GUINEA BISSAU: appunti da un viaggio
In realtà i viaggi sono stati due (finora). La Guinea Bissau è una piccola Nazione che si trova al centro dell'Africa sull'Oceano Atlantico. Gli abitanti sono circa 1 milione: la gente è buona, umile e accogliente. Il territorio è 36.000 Kmq. per lo più pianura, molti i fiumi, bracci di mare entrano anche nell'interno. Le etnie principali sono i Balantas (35%) attivi nell'agricoltura, i Fulas (23%) e i Mandingo (12%) abili nel commercio. Ma ci sono anche altri gruppi etnici come i Papeis, Manjacos, Felupes, Mancanha.
La nazione è tra le più povere del mondo.
Sono appunti che ho riportato dai miei due viaggi in Guinea Bissau e con i quali ho realizzato dei volumi che pubblicherò sul mio sito. Ogni settimana, pertanto, conto di riportarne un capitolo. Buona lettura!
Dedico questi scritti alla cara zia Gabriella (Lella), sorella di mio padre, che è stata compagna di viaggio e che oggi non c'è più.
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Guinea Bissau
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Padre Maurizio
Padre Maurizio e la sua Land Rover che ci ha fatto da taxi durante il viaggio.
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GUINEA BISSAU
appunti da un viaggio


Superficie - 36.125 Kmq.
Popolazione - 1.000.000 abitanti
Principali etnie – balanta (35%), fula (23%), mandingo (12%), mangiaco (10%), papeis (10%), mancanha, felipe, bijagos, nalù, ecc.
Religione – animisti (65%), musulmani (27%), cattolici (8%).
Lingua – portoghese (ufficiale), criolo (lingua popolare compresa ovunque), le lingue delle varie etnie.
Clima – caldo e umido (temperatura quasi sempre superiore ai 30°) con intensa stagione delle piogge da maggio a settembre.
Territorio – quasi piatto con colline che non superano i 200 metri. Molti fiumi e bracci di mare che entrano nell’interno. Lungo le coste prevale la vegetazione rigogliosa e impenetrabile, verso l’interno foreste e savane della regione saheliana.
Forma di governo – regime militare.
Capitale – Bissau (130.000 abitanti).
Città principali – Bafatà, Bolama, Suzana, Bambadinca, Catiò, Bissorà, Cacheu, Farim, Mansoa.
Reddito pro capite – 180 dollari.
Moneta – peso.


