LA SACRA DI SAN MICHELE

 

 

 

 

 

La storia (e la leggenda)

Sullo sperone del monte Pirchiriano proteso a strapiombo verso la Valle di Susa sorse il primitivo santuario di San Michele, composto da tre cappelle affiancate.
È probabile che in origine si trattasse di un insediamento castrense, costruito fin dai tempi dei Romani e successivamente conservato ed ampliato dai Bizantini e dai Longobardi; questo monte infatti, data la sua posizione, ha rivestito un ruolo di interesse strategico fin dall'epoca romana, quando vi fu probabilmente insediato un presidio militare per controllare la strada delle Gallie.
La dominazione romana (I-V secolo d.C.) tuttavia, nonostante abbia lasciato segni notevoli soprattutto nei centri maggiori della valle (Ad Fines - Malano, Segusium - Susa, Ad Martis - Oulx), non penetrò in profondità nella cultura e nella religione del territorio coziano.
Accanto a questi tre grossi centri romani, rivestivano notevole importanza due presidi militari: uno, sulla vetta del monte Pirchiriano, proteggeva gli uffici doganali di Ad Fines, l'altro, a Novalesa, combatteva l'attività dei contrabbandieri, che preferivano tentare il passo del Moncenisio, per evitare quello ufficiale e meglio custodito del Monginevro.

Nel IV secolo, a causa dei frequenti straripamenti della Dora Riparia, la statio di Ad Fines ridusse via via la sua attività, determinando così l'incremento dei paesi vicini.
Nel VI secolo il re goto Vitige inviò a Segusium, come governatore, Sizige, il quale rafforzò militarmente i presidi esistenti: Segusium, il Pirchiriano ed Oulx.
Con l'arrivo di Belisario, Sizige si alleò con i Bizantini e la valle con i suoi presidi venne integrata nell'Esarcato.
Verso il 570 giunsero i Longobardi, la cui incidenza nella storia locale valsusina fu breve, in quanto annientati presto da Sizige.
Nel 574 il re borgognone Cetranno portò i confini dei Franchi alle Chiuse.
Questo è in breve il racconto delle vicende valsusine tra leggenda e tradizione.

La storia del monte Pirchiriano riemerge nel X secolo, in concomitanza col fenomeno eremitico sul monte Caprasio.

*La costruzione di una prima modesta cappelletta a ridosso della vetta del monte Pirchiriano risalirebbe ad un eremita del VI-VII secolo; la roccia ne costituiva la parete di fondo e la piccola abside, rivolta verso levante, si è conservata fino ai nostri giorni.
Le due finestrelle dalle quali si poteva ammirare il panorama sulla pianura furono invece murate quando sopra la cappelletta e intorno alla vetta sorse il cantiere del monastero benedettino.

*Il muro adiacente a questa prima cappella eremitica appartiene ad un'altra cappelletta, eretta nel VII-VIII secolo dai Longobardi, che la dedicarono a San Michele, principe delle milizie celesti, a cui erano particolarmente devoti; anche questa seconda cappella è costruita a ridosso della vetta del monte ed è ingombrata da un massiccio pilastro eretto come base di una colonna della chiesa soprastante.

*Secondo la tradizione a Celle, alle falde del monte Caprasio (che fronteggia il Pirchiriano e insieme con questo stringe l'imbocco della Val di Susa) vivevano dei cenobiti, uno dei quali, di nome Giovanni Vincenzo aveva fama di uomo saggio e pio.
Fu costui forse, dopo la cacciata dei Saraceni dalla valle, a riattare le due cappellette primitive e ad aggiungerne una terza più ampia, anch'essa addossata alla roccia.
A questo riguardo, nel Chronicon Coenobi Sancti Michaelis de Clusa del monaco Guglielmo, scritto nell'XI secolo, si narra come sul finire del X secolo, Giovanni Vincenzo, per tradizione popolare indicato come vescovo di Ravenna, si dedicasse in solitudine alla preghiera sulla cima del monte Caprasio, dove avrebbe voluto costruire una piccola chiesa.
A questo scopo aveva cominciato a raccogliere tronchi d'albero e pietre, lavorando dalla mattina alla sera, ma la scorta accumulata che gli avrebbe consentito di iniziare i lavori scomparve misteriosamente.
Giovanni Vincenzo riprese allora ad abbattere alberi e a scegliere pietre, nascondendosi poi nel buio della notte per sorprendere i ladri.
Quando vide scendere dal cielo una schiera d'angeli che, presi i tronchi ed i massi, li portarono in volo sulla cima del monte Pirchiriano, capì il messaggio divino e si trasferì sul monte indicatogli, dove avrebbe ritrovato tutto il materiale che credeva perduto, già pronto per essere messo in opera.

