INCROCIO

SIMBOLISMO E GENESI DEL SEGNO. Una volta capito il simbolismo dell'incrocio, si può dire capito tutto quanto il simbolismo romanico-nella misura in cui questo è comprensibile. Potremmo anche chiamarlo Croce rovesciata, o inclinata, ma il termine di Incrocio (Croisement), che noi adottiamo sulla scia dell'Alleau, è più adeguato per la sua stessa indeterminatezza, perché racchiude in sé una moltitudine difatti e di immagini, addirittura di dati scientifici, dei quali un termine preciso e restrittivo non potrebbe rendere assolutamente l'idea. Aspetto scientifico: il tema si lega al simbolismo matematico. Tutti i primitivi fanno i loro calcoli servendosi delle dita, e il numero dieci rappresenta l'insieme delle dita delle mani, che viene espresso incrociando le mani stesse, così da disegnare una x, il dieci romano, un tncrocio appunto. La X si collega direttamente alle squame di pesce o alle penne di uccello che formano delle embricature. L'incrocio si trovava già come segno esoterico nella parte più interna e più segreta delle grotte preistoriche, sotto l'aspetto del «Tettiforme»; noi stessi, poi, fondandoci su dei raffronti a posteriori, siamo del parere che l'unione dei due triangoli evochi forse già la ierogamia, l'unione delle due divinità, maschile e femminile, che in innumerevoli mitologie regola il destino dell'universo. Questo significato appare perfettamente chiaro in quello che è per eccellenza il regno del triangolo, ovverosia nell'area delle civiltà preelleniche, il bacino orientale del Mediterraneo. Questi complessi significati si manterranno vivi nel simbolismo matematico, per il fatto che l'incrocio legato alla nascita divina diventerà il segno della moltiplicazione e anche perché esso, come espressione di un mistero sacro, si trasporrà nella lettera x, impiegata per rappresentare l'ignoto. Si tenga presente, a questo proposito, quello che nell'uomo appare come un riflesso perfettamente naturale e del tutto elementare: quando vogliamo sbarrare con forza un termine inadeguato, non tracciamo una semplice linea, bensì due, oblique e incrociate. Ora, anche se non si può dire che un tema così importante possegga nell'arte romanica dei significati imprecisi, pure il volerlo trattare in questa sede in maniera esaustiva finirebbe col farci ricondurre ad esso tutto il simbolismo romanico. Non esiste tema, infatti, che non presenti in un modo o nell'altro una qualche apparenza di incrocio: rosoni, fiori, racemi, spirali contrapposte, decorazioni di colonne, cuori diritti e capovolti, leoni e uccelli, gambe di personaggi allegorici, sedie curuli, intarsi, uomini col leone (Aulnay, Jaca), alberi perfino (Mx, Compostella); certi temi (Lottatori, Abbraccio, Squame) si possono capire solo in funzione dell'incrocio. Perciò, dopo una introduzione generale che tenterà di definire sommariamente il tema nel suo significato di massima e di delinearne la genesi e la storia, e dopo avere messo in evidenza il suo aspetto nelle due zone, ci limiteremo ad analizzare dei casi ben precisi, espressi da complessi chiari e sicuri, primo fra tutti quello degli animali in posa di «contrasto» (a testa indietro, cioè); un caso particolare, poi, esigerà una speciale attenzione: quello della riunione di due nature in un solo essere (tipo la sirena), ripresa evidentemente dall'Antichità classica: sia per il loro aspetto-tritoni di foglie con le code incrociate-, sia per la loro natura- ali di sirene-uccello (o arpie) o squame di sirene- pesce-, si tratta sempre di esseri ibridi che evocano una realtà superiore, ambigua. Come l'incrocio vero e proprio, essi costituiscono una pura e semplice eredità del mondo classico, senza alcun riferimento biblico. Dalla preistoria ai nostri giorni, l'incrocio dimostra le perennità, entro una data struttura, di un archetipo nato, si può dire, insieme con l'uomo. Lo si ritrova diversificato solo in qualche dettaglio, presso tutte le culture del globo, con ancora più frequenza del triangolo. Comunque si presenti e qualsiasi cosa voglia dire-dieci, cento o mille, decina, centinaio o migliaio, sul piano matematico, oppure incrocio propriamente detto-, esso possiede in sé qualcosa di misterioso, legato alla molteplicità stessa di questi significati. L'incrocio, per ripetere l'espressione dell'Alleau, può essere considerato come «il fatto simbolico m se». Naturalmente, i Greci gli hanno dato grande importanza. Per Pitagora, non diversamente da quanto si può riscontrare più o meno dappertutto, il dieci è il numero sacro per eccellenza, il numero dell'universo; è parte integrante della tetractys (1 + 2 + 3 + 4 = 10), altrimenti detta numero quaternario. Dal canto suo Platone, nei Timeo, cerca di spiegare la formazione del mondo, ovverosia delle cose che cadono sotto i sensi; movendo da dotte considerazioni sia sulla materia e sullo spirito, dalla cui connessione trae origine l'anima, sia sui numeri reali, che esprimono la grandezza delle orbite planetarie, egli ritiene che per regolare il buon andamento dell'universo il demiurgo abbia trasposto sul piano cosmologico il segno primitivo delle «due mani». Questa lettera khi di cui parla Platone, che corrisponde alla figura dell'incrocio, si collega a sua volta ad antichi geroglifici egiziani, rivelati dal dio Thot, e insieme ad antichi caratteri ebraici, come lo heth. il numero Dieci è sacro anche nella descrizione che lo stesso Platone fa dell'Atlantide: nel Crizia, infatti, si afferma che Nettuno, re della suddetta Atlantide, aveva diviso l'intera isola in dieci parti, affidandone il governo a dieci diversi sovrani-di cui il primo era Atlante-, i quali avevano dato origine a dieci dinastie. La lunghezza del canale di irrigazione che circondava la pianura era di diecimila stadi. Una tradizione dell'America centrale parla