Cenni storici

Nel XIV secolo il territorio apparteneva all’impero del Malì. Nel 1400 incominciano le esplorazioni sulle coste occidentali dell’Africa. L’italiano Alvise da Cadamosto (1456) percorre l’attuale Guinea Bissau e le isole Bijagos,
All’inizio del XVI secolo i portoghesi stabiliscono alcuni punti di appoggio per il commercio degli schiavi dalle Americhe. Decade l’impero del Malì e le varie etnie locali riacquistano autonomia ed entrano in conflitto tra loro, fornendo schiavi ai portoghesi delle coste.
Dalla metà alla fine del XIX secolo si svolge la guerra tra l’etnia maggioritaria Balanta e le etnie islamizzate (Fula e Mandingo). Queste ultime vincono la “guerra del Gabù” dando inizio all’islamizzazione della Guinea Bissau. I portoghesi appoggiano i Fula. Nel 1886, grazie ad un accordo franco-portoghese, vengono stabiliti i confini della Guinea Bissau.
Nel 1951 il territorio diventa da “colonia” a “provincia d’oltremare” portoghese. Ai locali viene riconosciuta la cittadinanza portoghese purché sappiano leggere e scrivere in portoghese. La colonizzazione è caratterizzata da brutalità, oscurantismo politico, sfruttamento economico.
Nel 1956, a Bissau, viene fondato il PAIGC (partito africano da indipendencia da Guinè e Cabo Verde). Gli appelli al Portogallo per una pacifica decolonizzazione sono senza esito.
Il 3 agosto del 1959, durante uno sciopero di portuali, una cinquantina di africani vengono uccisi dalle truppe portoghesi. Il PAIGC entra in clandestinità e cerca di scuotere il popolo guineano, specialmente i Balanta da cui vengono quasi tutti i suoi quadri.
Nel 1963 il medico guineano Amilcar Cabral (che aveva fondato il PAIGC e poi era andato in esilio) dà inizio alla guerra di liberazione. Si forma anche un altro movimento di liberazione, il FLING (fronte di liberazione per l’indipendenza nazionale della Guinea), sostenuto da alcune etnie islamiche. I Fula sostengono i portoghesi.
Nel 1966 il PAIGC ha occupato metà del territorio dove organizza tutti i settori della vita sociale e manda numerosi giovani a studiare nei paesi socialisti.
Il 20 gennaio 1973 Amilcar Cabral viene ucciso a Conakry pochi giorni dopo che era stato ricevuto da Paolo VI, ufficialmente da agenti portoghesi, probabilmente da compagni di partito. Il 24 settembre dello stesso anno il PAIGC dichiara unilateralmente l’indipendenza del paese.
Nel 1974, in seguito al rovesciamento in Portogallo del regime di Marcello Caetano (25 aprile), il generale Spinola firma l’accordo definitivo d’indipendenza della Guinea Bissau (10 settembre). Presidente è Louis Cabral, fratello di Amilcar.
Negli anni che seguono lo scontento del popolo cresce. Il movimento giovanile del PAIGC tenta di estromettere dal potere Louis Cabral. Ne segue una feroce repressione. La crisi economica dilaga. Russi, cubani e bulgari organizzano la polizia, l’esercito, il controllo dello Stato.
Il 14 novembre 1980 colpo di stato militare dell’eroe dell’indipendenza generale Joao Bernardo Vieira detto “Nino”.
Il 1° maggio 1987 viene decretata la liberalizzazione del commercio e delle attività economiche, riconosciuta la possibilità di fondare associazioni private, venduti ai privati settori di economia statale fortemente deficitari (importazione, esportazione, trasporti, negozi, ecc.).
Negli anni successivi non ci fu nessun miglioramento. Un’altra guerra civile alla fine degli anni ’90 portò il Paese ad una povertà ancora più forte.




15 dicembre 1988


Alle ore 15,15 (un’ora dopo il previsto) decolla l’aereo Aerbus 300 della Compagnia Air Afrique.
Tante volte ho viaggiato in aereo eppure mi prende sempre la solita emozione, il solito nervosismo, forse è anche paura anche se non voglio ammetterlo.
Ma questa è una situazione diversa. Probabilmente per il fatto che viaggio per la prima volta senza Elisabetta, mia moglie. Sono in compagnia di zia Lella e di Alessandro, figlio di mia cugina Angela. Per fortuna a fianco ho uno splendido esemplare di ragazza nera, spero quindi che il volo sia interessante o per meglio dire che passi più in fretta. Alle 16 portano da mangiare. E’ pranzo o cena? Chissà, comunque mangio perché mangiare è la cosa migliore di un volo.
Dopo un paio di ore, attraverso le nuvole, scorgo i primi lembi della terra d’Africa e la catena innevata dell’Atlante. Rimetto indietro l’orologio di un’ora.
Verso le 17,30 ci fanno allacciare le cinture di sicurezza perché dicono si avvicina un temporale. L’aereo balla paurosamente. Mi tengo ben stretto. Per farci divagare, ci fanno chiudere le tapparelle dei finestrini e proiettano il film “Dundee” in lingua inglese. Non me ne frega niente e continuo a tenermi stretto ai braccioli.
Alle 19 termina la schifezza di film, l’aereo sembra più stabile, apro la tapparella: è ormai notte. Chissà dove siamo! Mancando circa un’ora all’arrivo presumo di essere al confine tra la Mauritania ed il Senegal.
Alle 20 si arriva a Dakar. Solita fila alla dogana e solito assalto dei locali disposti ad offrirci alberghi e trasporto bagagli. Si contratta con il tassista che alla fine, per 25 dollari e con un taxi alquanto scassato, decide di accompagnarci alla Parrocchia dove ci aspettavano. Qui faccio la conoscenza di Padre Giancarlo e Padre Pietro Brivio, ma sono stanco, parlo così un po’ in generale della vita del Senegal, tanto ci devo ritornare il 9 gennaio. Salendo le scale per andare nella mia stanza sento le grida del muezzin che invita alla preghiera, sono le 22,30 e speriamo che mi facciano dormire. Elisabetta è stata avvertita per telefono del nostro arrivo.



