoni, affrontati, bevono ad una polla d'acqua. Un cantaro e cinque rosette completano il rilievo, riquadrato da trecce e da ovuli.

 

Archetto N. 8

Un tralcio di vite, con grappoli e pampini, delimitato da fuseruole, orna l'archetto. Al di sopra due grifi tra palme si af­frontano: uno si disseta ad una sorgente d'acqua, l'altro bruca una pianticella. Il rilievo è riquadrato da una treccia nastrifor­me e da ovuli.

L'uomo-così si può spiegare la scena-nella sua compo­nente spirituale e corporale (grifo) si purifica alla fonte della vita, che è Gesù.

Nella fascia superiore, che conclude gli archetti, corre una iscrizione, non sempre molto chiara, in cui si ricorda l'opera di restauro del fonte battesimale da parte del patriarca Callisto e si fa cenno al tegurio che, splendido di marmi, ricopriva la vasca.

 

 

                   Il Tempietto Longobardo

 

Scendendo per l'antico e caratteristico borgo Brossana, po­sto sulla riva destra del fiume Natisone, dopo aver percorso una breve e suggestiva stradetta pensile, si giunge alla chiesuo­la di Santa Maria in Valle, comunemente nota come «Tem­pietto longobardo». Una tenace tradizione locale ascrive la sua erezione, avvenuta nell'anno 762 unitamente a quella di un monastero benedettino che le sorgeva accanto ad una «re­gma» longobarda di nome Piltrude.

La sua origine e la sua destinazione sono comunque ancora da chiarire, ma è assai probabile che la costruzione dell'edificio sacro, iniziata in epoca longobarda e presumibilmente al tem­po di re Desiderio, sia stata portata a termine nella successiva epoca carolingia si da formare-come è stato notato-una specie di «ponte» tra le espressioni artistiche delle due civiltà.

Sappiamo che la chiesuola subì gravissimi danni a causa di un terremoto che, nel 1222, sconvolse l'intera regione e fu ab­bandonata dalle benedettine che si portarono, per le loro pra­tiche religiose, nella limitrofa chiesa di S. Giovanni in Valle.

Quando nel 1242 si rinvennero casualmente nel suo inter­no sante reliquie, Santa Maria era in completo abbandono e senza più il tetto,

Fu proprio quel ritrovamento ad indurre le monache a por mano alla sua riedificazione portata a termine nel 1250.

Restauri parziali si ebbero ancora tra il XIV ed il XVI seco­lo. Dopo il sisma del 1976 il «Tempietto» è stato sottoposto ad un accurato e razionale restauro conservativo da parte della Sopraintendenza per i Beni Culturali del Friuli-Venezia Giulia in collaborazione con l'Amministrazione Comunale.

L'edificio sacro-il cui ingresso originale si apriva sul lato settentrionale-è a pianta rettangolare e consta di un'aula e di un presbiterio a tre absidi divisi tra di loro da plutei di marmo affiancati da leggere colonne i cui delicati capitelli sorreggono una grossa trave, (proveniente però dalla chiesa di S. Giovanni in Valle) decorata con motivi gigliati.

L'aula, con la volta a crociera, conserva ancora sulla parete nord la primitiva fastosa decorazione a stucco e ad affresco, qui e là purtroppo deteriorata dal tempo.

la luce tenue che filtra attraverso le piccole finestrelle dà una colorazione quasi irreale all'ambiente e l'occhio s'incanta sul delicato archivolto in stucco in cui si sviluppa, vaporoso come un merletto veneziano, un tralcio di vite con pampini e grappoli, racchiuso in una cornice formata da ovuli in cui sboc­ciano fiori a cinque petali, racchiudenti un tempo globetti di vetro verde, La bordatura superiore è costituita, invece, da mo­tivi gigliati.

Nella lunetta, ancora leggibile, rimane la figura di Cristo con la mano destra alzata in atteggiamento oratorio, mentre con la sinistra regge il libro dei Vangeli, affiancata dagli ar­cangeli Michele e Gabriele. Anche qui-come sull'altare di

Ratchis-il Cristo è imberbe e d'aspetto giovanile. Alcuni san­ti martiri, resti di una teoria che occupava anche le pareti late­rali, affiancano a loro volta l'arco col tralcio di vite.

Al di sopra della «Vigna del Signore», entro due fasce orizzontali, ornate di rosette nel cui incavo erano incastonati globetti di vetro verde, si trovano sei figure femminili, dal corpo allungato, poste tre a destra e tre a sinistra di una fine­stra centrale, impreziosita da due colonnine sui cui capitelli poggia un delicato arco con decorazione a gigli stilizzati ed a treccia.

La finestrella, originariamente aperta, stava forse a simbo­leggiare «Cristo Luce». Ai suoi lati, come nelle crocifissioni, le due Marie, la Madre e la Penitente, in abito monacale, adorano il Figlio di Dio. Le altre figure, poste in posizione frontale, rappresentano sante con la corona del martirio nelle mani.

Altre sante martiri (si notino gli stucchi che tendono a continuare) erano collocate, in numero di tre, sulla parete di destra e sulla parete di sinistra.

Originariamente numerose e lucenti paste vitree dovevano decorare i regali manti, così come nella primitiva volta-a si­gnificare il Paradisum-risplendevano ricchi mosaici.

Un architrave, sempre in stucco, delimita superiormente l'antica porta d'accesso alla chiesa.

Ai lati dell'aula si possono notare due lunette: in quella di destra v'è traccia di un affresco raffigurante la Vergine col Bambino, databile al IX-X secolo.

Nella volta centrale del presbiterio è raffigurato, racchiuso in una mandorla, «Cristo giudice con santi e adorazione dei Magi», affresco assegnabile alla fine del XIV secolo.

Nei voltini laterali restano i chiodi di fissaggio dei mosaici che li rivestivano in tutta la loro superficie.

Sulla parete ovest del presbiterio si possono notare due elementi di cattedra in marmo, databili al IX secolo.

Al centro dell'aula una colonnina di marmo sorregge un leggio, mentre a ridosso delle pareti sono posti stalli lignei, pregevole opera d'intaglio, con decorazioni di fogliame e figu­re di mitici animali, scolpiti - come comprova lo stemma dei Torriani-nel 1371, al tempo in cui era abbadessa del Mona­stero di Santa Maria in Valle Margherita della Torre.

Sopra l'attuale porticina d'ingresso corre un'iscrizione pro­babilmente di carattere dedicaturio, purtroppo assai guasta e mutila.

Un segno di vita degli artisti impegnati nella decorazione della chiesuola è dato da un nome segnato sul fianco destro della finestrella, affiancata dalle sante: Paganus: forse il nome del Maestro degli Stucchi, come qualche studioso propone, o quello di uno degli artisti cui era stata affidata la decorazione di questo eccezionale monumento.

 

 

Il Museo Archeologico Nazionale

 

Il primo nucleo del Museo Archeologico di Cividale fu formato, a partire dal 1817, dal canonico Michele della Torre Valsassina col materiale che veniva raccogliendo nelle campa­gne di scavo che effettuò in città e nell'agro circostante sino al 1829.

L'istituto cividalese, passato poi allo Stato e trasferitosi dal collegio dei padri Somaschi nell'attuale sede di Palazzo Nordis, è particolarmente noto per quanto di prezioso conserva della cultura longobarda.

I reperti archeologici di questo periodo, esposti nella Sala longobarda, nella Sala del Balcone ed in quella dei Codici, provengono per la quasi totalità da tombe, buona parte delle quali furono portate alla luce nei cimiteri che trovarono il loro spazio fuori la cinta muraria dell'antica fortezza.

Il primo sepolcreto longobardo fu scoperto in località detta Gella (così chiamata per la presenza di un monastero domeni­cano, oggi scomparso, tra gli anni 1820-1821.

Nel 1916, fuori porta San Giovanni, in una zona prativa, furono trovate le tombe longobarde più antiche. I due cimiteri vengono oggi considerati, essendo l'uno il proseguimento del­l'altro, un'unica area sepolcrale databile da qualche anno dopo il 568 ai primi decenni del VII secolo.

Un'altra vasta necropoli è situata ad ovest della città, in una zona detta ancor oggi «Pertica» e comprende le inuma­zioni venute alla luce a Grupignano, Stazione Ferroviaria, GaI lo e nei pressi di una chiesa-atterrata nel XVIII secolo-dedi­cata a santo Stefano protomartire.

Le sepolture si possono datare da qualche decennio dopo il 568 alla metà circa del VI secolo,

Tombe sono state ritrovare anche all'interno della città, ac­centrate nell'ambito di edifici sacri e la ricchezza del corredo funebre recuperato indica che in esse vennero tumulate persone di alto rango sociale,

Il materiale così raccolto costituisce-come si è detto-una documentazione di primaria importanza per lo studio della ci-viltà longobarda.

Oltre ai reperti tombali sono esposti nel Museo significati­vi esempi di scultura su marmo e su pietra, risalenti all'VIII se­colo, testimoni, pur nella loro frammentarierà, del fervore che animò i lapicidi-romani e longobardi-nel periodo in cui Ci­vidale fu ad un tempo capitale del ducato e sede del Patriarca di Aquileia.

 

 

     LAPIDARIO

 

Tra i numerosi esempi di scultura in marmo di epoca longobarda segnaliamo:

 

 

         Dossale di cattedra vescovile

 

 

È un ampio frammento in marmo, casualmente ritrovato in borgo San Domenico a Cividale. Al centro della lastra, ri­quadrata da semplici listelli, entro un nimbo a spinapesce è ri­levata una croce ornata da una treccia a tre capi, in forma di 8, nei cui spazi sono raffigurate delle gemme.

La treccia termina, alle sue estremità, con motivi gigliati che si ripetono agli angoli superiori, mentre lo spazio sotto­stante è occupato da fiori quadrilobati.

Esternamente al cerchio che inscrive la croce si notano un calice ansato, una rosetta, una margherita a sei petali ed un elemento fitomorfico.

La parte inferiore, delimitata da quella superiore mediante un listello, è decorata ancora da motivi floreali posti sotto due archetti. Sui listelli che bordano i rilievi si nota una decorazio­ne ottenuta con cerchietti forati al centro.

Misure: cm. 78x68x5,5 di spessore. Inv. n. 1763. E databile alla seconda metà dell'VII secolo.

 

 

 

Frammento di pluteo

 

E in marmo con rilevato un Agnello crocifero (Gesù) gra­diente da destra verso sinistra tra motivi vegetali. Sul bordo inferiore corre un grosso cordone sotto al quale si nota una co­lombella in atto di beccare qualcosa.

Sulla parte posteriore è scolpito un animale (lepre, coni­glio?) che bruca un virgulto.

Misure: cm. 34x26x8 di spessore. Inv. n. 173. lì databile all'VIII secolo. Proviene da Cividale, zona cattedrale.

 

 

 

Archetti di ciborio

 

Frammento in marmo riccamente decorato con motivi a treccia, fuseruole e con un tralcio di vite, nelle cui volute si alternano un grappolo d'uva ed un pampino.

 

      Nello spazio triangolare è rilevata una palma con due frut­ti, sopra la quale si notano due zampe di animale, probabil­mente di pavone.

      Questo frammento di ciborio è molto vicino, per lo stile decorativo e per la tecnica di rilievo, agli archetti del fonte bat­tesimale di Callisto.

      Misure; cm. 54x37x9 di spessore. Inv. n. 350. È databile all'VIII secolo. Proviene da Cividale.

 

 

Architrave con iscrizione

 

Resto di architrave in pietra proveniente da Invillino (Carnia), località in cui è stato portato alla luce, sul colle San-tino, il castello di Ibligo, ricordato da Paolo Diacono nella sua «Storia dei longobardi» (libro IV, capitolo 38).

Sono rappresentati, a rilievo assai basso, due agnelli gra­dienti da sinistra a destra. Reca un raro esempio, per il Friuli, di iscrizione, dedicata a San Giovanni Battista dal presbitero Ianuario assieme ai chierici Teuortoalio e Giovanni. E assai probabile che essa ricordi l'antico fonte battesimale della chie­sa castellana Eccone il testo:

In nom(e) ne D(omi)ni/in honore s(an)c(ti) Iohan/ni ego Ianuarius/presveter una cum/famolo Teuortoalio/et Ioannes falo tuo (= famolo tuo).

Il frammento è databile ai primi decenni dell'VIII secolo.

Misure: cm. 82x26x16,5 di spessore. Inv. n. 4309.

 

 

 

SALA LONGOBARDA

                           

Strumenti di artigiano orafo

 

Nel 1826, in località Grupignano, alla periferia di Cividale, tra i muri di una costruzione, ritenuta romana, il canonico Mi­chele della Torre Valsassina dovette imbattersi in alcune tom­be longobarde, come stanno a testimoniare le armi di quel periodo colà recuperare.

Tra il materiale portato alla luce figurano pure tre stru­menti in ferro-superstiti di un corredo ben più ricco-appar­tenuti ad un aurifex longobardo.

Gli attrezzi, la cui forma appuntita lascia supporre che per l'uso dovevano essere infissi in fori praticati su un supporto mobile, possono essere datati attraverso una fibbia in argento di tipo mediterraneo, con essi ritrovata, all'anno 600 circa.

Ne diamo la descrizione.

Piccola incudine in ferro con superficie quadrangolare, a forma di cuneo alta cm. 12 e del peso di Kg. 0,91S. mv. n. 561

Strumento in ferro ricurvo, la cui parte superiore ha un incavo a semicerchio, alto cm. 17,5 e del peso di Kg. 0,530. mv. n. 562.

Piccola incudine in ferro con superficie quadrangolare, a forma di cuneo e con foro In centro nel quale entra perfettamente una borchia di media grandezza. E alta cm. 7,7 e pesa Kg. 0,12S. mv. n. 563.

Fibbia per cintura in argento, con ardiglione scudiforme, lunga cm, 6,S. mv. n. 163.

 

Gli strumenti d'orafo recuperati a Cividale sono sinora gli unici esemplari del genere venuti alla luce nell'area di coloniz­zazione longobarda italo-padana.

 

 

Tomba N. 12

 

La tomba N. 12-vetrina 1/A-proveniente dal sepolcre­to di San Giovanni, è da ritenersi la più antica sepoltura lon­gobarda sino ad oggi rinvenuta in Italia.

Il corredo funebre recuperato consiste in:

Due fibule ad arco «rettangolare», in argento dorato, del tipo «Kesztheli-Ràcalmàs». Sul piede ovale è riprodotta una ma­schera dalle sembianze umane. L'ornamentazione è nello Stile i Germanico. Misure: cm. 6,2 e cm. 6,3. mv. n. 3972-3973.

Fibula ad 8 in bronzo dorato con residuo di almandine. Misura cm. 2,00. mv. n. 3977.

Fibbia in ferro, ovale per calzature, con ardiglione. Misura cm. 2x1,4. lnv. n. 3978.

Frammento di pettine in osso a doppia dentatura, su cui resta un chiodino. Misura: cm. 2,S. mv. n. 3974.

Guarnizione in bronzo di forma romboidale, munita di forelli­ni. La decorazione è data da foglie poste entro una bordatura. Al centro è rilevato un elemento a bottone mentre due bordi esterni sono seghettati. Misura cm. 5,5x4,2. mv. n. 3973.

Fibbia in bronzo ovale con ardiglione. Misura cm. 2,5x3. mv. n. 397S.

Fibbia in argento di forma rettangolare per calzatura, munita di ardiglione segnato alla base da una ornamentazione a X. Misura cm. 1,3x1,00. mv. n. 3976.

Coltello in ferro, munito di codolo, frammento In tre pezzi. Misura cm. 11,4. mv. n. 3979.

 

 

Tomba detta di Gisufo

 

Nella tarda mattinata del 27 maggio 1874 si rinveniva ca­sualmente, in Piazza Paolo Diacono, nella zona nord di Civida­le posta entro la cinta muraria tardoantica, una delle più ricche tombe longobarde rinvenute nella regione.

A tre metri dal piano stradale, protetto superiormente da un lastrone monoblocco in pietra e lateralmente da muretti di mattone, si scoprì un sarcofago, nell'interno del quale-narra una cronaca del tempo-«era stato deposto un cadavere con i piedi volti a levante e le cui ossa del torace e delle membra in­feriori erano quasi del tutto consunte. Il capo poggiava sopra un piccolo rialzo di mattoni: il resto del corpo, dalle spalle alle ginocchia, poggiava sopra una tavola d'abete tutta fradicia. La lunghezza del cadavere in tale stato era di metri 1,80».

Il 30 maggio, verso il tramonto, la tomba, con tutti gli elementi che la componevano, fu trasportata nel Museo.

La cronaca dell'avvenimento narra ancora che «fatto ripu­lire diligentemente il coperchio dalle incrostazioni si riscontrò, incisa in caratteri della prima epoca longobarda, la parola 'Ci­sul', nome del primo duca del Friuli».

Su questa iscrizione-per la verità tracciata in maniera as­sai rozza-scoppiò una violenta polemica tra gli studiosi locali, molti dei quali denunciarono la falsità della scritta definendola una «volgare mistificazione». Si disse, anche, che fu una trova­ta del sindaco Giovanni de Portis che voleva fare, evidente­mente, uno scherzo agli eruditi concittadini. Ancor oggi l'iscri­zione lascia perplessi molti, ma la critica moderna la ritiene proprio un falso.

L'inumato, comunque, per la particolare deposizione e per la ricchezza del corredo funebre depostogli accanto, doveva senza dubbio appartenere alla nobiltà locale ed è possibile che possa trattarsi proprio di un duca del Friuli.

La sepoltura, attraverso gli oggetti che conteneva, può es­sere datata all'ultimo decennio della prima metà del VII secolo.