anch'essa di questi mitici dieci sovrani L'iniziale del Cristo, la X, rappresenta quindi, in virtù di queste remote tradizioni, la forma occulta, esoterica, della croce. Ecco la ragione per cui i copri, per primi, nel raffigurare gli Animali evangelici, li hanno disposti in forma di croce rovesciata, ricalcando la decisione di Costantino che aveva fatto ricamare il crisma sui labari delle sue legioni. L'incrocio è al tempo stesso una forma di espressione dell'assoluto, dell'inconoscibile: ed è proprio per questo che il suo segno è diventato-ed è rimasto- la x matematica. In quanto espressione della trascendenza divina la X -o incrocio- svolge un molo di primissimo piano nella simbolistica cristiana. A proposito del crisma, noi stessi, in altra parte di questo libro (cfr. alla voce NUMERI il paragrafo SEI), facciamo notare come il paganesimo avesse già intravisto l'importanza della X (= incrocio), all'interno della parola archos (capo), prima ancora che questa diventasse archò (io comando). La X si adatta perciò perfettamente al potere del Cristo stesso, così come avviene per l'imago clypeata, che si trasforma naturalmente nell'aureola dei martiri, e per le Vittorie del trionfo romano, che si trasformano in angeli portatori di gloria. L'iconografia cristiana non crea insomma niente di nuovo; si inserisce in una tradizione di portata e dimensioni immense: solo questo. E se l'arte romanica diversifica all'infinito una formula, è perché nessun altro segno sembra essere più adatto per esprimere la signoria del Cristo sui più diversi aspetti dell'universo. Una certa forma di croce finisce così col trasparire anche dalle penne remiganti degli uccelli, dalle squame, dalle onde del mare, dalle pose dell'uomo, dalle mani che venivano incrociate per significare la prova dei prigionieri e dei martiri: lo vediamo chiaramente, tanto per fare un esempio, su un archivolto dell'Abbaye-aux-Dames, a Saintes. D'altra parte, nessuna tradizione ignora questo simbolo. Quale importanza avessero gli intrecci lo rileviamo senza difficoltà nell'arte barbarica. I Celti, pure loro, attribuivano all'incrocio un valore preciso e fondamentale: su certe statue del Museo di Saint-Germain-en-Laye il segno dell'incrocio appare tracciato-e non ceno a caso-in maniera inequivocabile: si tratta infatti di figure funerarie o di immagini commemorative di vittime sacrificali; gli eroi dei santuari celtici di Roquepertuse e di Entremont sono seduti con le gambe incrociate: sembra che stiano eseguendo esercizi yoga. Una posizione del genere non viene adottata solo perché è comoda: essa ha innanzi tutto una portata simbolica, perché esprime la meditazione e il dominio. E infatti per il suo atteggiamento maestoso che si distingue Cernunnos, il dio dell'abbondanza, raffigurato sul vaso di Gundestrup con in mano due attributi, la collana e il serpente, quale signore delle potenze infernali. Fra le sue corna di cervo, come fra le corna del cervo che lo accompagna, si nota una vegetazione simbolica, l'edera «cordifora», simbolo di eternità: come si sa, i Celti credevano fermamente nella resurrezione. Analogamente, frutti e foglie lanceolate escono dalle corna del cervo sul sarcofago di Saini-Ludre de Déols (tav. 82): sono i simboli dell'abbondanza autunnale; immediatamente sopra, l'incrocio, simbolo del sacrificio, appare disegnato su una colonna tronca che sembra poggiata sulla schiena della vittima cornuta. I vari modi di esprimere l'incrocio, per esempio le gambe incrociate, hanno una portata universale e non bisogna considerarli come un'esclusività romanica, d'origine mediterranea. Se ci mettessimo a illustrare i molteplici aspetti in talune arti primitive, tipo l'arte oceanica, nella zona circumpacifica e in Estremo Oriente, finiremmo con l'andare troppo lontano. Ci basterà citare il Kuen-Luen cinese, il Monte degli immortali, degli dei; è dato dall'unione al vertice di due coni contrapposti, da cui deriva un ampio incrocio sviluppato volumetricamente e non soltanto in piano come la X platonica. Ma soprattutto è da segnalare il segno che esprime le successive fini del mondo nel Calendario azteco. E bisogna ricordare anche le posizioni delle gambe incrociate-propizie alla meditazione buddista-degli Indiani, senza contare, nella medesima area culturale, le diverse accezioni del nodo usato per i conteggi commerciali L'arte buddista, che muove dal comune ceppo ellenico da cui trae origine la nostra arte romanica, presenta gli stessi motivi di elementi contrastanti disposti in fregio, oltre, naturalmente, alle pose mistiche di cui si è appena detto. Tuttavia, se si considera la storia del simbolismo su un piano generale, si può ammettere che la prevalenza del segno della X o dell'Incrocio nelle culture circumpacifiche, così come l'apogeo da esso raggiunto nell'arte romanica, siano il sintomo di una sorta di àfl5ito dell'espressione simbolica: si è ormai ad un punto in cui non ci si può più accontentare del solo linguaggio simbolico, e in cui è la scrittura, soprattutto quella delle cifre, a prendere il sopravvento. La X è in effetti più un segno di congiunzione che un segno compiuto come tale; l'insistere su di essa finisce col perturbare le altre espressioni più semplici Ogni simbolo archetipico ha un significato fondamentale e universale al quale è possibile agganciare una moltitudine di accezioni quanto mai diverse: in linea di massima non è difficile rinvenire, in ciascuno di essi, uno dei vari elementi del ventaglio, legato, con più o meno coerenza, secondo il caso, al tema principale.

IL SIMBOLO PROPRIAMRNTE ROMANICO, NELLE DUE ZONE. Dopo questa visione generale, veniamo al simbolo propriamente romanico, e sottolineiamo l'opposizione di fondo che esiste fra gli aspetti sotto coi Io si incontra nell'una e nell'altra zona.