16 dicembre 1988

La notte è trascorsa tranquilla, tranne una breve sveglia verso le 3,30 causata dal rumore dell’acqua che riempie i serbatoi. Alle sei sveglia reale e partenza per l’aeroporto con la Panda di Padre Pietro. Il cielo è coperto. Dopo la solita prassi aeroportuale ci imbarchiamo alle 8,30 su un piccolo aereo (credo Fokker) dell’Air Senegal dal quale sto scrivendo in questo momento.
Stiamo tra le nuvole: si vede poco o niente. Peccato perché si dovrebbe attraversare il Gambia e la regione Casamance che dicono sia molto bella.
Non avendo niente da vedere mi metto a pensare. Ed il primo pensiero va ai miei cari; a quello che potrebbero fare in questo momento. Certo c’è il rammarico di averli lasciati soli ma in fondo un mese non è poi tanto. E grande presumo sia l’esperienza che farò, esperienza che potrò mettere a loro disposizione in seguito. Che dire del Senegal? Per il momento ho notato solo la bellezza di questa razza. Ma ci ritornerò e avrò modo di analizzare questo paese sotto altri aspetti.
Verso le 9,30 l’aereo si abbassa come se volesse atterrare anche se non è ora. Infatti atterra allo scalo di Ziguinchor nella Casamance. Piccola sosta di mezz’ora e poi si riparte. Ora il cielo è più pulito e si può vedere qualcosa. Noto principalmente molti corsi d’acqua e risaie. Alle ore 10,30 si arriva a Bissau, la capitale dell’omonima Guinea.
Lì c’era ad aspettarci mio cugino padre Maurizio Fioravanti del PIME che ci porterà con la sua vecchia Land Rover a Bissorà che è in fondo il nostro punto di arrivo. La prima impressione di Bissau è stata quella di paragonarla ad un nostro grande paese. Capre e maiali che pascolano tranquillamente tra la gente. Noto, a poca distanza dall’aeroporto, un nuovo albergo fatto da italiani che mi dicono sono gli stessi che hanno avuto l’autorizzazione ad aprire il primo villaggio turistico alle isole Bijagos. Questo sarà contemporaneamente un bene e un male. Padre Maurizio ci porta a salutare alcuni missionari e suore in diverse case di Bissau ed a telefonare a Roma alle Poste Centrali (CTT). Dopo più di un’ora di attesa possiamo avvisare i nostri cari.
Ci avviamo, infine, sulla strada asfaltata (con tante buche però) che porta fino a Bissorà.
Il paesaggio non è molto arido come pensavo per questo periodo. Alberi che più si vedono con frequenza sono il banano, la palma, il baobab, il mogano rosso ed il mango. Si vedono anche molti uccelli acquatici ed avvoltoi. Dopo una breve sosta a Mansoa dove visitiamo un’altra casa di suore di cui non ricordo il nome ma che sicuramente rivedrò, arriviamo a Bissorà, alla missione dove alloggerò tutto il periodo. La prima persona che ci viene incontro è Sabado la cuoca 24enne di mio cugino, della tribù dei Balanta Kentoe, con in braccio la figlia Rosa, una deliziosa bimbetta di nove mesi.
Ormai sono le 3 del pomeriggio e l’unica cosa importante in questo momento è quella di mangiare: non ce lo facciamo pregare due volte. Ci si riposa un po’, si sistemano i bagagli e si va a trovare le suore di Bissorà. Dopo cena ci viene a trovare il Vice Ministro della regione nord con le sue due figlie. Si parla un po’ portoghese (qualcosa si capisce) e si va a letto. Siamo ancora un po’ stanchi.