Nel Chronicon si narra ancora che, ultimata la costruzione, Giovanni Vincenzo chiese al vescovo di Torino, Amizone, di consacrare la nuova chiesa.
Questi, durante il viaggio, si fermò a dormire ad Avigliana, dove fu destato da un grande clamore di gente ammirata e sgomenta, poiché sul monte Pirchiriano fiammeggiava un grosso globo di fuoco; quando Amizone giunse alla chiesa trovò un altare eretto dagli angeli.
Di qui, secondo il monaco Guglielmo, deriverebbe il nome del monte, Pirchiriano, cioé "fuoco del Signore", ma l'etimologia più accreditata è molto meno nobile, in quanto farebbe derivare il termine da "Mons Porcarianus", cioé "monte dei porci", così come il Caprasio era il "monte delle capre".

Alle soglie dell'anno Mille, arrivò all'eremo Ugo di Montboissier, un ricco e nobile signore dell'Alvernia, detto lo "Scucito" per la sua folle e viziosa prodigalità.
Insieme con la moglie Isengarda, si era recato a Roma per chiedere indulgenza al papa Silvestro II e questi, a titolo di penitenza, gli concesse di scegliere tra un esilio di sette anni e l'impresa di completare l'opera di Giovanni Vincenzo, costruendo un'abbazia.

*Acquistati il monte e tutti i terreni intorno (le cui rendite sarebbero servite al sostentamento del monastero), Ugo di Montboissier, giudicando troppo piccola la chiesetta, affidò ad un architetto, forse Guglielmo da Volpiano, il disegno di una quarta chiesa, di proporzioni adeguate, sopra la cripta.
Questo voleva dire erigere un alto muro ad ovest e da sud raggiungere il nuovo piano di calpestio con una scalea fino al livello della cima del monte.

*Dalle tre piccole costruzioni abbarbicate alla roccia si era così passati ad una situazione in cui la vetta del monte Pirchiriano veniva ad essere inglobata dalla struttura della quarta chiesa, eretta fra il 1015 e il 1035.
Questa era però ancora troppo corta: occorreva un presbiterio di grandi proporzioni, ma dove avrebbe dovuto sorgere c'era il vuoto.

* Fu realizzata allora un'imponente costruzione che, partendo dalla base dell'ultimo picco del monte, raggiungeva il livello della vetta; all'interno ospita ancora oggi un immenso scalone che supera un dislivello di oltre 20 metri, fino alla base della scalinata che raggiunge il piano del pavimento della chiesa; a questo livello la sostruzione sostiene il presbiterio, costituendo un ampio allungamento della chiesa.

Il primo abate fu il benedettino Atverto; l'Abbazia vide crescere rapidamente il suo prestigio e si ingrandì con altre strutture destinate all'ospitalità ed all'assistenza dei pellegrini e dei mercanti di passaggio sulla via Francigena.
Grazie alle donazioni di Ugo di Montboissier e di altri nobili pellegrini, godette di ampia autonomia materiale e territoriale, continuando ad accrescere il suo splendore fino al XII secolo.
Pur vivendo intensamente la spiritualità eremitica che la speciale natura del luogo favoriva, gli abati e i monaci di San Michele innescarono scambi culturali fecondi e animarono sottili dispute teologiche, tanto che l'Abbazia divenne un apprezzato centro internazionale di esperienza religiosa e culturale.
La scuola di grammatica e la biblioteca godettero di prestigio europeo.

A partire dal 1381 iniziò la decadenza dell'Abbazia; guerre, distruzioni, terremoti ne provocarono la definitiva chiusura nel 1622.

Nel 1836 la famiglia Reale decise di traslare dal Duomo di Torino alla Sacra di San Michele le salme di 24 principi di casa Savoia, segnando così la fine del periodo buio, di cui restano solo rovine e leggende, come quella della Bell'Alda, che si lanciò dalla torre per sfuggire ad un soldato francese e, miracolosamente salva, perì per aver voluto ripetere il gesto per vanità o per denaro.