In zona mesopotamica, diciamolo subito, questi aspetti sono tanto numerosi quanto più non sarebbe possibile. il tema dell'Incrocio è presente contemporaneamente negli Apostoli con le gambe incrociate degli evangelari limosini e degli architravi del Quercy, e nelle figure umane che ostentano il disegno dell'incrocio nei drappeggi dei loro abiti; è presente, sotto forma vegetale, nei fiori incrociati del trumeau di Moissac e nell'arbusto con i rami incrociati, vicino al centauro, sulla facciata degli Orefici a Compostella; è presente infine, sotto forma animale, nelle leonesse dal collo incrociato sul già citato Itumean di Moissac. Su sedie curuli con le gambe a incrocio sono sedute tanto la Vergine di Cunauli (tav. 68) quanto la personificazione dell'Orgoglio sulla facciata di Angoulème. il Davide sulla mensola della porta Miégeville è seduto su due leonesse incrociate (tav. 61). Altri casi di gambe incrociate: le allegorie femminili con cui si esprime l'idea del bene, la donna col serpente sul piedritto di Moissac, il Vegliardo dell'Apocalisse, sempre a Moissac, all'estrema destra del timpano. il Cristo con le braccia aperte del timpano di Beaulieu sembra indicare l'unico personaggio che, insieme con san Paolo, raffigurato con in mano il volumen, abbia le gambe incrociate: san Pietro, che in mano ha invece la chiave e che ricorda il Giudizio. Gli angeli annunciatori delle Ascensioni siriache, caratteristiche della zona mesopotamica, disegnano anch'essi una specie di croce di Sant'Andrea attorno al Cristo: basta unire così una linea obliqua le ali di un angelo alle gambe dell'altro, e viceversa. Animali di tutte le specie-arieti di Boulou o di Elne, grifoni o leoni di Serrabone, ecc.-hanno tutti un'andatura danzante: si fronteggiano con le teste e si contrappongono con i corpi. A Leon, sul portale dell'Agnello, è evidente una posizione di «contrasto», incrociata, fra i due cavalli, dell'Ebreo e del Gentile, e i rispettivi cavalieri (tav. 22). Tutti questi temi, apparentemente contraddittori, posseggono un significato comune. L'incrocio significa ad un tempo il bene e il male, così come la croce del Cristo, che è insieme strumento del suo supplizio e simbolo della redenzione del genere umano: ciò in funzione di una idea del Giudizio e della doppia natura dell'uomo. La posizione di «contrasto» con cui vengono rappresentati gli animali in Linguadoca esprime l'attaccamento al mondo e l'aspirazione al bene che si agita in essi come in noi; e poiché si tratta di arieti essa indica l'idea di sacrificio, il valore propiziatorio della loro morte. Come sempre infatti bisogna stare bene attenti al contesto: le squame sotto i piedi degli Apostoli con le gambe incrociate, le squame e il leone (segni contraddittori) nel caso dell'Aries-Leo (tav. 36), le zampe di leone dello sgabello su cui siede il dannato ad Angoulème, i serpenti o demoni che minacciano la donna sul piedritto di Moissac o il Ricco epulone con le gambe incrociate già precipitato nell'inferno... Se in certi casi l'Incrocio può significare il peccato e in altri invece la virtù, è perché «la tentazione che fa cadere i malvagi rappresenta per i buoni solo una prova e serve a renderli migliori». Questa idea biblica è stata espressa con forza dalla scuola portoghese di Braga: per essa è una attestazione della trascendenza divina. Tutti questi temi vegetali o animali, apparentemente contraddittori, hanno un significato comune: stanno a indicare che i personaggi in questione debbono attira re lo sguardo e la massima attenzione dei fedeli. E proprio il segno dell'Incrocio che conferisce loro un significato eminente e li distingue dagli altri. Esso è un po' come la lettera tau scritta, secondo Ezechiele, sulla fronte degli Israeliti, sia che le figure rappresentate siano in atto di giudicare, come san Pietro, sia che minaccino l'umanità, come le leonesse di Moissac, sia che stiano ascendendo al cielo o sprofondando nell'inferno. C'è perciò un'indiscutibile correlazione fra la contrapposizione dell'apostolo e dell'angelo col berretto frigio, all'estremità sinistra dell'architrave della porta Miégeville (tav. 35), e quella dei leoni incrociati sulla mensola di Davide (tav. 61), e ancora quella delle due vergini che si fronteggiano con le teste di leone in grembo (tav. 62). La stessa correlazione può essere ravvisata per la donna col serpente e le leonesse; per il vecchio collocato all'estremità del lato destro di Moissac, la cui positiva è del tutto inverosimile, con il piede destro volto all'indietro e la gamba sinistra ostensibilmente accavallata alla destra, contrariamente alla maggior parte degli altri; e per il Cristo con i quattro Animali, infine, forma di Incrocio piuttosto approssimativa, in quanto i due Animali inferiori del Tetramorfo*, qui a Moissac, sono in posizione di «contrasto». Il tema di gran lunga più sorprendente, nella zona mesopotamica, è proprio questo degli animali in posizione di «contrasto», che sarà oggetto di uno specifico paragrafo. Ma anche i casi non meno singolari delle gambe incrociate, della sedia curule-sorta di sgabello con i piedi incrociati, oppure leoni incrociati in modo da fungere essi stessi da sgabello-, delle squame, delle forme vegetali incrociate, tutti elementi che compongono degli insiemi coerenti in numerosi programmi iconografici, saranno ripresi singolarmente. Lo stesso dicasi per il tema estremamente caratteristico degli Angeli annunciatori o avvisatori, che è trattato a proposito dell'Ascensione (cfr. alla voce DISPOSIZIONE ANTERIORE (il paragrafo I PORTALI E L'ASCENSIONE). Il crisma, invece, che è pur esso un tema pressoché riservato alla zona mesopotamica, viene esaminato a proposito del numero sei (cfr. il relativo paragrafo alla voce NUMERI). t'incrocio insomma, quale che ne sia l'aspetto, ha un valore quasi ossessivo 'ti questa zona. il fatto è che qui, proprio per la mancata osservanza delle tendenze già peculiari alla Mesopotamia vera e propria, l'iconografia, fedele allo spirito mosaico, è restia a rappresentare realisticamente il divino: si insiste, invece, sul superamento delle realtà terrene, sull'imminenza dell'Apocalisse e sulla necessità di prepararsi alla fine dei tempi, così come sull'idea del divieto, dell'interdizione all'ingresso-tutte cose che vengono espresse appunto attraverso il segno della X, o Incrocio che dir si voglia.