17 dicembre 1988

Mi sveglio alle 7, è ancora tutto buio (la luce elettrica pare viene alle 12). Sto scrivendo con l’ausilio di una torcia a pile. Non so ancora il programma di oggi perché Maurizio è già andato a celebrare la Messa. Ho promesso a Sabado che farò la prima fotografia a Rosa con in mano l’orsacchiotto. Ma ora zia Lella mi sta chiamando per la colazione!
E’ arrivata Sabado, ma anziché con una figlia, con due, l’altra si chiama Angela ed ha 3 anni. Una terza figlia le è morta di malaria. L’orsacchiotto l’ho dato a queste due bambine perché, in quanto sorelle, ci possono giocare insieme. Come promesso ad una collega, ho fatto le fotografie alle due bimbe. Più tardi facciamo un giro al mercato di Bissorà. Lungo la strada ho visto le stelle di Natale che qui sono dei veri e propri alberi.
Dopo il pranzo abbiamo intenzione di visitare il villaggio di Kn’haque. A pranzo (zia Lella ci ha preparato spaghetti al tonno, fettine panate e patate fritte) abbiamo avuto un ospite, tal Lino Bicari, che ha vissuto 18 anni in Guinea. Mi ha raccontato un po’ di storia di questo paese, dall’impero del Malì, all’arrivo dei portoghesi, alla formazione dell’impero del Gabu terminato nell’anno 1856. Il discorso è andato poi sulle varie etnie e sulle differenze che le caratterizzano. A me sembrano tutte uguali ma le differenze, oltre ovviamente agli usi, sono date dai tratti somatici, dall’altezza, dal colore della pelle, dal naso. Poi ci sono le sottospecie.
L’etnia Balanta, che è quella dominante qui a Bissorà, ne ha almeno dieci. Quando ho domandato a Lino se le varie etnie andavano d’accordo mi ha risposto affermativamente almeno fino ad ora. Hanno capito che farsi la guerra non conveniva a nessuno.
Secondo lui il progresso potrebbe ricreare quel clima di ostilità di un tempo. La struttura piramidale, sia politica che economica esistente in occidente, potrebbe trovare solidarietà in quelle etnie e villaggi dove esiste una specie di struttura piramidale e trarre quindi dei benefici. Là dove esiste invece una struttura orizzontale, dove per esempio la decisione spetta ad una specie di consiglio di anziani, il potere centrale non perderà tempo ad ascoltare la miriade di pareri e li abbandonerà. Ed allora la disparità di trattamento riporterà l’invidia ed il contrasto tra questa gente. Una teoria come un’altra.
Anche la politica della chiesa dovrebbe essere un po’ rivista in tal senso. Si cerca di accaparrarsi più anime possibili tra questi animasti e ciò potrebbe creare uno stato di conflitto con i musulmani e i protestanti per lo stesso motivo. Elemento determinante sarà la donna. Qui ha avuto, con le debite proporzioni, una emancipazione superiore a quella bianca. Difficilmente vorrà ritornare al passato.
Nel pomeriggio visitiamo il villaggio di Kn’haque dei Balanta Kentoe. E’ stata un’esperienza unica, più che le parole sono le immagini la descrizione più veritiera. Le persone e gli animali vivono in simbiosi. Le capanne, costruite in fango e tetti di paglia e che spesso crollano, nella stagione delle piogge, sono buie, puzzolenti e di una desolante semplicità.
Il vecchio del villaggio, che tra qualche giorno sarà ricoverato in ospedale perché sofferente (da quello che ho capito di milza ingrossata) mi ha detto che non è ora di morire perché ha ancora poche vacche.
E’ infatti consuetudine, quando muore un vecchio, uccidere più vacche possibili perché nell’aldilà avrà più considerazione. Le vacche servono solo per questo scopo. Per essere mangiate in caso di morte. Il villaggio allora fa festa per una settimana con canti, balli e grande mangiata di carne.
Nel frattempo lì fuori (sono le 21,30 mentre sto scrivendo) le suore con i bambini fanno le prove per la recita di Natale.
Una cosa mi ha lasciato perplesso ed ho chiesto spiegazioni ad una suora: è quella che non ho visto finora un ragazzo ed una ragazza manifestare tra di loro l’affetto, tenersi per mano oppure baciarsi o semplicemente parlarsi. Pare che queste manifestazioni, seppure caste, siano indecenti farle in pubblico.
Maurizio è intervenuto nel discorso facendo notare che, mentre qualche anno fa le donne andavano in giro a seno scoperto ed il sesso era vissuto senza problemi, ora che le ragazze cercano di vestire all’europea, con tanto di reggiseno, nasce la morbosità e la malizia.
Anche oggi si è fatto tardi, sono le 23,30, quando vado a letto, accompagnato dal canto dei grilli, dei cuculi e degli avvoltoi.