Contemporaneamente alla traslazione delle tombe reali, Re Carlo Alberto affidò ai Rosminiani le cure di ciò che restava dell'antico monastero; sperando in anni migliori, essi resistettero alla Sacra, spesso in condizioni difficili, cercando quotidianamente di contrastare l'implacabile opera distruttrice del tempo.

Per tutto l'800 la Sacra suscitò l'interesse di numerosi storici, studiosi e architetti.
Alcuni di questi furono mossi da una visione romantica del Medioevo, affiancata allo studio della reale e straordinaria stratificazione e sedimentazione storica testimoniata dai resti dell'antico monastero. È così che le numerose campagne di restauro, in particolare quelle condotte dall'architetto Alfredo d'Andrade, hanno dato della Sacra un'immagine coerente al gusto del tempo, come testimoniano i grandi archi rampanti sulla facciata laterale della chiesa nuova.

L'architettura

Dell'antico complesso attualmente rimangono: Ai piedi della costruzione si trovano resti di fortificazioni e il famoso Sepolcro dei Monaci, cappella a pianta ottagonale eretta, probabilmente sul luogo di un tempio pagano, tra l'XI e la prima metà del XII secolo, ristrutturata da poco tempo con il contributo dell'Associazione Amici della Sacra di San Michele.

Un ripido vialetto di cipressi conduce all'ingresso dell'Abbazia.

*In basso è situata la Foresteria (luogo dove venivano alloggiati i forestieri), merlata e con biforette, un tempo ospizio per i pellegrini; più in alto, la mole del Monastero primitivo, ampliamento di quello edificato nel X secolo, che conserva tuttora le pareti esterne originarie, mentre l'interno, diroccato dal 1688, fu quasi interamente rifatto nel 1829.
Più in alto ancora appare il fianco meridionale della chiesa, con gli archi rampanti e parte della galleria che corre alla sommità dell'abside.

Il lato più interessante del complesso, costituito dalla costruzione che regge la chiesa e dalla parte absidale di questa, presenta inferiormente un severo e lineare basamento, in blocchi di gneis, aperto da un portale nella parte centrale molto aggettante, scandita da due altissime semicolonne di un arco che include un finestrone e un occhio.

In alto risalta la massa absidale in blocchi di anfibolite verde; tra le due piccole absidi laterali s'inserisce quella centrale arricchita da due nicchioni e coronata da una loggia ad archetti poggianti su colonnine detta "Loggia dei Viretti".

*Oltrepassato il portale d'ingresso si apre, all'interno del massiccio basamento, un ambiente altissimo con enormi pareti interrotte da ampie nicchie e dalla roccia, coperto da volte su pilastri con capitelli istoriati.
A sinistra di chi sale un pilastro di oltre 18 metri di altezza sostiene il pavimento della sovrastante chiesa; alle prime due rampe segue l'ampio Scalone dei Morti che conduce alla Chiesa e al termine del quale si trova la Porta dello Zodiaco, formata da frammenti marmorei che pare decorassero il portale del Sepolcro dei Monaci.

*I pilastri e le colonne che la ornano sorreggono capitelli raffiguranti le Storie di Sansone e di Caino e Abele, decorati con fogliame, figure umane e belluine.
Sullo stipite della porta, alla destra di chi sale, sono scolpiti i segni dello Zodiaco e nella lesena destra si legge ancora la firma dello scultore Niccolò o Nicholaus (1120 circa) che lavorerà in seguito alla cattedrale di Ferrara, oltre che a Piacenza e a Verona.

Un'ultima rampa che passa sotto quattro imponenti* contrafforti ad archi rampanti e che si appoggia ai resti dell'antichissima scala monacale, della quale non rimangono che alcuni scalini, sale al ripiano che precede la chiesa, dal quale si può ammirare una magnifica veduta della pianura torinese.