L'incrocio non è meno diffuso nella zona egiziana*, pero meno varie sono le forme sotto cui esso si presenta e, anche là dove si presenta, i suoi lineamenti sono di norma meno appariscenti. A Vienne, per esempio, sul seggio delle terza Virtù, nella chiesa di Saint-André-le-Bas (tav. 92), si limita a delle striature incrociate, ottenute con incrostazioni di piombo (una tecnica corrente e di antica tradizione nella regione della stessa Vienne e di Lione): il motivo serve in particolare a rimpiazzare la figurazione delle tappe, solitamente evocata dalle figure allegoriche a gambe incrociate, tipo la Donna col leoncino di Compostella (tav. 59). Ma se la varietà degli aspetti assunti dall'incrocio e minore nella zona egiziana, ciò è dovuto al valore sacro, di molto superiore che altrove, che qui gli viene riconosciuto, già nella sua forma più elementare e più semplice. Esso esprime più sicuramente l'idea della X platonica. E il caso del Tetramorfo, che si disegna nello spazio alla maniera di un segno di croce inclinato di un quarto di cerchio (cfr. alla voce NUMERI il paragrafo DUF IN UNO. TRASFORMAZIONE DELLA DUALITA' IN UNITÀ). Analogamente, la X latina appare più sotto il suo aspetto numerico, allusione alla Tetractys pitagorica, alla perfezione, all'ultima cifra delle unità e alla prima cifra delle decine: basta pensare all'architrave di Saint-Ursin, col suo raffinato simbolismo matematico, dove le cifre Otto e Nove sono presenti nel numero delle sfere sparse tra IL fogliame e dove, al posto della decima sfera, è collocato un incrocio di racemi, simbolo dell'assoluto imperscrutabile: il Dieci romano (tav. 7). La stessa cosa può dirsi per il capitello dell'Orante che sale al Cielo a Rozier~Cotes d'Aurec (tav. 95), dove distinguiamo, come a Serrabone e ad Aiz, un simbolismo dei dieci primi numeri inteso a esprimere l'idea delle sfere celesti nelle quali sta per penetrare l'eletto. Questa idea del Dieci come perfezione, del Dieci come ultima porta, quella dell'etere, si manifesta in maniera specialissima in un tema singolarissimo e tipico di questa zona: quello della Porta del cielo. A proposito delle cifre mistiche, è detto in altra parte di questo libro che il simbolismo dei numeri* si manifesta, nell'arte romanica, anche su un altro piano: quello delle proporzioni negli edifici ecclesiastici. Miss Sunderland, e con lei tutta la scuola americana, considera le proporzioni esatte delle chiese (distanza fra le colonne, distanza fra gli elementi ritmici dei muri, ecc.) strettamente connesse alle unità di misura adoperate nel medioevo, e in particolare al piede; analizzando tutta una SERIE di chiese di media e di grande ampiezza, per la maggior parte cluniacensi, essa arriva alla conclusione che i rapporti fra i numeri risultanti dalle misurazioni sono sempre dei rapporti semplici e corrispondenti alle cosiddette cifre sacre. Come dimostra, a sua volta, Kenneth John Conant, era del tutto normale che il più grande e il più illustre di questi santuari fosse fondato sul prodotto dell'operazione 10 x 10, ovverosia sul numero Cento, simbolo della perfezione, secondo Cirìllo di Alessandria. Su un altro piano, quello della iconografia del programma d'insieme, è la grande abbaziale di Vézelay, rivale di Cluny, ad attribuire all'incrocio un'enorme importanza. Conoscono tutti il tema del timpano: è una grandiosa interpretazione della Pentecoste che fa irradiare il messaggio annunciato dalla gigantesca, veramente straordinaria, figura del Cristo e diffuso dagli Apostoli «fino alle estremità della terra»; vi sono infatti rappresentati in dettaglio tutti i popoli possibili, compresi quelli sconosciuti. A un'identica visione d'insieme partecipa anche il programma dei capitelli. Ma un particolare merita un'attenzione specialissima: le campate su cui i programmi sono armoniosamente distribuiti sono esattamente dieci, non solo, MA certi temi chiave, come quelli di Assalonne, dei quattro Venti, dell'Elefante, presentano sull'abaco sia la croce eretta che la croce rovesciata (cfr. le voci FIORONI, ELEFANTE e CAPIGLIATURA E BARBA). Il segno dell'incrocio è dunque, in definitiva, parimenti importante nell'una e nell'altra zona, anche se è più apparente in quella mesopotamica. Tuttavia, come si può dedurre da quanto detto fin qui, siamo di fronte a una incredibile complessità di significati. Comprenderlo appieno è per noi un'impresa difficilissima, anche se non mancano i testi letterari in grado di aiutarci. Per poterci rendere conto di ciò che esso veramente vuol dire, bisogna considerarlo con attenzione, più di quanto non sia da fare con qualsiasi altro simbolo, secondo la posizione che occupa nel complesso dell'edificio, all'interno di una successione della quale abbiamo già chiarito i termini. Non ci resta, a questo punto, che riassumere i diversi significati dell'incrocio. Anzitutto, la sua presenza è strettamente connessa alla moltiplicazione, di cui esso è, in matematica, il segno che tutti sanno; in maniera analoga, è la ierogamia o la fecondità che genera la moltiplicazione: quest'ultima si esprime mediante l'unione del triangolo diritto e del triangolo capovolto. Esso è anche la lettera chi dell'alfabeto greco, la regolazione dell'universo, la x come incognita, il passaggio a una realtà superiore, l'aspirazione all'assoluto, la sublimazione della carne, e infine la distinzione e la morte. Ecco qui l'elenco delle raffigurazioni particolari sulle quali ci soffermeremo:

-Forme astratte.
-L'incrocio legato al numero cinque.
-Sirene.
-Animali in posizione di «contrasto» e incrociati
-Uccelli o esseri alati in posizione di «contrasto».
-Incroci diversi: gambe accavallare, motivi vegetali, 
 gambe di sedia a X, leoni incrociati, fiori con quattro 
 petali squame.

FORME ASTRATTE. Vediamo il significato ambiguo della croce inclinata, simbolo costruttivo e negativo insieme, sui capitelli absidali di Chauvirny. La croce inclinata, nelle mani di Lucifero, quando fra un braccio e l'altro appaiono inseriti quattro punti (fig. 77 e tav. 38), è segno di morte. La stessa croce è invece simbolo di vita quando decora l'altare sul quale è presente il Cristo immolatosi per noi: fra i suoi bracci si contano allora, non quattro, ma nove punti-nove quanti sono i cieli (fig. 78). L'uomo sdoppiato disegna a sua volta una X con i suoi due corpi sormontati da un'unica testa, come quelli di due mostruosi fratelli siamesi egli è infatti sottomesso al dolore e alla morte. La forma astratta dell'incrocio appare anche sulla fascia verticale che adorna la veste della Babilonia meretrix, sempre a Chauvigny (tav. 83). Essa può anche trovarsi come motivo decorativo su un paramento murario, per esempio sulla facciata di Saint-Jouinde-Marnes, nella parte soprastante il motivo intermedio formato dal fregio a zig-zag orizzontale al livello dei Pellegrini (tav. 85). Nelle chiese di Alvernia gli intarsi in pietra, che talvolta disegnano anch'essi dei fregi a zig-zag nelle parti basse degli edifici, formano per contro dei fioroni simbolici a Otto petali nelle parti alte, specialmente verso la zona absidale. Ma lo sviluppo sistematico dei motivi formanti disegni a incrocio puramente astratti è caratteristico, senza alcun dubbio, dei muri esterni dei cori nelle chiese della Charente, ed è proprio qui che esso raggiunge il suo apogeo. Lo vediamo, per esempio, a Rétaud e in special modo a Rioux (efn La Civiltà... cà., tav. 130). in quest'ultima chiesa il paramento murario a reticoli rettangolari o a scaglie di pesce disposti in sensi diversi fra nord e sud, il fregio a zig-zag orizzontale o verticale, le colonnine scandite da incavi polilobati, le bande decorative a losanghe e altre forme ornamentali dello stesso ordine nell'asse orientale danno vita a un complesso di preziosismi di una prodigalità inaudita. E come se si fosse voluta evocare l'idea della chiesa pronta a rovinare al suolo all'approssimarsi ormai imminente della Città celeste. Sono addirittura le stesse colonnine incassate che inquadrano le finestre a presentarsi come se fossero un fregio verticale e ad esprimere un'analoga idea di crollo. Né dobbiamo dimenticare che proprio le chiese della Charente sono quelle che sui muri esterni, in prossimità di questa che è la parte più sacra dell'edificio, calcano più fortemente la mano sul tema del Giudizio: lo troviamo espresso ad Aùlnay dalla finestra fiancheggiata da personaggi buoni e malvagi, dalla bilancia dell'Arcangelo Michele, ecc.; a Varaize dalla vittoria di san Giorgio e dal ghui (cir. la voce MASCHERA) sul lato sud; a Vaux dall'albero a Y. Nella chiesa di Brioude una cappella superiore, soprastante il nartece, a sud, è decorata con affreschi di tradizione romanica, benché più tardi. Un incredibile formicolio di dannati e di demoni circonda a nord ovest Satana disteso sotto una porta chiusa, avvolta di fiamme; i colori fanno pensare a Matisse. Due angeli sono invece dipinti verso est e uno di essi, che sembra essere san Michele, si trova accanto a una porta quadrata sulla quale spicca lo stesso incrocio simbolico che orna le vetrate delle finestre delle chiese di tendenza cistercense, impostate, come si sa, sulla più rigorosa semplicità e spoglie il più possibile di abbellimenti.