Tra i reperti esposti si richiama l'attenzione su alcuni pez­zi di particolare interesse:

 

Croce in lamina d'oro decorata a punzone con Otto testine umane, uguali, dai lunghi capelli discriminati nel mezzo, poste due per braccio. Esse sono separate l'una dall'altra da un cor­doncino perlinato ad arco. Vi sono incastonate nove pietre preziose: un granato orientale al centro, quattro lapsilazzoli triangolari e quattro acquamarine quadrate. L'incastonatura delle pietre è stata ottenuta con un fondo a rialzo marginale in oro, lavorato a filigrana in alveoli rapportati. All'estremità di ogni braccio vi sono due forellini. La croce misura cm. 1lx11 e fu rinvenuta sul petto del sepolto. Inv. n. 168.

Anello in oro massiccio, con incastonata una moneta aurea dell'imperatore Tiberio, fissata in un cerchio ad ovuli appiattiti tra due perle, pur esse in oro. È probabile che servisse da sigil­lo personale. Misure: dimetro complessivo cm. 2,8, peso gr. 2S. mv. n. 169.

Guarnizione in lamina d'oro a forma di parallelepipedo e mancante di un elemento laterale, con cornice a doppia perli­natura. Al centro è raffigurata un'anatra in atto di muoversi, eseguita a smalto policromo (turchino, rosso, verde e giallo) «champlevé», di gusto bizantino.

Sul bordo inferiore della cornice vi è un forellino, mentre sul retro è fissato un occhiello di fissaggio, il che avverte che l'oggetto doveva essere applicato su qualcosa. Non è comple­tamente da escludere che possa essere un porta amuleto. Mi­sura cm. 2,5x2,l di spessore; peso gr 12 mv. n. 170.

Umbone in ferro di scudo, del tipo detto da «parata», con de­corazione centrale della calotta in bronzo dorato, data da una grossa borchia dalla quale si dipartono, simmetrici, quattro elementi a forma di tulipano. Sull'orlo esterno resta parte del rinforzo, sempre in bronzo dorato, con borchie.

Misure:         altezza cm. 11,2, diametro cm. 14,S. mv. n. 149.

Il   sarcofago in cui era deposto il nobile longobardo (mv. n. 163) è in pietra d'Istria, con coperchio a due spioventi in marmo bianco, leggermente rosato, ma lisciato allo stato grez­20. Agli angoli termina con quattro orecchioni. Cinque fasce corrono parallele, dall'alto in basso, dando così agli spioventi la parvenza di un tetto. Nei timpani sono rilevate due pareti, una delle quali è stata levigata dopo la scoperta della tomba.

Misure:         sarcofago cm. 230x97x10 di spessore; spiovente cm. 232x100x7 di spessore; altezza timpani cm. 40,S.

 

 

Tomba delle falere

 

Il 17 maggio 1886, durante i lavori di scavo per la costru­zione della linea ferroviaria Cividale-Udine, nel terreno di proprietà Zucchi, fu portata alla luce una tomba da cui si rac­colse un interessante corredo funebre, appartenuto di certo ad un cavaliere longobardo, giuntoci però incompleto. Restano:

 

Tre fàlere per guarnizione dei finimenti del cavallo: due sono di forma quadrata, in bronzo dorato con ornamentazione in agemina d'argento raffigurante animali intrecciati, nello Stile il Germanico; agli angoli i quattro terminali sono muniti di bor­chietta per il fissaggio del pezzo al cuoio. Una fàlera invece è di forma rotonda, in argento, con tre occhielli e a semplice or­namentazione data da dischi concentrici.

Misure: cm. 3,6x3,6; diametro della fàlera rotonda cm. 5,6 Inv. no. 660-661 e 662.

Morso di cavallo, frammento con ornamentazione data da fa­scette in bronzo dorato. Misura cm. 10. Inv. n. 664.

Linguella, frammentata, in bronzo dorato, sagomata, con deco­razione ottenuta a punzone di puntini ricorrenti, disposti a tri­angolo. Quattro borchiette fissavano il pezzo alla cintura. Mi­sura cm. 5,6. Inv. n. 663.

Punta di lancia in ferro a forma di foglia d'olivo, con forte nervatura che dal bossolo si prolunga fin quasi alla punta. Conserva ancora parte dell'asta in legno. Misura cm. 48. mv. n. 666. L'inumazione è databile al primo decennio del VII secolo.

 

 

Sepolcro di San Salvatore di Maiano

 

Nel 1.945, in località San Salvatore di Maiano, furono ca­sualmente portate alla luce una decina di tombe, il cui corredo funebre però fu suddiviso. Segnaliamo alcuni reperti che, con tutta probabilità, appartenevano alla medesima inumazione, databile al VII secolo:

Croce in lamina d'oro a bracci eguali, muniti alle estremità di forellini, con ornamentazione ad intreccio nello Stile li Ger­manico, ottenuta con un punzone a stampo continuo. Misura cm. 6x6, peso gr. 4,62. Inv. n. 3161.

Umbone in bronzo a calotta sferica, in ferro, del tipo «da pa­rata». Sulla sommità reca una ornamentazione a croce in bronzo dorato, composta da un disco centrale e da quattro elementi terminanti a tulipano. Il bordo esterno è rafforzato da una guarnizione in bronzo dorato. Restano alcuni chiodi per il fissaggio dell'umbone allo scudo di legno. Misure: altez­za cm. 9,5 diametro cm. 18,8. mv. m. 2119.

Speroni in ferro con ornamentazione in agemina d'argento. I terminali sono frammentati e mancano i fori per il passaggio della correggia. Misure: cm. 9,00 e cm. 12. mv. nn. 37-3l9S. Punta di lancia a forma di foglia d'alloro, con longo bossolo troncoconico e forte nervatura. Misura cm. 22,00. mv. n. 3193.

 

 

Collane e fibule

 

Nella vetrina centrale della «Sala Longobarda» sono espo­sti, in considerevole quantità, due elementi dell'abbigliamento femminile1 particolarmente cari alla donna longobarda: collane e fibule. le collane sono generalmente composte da grani di pasta vitrea colorata e decorata da motivi geometrici e vegetali stilizzati. Gli elementi che le compongono hanno poi forme e dimensioni diverse e tra essi si nota sovente una perla d'am­bra o di altro materiale. Più raramente sono formate da perli­ne di vetro soffiato.

Non mancano esemplari, di particolare bellezza, in cui compaiono monete d'oro bizantine munite di appiccagnolo baccellato (Sala del Balcone, vetrina n. 5).

Le fibule più comuni, che generalmente servivano per ap­puntare gli elementi della veste, sono di due tipi; a forma di 5, in argento dorato ed impreziosite con incastonatura di alman­dine o di vetri colorati, e a forma di arco o di arco «rettangola­re», in bronzo dorato o argento, con decorazione nello Stile I o II Germanico.

Si richiama l'attenzione su una «parure», di gusto goto, composta da:

Collanina formata da cinque elementi in lamina d'oro: quattro sono a forma di pera ed uno è rotondo. Sono tutti muniti di appiccagnolo a nastro baccellato. La loro lavorazione è stata eseguita secondo la tecnica «cloisonné» con cristalli di color rosso e lapislazzolo al centro. Misura cm. 2,1; l'elemento ro­tondo ha il diametro di cm. 1,4. mv. nn. 726-730.

Fibula a forma di aquila, lavorata sempre con la tecnica «cloi­sonné» ed incastonatura di cristalli di color rosso e verde. Mi­sura cm. 3,S. mv. n. 717. Collana e fibula possono essere datate alla seconda metà del VI secolo.

 

 

          Sala del Balcone

 

Tomba col disco del cavaliere. È una delle prime impor­tanti sepolture venute alta luce nel 1822, nell'area cimiteriale detta «Cella», ed è l'unica di cui lo scavatore elenca, seppure parzialmente, il corredo funebre recuperato consistente in:

Disco in lamina d'oro raffigurante un uomo a cavallo, con in testa un elmo ed armato di lancia e scudo. Il cavaliere ha una corta barba a punta sul mento ed un occhio centrale. Sono questi gli unici elementi che costituiscono i tratti somatici del volto in conformità alla tradizionale sommarietà, propria dello Stile Germanico.

L'ornamentazione ad intreccio che si sviluppa attorno al motivo centrale è invece nello Stile li Germanico.

È probabile che la figura rilevata sul bratteato rappresenti Odino, il dio dall'unico occhio, come pare lo rappresentino le figure di cavalieri sugli elmi svedesi. Misura cm. 4 di diametro e pesa gr. 4,00. mv. n. 1673.

Croce aurea, in lamina sottile, di forma greca e a bracci dise­guali, senza ornamentazione. Reca Otto forellini alle estremità. Misura cm. 4,3x3,7 e pesa gr. 2,81. mv. n. 923.

Guarnizione d'argento per cintura, frammentata, con rozza-mente graffiata, nel diritto e nel rovescio, la scritta «Sebastane utere felis» (Sebastiano, portami felicemente). È un augurio assai in uso ai tempi teodoriciani ma che trova riscontri anche nel periodo longobardo. La scritta è posta al centro di una co­rona di derivazione classica, riprodotta assai maldestramente.

Altri motivi ornamentali sono dati da viticci, foglie di ede­ra e delfini. Due testine umane completano la decorazione che rileva, nel suo insieme, la tecnica bizantina. Misura cm. 6,1xl,8, al centro. mv n. 924.

Bacile in bronzo di provenienza alessandrina, del tipo «a pa­della», con piede alto e gancio all'impugnatura. Tale forma è nota nell'Italia longobarda a Cividale e Reggio Emilia. Misure:diametro cm. 22; altezza del piede cm. 5,00; diametro di base cm. 10,00. mv. n. 926.

Umbone in ferro dello scudo, assai guasto e corroso, a calotta sferica. mv. n. 927.

L'inumazione può essere datata entro il primo decennio del VII secolo.

 

 

     Tomba nobiliare

 

Fu ritrovata alla periferia della città nel 1960 assieme ad altre 15 ricche sepolture e di certo gli inumati appartenevano ad una «fata» di alto rango sociale. Il sepolcreto, scoperto in zona «Pertica», è detto di «Santo Stefano» ed è databile ai primi decenni del VII secolo. La tomba che prenderemo in esame è quella che sinora ha restituito il numero più cospicuo di oggetti in oro il cui peso complessivo è di grammi 275,80.

Accanto alle armi, alle fibbie ed alle guarnizioni spiccano, per la loro bellezza, i seguenti pezzi:

 

Croce in lamina d'oro, di forma greca, decorata con cinque borchiette circoscritte da cordoncino filigranato, poste all'e­stremità dei quattro bracci ed al centro. Ha sedici forellini per essere applicata su stoffa o cuoio e misura cm. 9,3x9,3. Pesa gr 13,7. mv. n. 3728.

Fibbia in oro per cintura munita di tre borchie per il suo fis­saggio al cuoio, circoscritte da cordoncino. La sua forma è a «testa di cavallo» e la decorazione, in filigrana, è data da nastri disposti in modo da formare motivi a spinapesce e geometrici. Misura cm. 10x4,4, pesa gr. 42,2. mv. n. 3729.

Controfibbia in oro munita pur essa di tre borchie circoscritte da cordoncino. Sviluppa una decorazione simile a quella della fibbia, facendo parte della stessa cintura. Ha il piede sagomato, mentre in testa si conservano gli agganci che la fissavano al-l'anello centrale, andato purtroppo perduto. Misura cm. 10x4,4, pesa gr. 54,6. mv. n. 3730.

Linguella per cintura in oro a forma di U, munita in testa di quattro borchie circoscritte da cordoncino. La decorazione è ottenuta con puntini e triangoli ricorrenti lungo i bordi esterni. Al centro campeggia una croce che sembra poggiare su una co­lonnina. Misura cm. 8,1x4, pesa gr. 51,2. Inv. n. 3732.

Linguella in oro per cintura a forma di U, decorata a punti e triangoli disposti su tre file. In testa ha due borchie circoscritte da cordoncino. Misura cm. 3,5x1,5, pesa gr. 10,8. lnv. n. 3733. Guarnizione in oro di forma trapezoidale con decorazione a nastro filigranato disposto lungo i bordi e nel campo a forma­re motivi geometrici. Cinque fori, circoscritti da cordoncino, accoglievano altrettante borchie-ne resta solamente una-at­te a fissare il pezzo alla correggia. Misura cm. 3,8 d'altezza, mentre le basi sono di cm. 4,5 e 3,4. Pesa gr. 21,3. lnv. n. 3731.

Dalle rimanenti sepolture portate alla luce, oltre a bacili in bronzo di provenienza alessandrina, vetri, collane, pettini in osso, fibbie, una teca in avorio, ben sei croci in lamina d'oro, guarnizioni in fili d'oro delle vesti, per un peso complessivo di gr. 82, sono stati recuperati due interessanti bratteati:

 

Croce detta del Cervo, in lamina d'oro con ornamentazione a stampo continuo e delimitata lungo i bordi esterni da doppio cordoncino perlinato. Nel centro è raffigurato un cervo che si abbevera ad un cantaro. Sul braccio superiore, sopra un breve intreccio a 8 trasversale, campeggia, entro una corona, un'aqui­la ad ali spiegate. Nell'ornamentazione degli altri bracci si possono notare figure umane (vetrina n. 3). Misure: cm. 8,lx5,1, peso gr. 5,2. mv. n. 3753.

Croce detta dell'Orante, in lamina d'oro, con una ornamenta­zione simile alla croce del Cervo. Al centro, inscritto in un du­plice clipeo perlinato, è rilevato un volto umano con diadema che tipologicamente si avvicina alle testine della croce di «Gisulfo» ed ai rilievi dell'altare di Ratchis. Due minuscole mani spuntano da sotto il collo si da dare l'impressione che si tratti della raffigurazione di un «orante» (vetrina n. 3). Misure: cm. 7,7x7,5, peso gr. 3,7. mv. n. 3758

 

 

Sala dei Codici e delle Oreficerie

 

Pace, detta del «duca d'Orso». S una tavoletta in avorio con rilevata la scena della crocifissione. Al centro v'è la figura di Cristo, nimbato, inchiodato ad una rozza croce infissa in un terreno erboso, con il corpo disteso ed i piedi appoggiati ad un suppedaneo.

Ai lati sono rappresentati longino che vibra un colpo di lancia al costato di Gesù ed il portaspugna Sthephanon, con l'asta ed il secchiello; in secondo piano, in atteggiamento dolo­roso e disperato, si scorgono Maria e Giovanni. In alto, rac­chiusi in due clipei, si vedono umanizzati il Sole e la Luna che reggono con la mano sinistra una fiaccola.

Sopra la croce una tabula reca l'iscrizione IHS NAZ/REX IV-DE (Gesù Nazareno re dei Giudei) e URSUS/DUX FECIT (com­missionò il lavoro il duca Orso). Sotto le braccia di Cristo si legge: M EN FIL TVVS/AP ECCE M TVA (Madre, ecco tuo Figlio; Apostolo ecco tua Madre). Infine viene ripetuto il nome del committente: VRSVS DVX FIERI PCEP.

Nei clipei degli astri è scritto, in senso longitudinale SOL e LVNA.

L'avorio è incorniciato da lamine d'argento dorato decorate con pietre preziose e madreperle, poste tra dischi elicoidali, rosette e fiori contornati da perline ricorrenti.

La splendida «Pace»-così detta perché veniva offerta al bacio dei fedeli nelle festività pasquali-fu donata al Capitolo di Cividale da Orso, l'ultimo duca longobardo del ducato di Ceneda (Vittorio Veneto). L'opera può essere datata, di conse­guenza, all'ultimo decennio circa prima della caduta del regno longobardo, avvenuta nell'anno 774.

Misure: cm. 21,5x18,1O. mv. n. 4342.

 

 

 

         Codice della «Historia Langobardorum»

 

Uno dei più prestigiosi pezzi conservati al Museo cividale­se è certamente quello costituito dal «Codice forogiuliese» del­la «Storia dei longobardi», compilata da Paolo Warnefrido diacono, nato a Cividale intorno all'anno 730 da nobile fami­glia longobarda e morto a Montecassino sul finire dell'VIII secolo.

L'«Historia», la più preziosa fonte sulle vicende del popolo longobardo, è l'opera più ricercata tra quelle che l'alto medioe­vo ci ha fatto pervenire.

Il «Codice forogiuliese» è un volume membranaceo com­posto da 96 carte numerate e riunite in 13 fascicoli. È mutilo nel primo e nell'ultimo fascicolo e la sua legatura, non antica, è in asse color noce.

Scritto su una sola colonna, con grossi caratteri minuscoli romani d'epoca carolingia, è sicuramente opera di un unico amanuense e non è da escludere che sia stato redatto proprio a Cividale, città prescelta anche in seguito quale centro di studi superiori.

Manca comunque qualsiasi notizia sulla sua provenienza: da un antico documento risalente all'anno 1382 si apprende che il prezioso codice fu riposto, per ordine del Consiglio della città, in una cassetta e collocato sopra il banco di fronte al quale soleva prendere posto il Provveditore Veneto.

Gli studiosi sono concordi nell'assegnare il manoscritto ai primi decenni del IX secolo.

 

 

La Valle Padana e

Il Ducato di Spoleto

 

                            Introduzione

Nella realtà storica longobarda la valle padana compren­deva i territori dell'Austria e della Neustria, oltre alla vasta area Era di essi compresa che d2i Longobardi prese appunto il nome di Lombardia. La zona centrale di questo territorio, all'epoca, finisce per ricoprire un ruolo di primaria importanza ed esercita una funzione direttiva rispetto ai restanti domini longobardi.

Qui sorgono alcuni dei più forti ducati del regno, quali Brescia e Bergamo, e sempre qui è localizzata Pavia, che di­viene per lungo tempo sede stabile della corte longobarda. Ac­canto a questi centri maggiori, sedi regie o ducali, altre città di antica tradizione rimangono in vita, ma vedono diminuire notevolmente la loro importanza e smembrarsi il loro territorio a vantaggio di altri centri; tipico è il caso di Como. Piutto­sto irrilevante rimane al contrario il ruolo svolto, in età longo­barda, da altri insediamenti di antica formazione, quali Cremona e Mantova: il primo viene distrutto nel 602 da Agi­lulfo, il secondo viene conquistato l'anno successivo.