Un ampio portale romanico, in pietra grigia e verde (già ingresso della "quarta chiesa", della quale rimane la parte chiamata "coro vecchio") e dallo strombo molto svasato, delimita l'ingresso della chiesa.
In alto si può osservare un gocciolatoio che termina agli estremi rispettivamente con una testa di monaco e di ragazzo (quest'ultima attualmente mancante), mentre a destra e a sinistra si vedono esili colonnine con archetti trilobati, resti del portico che proteggeva il portale.
I battenti della porta, eseguiti nel 1826, mostrano i simboli di San Michele Arcangelo e il diavolo in forma di serpe.

La chiesa di San Michele è un esempio del progressivo succedersi dell'architettura gotica a quella romanica, dal XII al XIII secolo; al suo interno conserva resti della costruzione primitiva e delle successive aggiunte.
Vi si accede dal fianco destro, eretto forse contemporaneamente al basamento delle absidi; l'interno è il risultato degli ultimi restauri, compiuti con la ricostruzione della triplice volta a crociera della navata centrale nel 1937.
La chiesa, a tre navate, è eretta in parte sulla cima del monte (che affiora sotto il primo pilastro a sinistra) e, per il resto, è sostenuta dall'imponente costruzione che si fonda 25 metri più in basso nella roccia.

Entrando, a sinistra, all'inizio della navata destra si può ammirare un grande affresco raffigurante la Sepoltura di Gesù e la Morte e la Assunzione della Vergine, dipinto nel 1505 dal pittore Secondo del Bosco da Poirino.
Nell'ampio presbiterio, quattro fasci di colonne, sormontate dalle figure degli Evangelisti con i loro simboli, fiancheggiano le aperture di 2 nicchie, tra le quali si apre un finestrone con strombo ornato di altorilievi romanici del Maestro del Pulpito di Castell'Arquato (1170-1180).
Sull'altare maggiore è collocato un trittico di Defendente Ferrari (Madonna col Bambino, San Michele, San Giovanni Vincenzo ed il committente Urbano di Miolans, abate commendatario della Sacra dal 1505 al 1522) con predella sempre dello stesso autore raffigurante la Visitazione, la Natività di Gesù e l'Adorazione dei Magi.
Nella prima campata della navata sinistra, presso la porta d'accesso al campanile, si trova il mausoleo in stile gotico, realizzato in pietra serpentina, dell'abate Guglielmo III di Savoia, che governò l'Abbazia dal 1310 al 1325.
A continuazione della navata centrale si estende un ambiente di forma irregolare detto "coro vecchio", residuo della chiesa dell'XI secolo, decorato da vari affreschi eseguiti tra la fine del XV ed il principio del XVI secolo.
Nel coro vecchio e nella chiesa sono disposti 16 sarcofagi in pietra nei quali vennero tumulate le salme di 24 principi di casa Savoia, trasferite nel 1836 dal Duomo di Torino alla Sacra.

Una scaletta posta nel lato destro della navata centrale conduce alla cripta, composta da 3 cappelle affiancate, nelle quali si riconosce il progressivo evolversi del romano oratorio castrense, divenuto poi Santuario di San Michele Arcangelo.
La cappella più a nord risale al IV-V secolo; quella di mezzo, più ampia ed elaborata, costituirebbe un ampliamento dei monaci; la più vasta infine è quella la cui costruzione è stata attribuita a San Giovanni Vincenzo (intorno al 966) ed è quella che secondo la tradizione ricevette la consacrazione angelica.

Dalla porta alla destra del sarcofago dell'abate Guglielmo III si sale al campanile incompiuto, dalla cui cella a doppie trifore ogivali si può osservare lo sbocco della Dora Riparia.
Dal primo piano del campanile, adibito a sagrestia, si scende nel convento, dove è custodita una tavola restaurata di Defendente Ferrari.

* * Di fianco al coro vecchio si trova il Portale dei Monaci che un tempo conduceva agli edifici claustrali, mentre adesso comunica con una terrazza dalla quale si domina il suggestivo panorama dei monti che circondano la Sacra.

In basso sono visibili le rovine del monastero benedettino sorto tra l'XI e il XV secolo; all'estremità nord si ergono infine i resti della torre della Bell'Alda, suggestivo rudere che, in lontananza, appare isolato dal monastero.

L'attualità

Nella realtà odierna della Sacra di San Michele emerge la volontà, grazie anche al costante impegno dei padri Rosminiani e al rinnovato interesse che si è creato per la protezione di una così rilevante testimonianza storica, culturale e religiosa, di rilanciare l'immagine della millenaria Abbazia.