L'INCROCIO LEGATO AL NUMERO CINQUE. Il significato esoterico del numero Cinque* è risaputo. In molti posti, esso è associato a un motivo ad incrocio. Nel timpano di Moissac, il Vegliardo le cui gambe disegnano nella maniera più chiara il tracciato dell'Incrocio, quello cioè collocato al livello inferiore, terrestre, è il quinto a partire da destra; ed è lui l'unico di questa fila a non guardare ostentatamente verso l'alto. Tale posa sta a indicare senza dubbio che egli è sicuro, al pari dell'atlante di Rozier, di possedere la «conoscenza» e di avere accesso alla salvezza. Il motivo del fiore ripiegato o volto in senso contrario non è che una variante dell'incrocio. E facile osservare che tale fiore è spesso a cinque petali. Lo vediamo, per esempio, nei due fiori volti al contrario con cui si conclude la 5 vegetale rovesciata che sovrasta le figure sul piedritto del portale centrale di Saint-Gilles: san Giacomo il Minore e san Paolo. San Paolo, com'è noto, è latore di una rivelazione: egli «macina il grano dei Profeti», secondo l'iscrizione riportata sul suo filatterio, e questa indicazione vegetale serve a completare il senso delle figure. Un fiore ripiegato, a cinque petali, appare dietro la Vergine della Natività di Autun: è un'allusione alla profezia relativa a Jesse che si è finalmente compiuta; ma il fatto che esso sia ripiegato vuol significare, secondo Gilberto Porretano, che «diverrà frutto solamente nella Patria» ovverosia nella Città celeste, nel Cielo, dove «noi vedremo Dio faccia a faccia»: solo allora esso sboccerà in tutto il suo splendore. Dei racemi ravvolti su se stessi, all'indietro, e quindi in posizione di «contrasto»-cinque in tutto-ornano l'arco della finestra del Leone e del Drago ad Arles-sur-Tech. Si tratta di un dettaglio appositamente studiato per unire il Cinque e l'incrocio: le volute in posizione di «contrasto» non sono infatti che una variante di quest'ultimo motivo. L'osservazione diventa ancora più importante, se si fa mente agli altri Cinque* esoterici che facciamo rilevare altrove a proposito delle sfingi di Chauvigny o dei mostri di Preuilly-sur-Claise, i quali hanno in effetti un significato equivalente a quello dei due animali della finestra rossiglionese. Fra poco, infine, analizzeremo più da vicino il significato esoterico dell'incrocio ripetuto e associato al cinque, quando ci occuperemo dei cinque motivi che formano la chiave di volta del famoso archivolto dei quattro temperamenti umani sulla porta meridionale di Auluay (cfr. più avanti il paragrafo ANIMAL( IN POSIZIONE DI «CONTRASTO» E INCROCIATI). Conferma di quanto abbiamo appena detto: il tema del Leone e del Drago (cfr. la voce LEONE) conclude l'intero programma all'estrema destra.

SIRENE. Ci sembra indispensabile legare a questo tema dell'incrocio un gruppo di soggetti che, apparentemente, hanno con esso un rapporto molto brano: si tratta del mondo delle sirene (e delle arpie), esseri doppi, in possesso di due nature, frequentissimi nell'arte romanica, che li ha ereditati dalla mitologia greca: prova ulteriore dell'influenza esercitata dal mondo antico. Ma quali sono le ragioni che ci spingono a collegare questo repertorio al tema dell'incrocio? La prima è che le sirene, più che qualsiasi altra figura creata dalla fantasia, per loro essenza, potremmo dire, rappresentano un tema ambiguo; un tema che non trovava alcun riscontro nella Bibbia e che solo i testi classici potevano spiegare: era da qui che esse passavano poi nei bestiari, dopo essere state oggetto di analisi da parte dei commentatori. Ora, i bestiari erano merce corrente, all'epoca. in altre parole, quello delle sirene non è un tema chiaro e coerente: per la sua variabilità s'apparenta all'incrocio. In secondo luogo, quando si parla della sirena, si insiste di solito, traendo spunto dalla leggenda di Ulisse, sul suo aspetto di maliarda e di essere libidinoso. Né molto diversamente stanno le cose con l'arpia: come dice un Padre della Chiesa, «essa possiede all ed artigli, perché l'amore vola e ferisce». I bestiari, a loro volta, occupandosi di creature del genere, calcano la mano, su quanto può essere in esse di avarizia, di menzogna e di lussuria: La lussuria, il piacere del corpo, E la golosità e l'ubriachezza, Il piacere del mondo e la ricchezza... D'altra parte, secondo una traduzione di Isaia -(XIII, 22) che correva per le mani nel medioevo, si diceva a proposito di Babilonia: «I gufi urleranno a volontà, nelle sue magioni superbe, e le crudeli sirene abiteranno nei suoi palazzi di delizie» (nelle versioni odierne si parla invece di «cani selvaggi» o di iene,e di «sciacalli»); la stessa Babilonia è chiamata nell'Apocalisse «1a grande prostituta». Di fatto, si deve osservare che i due aspetti importanti sotto cui vengono presentate le varie forme di scaglie-penne e squame di pesce-sono due degli attributi del mostro dalla doppia natura (arpia o sirena), che può ancora avere una coda di foglie, simbolo di resurrezione. Nelle tradizioni sia mesopotamiche che egiziane sembra che la sirena e il tritone rappresentino le anime dei defunti. Se la sirena accoglie in sé i simbolismi delle squame e della pianta, e più in generale dell'Incrocio, è perché essa richiama alla mente, al pari dell'incrocio stesso, l'inconoscibile, il mondo dell'aldilà. D'altra parte, le diverse accezioni della sirena o del tritone si accordano con