Il distretto di Mantova, a differenza di quanto avviene per quello di Cremona (diviso tra i ducati di Bergamo e Brescia), non viene ad ogni modo smembrato.

Il         materiale archeologico che questa regione ha fornito è stato presentato, nella sua quasi totalità, solo in occasione della mostra di Milano (I Longobardi e la Lombardia, 1978). In tale occasione è stato inoltre presentato quello che può sicuramen­te essere considerato il più importante ritrovamento di epoca longobarda avvenuto in Italia in questo secolo (Trezzo sul­l'Adda), paragonabile solo a quelli di Nocera Umbra e Castel Trosino, ritrovamenti che risalgono alla fine dell'nitticento.

Un altro reperto, oggi scomparso, va ricordato per il pri­mato che può vantare: quello cioè di essere il più antico manu­fatto longobardo scavato e conservato in un museo. Si tratta di una crocetta aurea che un monaco benedettino, in occasione di un viaggio culturale in Italia avvenuto verso la fine del seicen­to, inizi del settecento, rinviene in un museo privato di Mila­no. Questa crocetta, della quale è rimasto solo un disegno chia­rissimo, è stata trovata in un sarcofago della chiesa di S. Pietro in Vigna nel 186 ed anticipa di quasi settecento anni gli altri scava di materiali longobardi, dei quali si sia avuta notizia in Italia. Nella rassegna che segue viene naturalmente presa in esame non solo la cultura materiale ma anche le scarse (o co­munque di difficile individuazione) testimonianze di architet­tura e di tradizione longobarde, quali ad esempio il tesoro di Teodolinda.

 

 

 

                   La Valle Padana

 

                   S. Maria D'Aurona - Milano

 

La chiesa di S. Maria d'Aurona può essere considerata la maggiore testimonianza archeologica milanese per il periodo longobardo. Oggigiorno S. Maria d'Aurona non esiste più, ma numerose testimonianze, sia scritte che sotto forma di fram­menti di decorazione (conservati presso il Castello Sforzesco), permettono non solo di localizzarla con sicurezza, ma anche di ricostruire nelle sue forme principali l'intero complesso monastico.

Fondata nell'anno 744 da Aurona, sorella del re Liutpran­do, nel periodo carolingio, successivo alla dominazione longo­barda, la chiesa assunse il ruolo di abbazia regia.

L'area sulla quale sorgeva il complesso può essere localiz­zata tra le attuali vie Monte di Pietà, Romagnosi ed Andegari, a ridosso delle antiche mura romane della città.

Nel corso degli anni il monastero affrontò svariate e diffe­renti traversie: venne semidistrutto da un incendio nel 1075; durante i secoli successivi fu ricostruito e riadattato più volte, sino al suo smantellamento, avvenuto nell'anno 1868.

A quest'ultima fase risalgono i recuperi non solo di capitel­li e di frammenti di decorazione, ma anche i disegni eseguiti (pur se non molto precisi), relativi a saggi di scavi ed alle fon­dazioni della primitiva chiesa.

Possiamo perciò immaginare come fosse articolata la chie­sa longobarda. La pianta più antica è quella ricavata da una planimetria del 1585 (allegata ad alcune carte del Monastero di S. Maria d'Aurona) e mostra un edificio ad aula rettangolare, ossia con parete terminale piana, con absidi ricavate nello spessore del muro. L'abside centrale è semicircolare, quelle la­terali rettangolari. L'aula è divisa in tre navate da due file di pilastri a fascio. Sul fianco sinistro, il campanile, ottenuto dal riutilizzo di un'antica torre appartenente alla cinta muraria romana (che correva lungo l'attuale Via Monte di Pietà).

Di fianco al «campanile-torre», si nota inoltre una cappella quadrata. Davanti alla chiesa, un ambiente anch'esso quadrato con altare (forse originariamente un'area cimiteriale). La tipo­logia di S. Maria d'Aurona richiama immediatamente alla mente quella di altri edifici coevi delle valli alpine.

Tra questi, i più significativi nel confronto, possono consi­derarsi l'Oratorio di S. Benedetto a Malles in Val Venosta e quello di S. Giovanni a Monster, nel vicino Grigione svizzero.

Il primo soprattutto presenta, a somiglianza di S. Maria d'Aurona, le tre nicchie ricavate nello spessore del muro, a lo­ro volta racchiuse da tre archi poggianti su colonnine in parte ancora esistenti. Tutta la parete di fondo dell'Oratorio di S. Benedetto è Poi decorata da affreschi. Con tutta probabilità anche S. Maria d'Aurona presentava questo tipo di decorazio­ni, delle quali purtroppo non è rimasta alcuna traccia.

La relazione che si riferisce allo scavo, apparsa nel 1869, è molto lacunosa ed imprecisa; parla di manufatti della cerchia di mura di epoca imperiale, costituiti da laterizi e grandi conci di pietra. Queste mura e la torre, come si è già visto, vennero riutilizzate appunto per la costruzione del monastero e della chiesa di S. Maria d'Aurona. Durante tale fase di lavori, ese­guiti nell'ottocento, furono inoltre recuperati i capitelli ed i frammenti di decorazioni.

Tali reperti, alcuni molto noti, altri pressoché inediti, consentono di effettuare interessanti osservazioni riguardo alla scultura dell'ultimo periodo longobardo.

In questo notevole gruppo di sculture, infatti, si nota, in­sieme alle componenti decorative siriane (già dal Bognetti at­tribuite all'azione del clero missionario), la presenza di motivi ispano-visigoti, riscontrabili anche in altre opere di tale periodo.

Le due espressioni culturali, non solo coesistono, ma risul­tano addirittura riscontrabili negli stessi pezzi, quali ad esem­pio i pilastrini quadrati.

Per questo interessante gruppo di decorazioni, eseguite per l'unico monastero regio di Milano, si può quindi ancora una volta parlare di «rinascenza liutprandea», nell'ambito della scultura longobarda in Italia.

 

 

         Baslica Autarena - Fara d'Adda (Bergamo)

 

L'importanza dei ruderi delta basilica Autarena di Fara d'Adda verrà senza dubbio posta in maggiore evidenza negli anni a venire, quando arriveranno a compimento gli scavi,

Il longobardo Autari, re degli invasori germanici dal 584 al 590, stabilì che le rive dell'Adda fossero il luogo più adatto per insediarvi la propria "fara".

Nella località che poi ebbe nome Fara d'Adda egli fissò la propria residenza e fece costruire una basilica che da lui prese il nome di Autarena. Originariamente la basilica era dedicata al culto della religione ariana; diversi diplomi e privilegi impe­riali riferiscono della basilica Autarena quale importante luogo di culto, intitolato sin dalla fondazione a S. Alessandro.

Re Autari arricchì l'autonomia della basilica donandole va­stissimi possedimenti. Per circa due secoli Fara Autarena creb­be in importanza ed acquisì una posizione di preminenza nel territorio circostante, denominato "la Gera d'Adda".

Nell'anno 875 la basilica fu devastata dalle soldataglie al servizio dei Re Franchi. Anche l'imperatore Federico Barba­rossa, nell'anno 1160, incendiò e distrusse Fara Autarena. Di tali distruzioni rimasero vittima sia il centro abitato che la chiesa; dopo un certo periodo la basilica venne riaperta al cul­to, mentre il Palazzo non fu più ricostruito.

La parte restante della prima costruzione a tre navate è stata in seguito incorporata nell'oratorio di Santa Felicita.

 

 

                   Necropoli - Trezzo sull'Adda (Milano)

 

L'importanza di Trezzo sta non tanto nell'avere un "mo­numento di epoca longobarda, quanto nell'essere sede del ri­trovamento più significativo di questo periodo storico in Italia; ritrovamento effettuato nel secolo attuale.

Dal settembre 1976 al marzo 1978, sono state rinvenute, durante i lavori edilizi in località San Martino, cinque tombe appartenute a guerrieri di altissimo rango.

Tali tombe contenevano corredi molto ricchi, tutti databili dai primi decenni alla seconda metà del VII secolo.

Le tombe, tutte indistintamente orientate nella posizione "est-ovest", erano costituite da pesanti lastre di serizzo come fianchi mentre il fondo presentava dei tegoloni.

Anche i coperchi erano di serizzo ed erano costituiti da materiale di recupero.

Questi manufatti sono oggi in parte ripresentati nella loro collocazione originale e si trovano nel parco della Biblioteca Comunale.

I reperti, importantissimi per qualità e fattura, una volta terminata un'accurata opera di restauro, sarebbe auspicabile venissero custoditi nell'apposito museo costruito in Trezzo. Tra i più significativi pezzi dei corredi vanno senz'altro ricordati gli anelli sigillo; sono ben tre in oro massiccio (di cui due nominali) e sono piuttosto rari per l'epoca cui si riferiscono. Inoltre, notevoli per bellezza e fattura, sono le croci auree, le cinture ageminate, il puntale reliquiario (uno dei tre fino ad ora rinvenuti), i bordi in broccato d'oro, le spade damascinate, gli scramasax con le decorazioni del fodero, gli speroni ecc.

Una testimonianza, questa di Trezzo, del tutto inaspettata, venuta alla luce in una zona che nei secoli VI, VII ed VIII doveva senz’altro risultare fittamente popolata e doveva rivestire un'importanza strategica di prima grandezza, posta com'era in prossimità del guado di un fiume. Oltretutto, l'importanza è accresciuta dal fatto che le notizie storiche di questo periodo che la riguardano ci provengono da Paolo Diacono, il quale rammenta una battaglia combattuta nell'anno 698 da Cuniper­to contro Alachi in località "Coronate", che si trova a pochi chilometri dell'attuale Trezzo sull'Adda e da un testamento del 745 custodito presso l'Archivio di Stato.

Molto si è già discusso circa il significato e l'importanza di questa necropoli; altrettanto si è discusso sulle cinque tombe, tutte maschili, di dignitari che avevano il diritto di porre il "si­gillo" in nome del re su atti ufficiali. I pareri sono molteplici discordi perché se è vero, come è vero, che le cinque tombe hanno fornito molti dati meritevoli di venire approfonditi in sede di studio, è altrettanto vero che hanno finito per porre agli studiosi un insieme di interrogativi che solo uno scavo dì più vaste proporzioni avrebbe potuto chiarire.

 

 

         Monza

 

Al momento della discesa in Italia i Longobardi, come la maggior parte delle popolazioni germaniche, professavano la fede cristiana aderendo però all'arianesimo, pur con tenaci so­pravvivenze dell'antica religione alto tedesca.

In Italia le popolazioni autoctone erano divise tra cattolici romani e seguaci dello scisma dei Tre Capitoli.

Agilulfo fu il primo re longobardo che abiurò l'arianesimo e aderì alla Cede cattolica, costringendo il suo popolo a condi­videre la sua scelta. Dopo di lui, si alternarono sul trono lon­gobardo sovrani cattolici e ariani.

La regina Teodolinda, la cui memoria è particolarmente viva a Monza, città che elesse quale sua residenza prediletta, subì in misura notevole il fascino di una delle più grandi per­sonalità del mondo altomedievale: papa Gregorio Magno. Con lui si mantenne in costante contatto epistolare. Nell'anno 603 papa Gregorio le inviò alcuni preziosi regali accompagnati da una lettera per il battesimo del figlio ed a ricompensa della sua costante e convinta azione intesa a ristabilire la pace tra i Longobardi e la Chiesa di Roma. I doni ricevuti vennero la­sciati da Teodolinda alla cattedrale di S. Giovanni, da lei fondata. Tali doni costituiscono ancor oggi il nucleo fondamentale del prezioso tesoro di Monza.

Particolarmente noto è il gruppo della chioccia con i sette pulcini, poiché rappresenta una delle poche opere d'arte a ca­rattere profano di quel tempo. Su di un disco in argento dora­to stanno appunto, in atto di beccare del mangime, una chioccia e sette pulcini finemente lavorati; sono in grandezza quasi naturale. Gli animali sono costruiti sempre in argento dorato ed hanno occhi di smeraldo.

Degna di nota è pure la copertura dell'Evangeliario donato da Gregorio Magno alla regina. La doppia rilegatura presenta, su di un fondo in oro, un raffinato lavoro di incastonatura.

La composizione presenta pietre preziose, perle, paste vitree, cammei e smalti disposti a riquadri e a croce centrale sulle due pagine. Al centro, verso l'alto, figura la dedica: De donis di offeirt - Theodolenda reg. -gloriossisema-Sco Iohmanni Bapt in baselica-Quam ipsa fund-in modiia-prope pal suum.

La "corona ferrea", che per lunghi secoli ha incoronato i re d'Italia, è senz'altro il pezzo più conosciuto del Tesoro di Monza. E’ costituita da una corona In oro divisa in sei scom­parti: ogni scomparto presenta un motivo cruciforme con gemme e petali d'oro in rilievo.

Gran parte della sua fama è affidata al cerchietto in Cervo che, secondo la leggenda, sarebbe un chiodo utilizzato per la crocifissione del Cristo. Nella sua parte più antica la corona ferrea appare quale un capolavoro dell'oreficeria ellenistica.

Il reliquiario del Dente di S. Giovanni rappresenta un ca­polavoro di arte tipicamente barbarica. La forma di borsa pri­mitiva è stata alterata in un restauro seicentesco, mediante l'aggiunta di piedini. Il reliquiario è costituito da lastre d'oro separate le une dalle altre. Sulla faccia anteriore è visibile una ricca decorazione di pietre preziose e filigrana disposte in fila sui bordi; al centro figura una grossa pietra contornata da perle, dalla quale si dipartono otto strisce con incastonate pietre rettangolari. Sul verso, molto più sobrio ed elegante, è incisa mediante punzonatura una preziosa crocifissione.

Tra i regali di papa Gregorio Magno va inoltre considerata la croce di Adaloaldo composta di tre strati tenuti assieme da una incorniciatura in oro sbalzato. Una lamina d'oro interna porta incisa una crocifissione ed una scritta in greco, posta sotto le braccia del Cristo. "Ecco tuo Figlio, ecco tua Madre".

Davanti, una lamina in cristallo di rocca di due centimetri di spessore; sul retro invece, una lamina d'oro liscia.

La corona votiva di Teodolinda, insieme ad altri oggetti personali (un ventaglio, una custodia di pettine) ed alcuni og­getti provenienti dalla tomba della stessa regina longobarda, fanno ancora parte dei cimeli più rappresentativi del tesoro.

La corona votiva è formata da un cerchio d'oro con al cen­tro un giro di zaffiri e acquamarine, mentre, verso il bordo su­periore ed inferiore, pezzi di madreperla sostituiscono le pie­tre preziose incastonate in origine e poi rubare in epoca napoleonica.

Se da un lato i tesori dell'oreficeria dell'epoca sono molti ed importanti, non è purtroppo possibile riconoscere con sicu­rezza, tra quelli conservati a Monza, tracce delle costruzioni ci­vili e religiose riccamente decorate volute dalla regina Teodolinda. Resta la testimonianza storica dell'importanza del regno di questa nobile figura di donna, che così grande influenza ha avuto sui destini del suo popolo.

 

    Abbazia di Piona (Como)

 

Situata nella parte superiore del lago di Como, l'Abbazia di Piona sorge all'estremità di una piccola penisola che separa il lago vero e proprio da una azzurra insenatura, circondata dal verde dei monti. Della chiesa originaria, fondata dal vescovo di Como Agrippino nel VII secolo, rimane solo l'abside, conserva­ta a rudere. Tale abside è posta a ridosso di quella dell'abbazia attuale.

La primitiva costruzione sacra era dedicata a Santa Giusti­na. Durante i restauri del 1906 all'attuale abbazia, si rinvenne, come architrave di una finestra, il frammento di lapide che ne testimonia la dedicazione e l'epoca di fondazione.

In una epigrafe latina si legge: «Agrippino, servo di Cristo, vescovo della città di Como, eresse dalle fondamenta questo oratorio di Santa Giustina martire, nel decimo anno della sua ordinazione, vi depose i sepolcri, lo compì in ogni sua parte e lo dedicò». Agrippino fu vescovo della diocesi di Como tra gli anni 586 e 620 circa.

L'abside, che si presenta in forma semicircolare, è costruita in pietre squadrate di Moltrasio, legate da una malta forte.

Sorto l'imposta del cono di copertura del tetto, si possono notare tracce di decorazione di archetti. Il tetto è formato da scaglie di pietra secondo una tipologia in uso nelle vallate al­pine e prealpine. Al centro della parete risalta una finestrella con arco a tutto sesto.

 

 

San Salvatore di Brescia

 

Il monastero di San Salvatore e Santa Giulia, con il com­plesso di opere di scultura e pittura e attraverso le testimo­nianze romane rinvenute nel sottosuolo, rappresenta Lino spaccato della storia architettonica e figurativa della città, dall'epoca romana all'età moderna.

L’intero complesso del monastero benedettino femminile occupava il settore nord-orientale di un compatto urbano che, estendendosi lungo il "decumanus maximus" dell'antica città romana, racchiude in se un insieme di edifici che testimoniano un'attività urbanistica, costruttiva e decorativa di almeno di­ciotto secoli (dal I d.C. al XVIII).

Gli edifici fuori terra ed i giacimenti archeologici formano un blocco storico-architettonico, orgarico e compatto. Tale blocco assume il valore di uno. spaccato dell'evoluzione archi­tettonica della città di Brescia.

Il monastero (circa 4.350 mq coperti al piano terreno) venne fondato nell'VIII secolo. È costituito da un vasto insieme di edifici, di spazi aperti collegati tra loro. Vi figurano le chiese di San Salvatore, Santa Maria in Solario, Santa Giulia, i tre chiostri e gli adiacenti locali di lavoro e di residenza delle mo­nache, i sotterranei e l'ortaglia. Attualmente, il complesso si presenta in forme prevalentemente rinascimentali. I lavori compiuti tra la seconda metà del '400 e la fine del '500 hanno ristrutturato gli edifici, determinando l'attuale definizione dei volumi e degli spazi interni.