Enti, Associazioni e privati hanno consentito la ripresa dei lavori di consolidamento della struttura e di restauro degli interni, cosicché i visitatori che entrano oggi nel parlatorio o nella sala di ricevimento possono rivivere il ricordo della raffinata ospitalità offerta dall'antica Abbazia.

L'interesse e la ricerca di un più vivo contatto con una sorgente di così rilevanti riflessioni muove inoltre un sempre maggior numero di turisti ed appassionati a visitare la Sacra.

A tante attese i pochi Rosminiani presenti nell'Abbazia rispondono con generosa disponibilità, pur senza trascurare di operare anche in altre direzioni, come ad esempio nel campo degli studi e delle ricerche svolte per riportare in auge un così importante patrimonio artistico e culturale.

Visitando il convento ci si rende inoltre conto di come, nonostante le forti limitazioni pratiche, oggi, con lo stesso spirito che animò i monaci del passato, la Sacra di San Michele non rinunci ad esercitare l'ospitalità. All'interno del vecchio monastero sono state infatti recuperate alcune stanze per ospitare dalle 8 alle 10 persone che abbiano voglia di passare qualche tempo alla Sacra.

 


Accoglienza

L'Abbazia offre, per vocazione e tradizione ormai millenaria, un valido servizio di ospitalità:
periodo:
dal 15 gennaio al 30 giugno,
dal 15 settembre al 15 dicembre.
modalità:
stanze singole, stanze con 2 o 3 letti (a richiesta)
proposta di momenti di preghiera liturgica
rispetto, collaborazione e partecipazione alla vita del monastero
quota (vitto, alloggio, riscaldamento, lenzuola...) Lire 40.000 al giorno

La Sacra si è dotata anche di un'accogliente foresteria per continuare ad essere un luogo privilegiato di riferimento per gruppi, associazioni e persone impegnate nel volontariato.

Numerose sono le iniziative che vengono proposte, dai "Giovedì culturali" a "Il Canto delle Pietre", alle celebrazioni per la festa di San Michele, ....
Esistono due associazioni di volontariato che operano a favore della Sacra:

Per l'insieme della sua storia architettonica, umana e religiosa, la Sacra di San Michele è stata inoltre riconosciuta, con una legge approvata dalla Regione Piemonte il 21-12-1994, quale "Monumento simbolo del Piemonte per la sua storia secolare, per le testimonianze di spiritualità, di ardimento, di arte, di cultura e l'ammirevole sintesi delle più peculiari caratteristiche che può offrire del Piemonte, nonché per la sua eccezionale collocazione e visibilità".
Con questa importantissima legge la Regione ha anche effettuato stanziamenti per iniziative culturali e per i primi interventi di restauro, impegnandosi per la valorizzazione e per il recupero strutturale della Sacra.
Altri contributi sono stati inoltre stanziati dal Ministero dei Lavori Pubblici e dei Beni Ambientali.
Tra le prospettive di recupero e di restauro della Sacra è da citare il progetto regionale che prevede tre fasi, la prima delle quali, già parzialmente finanziata, dovrebbe partire a breve termine e prevede un progetto generale di restauro del monumento.
Dopo il progetto pilota per la conservazione del patrimonio architettonico e storico della Sacra, da presentare all'Unione Europea per ottenere un finanziamento, dovrebbe partire la seconda fase, quella operativa, da terminare entro settembre 1997, che prevede di completare i lavori urgenti di restauro e manutenzione e l'acquisto di attrezzature e arredi per l'allestimento di spazi informativi e di accoglienza dei visitatori.
La terza fase, che durerebbe fino al 1999, si occuperebbe invece del recupero integrale dell'area dei ruderi e della progettazione e ricostruzione del monastero nuovo.

Orari

1 Ottobre - 15 Marzo
visite nei giorni feriali: 9.00-12.30; 15.00-17.00
visite nei giorni festivi: 9.00-12.00; 14.40-17.00
SS Messe nei giorni festivi: 12.00; 17.00
16 Marzo - 30 Settembre
visite nei giorni feriali: 9.00-12.30; 15.00-18.00
visite nei giorni festivi: 9.00-12.00; 14.40-18.00
SS Messe nei giorni festivi: 12.00; 18.00
Giorno di chiusura: lunedì (non festivo)