l'immagine della lussuriosa o del lussurioso: la sirena è l'anima dopo la morte, in attesa del Giudizio. Essa corrisponde alla trasformazione in animale dell'uomo peccatore, divenuto, dice san Bernardo, quasi bestia. Le sue forme sono quelle che il peccato ha impresso sulla sua persona, sul suo aspetto generale specialmente, deformità più o meno apparenti che faranno pendere la bilancia in un senso o nell'altro (cfr. la voce ANGELI, DEMONI, DANNATI). Molto più terrestre, il centauro, egualmente lussurioso, è anch'esso, in quanto iniziato e iniziatore, un agente delle potenze superiori, e lo vediamo di frequente scagliare il suo dardo sia contro la sirena che contro il cervo. La varietà dei testi e la ricchezza dei valori obbligano a prestare la maggiore attenzione alla disposizione*. Il serpente, per esempio, con cui termina la coda della sirena-uccello (o arpia) ad Aulnay, nell'archivolto superiore del portale meridionale, significa la resurrezione in senso positivo. I tritoni a doppia coda di serpente* di Chaspuzac e di Saint-Riémy (Haute-Loire) simboleggiano le tentazioni e i peccati della carne. Le arpie barbute di Chauvigny con la loro coda di foglie, che si fronteggiano associate a un albero a Y sdoppiato e a un mostro che si nasconde la testa, simboleggiano la vecchiaia e la morte in senso negativo, collocate come sono accanto a un insieme lunare. I tritoni a coda di foglie disegnanti l'incrocio (= la fine dei tempi) alla sommità del «pilastro apocalittico» di Brioude (dove gli affreschi evocano il mare che si muta in sangue, i cavalli a coda di serpente, il dragone apocalittico e le coppie dei Vegliardi) rappresentano gli eletti in attesa ai piedi dell'altare; ma non basta: lo stesso tema è rappresentato alla lettera, e non più simbolicamente, nella stessa chiesa, nell'absidiola sud, a lato dei quattro cavalieri dell'Apocalisse e sotto il Cristo col Tetramorfo. La chiesa di Brioude è interessantissima, inoltre, per gli affreschi simbolici che decorano i pilastri della terza campata: i soggetti che vi sono dipinti concordano col significato che va attribuito a quelli scolpiti sui capitelli. Noi Stessi, per altro nella nostra tesi sostenuta nel 1955, avevamo proposto per tali capitelli un significato d'insieme; la successiva scoperta degli affreschi sui pilastri non ha fatto che confermare ciò che avevamo allora avanzato. Ultima ragione, infine, per giustificare lo studio delle sirene nell'ambito della trattazione sull'incrocio, e' che questi esseri-senza alcun giuoco di parole~rappresentano un «incrocio» sia in senso reale che in senso figurato: si tratta di due specie unite insieme, ed e' proprio la loro fusione quella che ha dato origine al mistero di cui le si circonda, in relazione diretta col significato della parola greca symbolon, unione di due termini differenti; è ciò che vuol dire l'iscrizione che accompagna i centauri e le sirene sulla porta dei Conti a Tolosa: Iuncta simul faciunt unum corpus corpora duo. Pars prior est hominis altera constat equo (il centauro). Corpus avis, facies hominis volucri manent isti. Riepilogando, sembra che si sia stabilita fra le diverse specie di «sirene» tutta una complessa gerarchia. Le sirene-uccello, le arpie, per esempio, avevano un valore superiore. Per quanto concerne le squame, tema estremamente importante nella zona mesopotamica, si vede chiaramente che questo simbolo è quello che avvicina le arpie alle sirene vere e proprie, mentre, in realtà, c'è una profonda opposizione fra i due tipi di mostri L'iconografia romanica mette in mostra, così facendo, il suo gusto per i simboli ambivalenti, per la reversibilità di una stessa forma d'incrocio. Un particolare, questo, che ci riporta un po' a quanto diciamo altrove sul non meno ambiguo dei lottatori*, altra variante dell'incrocio. Questa gerarchia delle sirene o dei tritoni, che corrisponde in certa misura, sul piano inferiore, a quella degli angeli sul piano superiore, non ha comunque niente d'intangibile. Si direbbe che nella zona egiziana, dove la tentatrice femmina è così Spesso stigmatizzata nella figura della donna divorata dai serpenti, dai rospi e perfino da un coccodrillo (BIesle, Brioude), la sirena-pesce sia considerata malefica (leggenda di Melusina) né più né meno della sirena- pesce, così importante nelle regioni situate lungo il corso della Loira. in compenso, pare che possa avere un significato benefico il tritone con la coda di foglie, soprattutto quando le code dei tritoni posti negli angoli 4el capitello, come a Brinude (fig. 79) e a Dore-l'Eglise (Puy-de-Do'me), disegnano un incrocio. In quest'ultima chiesa è fra l'altro possibile verificare l'interpretazione che abbiamo dato a proposito dei tritoni di foglie Sul «pilastro apocalittico» di Brioude:nella navata, infatti, associate a maschere di foglie o a serpenti, si possono vedere sia sirene-serpenti che sirene-pesci. Ad esse bisogna contrapporre la figura dell'eletto, rappresentato con i tratti di Daniele fra i suoi leoni, nel coro, insieme con irnmagini mitologiche aventi il medesimo significato. La scultura di Dore-l'Église è piuttosto mal ridotta, ma i tritoni di Brioude hanno un aspetto idealizzato che ben si adatta agli eletti e che li avvicina in particolare ai personaggi con la pigna che stanno accovacciati (cfr. la voce UOMO ACCOVACCIATO) su un capitello staccato proveniente dall'abside di Mozat.