Fondato da Desiderio e dalla moglie Ansa nell'anno 753, acquistò immediatamente enorme potenza ed importanza sor­tu la guida della prima badessa, Ansilperga, loro figlia.

Di quella prima costruzione, dedicata a San Salvatore, oggi rimane la cripta a forma semicircolare. Infatti l'esame delle strutture murarie, degli elementi decorativi e di fonti scritte, fanno ritenere che già la prima chiesa (753) avesse una con­cessione" poi trasformata in cripta intorno al 762, quando vi si trasportò il corpo di santa Giulia.

Due coppie di pilastri in cotto, in sostituzione degli origi­nali scomparsi, dividono la cripta in tre navatelle. Gli archi a tutto sesto da essi sostenuti presentano una decorazione di stucchi e di affreschi su due strati. Due architravi in marmo poggiano sopra gli archetti con direzione a loro ortogonale; quello ad ovest è più lungo ed è perciò sostenuto anche da due sottili pilastrini che fiancheggiano lateralmente i due pilastri in cotto più occidentali.

Questi pilastrini, in marmo, hanno alte basi, ricche di mo­danature, e capitelli ad imitazione di quelli di stile corinzio, di forma alta ed elegante, con una decorazione stilizzata di Coglie lisce. Sopra il capitello, per sostenere l'architrave, è posta una mensola piuttosto larga ed arricchita da sagome. I due architravi, così come gli altri elementi portanti della cripta, sono in funzione di una copertura piana.

Durante lavori di restauro (negli anni 1959-60) uno scro­stamento del muro che delimita la cripta evidenziò la demoli­zione, attuata in epoca romanica, di quella parte di muro che la chiudeva verso occidente: questa è l'origine dell'attuale for­ma a ferro di cavallo.

Più ad est, due porte-finestre sono aperte in rottura; a queste si accedeva dai due piccoli corridoi curvi che iniziavano dal muro terminale est della navata principale che scendeva sino al livello della cripta.

Una traccia dell'accesso alla cripta sotterranea può essere costituita dalla scaletta a due rampe situata nella navata più a nord ed attualmente usata per scendere nei sotterraneo.

L'abside della cripta presenta nella sua zona centrale tre finestre più tarde che furono gravemente alterate nelle epoche successive. Sulle pareti ampie tracce della antica decorazione ad affresco, anche qui come negli archi su due strati sovrapposti. Del primo (sec. VIII) rimangono pochissimi frammenti con tracce di iscrizioni; del secondo (sec. IX) è riconoscibile uno zoccolo con motivo marmoreo, mentre sulla fascia superiore appaiono figure di apostoli.

Sulla struttura dell'VIII secolo si ebbero infatti numerose aggiunte e trasformazioni soprattutto nella decorazione ad af­fresco e nei pilastri marmorei nel secolo IX, mentre la decora­zione a stucco è da ritenersi del XII secolo.

 

 

Pavia

 

L'importanza politica di Pavia, nell'alto medioevo, è ricol­legabile soprattutto alla posizione strategica e militare della città.

Ticinum (i Bizantini la chiamarono Papia) si trova sul ci­glio di un terrazzamento alluvionale che si estende tra i fiumi Ticino ed Olona, a poca distanza dalla confluenza del corso d'acqua che bagna la città con il Po.

Nel cinquecento Pavia era una città munita di alte e robu­ste mura romane, rinforzate da Teodorico, che vi aveva fatto costruire anche il palatium, le terme e l'anfiteatro, favorendovi le condizioni ambientali perché continuasse a prosperare l'at­tività culturale già fiorente in epoca romana.

In seguito i Goti trasportarono a Ticinum il comando dell'esercito e la sede del governo. L'esperienza della guerra goti­ca prima, e l'accanita resistenza opposta dai bizantini all'eserci­to longobardo poi, avevano chiaramente indicato che Pavia doveva essere presa e difesa per impedire le comunicazioni fluviali tra la Liguria e Ravenna.

La città fu occupata dai Longobardi nel corso dell'anno 572 e rimase in posizione avanzata e minacciata fino al 642, quan­do Rotari conquistò definitivamente la Liguria, sgretolando la provincia delle Alpi Appennine.

Alla città di Pavia i Longobardi, ricollegandosi alla tradi­zione gotica, riconoscevano importanza militare e politica: luogo di raduno dell'esercito, di custodia del tesoro regio, di elezione dei re, Pavia era dunque la capitale del regno; qui ve­nivano perciò espletate tutte le funzioni civili connesse a que­sta attività politica.

Attorno al '600, a Pavia ebbe inizio la prima fase di una attività edilizia che mano a mano (soprattutto dalla seconda metà del secolo, sino alla fine del regno longobardo), avrebbe prodotto molti edifici, la maggior parte dei quali rappresentati da chiese e monasteri. Di questa intensa attività edilizia, oggi rimangono solo poche tracce, che vengono via via recuperate e che, insieme alla necropoli, testimoniano il ricco passato della capitale del regno longobardo.

Dalle frammentarie testimonianze archeologiche e dalle fonti storiche si può inoltre tentare di localizzare, all'interno della città attuale, le aree di insediamento tipicamente longo­barde.

Paolo Diacono, nella sua Historia Langobardorum, cita il palatium, la porta palacense e diversi edifici religiosi.

Esaminando più da vicino alcuni di questi edifici, notiamo che, sempre Paolo Diacono, ricorda che il palatium era attiguo alla porta palacense, fatta costruire dal re Bertarido nell'anno 680, ed alla chiesa di S. Romano.

Mentre la porta palacense, che concludeva il decumano massimo verso oriente, è scomparsa da diversi secoli, la chiesa di San Romano (demolita da poco tempo) permette una loca­lizzazione ben precisa per il palazzo regio voluto da Teodori­co, in seguito ampliato e valorizzato dai Longobardi e definiti­vamente demolito nel 1024.

Delle numerose chiese pavesi, citate da Paolo Diacono, al­cune possono solo essere localizzate in base a documenti, men­tre di altre rimangono preziose testimonianze in edifici reli­giosi più tardi.

Tra quelle totalmente scomparse, va senz'altro citata Santa Maria alle Pertiche, che fu fondata dalla regina Rodelinda ver­so il 677 e fu demolita nel 181S. Sulla struttura dell'edificio permangono dati scarsi. La testimonianza più valida è quella di Leonardo da Vinci che lasciò in un codice uno schizzo della pianta, da cui risulta un edificio a pianta centrale con nucleo ottagono e deambulatorio. Sull'attendibilità del disegno lasciato da Leonardo, non tutti gli studiosi concordano, poiché, in base a disegni successivi appena precedenti la demolizione, la chiesa aveva una pianta diversa e semplificata.

La denominazione «alle pertiche» è dovuta al fatto che, annesso all'edificio di culto, si trovava un cimitero per i guer­rieri longobardi. Secondo una tradizione ricordata anche da Paolo Diacono, delle pertiche venivano infisse sulle tombe dei guerrieri; il simulacro di una colomba, sulla sommità di alcune pertiche, indicava il luogo di provenienza dei guerrieri morti lontano dalla patria.

Un'altra chiesa attribuita all'età longobarda, della quale pe­rò rimangono testimonianze murarie, è Santa Maria alle Cac­ce. Sembrerebbe fosse stata fondata da Ratchis o dalla figlia. Ora si presenta in forme barocche.

Della primitiva parete settentrionale, già rilevata dal De Dartein, dal Cattaneo e dal Rivoira, resta solo una finestra con archeggiatura tutta in mattoni. Documentazioni fotografiche mostrano come questa finestra facesse parte di un motivo con­tinuo di archeggiature lungo tutta la parete.

La cripta, fortunatamente distrutta solo in parte, è costitui­ta da un corridoio rettilineo, voltato a botte, che collega le due absidi superstiti. le finestre sono a feritoia, strombate solo verso l'interno, e piccole nicchie sono ricavare nello spessore del muro. Nella cripta non vi è alcuna decorazione; porzioni di muro sono coperte da un intonaco antichissimo, forse quello originale.

Le chiese di San Felice e di Santo Stefano (della quale ul­tima è stata recentemente messa in luce una parte della navata settentrionale) presentano analogie con Santa Maria alle Cac­ce. In San Michele Maggiore, solo due piccoli frammenti in pietra lavorata parlano della basilica dove venivano consacrati i re longobardi.

Una testimonianza indiretta della fondazione longobarda si trova inoltre nella chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro, dove è conservata, insieme al corpo di Sant'Agostino, riscattato dai Turchi da Liutprando, la sepoltura dello stesso re.

  Una citazione a parte merita poi la chiesa di Sant'Eusebio, della quale si può osservare la superstite cripta con il comples­so scultoreo dei capitelli, un gruppo omogeneo dei quali, di fattura più arcaica, è senz'altro riconducibile alla primitiva fondazione longobarda dell'edificio di culto.

  Naturalmente i Longobardi occuparono anche i territori intorno alla città: strettamente connesse con la capitale Pavia vanno ricordate, per le testimonianze archeologiche che pos­siedono, anche Corteolona e Scaldasole.

Corteolona si trova a circa 20 chilometri sulla strada che conduce da Pavia a Cremona. Anche in epoca altomedievale, questo nucleo abitato era in posizione naturalmente difesa, es­sendo situato tra due grandi anse del Po e la valle dell'Olona.

  Liutprando fece qui ampliare la residenza paterna, tra­sformandola in palatium suburbano e, dopo l'anno 729, vi fondò anche una chiesa e un monastero.

  La testimonianza più nota dell'età liutprandea, provenien­te da Corteolona, è senz'altro un frammento di bassorilievo marmoreo, con la testa di un cavallino, ora conservato al Mu­seo Civico di Pavia, insieme a tre colonne della medesima provenienza.

  L'altissima qualità esecutiva del frammento lo fa conside­rare come «uno tra i momenti più nobili della scultura euro­pea precarolingia».

  Diverse sono le considerazioni che si possono fare su Scal­dasole. L'importanza di questo centro era, eminentemente, po­litica. Faceva parte integrante del sistema amministrativo del regno longobardo, essendo sede di uno «sculdascio», cioè di un giudice per le controversie civili, che era anche esattore dei tributi. La testimonianza più evidente è nel permanere della forma longobarda nell'attuale denominazione del paese.

 

 

Casteleseprio e Torba

 

Il distretto militare e giudiziario del Seprio raggiunse in epoca longobarda uno straordinario sviluppo. I suoi confini, nell'ottavo secolo, vanno dal Monte Ceneri sopra Lugano, fino a Parabiago, nei pressi di Milano, mentre verso est, inglobata la valle di Intelvi e altre terre comasche, scendono oltre Men­drisio, restringendo il territorio dell'antico municipio romano di Como quasi alla sola città.

La grande importanza che Castelseprio vanta sotto la mo­narchia longobarda, testimoniata anche dalla zecca che lì sorge per la coniazione di monete d'oro, si mantiene anche durante la dominazione carolingia, fino al risorgere, attorno all'anno mille, della potenza di Milano e di Como.

Il "limes" nella zona dei laghi, fondamentali vie di comu­nicazione dalle Alpi alla valle Padana, inizia dal lago Maggiore dove a Stazzona si trovava con tutta probabilità una base nava­le bizantina (o anche gota), a vigilanza del lago.

I Longobardi in seguito finiscono per usare di preferenza le stesse fortificazioni già create dai Romani, dai Goti o dai Bizantini.

Castelseprio, che nel primo medioevo raggruppa intorno a sé i longobardi, diventando così il capoluogo dell'intero terri­torio, rappresenta dai tempi della calata dei barbari fino al sorgere dei Comuni uno dei centri più importanti sia per la civiltà longobarda che per le successive vicende del mondo feudale. L'impianto planimetrico di Castelseprio è quello tipico di "castellum", abitazione, ricetto e presidio a guardia della valle dell'Olona tra le strade che da Como conducono a Novara e sempre da Como a Milano. I muri di fortificazione non si limitano a circondare la roccaforte, ma scendono lungo i fianchi del monte sino al fondovalle dove si trovava un tempo un massiccio torrione, che in seguito venne inglobato nel com­plesso del monastero femminile di Torba.

Tra i vari ed interessanti monumenti che ci sono pervenu­ti dalla zona, con forme pii o meno aderenti a quelle primiti­ve, un'attenzione particolare merita la chiesa di Santa Maria Foris Portas di Castelseprio sia per lo schema inconsueto della pianta sia per le caratteristiche pittoriche degli affreschi che contiene.

Il problema archeologico cronologico posto da questo mo­numento è sempre risultato prevalente in raffronto all'interes­se critico; rappresenta infatti uno dei casi più misteriosi e di controversa datazione dell'arte medioevale.

La pianta presenta uno schema del tutto inconsueto per l'occidente: ha una sola navata con due absidi nei lati lunghi; la terza abside corrisponde all'altare. Il presbiterio è separato da una parete muraria entro la quale si apre l'arco trionfale. Una parte del pavimento originale in lastre di marmo bianco e nero, tagliate in forme geometriche, è stato posto in evidenza durante gli ultimi restauri. Questo tipo di pavimento, che si ritrova con le stesse forme e dimensioni delle piastrelle in numerosi edifici del milanese, potrebbe per il suo carattere particolare essere coevo della decorazione pittorica delle pareti. Nel 1944 sotto l'intonaco che ricopriva i muri della chiesa si sono scoperte delle pitture notevolissime.

Le scene sono dipinte a scomparti sovrapposti e rappresentano scene dell'infanzia e della vita di Cristo. La loro datazione è incerta, ma oscilla secondo gli storici fra il settimo ed il decimo secolo. Ma qualunque sia la loro età la pitture di Ca­stelseprio hanno un valore di esempio: vi si può infatti vedere in quale modo le influenze bizantine abbiano agito sull'occi­dente suscitando un rinnovamento della pittura murale alla quale sarà debitrice tutta la rinascenza carolingia.

Oggi gli affreschi occupano solo i muri del presbiterio. La zona inferiore è purtroppo rovinata dall'umidità, che soprat­tutto nella parte sinistra ha reso pressoché illeggibile il dise­gno.

I colori usati sono pochi: il nero, il bianco, il rosso, il giallo, molto rari i verdi e gli azzurri. Stilisticamente possono essere raffrontati con miniature, avori, mosaici, affreschi della Grecia, della Siria, della Cappadocia e di molti altri paesi, tra i quali alcune zone d'Italia, che nel medioevo erano rimaste sotto il dominio o l'influsso dell'impero bizantino.

All'anno 1049 risale il documento più antico sinora cono­sciuto nel quale venga ricordata la chiesa di "Sancta Maria de Monasterio qui dicitur Turba", vale a dire il Monastero di Torba, sotto Castelseprio. Non è però difficile supporre che la struttura stessa della torre del monastero conduca ad una data­zione molto più remota.

Nella torre rimangono tracce di affreschi che sono al mo­mento vivo oggetto di studio e che potrebbero essere riferite  i ad un periodo di tempo compreso fra l'VIII ed il IX secolo. Le stanze della torre affrescate sono due: l'ambiente infe­riore conserva oggi solamente iracce di affreschi in prossimità delle due finestre a sud ed a est e poco sulla parete est. Parimenti affrescati sono gli archi che delimitano le finestre. Sul  muro che fronteggia le aperture della corre sono rappresentare alcune monache e sopra di esse appaiono i resti di due figure  i con abiti e gemme.

Con tutta probabilità la parte superiore della torre poteva essere un tempo raggiunta solo grazie ad una apertura pratica­ta nel pavimento, dato che la porta attuale era in origine senza dubbio murata.

La composizione più importante di tutto il monumento è costituita da Cristo assiso in trono fra gli Angeli, con ai lati  San Giovanni Battista e gli Apostoli. La composizione absidale  poggia su uno dei più bei "velaria" di tutta la pittura alto-medioevale.

Al momento il complesso di Torba è soggetto a restauri che tentano di porre in risalto le iscrizioni rinvenute nell'ambiente inferiore ed i graffiti dell'ambiente superiore; elementi  questi di indubbia importanza per la datazione precisa del  monumento.

 

 

Trino Vercellese

 

L'importanza del recinto fortificato altomedioevale di Tri­no Vercellese verrà quasi sicuramente meglio definita una voI­ta ultimati gli scavi che la Sopraintendenza Archeologica del Piemonte ha in previsione di eseguire entro un breve periodo di tempo.

Alla fine del 1966 sono stati fatti degli scavi attorno alla chiesetta di San Michele in Insula per verificare l'ipotesi che in origine la stessa fosse più grande di quanto in effetti mostri di essere. Dai saggi compiuti è emersa una struttura muraria di forma pressoché ellittica con l'asse maggiore orientato NO-SE, lungo circa 97 metri, e l'asse minore NE-SO di circa 65 metri. 

La struttura del muro è in ciottoli di fiume disposti piuttosto rozzamente e legati da una malta biancastra, mescolati a loro volta a frammenti di laterizi. A tratti, sulla faccia esterna, si notano fasce a spina di pesce, queste esclusivamente in  ciottoli. 

Ciò che oggi resta è naturalmente solo la fondazione di  quella che doveva essere la struttura emergente, struttura che, con tutta probabilità, disponeva di una più notevole presenza di materiale laterizio.

Questa fondazione è profonda circa due metri, come ha ri­levato un saggio nella zona della torre NE, e poggia su un ter­reno rinforzato da pali infissi nel suolo verticalmente.

Questa particolarità può dipendere dalla natura stessa del suolo; la terra è argillosa e in epoca più antica doveva essere anche paludosa.

All'interno del muro si notano, poste a distanza pressoché regolare, delle lesene costruite assieme alla muratura la cui funzione, secondo alcuni studiosi, era quella di sostenere una torta di camminamento di ronda.

A intervalli regolari, lungo il perimetro delle torri e nel settore sud, figurano un vano rettangolare e tracce di un pozzo di epoca più tarda.

La mancanza di uno scavo completo del manufatto rende impossibile per il momento una datazione più precisa. L’epoca supposta si riferisce comunque al VI-X secolo.