18 dicembre 1988

E’ domenica. Sono le 6 del mattino e non so cosa fare. Fuori è buio profondo. Mi metto così a riflettere sulla giornata di ieri. Particolare impressione mi ha fatto il villaggio di Kn’naque. Non è un vero e proprio villaggio, che in criolo si chiama tabanca, ma una morança che racchiude un nucleo famigliare.
C’è veramente da riflettere sull’abissale differenza di vita tra noi e loro. Noi siamo degli incontentabili, portati all’isterismo ed alla nevrosi se non riusciamo ad avere una cosa che
vogliamo. Qui vedi che il nulla è gioia.
Una caramella che zia Lella ha dato a ciascuno, li ha resi felici. Sono disponibili, ti toccano e sorridono. Ti guardano con quei grandi occhi che spiccano in confronto alla pelle nerissima e sembrano dirti: “Non te la prendere tanto, uomo bianco se sei triste!”. Ad un certo punto una ragazza ha donato a zia Lella un pollo a nome di tutte le donne della morança. Questo è amore, da far stringere il cuore. Possibile che l’attuazione della parola di Cristo si debba trovare tra coloro che non ne hanno mai sentito parlare?
Le loro abitazioni, cioè le capanne tradizionali, sono buie e malsane e di una incredibile essenzialità: praticamente hanno solo il giaciglio. Le finestre, molto piccole, non permettono la circolazione dell’aria e non c’è ossigeno per cui molti si ammalano di tubercolosi in quanto all’interno ristagna il fumo e l’umidità.
Alla fine della visita ci salutano tutti con ampi gesti delle mani ed i bambini festanti rincorrono la Land Rover fino alla strada.
Ieri ho fatto la conoscenza da vicino dei cosiddetti alberi da frutta tropicali. I baobab che in questo periodo sono secchi, stanno appena germogliando. I banani con i loro caschi che stanno maturando. La manioca, il cui frutto è la radice. La papaia, frutto di questo periodo e di cui ne sto diventando ghiotto. Il maestoso albero del mango, i cui frutti vengono a maturazione nel mese di maggio. Questi alberi sono causa di molti incidenti perché i bambini per raccogliere i frutti, si arrampicano molto in alto. Qualche volta i rami si rompono procurando fratture se non addirittura la morte. Ci sono anche molti alberi del cosiddetto frutto della passione.
Alle 9,30 assistiamo alla Messa. E’ molto sentita, tutti partecipano con devozione. Mi commuovono un po’ i canti delle bambine accompagnate dal suono dei flauti. Tutta la funzione è in lingua criolo.
Oggi abbiamo a pranzo le 4 suore di Bissorà (2 italiane e 2 brasiliane). La cuoca è zia Gabriella che dal primo momento ha avuto una certa antipatia per Sabado la cuoca di Maurizio. Tipica rivalità femminile.
Mi presentano la dottoressa di Bissorà che si chiama Gioia Ribeiro. E’ di Bissau e si è laureata in medicina a San Paolo. Mi dice che ha tanto lavoro perché è sola con 42.000 abitanti da assistere. Nei prossimi giorni ci ha invitato a farle visita in ospedale. L’ospedale di Bissorà ha 21 posti letto sempre completi. Anzi attualmente in alcuni letti ci sono 2 bambini. Di solito si ricoverano per tubercolosi, paludiamo (malaria), polmonite e infezioni. Le ho chiesto se potevo fotografare all’interno dell’ospedale ma me lo ha vietato, anzi mi ha consigliato di andarci molto preparato perché le scene alle quali assisterò saranno scioccanti.
Il pomeriggio andiamo a Bula. E’ un centro discretamente attrezzato dove operano 4 suore: suor Romana, suor Maria, suor Ada e suor Kata. Stanno organizzando una specie di orfanotrofio. Al momento ci sono 4 orfanelli le cui mamme sono morte per metterli al mondo. C’è una grande mortalità per parto date le pessime condizioni igienico-sanitarie. Queste suore educano delle donne ormai sterili all’accudimento di questi bambini per poi averli in adozione. E’ molto avvertita la funzione della maternità e le donne che non possono averli o che ormai, data l’età non possono più procrearne, vanno a cercarli.
Qui ho potuto conoscere la suaccennata suor Romana Sacchetti. Questa suora mi era stata segnalata da un mio collega di lavoro che ha con lei un rapporto epistolare. Quando lo ha saputo mi ha fatto grandi feste. Anche le altre sono state molto gentili. Una (suor Maria) asserisce di avermi sicuramente visto da qualche parte. Essendo di Roma è probabile. Ci hanno regalato un casco di banane-mela (molto buone) e una papaya.
Ci rivedremo perché mi dovranno consegnare delle lettere da portare in Italia. Come al soliti le ho fotografate.
La strada da Bula a Bissorà è in terra battuta ed è lunga 40 Km.. Lungo il percorso lo stesso paesaggio, un misto di savana e foresta. Ogni tanto qualche capanna.
Ad un certo punto incontriamo una specie di pupazzo appeso tra due alberi e chiedo a mio cugino cosa rappresenti. Sta a significare che tra qualche tempo in quel villaggio ci sarà il “fanado”, la cerimonia di iniziazione. Ci ritorneremo su questo argomento.
A cena abbiamo la visita di due coniugi italiani: Vincenzo e Alba. Sono due volontari, lui lavora su un progetto sanitario, lei all’ospedale di Bissau come specialista del centro trasfusionale. Mi presteranno la telecamera per fare qualche videocassetta.
Di volontari che lavorano in Guinea ne ho incontrati diversi, sia italiani che di altri paesi.
Sono mandati in questo Paese da ditte interessate in qualche progetto per il tramite del Ministero degli Esteri. Normalmente devono essere specialisti in qualche settore, percepiscono uno stipendio mensile di un milione di lire, sono forniti di un’abitazione e di un mezzo di trasporto, di solito una Toyota cruiser, qui molto in voga. Indipendentemente dalla buona volontà e preparazione di questi volontari (che chiamano cooperanti), in quasi tutti i progetti manca la continuità. Vengono dall’Italia con un contratto di tre anni: quando cominciano a capire qualcosa della gente e quindi sono accettati, devono andarsene.