ANIMALI IN POSIZIONE DI «CONTRASTO» E INCROCIATL Animali o figure umane che volgono indietro la testa (in posizione di «contrasto») disegnano degli incroci, giacché vanno generalmente a coppia, in Otto addirittura nel caso dei leoni e delle aquile di Serrabone; in quest'ultimo caso, i corpi sono appaiati sulla faccia del capitello e le teste negli angoli; se su ciascuna faccia uniamo la parte anteriore dell'uno alla parte posteriore dell'altro, vedremo appunto disegnarsi l'incrocio; la stessa cosa avviene, se uniamo mentalmente la testa di ogni angelo annunciatore ai piedi dell'altro, e viceversa. Possiamo calcolare che, ovunque si trovino, gli animali con la testa all'indietro siano li per una necessità precisa e profonda: appaiano in gran nume -come a Elne, a Boulou, a Serrabone-, oppure isolati, entro programmi iconografici facenti parte dell'altra zona, essi esprimono sempre l'intrusione del mistero. r leoni e gli arieti in «contrasto» di Elne significano i due aspetti, umano e divino, del Cristo, e la stessa cosa dicasi per gli arieti di Boulou, sorta di facciata ad arco che sormonta un fregio con la scena della Natività; gli arieti suddetti sono inoltre, alternativamente, uno col corpo liscio, e quindi nudo, e uno col vello striato da incroci: stanno a indicare la tosatura della vittima consenziente. Esaminiamo ora le cinque figure sull'arco del portale meridionale di Aulnay, dalle quali traspare un profondo significato avente relazione con i Temperamenti dell'uomo. Come si sa, le personificazioni di questi Temperamenti formano un fregio da destra a sinistra ed esprimono una gradazione che va dal cervo, immagine della paura, al bilioso, dal caprone pneumatico al collerico all'asino linfatico o parassita e all'uomo nervoso o meditativo. Due di queste figure sono in posizione di «contrasto», ed esattamente il centauro che trafigge il cervo e un bizzarro animale che disegna una 5 e precede l'uomo col leone. Il deciso contrasto che viene a stabilirsi fra la testa e il corpo del centauro separati da una mantellina, così come la contrapposizione della testa girata a sinistra e del corpo girato a destra con gli organi sessuali fortemente marcati e il differente livello delle due zampe inferiori, sono senza dubbio intenzionali:il centauro rappresenta il promotore, il maschio, mentre l'animale a S, in posizione di «contrasto» come il centauro, rappresenta la femmina. I cinque protagonisti dell'idea dei Temperamenti, tutti rivolti verso sinistra, hanno come riscontro i cinque esseri ambigui della chiave dell'arco. L'idea che prevale è quella delle ripetizioni, affrontata dal punto di vista sessuale, della vita nella sua realtà più immediata. in senso contrario, si sa che a destra i due termini che seguono direttamente i cinque elementi complessi della chiave dell'arco sono la messa ridicola (di nuovo l'asino e il caprone, manifestazione dell'infermità dello spinto), e il malato con la bestia (dimostrazione dell'infermità del corpo); a sinistra invece ci sono il pagano col grifone, a simbolo del cattivo uso del corpo sottoposto a eccessi (cfr. la voce UOMO NUDO E UOMO VESTITO), il gufo, immagine dell'Ebreo, e la sirena-pesce, ossia l'errore dello spirito. Questa idea delle ripetizioni è espressa in cinque modi differenti, attraverso i motivi della chiave dell'arco, sulla quale è ripetuto il disegno dell'Incrocio. Non solo. Questi cinque temi possono raffrontarsi fra loro e contrapporsi ai tre temi della chiave di Vézelay disegnanti la figura dell'uroboros, e cioè a dire il cerchio, conformemente alla tendenza della zona egiziana.

UCCELLI O ESSERI ALATI IN POSIZIONE DI «CONTRASTO». La serie di uccelli con la testa volta all'indietro che compare sul rovescio dell'altare di Tolosa (cfn fig. 1) evoca l'ignoto, ciò che verrà «dopo»-mentre gli altri temi ricorrendo all'aiuto di personaggi, evocano i tre aspetti dell'Incarnazione: il Cristo sacerdote, profeta e re. Tali uccelli hanno grosso modo lo stesso significato delle squame che appaiono sul rovescio del trumeau di Moissac, squame che d'altro canto ornano la parte superiore del medesimo altare per evocare il Cielo È del tutto naturale che gli uccelli, gli esseri alati in genere, come i grifoni, che vengono spesso raffigurati in atto di mordersi l'ala, al fine di simboleggiare la pigrizia, la passività femminile, oppure la dannazione, oppure ancora l'aspirazione all'assoluto, appaiano in posizione di «contrasto». Le sovrapposizioni di grifoni con la testa all'indietro che si vedono a Cuxa stanno, diciamo così, in parallelo, con quella loro sfumatura di femminilità, con le leonesse incrociate del trumeau di Moissac. E' ovvio, però, che temi così ambigui possono essere spiegati solo in un contesto perfettamente determinato. A Chauvigny, per esempio, le sfingi coi fantasiosi berretti calcati in testa-quattro in tutto-, associate alla spirale*, evocano con ogni evidenza le fasi lunari. Ciò che le rende significative è proprio il fatto di essere in quattro, un numero che è anche il numero di Satana (chiaramente segnato sulla lastra quadrata che questi tiene in mano); si tratta perciò di una immagine dell'inferno, dell'eternità delle ripetizioni, confermata dai punti posti al centro dei rombi di. segnati dall'incrociansi delle linee sui loro colli cilindrici e ripetuti in pratica all'infinito. Piò avanti esse ricompaiono accanto alle personificazioni della Vecchiaia e della Giovinezza, destinate dalla loro comune fragilità a rotare intorno a Satana. E infine, eccole ancora accanto all'uomo di profilo, immagine della debolezza, e ai tritoni barbuti con la bestia che si nasconde la testa-accanto, cioè, alla malattia e alla morte. A queste sfingi femminili debbono essere contrapposte le sfingi maschili (cfr. alla voce NUMERI i paragrafi QUATTRO e CINQUE), solari' che si trovano dalla parte dell'uomo visto di fronte, simbolo della forza virile, associato al leone-cuore con dodici ciocche, la cifra della Chiesa (cfr. alla voce NUMERI il paragrafo DODICI). Lo stesso concetto è riconoscibile ad Aulnay:l'uomo di forte tempra accetta coscientemente la storia e la determina, pronto in ogni momento ad affrontare la morte. Ci troviamo di fronte, insomma, a un programma svolto in senso rotatorio, straordinariamente denso di significati, tutti gli elementi del quale hanno un preciso senso, come ad Aulnay. Uccelli con la testa volta all'indietro particolarmente significativi sono la colomba (?) posta nel pennacchio fra le due arcate della Evasione di san Pietro ad Hagetmau (tav. 98), le altre due colombe inserire fra i cacciatori e l'orso sul capitello detto appunto della Caccia all'orso, già alla Daurade (tav. 45), l'aquila nel pennacchio superiore fra i due medaglioni della Caccia al cervo di Saint-Gilles-du-Gard (tav, 80), gli uccelli che si mescolano all'altra Caccia al cervo sul capitello di Salnt-Aignan-sur-Cher (tav. 81), ecc. L'uccello che si presenta come immagine dell'anima è, in tutti questi cast uno strumento per illustrare in modo diverso la vittoria dello spirito, dell'anima, sul corpo e sulla carne. In rari casi, anche personaggi demoniaci possono essere raffigurati in posizione di «contrasto». Lo vediamo sul primo capitello di Chauvigny, nel caso dei due demoni uno con piume di gallo che tira su la figura ignuda della Giovinezza, l'altro nudo lui stesso e d'aspetto cavallino, funereo, che minaccia la Vecchiaia reticente (tav. 38). Le loro teste sono disarticolate rispetto al corpo: ciò per dimostrare il potere malefico di Lucifero, verso il quale essi trascinano le loro vittime.