La chiesa di San Michele, secondo la tradizione, rappresen­terebbe il primo centro cristianizzato nella zona della Rigomagus romana che viene a sua volta indicata negli itinerari come una mansio intermedia fra Ticinum ed Augusta Taurinorum. La mansio di Rigomagus, collocata pressappoco nell'a­rea della Trino attuale, era un centro di notevole importanza che controllava il crocevia della strada che da Pavia conduceva a Torino con quella che, passando sul Po,, portava da Hastae a Vercelli.

I Longobardi, durante la conquista del Piemonte fino al fo, trovarono una rete di presidi già fortificati dai Goti in cor­rispondenza dei più importanti nodi stradali e dei punti crucia­li del fiume. Il manufatto di Trino potrebbe quindi rappresen­tare uno dei recinti fortificati arimannici che i longobardi costruirono nella zona, a difesa delle non lontane postazioni bizantine, sull'Appennino ligure.

 

 

Belmonte

 

Anche sul colle di Belmonte sopra Valperga, prossimo al centro di Cuorgné (Torino), scavi casuali e non ancora com­pletamente pubblicati hanno restituito una testimonianza più che mai interessante della presenza longobarda in Italia. L'insediamento barbarico di Belmonte venne scoperto verso la fi­ne degli anni sessanta in prossimità del Santuario fondato da re Arduino d'Ivrea. Il materiale scoperto è vario ed interessante, sotto tutti gli aspetti; tale comunque da far pensare, in prima istanza, ad un entro abitato medioevale piuttosto attivo. La prevalenza degli oggetti in ferro rinvenuti è rappresentata da strumenti di la­voro agricolo (tra i quali persino un aratro) e da altri utilizzati per l'allevamento del bestiame. Inoltre i reperti rinvenuti stanno a dimostrare come presso i longobardi fosse sviluppa­to un certo tipo di artigianato. Durante gli scavi sono emerse murature di fondazione che in qualche caso, come sul lato nord del colle, costituiscono un triplice ordine di muri di cinta. Sul versante sud del colle di Belmonte, oltre il muro di cinta, sono stati riportati alla luce muri di fondazione di un vano piuttosto ampio, forse un'abita­zione. Questo vano è addossato all'interno della recinzione, co­sì come un altro vano, detto della «fucina» per la varietà degli oggetti in ferro rinvenuti, è prossimo al muro, nel punto dello scavo, più a nord.

Dal locale detto «abitazione» provengono una pala, due falcetti, un punteruolo, una zappa, un coltellaccio, punte di lancia e di freccia e qualche frammento ceramico.

Dal locale «fucina», al contrario, abbiamo un piccone, una piccozza, lame per aratro, un palanchino. uno scalpello.

Inoltre, addossati al muro di cinta più interno, sono stati ritrovati molti oggetti in ceramica, una stadera, due asce ed un piccone. Due umboni, un'imbracciatura di scudo, fibbie, puntali e linguette di cintura tipicamente longobardi, oltre ad un ca­stone di anello di epoca classica. forse reimpiegato per un anel­lo sigillo, sono stati ritrovati poco distanti e testimoniano l'esi­stenza di una necropoli nel piccolo insediamento.

L’importanza di questo rinvenimento consiste nel fatto che ci troviamo in presenza (caso piuttosto raro e non solo per l'Italia) della necropoli e del suo abitato, costituito un tempo quasi sicuramente da agricoltori.

Va da sé che il materiale rinvenuto è vario ed eterogeneo.

Si sarebbero potute trarre importanti considerazioni ed ef­fettuare validi confronti proprio studiando il tipo di insediamento, la sua entità numerica, la vita svolta in esso, le attività primarie e, in una parola, le abitudini di un centro abitato come questo di Belmonte. Ciò non è stato fatto e non lo si potrà più fare se non in modo incompleto; solo cioè sulla scorta del materiale scoperto e riunito, non più visibile e studiabile nella posizione originaria. Scavi programmati, inoltre, avrebbero potuto consentire tutta una serie di raffronti tra il centro abi­tato e la sua necropoli; i dati così ottenuti sarebbero risultati utili per indirizzare la ricerca di altri centri abitati per i quali siamo a conoscenza del solo luogo di sepoltura dei defunti.

Il materiale di Belmonte, anche per via dell'ubicazione geografica, si presta in prevalenza ad un confronto con quello rinvenuto nella non lontana Testona. La necropoli di Testona, scoperta e descritta dal Calandra nel secolo scorso, rappresenta uno dei maggiori cimiteri italia­ni risalenti all'epoca longobarda. Anche in questo caso, come in altri analoghi, l'abitato è solo ipotizzabile sorgesse entro un raggio di 300-500 metri dal luogo del ritrovamento, poiché l'odierna Moncalieri, con il suo notevole sviluppo edilizio, ne ha cancellato ogni e qualsiasi traccia superstite.

L'esame del materiale proveniente da ben 350 tombe e conservato a Torino nel Museo di Antichità, permette di data­re la necropoli al primo periodo della permanenza in Italia dei Longobardi (seconda metà del VI secolo) La datazione la si de­sume soprattutto grazie alla presenza delle fibule a staffa, degli umboni di scudo e delle fibbie, oggetti questi tipici ditale pe­riodo storico.

Nell'ingente materiale di Testona troviamo però anche una completa documentazione del VII secolo. Vi figurano infat­ti le caratteristiche cinture multiple per le armi, le cuspidi di lancia a forma di alloro, lo scramasax di media lunghezza, gli umboni di scudo da parata, i motivi decorativi ageminati o placcati.

Contemporanea a Nocera Umbra e Castel Trosino, Testo­na presenta, a differenza delle altre due, una notevole quantità di armi (scramasax in particolar modo). Tale curiosità ha fatto sì che alcuni studiosi l'abbiano considerata soprattutto un cimi­tero di guerra.

Malgrado ciò, non mancano tuttavia le tombe femminili, così come è documentata nella necropoli la presenza di tombe autoctone.

Ben rappresentata è inoltre la ceramica decorata a stampi­glia a stralucido con motivi tipici dell'Italia nord-occidentale.

Alcuni bacili copti documentano poi la presenza di scambi con il mondo mediterraneo.

L’enorme quantità di materiale rinvenuto, che copre oltre­tutto un tale arco di tempo, costituisce ancor oggi un insosti­tuibile termine di confronto per ogni ritrovamento archeologi­co nell'Italia longobarda, malgrado non sia stato più possibile, a distanza di un secolo, ricostruire corredi.

 

 

Il ducato di Spoleto

 

  Di Spoleto, capitale di uno dei più importanti ed autonomi ducati longobardi, non rimangono oggi caute testimonianze archeologiche, tuttavia tutto l'impianto dell'attuale abitato ri­calca il tracciato medioevale che inglobava anche l'insula romana.

Nell'archivio capitolare del Duomo di Spoleto si conserva l'originale del documento con il quale nel 1067 il Vescovo An­drea assegnava alla canonica dei beni tra i quali due terreni si­tuati nei pressi della cattedrale; ciò rappresenta una testimo­nianza unica per la conoscenza di Spoleto nell'XI secolo e per l'identificazione di alcuni fabbricati anche precedenti, dei quali si conservava ancora viva memoria.

Tra questi, particolare importanza riveste la "Tribuna di S. Primiano", in parte ancora esistente. L'edificio, che il decreto del vescovo Andrea chiamava "tribuna", venne scoperto ed identificato verso la fine del secolo scorso da G. Sordini, in ambienti sotto la navata di sinistra del Duomo, in corrispon­denza della cappella delle reliquie. Tale cappella inoltre delimi­tava la zona nella quale in origine era situata la parte più ele­vata della tribuna di S. Primiano.

La tribuna (chiesa martyrium) venne in seguito assorbita dall'ingrandimento della primitiva cattedrale. L'interno dell'e­dificio è solo parzialmente visibile; presenta un andamento curvilineo ed in origine doveva probabilmente figurare quale rinforzo delta parte inferiore della tribuna. Un piccolo ingres­so, aperto forse nel XVII secolo, permette di entrare nella "tri­buna" stessa.

All'interno si può notare un anello perimetrale, al quale si innesta un corridoio centrale. Alle estremità del corridoio cen­trale e dell'ambulacro, tana riduzione in altezza e in larghezza forma una specie di arcosolio. In alzato, filari irregolari di pie­tre con blocchi squadrati agli angoli, mentre la volta a botte è costituita da mattoni posti principalmente di taglio con giunti di malta di notevole spessore.

L'illuminazione arrivava da un oculo e da quattro strette monofore.

L'interno era tutto intonacato, e si conservano ancora trac­ce della decorazione a fresco, in bianco, nero, giallo e rosso.

Nell'area urbana in cui sorge S. Primiano, secondo la tra­dizione locale, era ubicato anche il palazzo regio e ducale; pre­cisamente dove oggi sorge il palazzo vescovile.

Le cronache del tempo parlano di questo splendido edifi­cio, costruito dal re Teodorico; era allora situato in posizione dominante, a picco sulla valle. Anche le carte ducali dell'VIII e IX secolo descrivono la residenza dei duchi di Spoleto come un edificio molto bello e molto ampio, tanto che oltre al re ed al duca con la loro corte comprendeva diversi locali destinati al­l'amministrazione della giustizia e all'archivio.

Verso il 1000, dove sorgeva questo palazzo, venne fondato un monastero benedettino, non si sa se dopo aver demolito tutti gli edifici preesistenti.

I resti di costruzione altomedioevale che oggi rimangono potrebbero anche appartenere al palazzo ducale e ad uno degli edifici ad esso connessi, a conferma di quanto la tradizione popolare ha tramandato nel tempo.

Nella forma primitiva la costruzione prospiciente la valle doveva alzarsi sopra le arcate a sesto ribassato che ancor oggi si conservano, disposte lungo lati contigui di un edificio quasi rettangolare. Accanto alle arcate, verso l'interno, è delineato uno stretto corridoio che delimita l'unico ambiente centrale.

Il paramento murario, molto accurato, in conci squadrati, suggerisce l'impressione di una architettura di ispirazione ro­mana che da Teodorico venne dapprima ed in seguito larga­mente diffusa.

Nulla ci impedisce di ritenere che nei secoli successivi il palazzo regio sia anche divenuto sede dei duchi longobardi.

Altra testimonianza architettonica dell'VIII secolo la tro­viamo nella parte absidale della Basilica di S. Salvatore. la ba­silica è situata fuori le mura, sulla via Flaminia e conserva an­cora tracce del restauro altomedioevale (VIII secolo).

L'originaria dedica di questo edificio paleocristiano doveva essere infatti quella di S. Concordio. In seguito la chiesa fu parzialmente distrutta e radicalmente restaurata in epoca lon­gobarda; come tante altre basiliche di quel tempo, venne dedi­cata a S. Salvatore.

Oggi di questo evento rimangono, insieme al titolo, poche tracce nella zona absidale e nel presbiterio.

Il restauro attuale ha riportato l'edificio chiesastico alle li­nee paleocristiane primitive.

 

 

Nocera Umbra

 

Questa località, situata sulla via Flaminia, fu conquistata dai Longobardi nell’anno 571. Tutte o quasi tutte le località dell'interno videro arrivare le popolazioni germaniche dalla costa adriatica, più facilmente raggiungibile dal nord. Il territo­rio era compreso nel Ducato di Spoleto; Nocera, strategicamente importante, veniva considerata una fortezza posta al confine con la fascia dei territori dell'Italia centrale in salda mano bizantina.

La necropoli maggiore, scoperta alla fine del secolo scorso, rappresenta uno dei più importanti complessi archeologici longobardi in Italia. E’ disposta lungo il fianco di una collinetta ed è caratterizzata dal tipico allineamento delle tombe, orien­tare da est verso ovest ed in file successive.

Gli scavi sono stati eseguiti tra il 1893 ed il 1896 e sono stati diretti con estremo rigore scientifico dal Pasqui.

I corredi rinvenuti presentano sia armi, cinture decorate, fibule a staffa di tipica tradizione germanica, sia oreficerie, bronzi, vetri e altri prodotti di tradizione tardo antica.

I corredi maschili sono costituiti da spathe, scramasax, col­telli, scudi, lance, speroni e, nei casi più ricchi, da cinture con ornamenti in oro. Non mancano neppure selle, briglie, morsi ed altri finimenti per cavallo sempre decorati con ageminature o placcature in metalli preziosi.

I corredi femminili, anch'essi di estremo interesse, presen­tano gioielli (collane, fibule, orecchini, spilloni per capelli), ol­tre a borse, cofanetti, vetri, pettini in osso, spade da telaio, va­sellame e numerosi altri oggetti ed amuleti che venivano ap­pesi con lunghi nastri alle cinture.

A volte si trovano anche delle piccole fibbie che testimo­niano la presenza di scarpe e fasce con le quali i Longobardi erano soliti avvolgersi le gambe.

Altre due necropoli, prossime a Nocera Umbra, testimo­niano della diffusione degli insediamenti longobardi nella zo­na. Una di tali necropoli (Pettinara) presenta accanto alle se­polture longobarde anche quelle degli autoctoni.

 

 

Galognano

 

In prossimità di Galognano, piccolo paese della Val d'Elsa, è stato rinvenuto nel 1963 il tesoro di una chiesa. Gli oggetti rinvenuti sono da allora noti come «tesoro di Galognano», non solo per il nome della località, ma anche e soprattutto perché tale vocabolo è stato trovato inciso come dedica su un calice.

Nella pubblicazione, che risale alla fine degli anni '70, il tesoro di Galognano viene esaminato e descritto da un archeo­logo, da uno storico e da un linguista, alfine di chiarire i vari problemi interpretativi che tale ritrovamento (piuttosto raro, quindi con scarse possibilità di confronto pone agli studiosi.

Attualmente il tesoro è conservato presso il convento di San Lucchese, non distante da Poggibonsi.

In occasione di alcuni lavori edilizi effettuati nel 1963, sono stati scoperti sei pezzi d'argento, l'intera dotazione del te­soro, sepolti ed accatastati uno sull'altro; si trovavano nella nuda terra, senza protezione alcuna, come se fossero stati seppelliti, secoli addietro, chiusi forse in un sacco ed in tutta fret­ta, nell'imminenza di un pericolo o di un evento storico parti­colarmente importante e determinante per le popolazioni della zona. Il tesoro comprende: quattro calici dei quali uno re­ca l'iscrizione «hunc calice pusuet Himnigilda aecclisie Gallu­niani», una patena che porta sul bordo la scritta «Sivegerna pro animam suam fecit», un cucchiaio.

Questo gruppo di oggetti rappresenta senza dubbio solo una parte del tesoro della chiesa e va considerato alla stregua di uno dei moltissimi tesori che, in tempi storicamente inquie­ti quali erano quelli dell'alto medioevo, venivano sepolti un po’ in tutto il territorio già appartenuto all'impero romano.

Il tesoro ecclesiastico di Galognano, più che appartenere all'epoca precisamente longobarda, si può ascrivere all'epoca senza dubbio influenzata dall'invasione longobarda. L'occulta-mento di questo pregevole gruppo di oggetti, ed in un certo senso la sua a,nservazione, starebbero a dimostrarlo.

 

 

Castel Trosino

 

L'importanza della necropoli di Castel Trosino (Ascoli Pi­ceno) è dovuta al fatto che presenta diverse analogie con quel­la di Nocera Umbra. Anche questa, come Nocera, era situata nel territorio del Ducato di Spoleto e apparteneva ad un insediamento militare fortificato che controllava la via Salaria. Coeva alla necropoli situata in territorio timbro, presenta lo stes­so orientamento e allineamento delle fosse­I corredi più ricchi sono caratterizzati dalla quantità di ori, gemme ed altri oggetti di tradizione tardo-antica e non di rado di importazione. Non va dimenticato infatti che il territorio era molto prossimo a quello bizantino, Piuttosto limitati sono i ritrovamenti di armi, anche se proprio a Castel Trosino sono stati rinvenuti alcuni tra i più ricchi corredi di guerrieri scoper­ti in Italia.

La presenza degli autoctoni, piuttosto massiccia, è testi­moniata da ritrovamenti ceramici di uso locale, fibule a croce in argento o  bronzo, fibule a forma di animale, coltelli, pettini.

Nella necropoli di Castel Trosino, come in altri ritrovamenti longobardi, l'individuazione etnica degli inumati, se in alcuni casi è perfettamente possibile, in altri si presenta diffici­le a causa delle mutazioni progressive e del tutto giustificate dalle usanze funerarie germaniche, oltre che per il comparire di corredi di tipo «locale». Ciò si è verificato anche nelle sepol­ture rinvenute in alcune necropoli lombarde della zona alpina.

Il materiale di questa necropoli, così come quello di Noce­ra Umbra, costituisce oggigiorno il nucleo fondamentale del Museo dell'Altomedioevo di Roma.

 

 

La cultura artistica

nel Ducato di Benevento

 

È un fatto che anche le trattazioni storico-artistiche gene­rali più attente alla cultura dell'età longobarda di rado si spin­gono a considerare adeguatamente quella svoltasi nella Longo­bardia meridionale, e quando lo fanno si limitano per lo più a cenni su qualche edificio e su alcune sculture, all'esame del ci­clo pittorico di S. Vincenzo al Volturno e solo in alcuni casi al­la considerazione dei frammenti degli affreschi della chiesa di S. Sofia di Benevento, che, trovati qualche tempo prima, sono stati resi noti nel 1950.

Eppure le ricerche e gli studi condotti da quel momento con crescente impegno hanno messo via via nella giusta luce una produzione di estremo interesse nell'architettura, nella scultura, nella pittura e nella miniatura, colmando il vuoto de­terminato dalla disattenzione precedente e correggendo pro­spettive errate, aperte peraltro da una considerazione impro­pria degli affreschi di S. Vincenzo al Volturno.

Difatti è stato lo studio di questo importante ciclo a segna­re all'inizio del nostro secolo l'avvio alla conoscenza della pit­tura fiorita nella longobardia minore. Ma mentre Pietro Toesca, nel farne nel 1904 un'attenta e penetrante analisi, che gli consentiva di sottolinearne l'assoluta originalità e l'altissimo livello, riconosceva in essi, nonostante forti inflessioni carolin­ge, una netta caratteristica orientale e li riteneva collegati con l'ambiente romano, Emile Bertaux nella sua fondamentale opera sull'arte nell'Italia meridionale ribadiva l'affermazione fatta in un saggio pubblicato nell'anno 1900, che essi erano manifestazioni dell'arte benedettina.

S'accreditava, così, una scuola benedettina, che avendo il suo centro in Montecassino, avrebbe operato-secondo Ber­taux-con caratteristiche proprie ed omogenee nell'Italia cen­tro-meridionale dall'VIII al XII secolo, perciò ben oltre la fine del dominio longobardo e in un'area anche più vasta.

Gli studiosi accoglievano con favore questa idea e la svi­luppavano, tanto che il Goletti giungeva a ritenere quest'arte addirittura di ampiezza europea. Ma Géza de Francovich nel 1954 ha chiarito che la cosiddetta «arte benedettina» non e una corrente nettamente caratterizzata e tanto meno ampia­mente diffusa, ma una produzione della regione campana con atteggiamenti differenti, e questi nel proprio ambito disuguali. Tuttavia nello stesso tempo, sulla base di nuovi ritrovamenti e di più approfonditi studi delle opere note, si è giunti all'affer­mazione di una pittura «beneventana», propria dell'area meri­dionale longobarda, seguita da quella che ebbe le sue manife­stazioni più alte a Montecassino negli anni del governo dell'abate Desiderio.

A quest'affermazione sono arrivati per vie diverse Ferdi­nando Bologna e Hans Belting. lì primo vi è pervenuto muo­vendo dagli affreschi frammentari della S. Sofia di Benevento, ritenuti in un primo momento di qualche anno posteriori alle pittore volturnesi, in conseguenza di un presunto restauro dell'edificio che sarebbe stato danneggiato da un terremoto, e poi, dopo il riconoscimento delle strutture originarie della chiesa, del 760, l'anno della consacrazione del tempio. Difatti, cogliendo negli affreschi di S. Vincenzo al Volturno le stesse ca­ratteristiche di quelli precedenti di S. Sofia, che con la loro for­te intonazione realistica ed un'accentuata espressività sono di chiara derivazione mediorientale, e ravvisando nelle grandi miniature dei rotoli liturgici beneventani del X secolo la ripre­sa in piccolo formato della pittura murale che dovette conti­nuare a svolgersi nella stessa linea, il Bologna ha riconosciuto nell'area meridionale un movimento d'arte «pari in tutto, per svolgimento cronologico ed estensione territoriale, a ciò che i paleografi considerano da tempo l'area storica della 'scriptura beneventana’. A sua volta il Belting è giunto allo stesso rico­noscimento, ma la ricostruzione dell'intera vicenda da lui proposta in un approfondito studio specifico non prende le mosse dall'altissimo episodio di S. Sofia, in quanto egli ha continuato a ritenere il ciclo eseguito dopo il terremoto che colpì la città nell'847. Ha così fatto cominciare lo svolgimento di questa pittura dal principio del IX secolo, unendo per questo gli affreschi della grotta di S. Biagio a Castellamare di Stabia, quelli ecce­zionali di S. Vincenzo al Volturno e di S. Sofia di Benevento, gli altri purtroppo ormai quasi illeggibili della cripta del Duomo di Benevento stessa e ancora quelli della chiesa dei SS. Rufo e Carponio a Capua e dell'Annunziata di Prata.

Per il X ha annoverato i resti degli affreschi di S. Michele e di S. Salvatore a corte a Capua e quelli della basilica dei SS. Martiri di Cimitile, e per il seguito gli altri di Calvi Risorta, di S. Maria de Olèaria sulla costiera amalfitana e di Olevano sul Tusciano, mentre ha affiancato ai dipinti del IX e del X secolo le miniature di otto codici e rotuli coevi.

Ma qualche anno prima di tale accostamento, constatando che lo svolgimento delta miniatura era stato analogo a quello della pittura e perciò maggiormente legato allo svolgimento della scrittura, io stesso avevo avuto modo di definire anche la miniatura «beneventana».

È evidente, perciò, che in pochi anni, con l'apporto anche di studiosi che si sono mossi da altre posizioni e con vedute diverse, è stato compiuto un lavoro proficuo, il quale è stato tale anche per l'urbanistica e l'architettura, per la scultura e per la stessa oreficeria, sebbene per questa e per la lavorazione dei metalli, le arti proprie dei longobardi, ci si sia limitati a riprendere in considerazione gli oggetti venuti alla luce tra la fine dell'ottocento e la prima metà del novecento nel corso di rinvenimenti occasionali. Sono mancati, infatti, come nel pas­sato, ad eccezione di quelli condotti, ma per altre finalità, nel­l'interno della Cattedrale di Trani, scavi programmati di ne­cropoli, che soli consentono di raccogliere tra i corredi funebri ampie testimonianze ditali arti.

È perciò ora impossibile delineare il profilo, che qui sarà solo abbozzato, della cultura artistica svoltasi nell'area domina­ta dai longobardi nel Mezzogiorno d'Italia. Una cultura fiorita nel quadri di una civiltà che aveva il suo fondamento in quella tardoromana, presto assimilata dai barbari invasori al punto che il loro stesso diritto, nell'ambito di strutture sociali diverse e di una nuova organizzazione statale, era stato largamente in­fluenzato dal diritto romano e dalle consuetudini del popolo vinto; civiltà che era improntata dalla religiosità fatta propria con la conversione al Cattolicesimo e in breve consolidatasi, nonostante la sopravvivenza sporadica di credenze e di prati­che pagane, e che aveva ancora il suo mezzo espressivo nella lingua latina, con la quale furono scritte non solo leggi ed atti pubblici e privati, ma anche agiografie, poesie, cronache, capi-saldi di una vera e propria letteratura.

E come gli esponenti di questa ebbero nel loro mondo un posto di rilievo-si pensi, tra gli altri, al grammatico Ursus, che tenne scuola a Benevento nel IX secolo, al poeta Ilderico, e per rimanere nello stesso IX secolo, ad Erchemperto, l'appassionato autore dell'Ystoriola Langobardorum Beneventum de­ gentium - così godettero di larga considerazione gli artisti. Nel 732, vale a dire trenta anni prima che avesse inizio la fervida stagione di cultura e d'arte promossa da Arechi il, la più splendida della capitale della longobardia meridionale, il duca Gregorio concesse ad un fuoriuscito la grazia e gli restituì le sostanze confiscate per intercessione del pittore Dimberto, che egli chiama nell'atto «pictorem nostrum», e ancora i principi Sicardo, Radelchi I e Radelgario fecero cospicue donazioni, tra il gennaio dell'838 e il novembre dell'850, ad «Autulo aurifici nostro».

Sono queste, testimonianze significative dell'ambiente nel quale tale cultura artistica si svolse con caratteri ben definiti, determinati dall'incontro di componenti diverse su un fondo comune. Se infatti continuano nella oreficeria, almeno fino a quando di essa si conservano testimonianze, e riecheggiano nella scultura accenti barbarici, che tuttavia non mancano qua e là, come non mancano motivi ispiratori germanici, nelle altre arti, in queste appaiono, su un persistente sostrato tardoantico, modi bizantini e mediorientali, anzi nella pittura specifi­camente siro-palestinesi, e via via si sviluppano con un tono sempre severo, in un percorso ricco e vivo, che per qualche manifestazione continua anche oltre la fine del dominio lon­gobardo, com'è il caso della scrittura che i paleografi sono or­mai concordi nel definire, secondo l'ormai remota proposta del Lowe, «beneventana».

Ma se questa, caratterizzata dalla sobria eleganza delle sue lettere regolari, ebbe origine nella seconda metà dell'VIII secolo e venne canonizzata circa due secoli dopo, altre arti presenta­no manifestazioni anche notevoli molto prima. A cominciare dall'architettura, il cui avvio è testimoniato dalla rozza ma significativa attività edilizia svolta poco dopo che i longobardi si insediarono a Benevento, nella parte alta della collina sulla quale si estendeva la città romana, del cui abitato, però, dalla popolazione locale sensibilmente ridottasi, fu abbandonata la parte nella zona pianeggiante.

A Benevento, infatti, i nuovi dominatori, i quali costruiva­no solo abitazioni in legno, dovettero presto occuparsi della ri­costruzione delle mura che nel 545 erano state rase al suolo da Totila. Ed esse-che racchiusero come Porta Aurea l'Arco di Traiano, le altre porte, delle quali resta Porta Somma ingloba­ta nella trecentesca Rocca dei Rettori, e le torri a base tonda o quadrata che fortificarono la cinta-furono costruite certamente da maestranze locali con una tecnica divenuta per l'inattività molto grossolana, utilizzando il materiale romano che poté es­sere raccolto. Invece diversa, frutto di una graduale ripresa del­le maestranze, che facendosi interpreti della volontà dei domi­natori tradussero via via in muratura anche strutture barba­riche come la «laubia», un edificio costituito da un portico sormontato da una stanza; diversa, più regolare, fu la tecnica con coi venne eretto nell'VIII secolo il tratto che recinse la zona di ampliamento, comprendente una parte della città antica. Così giunse alla lunghezza massima il perimetro della cinta, il quale, nonostante le rovine della guerra e gravissime manomissioni recenti, presenta ancora diverse parti interessanti, come, tra quelle dell'VIII secolo, la Port'Arsa, ornata da due pi­lastri antichi con base e capitelli, e la cosiddetta Torre della Catena, purtroppo danneggiata, ma sempre monumento di rilievo.

Una tecnica muraria simile a quella della prima cinta si ri­scontra nella parte superstite della pii antica Cattedrale, che così appare essere della fine del VI secolo, confermando una tradizione che la vuole consacrata il 15 dicembre del 600. Si tratta di una sorta di cripta, delta quale l'unico muro esterno si leva massiccio, al pari di quello delle fortificazioni, con l'irrego­lare disposizione delle grandi pietre di spoglio, non diversa­mente, del resto, dalle strutture dell'interno. E questo presenta una pianta più complessa di quelle che avranno poi le vere cripte, in quanto affianca ad un vasto spazio absidato, delimita­to nella sua parte rettilinea da vani intramezzati dal pilastro in cui si apre la fenestella confessionis due ali a doppia navata; pianta che, per ampiezza di respiro, rivela un chiaro legame con la tradizione.

Quindi, degli edifici religiosi eretti al tempo della conver­sione dei longobardi nel terzo quarto del VII secolo, resta, ma ancora in attesa di restauro dopo il recupero (era stata trasformata in antico in casa rurale), la chiesa di S. Ilario a Port'Aurea. Così datata sulla base della tecnica muraria, per il mo­vimento delle cupole di diversa altezza che coprono le due campate in cui è divisa l'aula absidata e per quello dei tiburi al­l'esterno, che dà luogo ad un'armonica composizione di solidi elementari, rivela una larga ripresa dei modi orientali. Ritenu­ta da alcuni studiosi più tarda, anche il suo legame con un altra chiesa a due cupole in asse dell'area pugliese soggetta ai lon­gobardi e perciò non molto posteriore-quella di Seppanniba­le presso Fasano-porta a confermare la data assegnatale.

È inoltre in questo torno di tempo che abbiamo testimo­nianze dell'arte propria dei longobardi, naturalmente impor­tata anche nel Mezzogiorno d'Italia, quella della lavorazione dei metalli ed in particolare dell'oreficeria; testimonianze che sebbene siano offerte, come s'è detto, solo da rinvenimenti oc­casionali avvenuti qua e là, sono di non poca importanza.

Difatti, oltre alle fibbie ed alle guarnizioni bronzee di cin­ture ed ai chiodi di bronzo dorato di uno scudo con umbone, trovati, insieme con le armi, nelle tombe della necropoli beneventana della seconda metà del VII-primi dell’VIII secolo, in tutto simili a quelli rinvenuti anche nelle regioni settentriona­li, abbiamo esemplari di oreficeria davvero singolari. Sono fi­bule, anelli, orecchini, che rivelano, nella varietà delle forme e degli ornati, con il recupero dei modelli tardoantichi, un accen­tuato rapporto con l'oreficeria orientale, da quella siriaca all'iranica, a riprova di una sempre più viva adesione ai modi che gli orafi longobardi avevano fatti propri al tempo dello stan­ziamento della loro gente in Pannonia.

Basti pensare ai monili trovati nel 1916 in località La Salsa presso Senise, in Basilicata, oggi conservati nel Museo Nazio­nale di Napoli, i quali peraltro, sicuramente databili al VII seco­lo in quanto sul rovescio dei due orecchini hanno l'impronta del soldo aureo di Eraclio e Tiberio, regnanti tra il 659 e il 668, rivelano, per la palese affinità con esemplari sicuramente localizzati, i caratteri dell'arte fiorita nelle botteghe degli orafi longobardi di Benevento. Sia in questi orecchini, nei quali figu­re e paste vitree «cloisonnes» mostrano un chiaro superamento dei semplici effetti di contrasto delle incastonature bar­bariche, sia negli anelli d'oro massiccio e nella croce, sia ancora nella grande fibula ovale ornata da quattro fili ad onda, la quale purtroppo conserva solo una delle nove paste vitree che vi erano incastonate, è chiara l'affermazione di un peculiare deco­rativismo, fondato sul risalto dei colori sull'oro.

Ed è, questo, il punto di arrivo di un percorso passato in breve volgere di tempo attraverso momenti rappresentati da opere diverse tra loro ma tutte significative, quali la fibula tro­vata a Capua ora nel Cabiner des Médailles della Bibliothèque Nationale di Parigi, a disco Lavorato a traforo; la Fibula Castellani; così detta dal suo primo possessore, rinvenuta a Canosa di Puglia e passata al British Museum, con un'immagine di donna a smalto nel clipeo circondato da una serie di squisiti cerchi ornamentali; la dispersa Fibula Dzialinsky a disco con due giri di perle e di gemme e quella della Melvin Gutman Collection of Jewelry nello Allen Memorial Art Museum di Oberlin (Ohio, U.S.A.), pure a disco, che intorno a un meda­glione a smalto con un quadrifoglio ha un cerchio di anelletti e di perle e una serie di giri concentrici, l'una e l'altra prove­nienti da imprecisate località meridionali; e ancora quella del­l'Ashmolean Museum di Oxford, detta «di Benevento» perché di qui proviene, una fibula a tamburo dai tre pendagli con gemme a goccia: rossa quella centrale, viola le laterali,Appar­tenuta certamente ad un sovrano, essa è contornata e scom­partita da un cordoncino di filigrana a spiga tra due fili perlinati e ornati da fregi a S contrapposte, i quali bene pongono in risalto nell'ampio castone centrale il cammeo con il busto di un giovane guerriero o forse anche di Minerva, invero problematico perché non si può dire se tardoromano o imitazione di un cammeo antico.   motivi ornamentali, non è isolata nella città se ad essa si collega, per i medesimi elementi decorativi, un frammento qui rinvenuto nell'area in cui venne alla luce nel 1927 la ricordata necropoli, nella quale furono trovati anche una coppia di orecchini e una delle due crocette che con essa sono nel Museo del Sannio. Di queste, che si affiancano all'altra forse rinvenuta a Benevento ora ileI Cermanisches Nationalmuseum di Norimberga, ed ancora alle tre trovare di recen­te nelle tombe messe in luce nella Cattedrale di Trani, una e stata trovata ad una certa distanza dalla città, nella contrada di S. Vitale, ed è di forma a croce latina, senza alcun ornamento. Quella rinvenuta nell'area della necropoli, invece, equilatera con decorazioni a tenia ricavate a stampo, rivela l'acquisizione di forme gote da parte dell'oreficeria longobarda.

Strettamente connessa con l'oreficeria è l'arte della mone­ta, che nella longobardia meridionale ebbe anche un proprio svolgimento, in quanto dalla sostanziale adozione, nella zecca di Benevento, di esemplari bizantini per le monete dei primi duchi, ed ancora dalla ripresa di tipi monetali di Giustiniano il per quelle dei sovrani della prima metà dell'VIII secolo, si passa ad una più libera rielaborazione dei modelli, com'è in quella di Arechi II, sempre con l'immagine del sovrano nel diritto e la croce potenziata nel rovescio, e via via ad una sempre più ar­dita autonomia, non priva di espressività, come appare nelle monete di Grimoaldo III e dei principi Sicone e Sicardo del IX secolo. Ma per il graduale passaggio del paese dall'area eco­nomica bizantina a quella occidentale, si ricorse anche a Bene­vento, e nelle zecche sorte poi a Salerno e a Capua, ad una monetazione solo d'argento e ad una semplificazione dei tipi monetali.

Tuttavia, tornando all'VIII secolo, è da sottolineare che allo­ra, nel terzo quarto, durante il saggio governo di Arechi II, che alla caduta del regno elevò il ducato in principato perché fosse custode e continuatore delle tradizioni della sua gente, nella vivida temperie culturale ed artistica da lui promossa, intensi­ficando contatti di ogni genere, anche l'oreficeria dovette ricevere nuovi apporti. Purtroppo non ci sono pervenute opere, ma le testimonianze di importazioni dai paesi orientali di og­getti preziosi, di gioielli, di gemme, di stoffe di pregio ci con­sentono di intuire le conseguenze di questi fatti, tanto più che essi sono ampiamente attestati per le altre arti.