INCROCI DIVERSI: GAMBE ACCAVALLATE, MOTIVI VEGETALI ,GAMBE DI SEDIA A X, LEONI INCROCIATI HORI CON QUATTRO PETALI, SQUAME. L'unione di questi temi in numerosi complessi iconografici ci sembra adatta a chiarire il senso profondo di un simbolo di carattere generale che condiziona l'intera arte figurativa romanica, e della quale non pretendiamo certo di avere interamente risolto lo spinoso problema che essa pone. L'Aries-Leo (tav. 36), l'insieme del portale di Moissac, il Davide sulla seggiola leonina della porta Miégeville (tav. 61), la Vergine sul capitello della facciata nord di Cunault (tav. 68), non sono che aspetti diversi-è bene sottolinearlo-di un sistema di sottili equivalenze fra questi elementi: leoni incrociati, gambe incrociate del seggio curule, croce del Giudizio, squame (= incrocio materializzato nella natura), fiori con quattro petali a mo' di croce rovesciata, ecc. Ma là dove la chiarezza appare perfetta-è il caso anche del doppio capitello di Cunault (tavv. 68 e 69)-, essa non è altro che il risultato della riduzione all'essenziale dei motivi della zona mesopotamica. Il filo conduttore, che rende coerenti tutti questi aspetti diversi e spiega la loro molteplicità nella zona mesopotamica, è la dimensione apocalittica. Si traccia un incrocio, in una forma o in un'altra, nel caso di un episodio o di un personaggio che prelude o prepara l'ultima parusia. E proprio in questa prospettiva 5 inseriscono le gambe incrociate delle Vergini dell'Aries-Lco (tav. 36), giacché quelli che essi tengono in mano sono gli attributi del Cristo Giudice. Vestite di sole e con la luna sotto i loro piedi, come la Donna dell'Apocalisse, esse hanno un piede scalzo, dal lato dei leoni solari che simbolicamente le vestono, e un piede calzato, dal lato delle squame lunari: due principi, uno maschile e uno femminile, definiscono così una ierogamia, della quale esse, misteriosamente, per il fatto stesso della loro verginità, sarebbero le artefici U lato destro è quello del sacrificio, dell'Agnello (aries) che illuminerà la Città. Analogamente la donna col leoncino, vergine anch'essa, evoca la Donna dell'Apocalisse, sorreggendo l'animale che simboleggia il fanciullo da lei concepito miracolosamente e che essa vuol proteggere dalle minacce del drago. Contrapposta alla donna col cranio, cioè alla donna adultera (tav. 37), la donna col leoncino, collocata al livello inferiore su un piedritto del portale della Tentazione (quello di sinistra), a Santiago di Compostella (tav. 59), alza gli occhi verso una maternità posta al livello più alto. Essa pure con le gambe incrociate, ad indicare l'azione divina, si trova messa al di sopra del maschio, rappresentato qui da un uomo che cavalca un gallo. Questa donna col leoncino fa riscontro così alla figura di Davide, anche lui con le gambe incrociate, il quale ha vinto da solo il leone, grazie alla propria forza, e ora posa i piedi, egualmente incrociati, su una foglia a sette lobi sovrastante il leone, simbolo della morte che attende la carne: la forza virile rende l'uomo pronto ad affrontare perfino la morte, che finirà con l'essere sconfitta l'ultimo giorno; Davide è l'antenato diretto del Cristo Re e in pari tempo il musico celeste. Ma ancora una cosa va notata.. la Donna col leoncino si trova anche a lato della Vergine, dinanzi alla quale i Magi stanno adorando il Bambino, sul portale di destra. In modo non diverso, nella basilica di Saint-Sernin a Tolosa, sulla porta Miégeville, i leoni fanno da seggio a Davide, disegnando la forma dell'Incrocio sulla mensola di sinistra (tav. 61), in contrapposizione alle lussuriose che cavalcano esse stesse i leoni (tav. 62) sulla mensola di destra, portando in testa il berretto frigio, simbolo di libertà. Davide si trova inoltre dallo stesso lato delle scene dell'infanzia di Gesù, che esaltano la Vergine, e delle vergini coi leoni. Ci troviamo insomma di fronte alla medesima concatenazione di segni: da sinistra a destra a Compostella e da destra a sinistra a Tolosa. A Moissac, sul contrafforte est del portale, la Vergine dell'Annunciazione e quella della Visitazione sono entrambe associate al disegno dell'incrocio, ottenuto con le squame che ricoprono il tetto della duplice loggia trilobata sovrastante le due scene- squame che ovviamente non compaiono, trattandosi di simbolo celeste, sul tetto delle logge che ospitano la Donna col serpente e la punizione all'Inferno del Ricco epulone, sul contrafforte ovest. E se il Ricco epulone ha le gambe incrociate, vuol dire che la punizione dei malvagi rientra nei piani di Dio, I leoni incrociati sul trumeau fanno da seggio alla Divinità, al Cristo del timpano, così come fanno da seggio a Davide quelli della porta Miégeville; perfino i fiori sono incrociati, mentre sui piedritti compaiono dei fregi verticali, che cominciano con una maschera* della terra, disposti secondo un precisa gradazione. Questo movimento delle foglie cuoriformi significa l'annuncio della fine del tempo relativo, dei cicli, delle ripetizioni, e la comparsa di un ordine diverso; le squame ornano interamente la faccia interna del trumeau. La Vergine di Cunault (tav. 68) annulla gli effetti della sirena (tav. 69), come Davide annulla quelli del Peccato originale e quelli delle irruzioni della Donna col leone. Lo stesso dicasi per la Vergine di Moissac nei confronti della Donna col serpente. Lo stesso anche per la Donna col leoncino nei confronti della Donna col cranio o dell'Uomo col gallo. E così via. Alla Vergine di Cunault sono inoltre accostati tre motivi di incrocio: le squame dell'abaco, le gambe a X della sedia curule e la croce rosacea del Giudizio alle sue spalle-senza contare il personaggio in preghiera e in posizione di «contrasto», che fa da cerniera fra i due capitelli.