Anzi, per l'architettura, mentre non possiamo dire nulla del Sacrum Palatium di Benevento perché di esso resta solo il ricordo nel toponimo Piano di corte, dobbiamo registrare un autentico capolavoro. È la Chiesa di S. Sofia che Arechi II fon­dò appunto nell'area palatina e che dovette essere completata entro il 760 se nel maggio di quell'anno vi furono solennemente deposte le reliquie dei Dodici Fratelli martiri, recupera­te in diversi centri del ducato; alle quali otto anni dopo si aggiunsero, in un altare più grande eretto davanti, quelle di S. Mercurio, il santo guerriero venerato a Costantinopoli ed as­sunto allora come patrono dei longobardi beneventani. Del resto secondo le testimonianze antiche, la chiesa volle essere quella che fu la basilica di Costantinopoli, dedicata da Giusti­niano alla Divina Sapienza «madre del suo impero». Con la  stessa dedica, raccogliendo ugualmente le reliquie del passato, essa ebbe la medesima funzione di tempio del sovrano, di chiesa ufficiale dello stato, si che non ha fondamento il riferi­mento alla basilica di Bisanzio come ad un esemplare formale.

Pervenuta a noi col volto datole dai rifacimenti successivi al terremoto del 1688, quando perdette le aggiunte del XII se­colo, e ripristinata in gran parte dal restauro effettuato da Antonino Rusconi tra il 1951 e il '56-restauro che è stato da ta­luni discusso ma che è pienamente valido, avendo messo in luce con un procedimento rigoroso le strutture originarie, pe­raltro intuite da più di uno studioso sotto il rivestimento ba­rocco-la chiesa è tornata a mostrare la singolare bellezza che Erchemperto aveva implicitamente sottolineato con legittimo orgoglio e che è data dal suo originalissimo impianto. In un perimetro per metà circolare, con tre absidi pure tonde, e per metà a stella, anch'essa però arrotondata nella fronte, si susseguono, infatti, uno iscritto nell'altro, un circuito decagonale di otto pilastri e due colonne presso l'ingresso, ed uno esagonale di colonne con fastosi capitelli di spoglio, dando luogo, nei due periboli, a volte quadre, trapezoidali, triangolari, che si svolgo­no con effetti felicissimi.

Ora, l'opera di restituzione, anche se non ha potuto ripor­tare la cupola alla forma originaria di una calotta voltata a spicchi, al di sotto di un grande tetto conico, e se, per ragioni di culto, ha solo ridotto le due cappelle tangenti alla facciata barocca sostanzialmente conservata, ha ridato il senso dell'edi­ficio, che, con il frastagliamento dei muri al di sorto del tetto, doveva apparire come una grande renda variopinta, la tenda del capo, che bene rendeva il significato e il valore della chiesa. Ma l'esterno, sebbene eccezionale, non faceva certo supporre la mirabile soluzione dell'interno. Questo, a prima vista, per l'ardita articolazione degli spazi, potrebbe sembrare sconcer­tante. Eppure, come bene osserva l'autore del restauro, «se vo­gliamo con più attento studio analizzare le singole parti, nei reciproci loro rapporti, se particolarmente vogliamo indagare le ragioni e gli scopi di una distribuzione planimetrica così ab­norme e complessa, vediamo che tutto è frutto di una intelli­genza acuta, raziocinante, tesa a raggiungere effetti illusionisti­ci, giochi di prospettive, scomposizioni o chiusura di spazi coordinati ad effetti geometrici ben precisi e matematici basati su rapporti reciproci che, data l'epoca..., veramente stupiscono». E in questa chiesa che, pur nel suo rapporto con l'architet­tura orientale e nel ricordo di certe forme antiche, non ha ri­scontri di sorta, in quanto prepotente affermazione di una vi­sione ardita e geniale; in questa chiesa sono riemersi ampi frammenti di affreschi che costituiscono la prima e più alta manifestazione a noi nota della pittura fiorita nella longobar­dia meridionale. La più alta per l'ampiezza di respiro e per la potenza espressiva che si colgono nelle mutile Storie del Battista, nell'abside sinistra, dove l'Angelo Gabriele reca al vecchio Zaccaria l'annuncio della sua prossima paternità e questi, am­mutolito per l'emozione, comunica con i gesti la lieta notizia, e ancora per 1o straordinario vigore che caratterizzano la impe­tuosa Annunciazione a Maria e la commossa, serrata Visitazione nell'abside destra, dov'erano raffigurate le Storie di Gesù.

E come la rarissima iconografia trova riscontri in esempla­ri siro-palestinesi, tanto per gli schemi compositivi, quale quel­lo di S. Elisabetta inginocchiata dinanzi alla Madonna, quanto per la raffigurazione di particolari, così lo stile si collega a quello della pittura che nella Siria e nella Palestina, tra la fine del VII e i primi dell'VIII secolo, aveva recuperato con impeto vitale la visione tardoantica attualizzandola, con una accentuata espressività ed una forte intonazione realistica. Sì che a Benevento, dove i rapporti con il medioriente appaiono molto stretti, questi affreschi attestano, a livello di un grande mae­stro che solo poteva fare certe scelte, un'apertura che precede di mezzo secolo quella che avverrà in altre parti dell'Occidente, e senza le conseguenze feconde che seguiranno nella Longo­bardia minore. Qui, del resto, questa pittura si diffonde in tut­to il territorio, se nello stesso secolo ne troviamo tracce qua e là, sia pure di qualità inferiore: un volto espressivo nella basili­ca dell'Annunziata di Prata; un frammento della storia del Battista anche nella chiesetta di Seppannibale in Puglia, dove in controparte e con fare meno sostenuto appare lo stesso epi­sodio dell'Annunzio a Zaccaria della S. Sofia di Benevento; immagini sacre e simboliche e storie bibliche di tono invero dimesso nella cripta del Peccato Originale di Matera.

Nella chiesa di S. Sofia di Benevento troviamo, inoltre, an­che interessanti testimonianze di scultura: accanto agli splen­didi capitelli antichi, corinzi e compositi, riutilizzati sulle co­lonne, sono quelli appositamente eseguiti per i pilastri, decora­ti da rondini, da listelli e da file di fuseruole e perline, e ancora i peducci degli archi sobriamente ornati da coppie di giunchi. Probabilmente altre opere di scultura dovettero ornare il tempio, ma. non ne abbiamo traccia, né tra i non pochi resti scultorei dell'VIII secolo e di quelli successivi a noi pervenuti possiamo arguire quali spettino ad esso. Eppure si tratta di un numero cospicuo di pezzi, i quali attestano, con altri preceden­ti, ugualmente raccolti per lo più nel Museo del Sannio, lo svolgimento di una scultura che, pur senza arrivare all'altezza delle altre arti, le affianca dignitosamente ed anche con carat­teri propri. Rivela, infatti, un ininterrotto legame con la tradi­zione classica, nonostante una certa varietà di atteggiamenti. Ma questa, più che da motivi decorativi barbarici, è determina­ta da quelli bizantini. Così, dopo una prima produzione di capitelli per le chiese che si costruirono piuttosto numerose verso la fine del VII secolo, eseguiti prendendo ad esempio i modelli classici con un fare stentato, del tutto dimentico del modellato, si ha una sempre più larga attività scultorea, che a partire dalla seconda metà dell'VIII secolo, accoppia ad una sempre più misurata rielaborazione di forme antiche, un deciso accoglimento di modi bizantini ed anche di altra provenienza. Prove molto significa­tive sono date dai frammenti di due plutei: uno del tempo di Arechi II, appunto, nel quale, fiancheggiato da una serie di cer­chi con fiori al centro, un intreccio di nastri e di foglie di acan­to aculeate si stendeva ad avvolgere la croce, di cui resta solo la parte inferiore; l'altro più tardo, ornato nei pannelli dei quali era composto da elementi fitomorfi, foglie di acanto aculeate e corolle di gigli stilizzate, felicemente inserite in una composi­zione geometrica di sapore arabo, molto raffinata.

Intanto il suggestivo contrasto di piani in luce e di vuoti in ombra del rilievo di questi plutei torna nei capitelli a stampel­la che compaiono proprio nel IX secolo, quando peraltro più evidenti diventano gli intenti plastici. Naturalmente la decora­zione di essi si avvale di motivi nuovi, per lo più desunti dalla natura, e talvolta anche dall'oreficeria ed in genere dall'arte del metallo, tuttavia in una produzione abbastanza ricca.

Ma poco prima, a cavallo tra l'VIII e il IX secolo, aveva fatto la sua comparsa anche la scultura figurale, in quanto a quella data si deve riferire, per l'evidente relazione con il noto rilievo della Cattedrale di Calvi-una fronte di sarcofago riecheggian­te un modello antico incastrata nella facciata-, un frammento di pilastrino del Museo del Sannio, che presenta una figura di uomo in piedi ed un leone rampante sulle facce laterali e la più espressiva immagine del Buon Pastore sulla faccia princi­pale ricurva, non priva di vigore nel suo pur stentato linguaggio.

Tuttavia giova tornare ancora un poco indietro, perché in­sieme con S. Sofia abbiamo diverse altre importanti testimo­nianze della intensa attività edilizia dell'VIII secolo e significativi ricordi di alcune sue manifestazioni. Tale è quello della Cattedrale fatta costruire a Benevento dal vescovo Davide al posto dell'altra più antica, a tre navate con transetto, abside con due deambulatori concentrici e pronao, com'è stato possi­bile arguire prima che fosse distrutto dai bombardamenti bel­lici l'edificio a cinque navate eretto sulla stessa area in età ro­manica; chiesa del vescovo a pianta basilicale, di ampiezza e respiro tardoantico, quasi contrapposta alla singolare chiesa del sovrano, che pure attingendo nello stesso tempo a motivi orientali riproduceva la tenda del duce barbarico. E altro ricor­do importante è quello, che si desume dall'ammirata descri­zione fattane dall'anonimo autore del Chronicon Salernitanum, del Sacrum Palatium di Salerno, dove poi Arechi II passò, pur conservando a Benevento il suo primato. Ma a Sa­lerno resta la chiesa di S. Pietro a corte, anche se, per avere un'idea chiara di questa che dovette essere cappella palatina, occorre attendere il completamento dei lavori in corso, i quali, tuttavia, hanno messo In luce strutture ed elementi decorativi interessanti.

Inoltre a Prata è la basilica cimiteriale dell'Annunziata, che ritenuta anche paleocristiana per la sua posizione in un com­plesso catacombale, sia per gli elementi strutturali messi in lu­ce dal restauro fattone dal Rusconi-il quale tra l'altro ha rile­vato che l’aula, in muratura listata come quella della S. Sofia beneventana, è coeva alla zona absidale e costituisce con essa un organismo unitario-sia per il frammento di pittura del­l'VIII secolo affiorato al di sotto dell'affresco che orna il nic­chione dell'abside, è un monumento di età longobarda. Un monumento che, alla severità tardoantica della navata unica con volta a botte ripartita da tre grandi archi, unisce l'ardi­mento prospettico, di evidente ispirazione bizantina, del pre­sbiterio. Questo, infatti, inquadrato da un triforìum costituito da un'ampia arcata centrale su colonne antiche e capitelli ionici e da due arcatelle minori di accesso al deambulatorio sopraele­vato e scavato nella roccia tufacea, ha nel mezzo l'abside che si sviluppa in profondità con pianta a mezza ellisse, al centro della quale, sopraelevato rispetto al sedile in muratura che cor­re intorno, un nicchione interrompe la serie di archetti su co­lonnine impostate su un alto stilobate, la quale illumina il deambulatorio e rende certamente singolare il complesso.

In Campania restano ancora nella basilica di S. Maria in Foro Claudio, ricostruita nel XII secolo, strutture in muratura listata della chiesa a tre navate dell'VIII, della quale sono inoltre evidenti nella facciata i resti del triforium. Ma non mancano testimonianze significative anche nelle altre regioni. In Basili­cata, a Venosa, importante centro del gastaldato di Acerenza al confine meridionale del principato, nel quale era particolar­mente attiva una comunità ebraica, sorse anche allora, accom­pagnata da un battistero, la chiesa della SS. Trinità, trasforma­ta in età normanna, e quindi rimaneggiata, essendo rimasta incompiuta la nuova grandiosa chiesa che più tardi si cominciò a edificare alle sue spalle. lo attestano con chiarezza ampie zone di paramento murario ed archi a mattoni tipici, come sono, del resto, anche l'arco trionfale e quello della testata della navata sinistra, in quanto la chiesa, che venne costruita sull'a­rea di una basilica paleocristiana molto più vasta, della quale sono venuti alla luce resti del pavimento a mosaico, era a tre navate. Essa terminava in una grande abside traforata da due quadrifore, ma bisogna aggiungere che doveva avere una fac­ciata ornata di rilievi, se nelle mura della chiesa incompiuta, insieme con altri certamente provenienti da una sinagoga, ne appaiono reimpiegati parecchi, i quali, per avere uno spessore di circa 30 cm., non potevano essere parte di plutei.

Qui, inoltre, nella domus hospitalis antistante alla chiesa, il Cagiano de Azevedo ha identificato il rifacimento, non privo di elementi originari, di una «laubia», che poi ha riconosciuto anche nella cosiddetta «loggia dei Pellegrini», nota pure come «Palazzo del Catapano» a Bari. Ma in terra pugliese, a parte S. Michele Arcangelo sul monte Gargano, che, se era sorto già al­la fine del V secolo, era da tempo il santuario della gente lon­gobarda, come dimostrano, a conferma delle testimonianze an­tiche, alcune strutture da poco messe in luce con eloquenti iscrizioni di pellegrini anche in caratteri runici e soprattutto lapidi dedicatorie, tra le quali quella di Romualdo i promotore della sistemazione monumentale del complesso, abbiamo, del tempo della dominazione longobarda in Puglia, con notizie e tracce di edifici scomparsi a Trani, la ricordata chiesetta di S. Pietro in Barsento presso Noci e quella di Seppannibale, la prima con tre absidi e tre navate coperte da volte a botte, della quale quella centrale a forma ellittica tagliata da un arco tra­sversale, la seconda con una sola abside ma pure a tre navate, di cui le due minori con volta a semibotte e la maggiore con due cupole in asse entro tiburi di uguale altezza.

Inoltre, mentre della fine dell'VIII secolo è andata distrutta per gli eventi bellici la chiesa di S. Maria delle Cinque Torri a Cassino, a croce greca iscritta in un quadrato, secondo uno schema bizantino rielaborato, della quale abbiamo tuttavia fo­tografie e rilievi, perché a suo tempo studiata, di quello stesso momento, o al più dei primi del IX Secolo, sono la basilica di S. Maria di Compulteria presso Alvignano e la chiesa del mona­stero di S. Benedetto di Teano, dove nell'883 si rifugiarono i monaci di Montecassino dopo la distruzione dell'abbazia ad opera dei Saraceni.

Di quest'ultima chiesa, a tre navate divise da due file di co­lonne che prospettano singolarmente sulle piccole absidi late­rali, non si può dire di più, perché è ancora in corso di restau­ro. La prima, Invece, da qualche anno isolata e restaurata, è tornata al suo aspetto originario di basilica monumentale a tre navate divise da pilastri quadrati, con una grande abside semi­circolare e preceduta da un atrio che in origine era un nartece a cinque archi. Ad essa si avvicina per la spazialità e per il ca­rattere del paramento murario listato, ornato da croci e palme realizzate con mattoni, la chiesa di S. Anastasia di Ponte, ma a navata unica, della quale purtroppo restano solo le mura perimetrali.

Degli inizi del IX secolo, durante il quale si sa che sorsero edifici sacri un po' dovunque, furono anche le basiliche di Montecassino e di S. Vincenzo al Volturno. Ora, sia dell'una eretta dall'abate Gisulfo al posto del piccolo oratorio di S. Giovanni Battista, sia dell'altra costruita ugualmente a tre navate dall'abate Giosuè, i risultati di indagini archeologiche hanno confermato che si trattava, come si era appreso dalle fonti scritte di edifici monumentali di una solennità tardoantica.

Nè dissimile è risultata la chiesa volturnense ad aula, ma con un coro a trifoglio di chiara origine mediorientale, nella quale è la cripta fatta affrescare tra l'824 e l'848 dall'abate Epi­fanio. Interamente pervenutoci, ma purtroppo non bene conservato, nonostante il restauro cui fu sottoposto qualche de­cennio fa, il ciclo che narra la Vita di Cristo e le Storie dei SS. Lorenzo e Stefano è di straordinaria ampiezza e vigore e di non comune libertà compositiva, come appare nell'Annuncia­zione, arditamente svolta ai due lati di una finestra, con la Vergine da una parte e dall'altra l'Angelo annunziante, il cui moto impetuoso è accentuato da un luminoso costruttivo che rende più solido il corpo allungato sotto la veste svolazzante. E così è nella Crocifissione, dove la personificazione di Geru­salemme dolente equilibra la composizione, mentre Epifanio, inginocchiato dinanzi alla croce, è visto molto più avanti delle altre figure e con una sensibile accentuazione dei caratteri In­dividuali. Tuttavia la passionalità che anima questa scena si fa più intensa nel Martirio di S. Lorenzo e giunge ad accenti al­tamente drammatici nella Lapidazione di S. Stefano, sì che è evidente, in tutto il ciclo, la prosecuzione, ma con un'accentua­ta carica espressiva, dei modi del maestro di S. Sofia di Bene­vento. Negli affreschi volturnensi, infatti, l'assorbimento della cultura figurativa mediorientale si pone in termini di altissimo prestigio artistico, che non trova riscontro nell'area romana,. ne in quella costantinopolitana che pure in quel giro di anni attingevano alle medesime fonti, ed è in posizione di indipen­denza anche rispetto agli avvenimenti che si svolgevano nello stesso tempo in orbita carolingia, nonostante i rapporti esi­stenti tra l'abbazia volturnense e gli ambienti d'Oltralpe.

Circa mezzo secolo dopo questo ciclo pittorico, al quale si accompagnano i resti ormai pressoché illeggibili di quello che nella cripta della Cattedrale di Benevento narrava le Scorie di S. Barbaro e i frammenti superstiti nell'edificio incorporato dalla chiesa capuana dei SS. Rufo e Carponio, dovettero essere costruite le chiese di S. Marcello Maggiore e di S. Giovanni a corte a Capua, la città sorta sulla riva del Volturno nell'856, dopo la distruzione di quella antica da parte dei Saraceni, e as­surta presto a notevole importanza per essere diventata la ca­pitale del nuovo principato omonimo nato dalla secessione da quello di Salerno, a sua volta formatosi nell'849 col distacco dal principato di Benevento. lo dimostrano, nella prima, le co­lonne della navatella sinistra affiorate nella sacrestia della chiesa attuale, certamente rimaneggiata in età romanica, e nel­la seconda, a noi pervenuta con un rivestimento settecentesco, un capitello affine a quelli riadoperati nel cortile del palazzo Fieramosca. Sono gli elementi individuati fin dal 1934 da Gino Chierici, cui spetta anche il merito di aver messo in evidenza, nel complesso di Cimitile (con la basilichetta di S. Calionio, ri­cavata da una costruzione paleocristiana), il bel protiro della basilica dei SS. Martiri, anch'essa ottenuta da un edificio ro­mano dal vescovo leone in, ricordato nell'iscrizione dedicato­ria, che però il Belting ha dimostrato non essere dell'VIII, come si credeva, ma della fine del IX e dei primi del X secolo.

Ed è proprio in questo protiro che troviamo una delle più interessanti manifestazioni della scultura coeva, in quanto la ricca e varia decorazione dei pilastri, sia che riecheggi nelle facce principali stoffe preziose se non addirittura oreficerie orientali, sia che svolga nelle altre motivi astratti o tralci di vi­te con foglie e grappoli, dà la prova della continuità di un indi­rizzo, che tuttavia ha accenti diversi un po' dovunque e certa­mente più sostenuti nei capitelli delle chiese di Capua, ormai vigorosi ed eleganti nella loro originale interpretazione di mo­delli classici, quali, oltre a quelli ricordati, i bei capitelli del po­steriore S. Salvatore a corte. A Capua, tuttavia, si deve giunge­re all'XI secolo perché si abbiano esemplari di scultura figurale, come il pluteo proveniente da S. Giovanni a corte con i leoni affrontati, di evidente influenza orientale, e le altre due lastre della stessa provenienza, una con un Angelo, l'altra con una scena di dubbio significato-una processione o un rito batte­simale-nelle quali, però, i raffinati schemi bizantini appaiono deformati e disarticolati, e tuttavia nella seconda non privi di una carica espressiva.

A Benevento, invece, abbiamo sculture figurate anche nel X secolo, del resto in prosecuzione di quanto già era avvenuto prima, e mentre il frammento di transenna con buona parte di un tondo e la figura mutila di un Evangelista appartenuta con molta probabilità alla chiesa di S. Costanzo, della quale è tor­nato alla luce anche un affresco con un Santo Monaco benedi­cente, si affianca, con il modellato appiattito ed il fitto succe­dersi dei segni del panneggio, ai pochi rilievi coevi, spicca una scultura del tutto eccezionale. È una scultura a tutto tondo; una bella testa-ritratto, dalla pungente caratterizzazione e dal forte modellato, che, tra il IX e il X secolo, quello in cui vissero i personaggi longobardi che sappiamo essere stati sepolti nel distrutto pronao del Duomo donde essa proviene, sostituì quella di una statua tardoromana posta evidentemente su un tumulo del pronao e che, così completata, è finita sulla cima del campanile della Cattedrale stessa.

Ma è opportuno tornare alla Basilica dei SS, Martiri di Cimitile, per ricordare ancora di essa il ciclo di affreschi che ne rivestì le pareti verso la metà del X secolo, con figurazioni simboliche e con le Storie della Passione di Cristo, in quanto quelle pitture, attraverso stilemi espressivi che danno nuova forza e tensione ai personaggi, come nella drammatica Crocifissione, confermano la continuità di una tradizione e si colle­gano alla miniatura contemporanea.

Questa aveva ugualmente origini lontane, anche se la più antica testimonianza è offerta dalle lettere a intrecci e lacunari, terminanti in tralci con foglie rare o in figure di animali fantasiosamente articolate, come negli Etymologiarum libri XX di Isidoro di Siviglia, esemplati probabilmente a Montecassino tra il 779 e il 797, oggi nella Biblioteca della Badia di Cava dei Tirreni (ms. 2), e nelle Institutiones Grammaticae di Priscia­no, nella Vaticana (ms. Vat. Lat. 3313), trascritte a Benevento ai primi del IX secolo. Ma già al tempo della realizzazione di quest'ultimo libro, alle iniziali si accompagnavano le illustra­zioni, come dimostra un codice ora nella Laurenziana di Firen­ze,-il ms. Plut. 73, 41-, in cui disegni vivaci, dei quali, però, un gruppo fu aggiunto più tardi, illustrano testi di medicina e chirurgia.

Della fine del secolo è invece il ms. 3 dell'Archivio del­l'Abbazia di Montecassino con le opere di Alcuino, ugualmen­te illustrato da disegni, mentre bisogna giungere all'inizio del secolo seguente per avere un manoscritto con illustrazioni a piena pagina, il Cornmentarius in Regulam Sancti Benedicti di Paolo Diacono, scritto e miniato tra il 914 e il 933 a Capua, nel convento dove si erano rifugiati i monaci di Montecassino, scampati nell'883 alla furia musulmana e quindi all'incendio del piccolo cenobio di Teano. E la prima di queste illustrazioni, raffigurante sullo sfondo di una chiesa l'abate con il nimbo quadrato delle persone viventi che offre il libro della Regola a San Benedetto, assiso su un trono prezioso e affiancato dalla figura simbolica dell'ispirazione, rivela nel segno deciso e mas­siccio dei contorni e nei colori accesi, un'interpretazione locale, in cui non e estranea la suggestione della pittura murale, della scena dell'offerta tipica dei codici carolingi ed insieme dei mo­di bizantini.

E mentre il Virgilio della Nazionale di Napoli (ms. ex Vind. 58, lat. 6), miniato poco dopo a Napoli stessa, da un ar­tista di cultura beneventina-esempio eloquente della sua dif­fusione-, mostra nell'illustrazione introduttiva alle Bucoliche e in quelle dell'Eneide la persistenza di un contorno netto e chiuso, che bene consente di ritagliare da scene di un esempla­re tardoantico figure da utilizzare come sintesi dei singoli libri, nei Moralia super Jub di S. Gregorio Magno, miniato dal mo­naco Giaquinto quando l'Abbazia cassinese era tornata a fiorire, al tempo dell'abate Aligerno tra il 949 e il 986, e l'attività dei miniatori vi appare molto intensa, il segno si fa più tenue e scorrevole e il cromatismo più delicato e armonioso.

Nello stesso tempo veniva miniato a Benevento il più an­tico degli Exultet a noi pervenuto, oggi ms. Lat. 9820 della Bi­blioteca Vaticana. E non è senza significato che esso abbia, per di più, l'iconografia già completa, non limitata, come appare in tanti altri posteriori, a talune scene del testo. E’ evidente, infat­ti, che preesisteva, sia pure da poco, un prototipo di questi rotuli liturgici, i quali, desunti dal mondo greco, autonomamente rielaborati a Benevento e diffusi solo nella Longobardia meri­dionale, avevano la funzione di far intendere ai fedeli il signi­ficato del Praecontunì cantato il sabato santo in lode del cero pasquale dal diacono, che a tal fine svolgeva il rotulo dall'alto dell'ambone per mostrare le scene che lo illustravano, eseguite appunto in senso inverso al testo. Chiamati Exultet dalla pri­ma parola dell'inno, i rotuli erano destinati anche ad altre ce­rimonie liturgiche, sì che abbiamo pure il Bnedizionario e il Pontificale, i quali appaiono ugualmente in Benevento al tem­po del primo Exultet.

Eseguito tra il 981 e 11987, questo mostra nelle sue dicias­sette scene un ritmo narrativo che presuppone una consolidata pratica della miniatura, peraltro largamente influenzata dalla pittura murale, alla cui grandiosità spesso il tono dell'opera si adegua. Così, nel succedersi delle storie sacre, delle rievocazioni dei riti del sabato santo, delle figure simboliche e dei perso­naggi per i quali si invoca la benedizione divina, si passa, se­condo lo svolgimento del testo, dalla composta esultanza del­l'Angelica turba caelorum alla commozione con cui è rievocata la redenzione attraverso la discesa travolgente di Cristo al Limbo, dal fervore che caratterizza il rito dell'accensione del cero simbolico dinanzi alla folla dei fedeli, alla solennità della rappresentazione del sovrano e degli altri personaggi illustri per i quali si impetra la protezione celeste.

Si avverte ormai, qui, l'avvio di una maniera di illustrare facile e immediata, che ha in quello stesso giro di anni la sua affermazione, più che nel Pontificale, nel Benedizionario, allo­ra eseguito come il primo e con quello oggi conservato nella Biblioteca Casanatense di Roma (ms. 724 B.J. 13, 1,11). In esso, grazie anche ad un vivo senso del colore, il respiro si fa più largo nella rappresentazione dei momenti del rito battesimale, con riferimenti ad episodi del Vecchio e del Nuovo Testamen­to, e tra questi, il Miracolo delle nozze di Cana, rievocato con l'ampiezza della pittura murale in una composizione solenne, dinanzi ad un edificio di una monumentalità antica, e tuttavia ravvivato da saporosi accenti realistici nel gruppo dei servi, è per immediatezza e freschezza di rappresentazione uno dei passi più efficaci e felici del rotulo.

Stiamo ormai alla vigilia dell’XI secolo, durante il quale la miniatura continuò a svolgersi, sia pure con varietà di accenti, nei diversi scriptoria, ma con particolare rigoglio in quello della rifiorita Abbazia di Montecassino ed anche in qualcuno della stessa terra pugliese, da tempo sottratta al dominio longobar­do ma pur sempre gravitante nell'orbita culturale beneventa­na. Così a Bari, non proprio nell'anno 1000 come s'era credu­to, ma circa venticinque anni dopo, venne miniato l'Exultet della Cattedrale con larghe inflessioni bizantine e tuttavia con libertà compositiva e naturalezza. Tanto che, per fare un esempio, alla Discesa al Limbo, evocata secondo gli schemi della figurazione orientale, fa riscontro il Romanzo delle api, illustrazione di un passo singolarmente inserito nel testo del Preconio per esaltare la castità della Madonna, risolto in un momento di vita georgica, colto dal vero ed insieme ricco di echi virgiliani.

Più facile appare la narrazione nel Benedizionario della stessa Cattedrale barese, di poco posteriore, mentre partico­larmente vive sono le scene della Vita di Gesù che illustrano in quello stesso giro di anni l'Omiliario passato presto a Troia e quindi finito nella Biblioteca Nazionale di Napoli (ms.  VI, 13, 2). Ma di non poco significato è il minio con la raffigurazione dei due sposi che urna il Morgincap dell'archivio della Cattedrale barese, con documento del 1028 in cui appunto il giovane, Mele, concede alla sposa Alferada la quarta parte dei suoi beni, che proprio il Morgincap del diritto longobardo. La miniatura, infatti, si collega strettamente a quella del primo Exultet beneventano ed il tema riporta in tutto agli ambienti longobardi, come del resto le illustrazioni dei codici con le leg­gi di quella gente Dei due pervenutici, il primo esemplato po­co dopo il 1000, molto probabilmente a Benevento, e finito nella Biblioteca Nazionale di Madrid (ms. 413), nella raffigu­razione dei re legislatori Rotari, Rachis, Astolfo e del duca Arechi, con le sue immagini schematiche a colori compatti e vivi si rifà chiaramente ad un modello antico ufficiale. L'altro, invece, conservato nella Biblioteca della Badia di Cava (ms. 4), anche se scritto ed illustrato sempre a Benevento, e con buon fondamento nel 1005 circa, è caratterizzato, pur nella ruvidità del segno e nella crudezza cromatica, da libertà inventiva e vi­vacità nella rappresentazione dei re, duchi e principi longobardi e dei sovrani franchi, dei quali il codice riporta anche i capitolari. Difatti non abbiamo solo il ritratto dei legislatori, per lo più a piena pagina, ma vere e proprie scene, alle quali si affianca quella veramente rara della saga pagana dei longo­bardi, che illustra il testo della Origo gentis Langobardorum premessa alle leggi e ai patti tra Beneventani e Napoletani.

Al linguaggio di queste miniature, non certamente colto, ma immediato ed espressivo, dal segno crudo e dal colore a chiazze contrastanti, si avvicina quello del più tardo De uni­verso di Rabano Mauro dell'Archivio della Abbazia di Montecassino (ms. 132), scritto e miniato lì stesso con iniziali piutto­sto grossolane e con centinaia di illustrazioni a tinte compatte e stridenti, che interpretano con ingenuità il testo di quella famosa enciclopedia medioevale.

Il codice fu decorato e illustrato prima del 1023, nello stes­so tempo in cui venne miniato l'Exultet della cattedrale di Ca­pua. Ma intanto in questa città, verso la metà del secolo precedente, erano state costruite la chiesa di S. Michele a corte, ad aula con un nartece oggi incorporato ed un presbiterio rialza­to, cui si accede attraverso l'ampio arco centrale di un triforium, e la chiesa di S. Salvatore a corte, che, con il suo impian­to a tre navate, con una sola abside ed in origine con il nartece, si rifà alla tradizione tardoantica, alla quale si collega anche la chiesa di S. Maria delle Monache di Isernia, fondata, da quel che si ricava da una lapide superstite, dal conte Lande­nolfo, nipote di Atenolfo I, principe di Capua tra l'887 e il 910. Infatti le parti che dopo la rovina provocata dagli eventi bellici restano della chiesa che era stata largamente trasformata-i colonnati delle tre navate, il solenne nartece interno e la parte inferiore delle tre absidi-hanno l'idea di una monumentalità antica.

Inoltre a Capua, dove nelle due chiese ricordate si conser­vano anche resti di pitture, fu rimaneggiata-sembra alla fine del secolo-la chiesa di S. Angelo di Audoaldis, ricavata da un edificio paleocristiano a pianta triconca, che tuttavia venne ampliata e ancora trasformata circa un secolo dopo.

Tra gli inizi del X e quelli dell'XI secolo si collocano anche le chiesette del complesso eremitico di Olevano sul Tusciano, nel Salernitano, che per il fatto di essere edifici in muratura entro un vasto antro naturale, lungi dall'appartenere all'architettura rupestre, che pure è presente nella longobardia meri­dionale con manifestazioni interessanti, per lo più miste a costruzioni-si pensi alla grotta Arsicia nel cuore della Badia di Cava-costituiscono un insieme singolare. E certo le chiesette, come la seconda a trullo, preceduta da un atrio scoperto, sulla cui facciata sono due nicchie asimmetriche con decorazioni in stucco affini a quelle di Cimitile, e la quinta, a base quadrata con cupola su pennacchi di ascendenza bizantina, sono per l'architettura di non poco interesse. Né minore è quello che presenta il ciclo di affreschi nell'interno del secondo edificio, perché se per l'introdursi del segno e l'accentuarsi del colorismo in composizioni fredde e monotone, come il Battesimo di Cristo, esso appare lontano dai dipinti di Cimitile, rappresenta un tardo esito periferia) della pittura «beneventana».

Ma nella prima metà dell'XI secolo, nel 1034, circa un de­cennio dopo che la diocesi sipontina fino a quel momento uni­ta «aeque principaliter» a quella di Benevento se ne era distac­cata, cominciò ad essere costruita la chiesa di S. Maria Maggiore di Siponto. È ormai possibile affermano in base alle esplorazioni condotte di recente sul monumento. Esse hanno consentito di risolvere l'annoso problema dell'edificio a pianta quadrata con un'abside sulla fronte meridionale ed una su quel­la orientale che si riteneva costituito da due chiese sovrapposte, una inferiore, a cinque navate coperte da venticinque volte a crociera impostate su peducci e colonne in quattro Cile, va­riamente datata tra la fine del X secolo e il 1034, ed una supe­riore successiva. Difatti la chiesa è risultata essere una sola, fondata nel 1034 sull'area di un precedente edificio del quale restano tracce: una chiesa a pianta quadrata con l'abside a sud e l'ingresso a nord, nella quale, molto probabilmente prima del completamento, venne realizzata la cripta con una suggestiva selva di colonne, determinando la sopraelevazione del piano e per conseguenza lo spostamento dell'orientamento che comportò la creazione di un'altra abside ad est e il trasfe­rimento dell'ingresso ad ovest.

Il rinvenimento nel suo ambito di sculture vicine a qualcuna di Benevento è, comunque, riprova di un continuo contatto del­la terra sipontina con l'area beneventana, che del resto si riscontra anche in altre parti della Puglia dopo il loro distacco dal principato longobardo: oltre che nel territorio contermine di Monte Sant'Angelo e di Pulsano, a Vieste ed a Bovino. Nella città garganica, infatti, i capitelli figurati tornati alla luce nella Cattedrale eretta nell'XI secolo ma ampiamente rimaneggiata nel XIII, riportano all'ambiente longobardo campano. Nell'altra i capitelli riutilizzati nella chiesa di S. Pietro, quelli della Catte­drale, i blocchi d'imposta figurati e le eleganti transenne in stucco di quest'ultima sono prodotti di un cantiere largamente permeato della cultura delle vicine terre longobarde.

Tuttavia dobbiamo ancora ricordare della prima metà del­l'XI secolo la chiesa dei SS. Rufo e Carponio di Capua, a tre navate, caratterizzata nonostante la riutilizzazione di un edifi­cio precedente, dallo stesso senso di monumentalità antica di S. Salvatore a corte, e, di qualche tempo dopo, quella di S. Feli­ce in Felline presso Salerno, con l'abside decorata all'esterno da un fregio in mattoni, tipico della provincia bizantina.

Si conclude così la vicenda dell'architettura, ricca e com­plessa e, per il numero dei monumenti pervenutici, anche me­glio documentata di quella delle altre arti, ugualmente parteci­pe con esse della cultura espressa dal mondo longobardo meridionale e contraddistinta, nella sua rude ma schietta vitali­tà, da un amalgama di forme orientali e bizantine con quelle tardoantiche, ma non senza qualche riflesso barbarico.