19 dicembre 1988

Mi interessava conoscere come era sentito in questo popolo il concetto di fedeltà e di adulterio. Per quanto riguarda l’uomo pare che non ci siano problemi. Una volta superate le prove di iniziazione che culminano con il fanado, entra a far parte degli “uomini grandi”, con facoltà di parola nel consiglio degli anziani. Il fatto che può avere più mogli in pratica lo rende immune dall’adulterio.
Per la donna è un po’ diverso. Anche per lei è previsto l’iter di classi di età che culminano con il matrimonio. Per lei il fanado in definitiva termina con il matrimonio, l’ultima prova da superare. C’è molta differenza però tra le varie etnie per quanto riguarda la condizione femminile. Nelle etnie fula e mandingo la donna è praticamente una schiava. Lavora tutto il giorno e quando torna a casa la sera prepara l’acqua calda per lavare il marito, che non ha fatto nulla tutto il giorno, lo fa mangiare, e solo allora può mangiare anche lei.
La donna balanta è un pò più libera. Primo perché in questa etnia anche l’uomo fa qualche lavoretto. Poi può parlare liberamente con gli altri uomini. Una volta sposata, quando ha adempiuto il dovere matrimoniale di fare un figlio e allattarlo per 2 anni, può andare via da casa senza chiedere niente a nessuno. Per qualche giorno o qualche mese, senza problemi. Può darsi il caso di un’avventura ma il più delle volte per ritornare al villaggio di origine perché il marito non le piace. In fondo le è stato appioppato quasi sempre senza ascoltare il suo parere. I parenti potrebbero anche assegnarla ad un altro uomo.
Il marito, però, ha il diritto di andarla a riprendere e di picchiarla. Con questo gesto salva la faccia davanti agli altri. Se la donna insiste nella fuga, la lascia perdere.
Comunque la donna è ancora considerata quasi un oggetto. Alla morte del marito, per esempio, passa in eredità con le altre cose all’erede designato, di solito un fratello del defunto. In pratica, quindi, non vi sono vedove in Guinea.
Anche qui, come è ovvio, ci sono le ragazze madri. Per la ragazza non è poi un problema, anzi desidera molto avere un figlio. Il problema però si crea nel villaggio e specialmente per i genitori. Sono loro infatti i veri responsabili del fatto, perché non hanno educato bene la ragazza.
Per tutte le tribù della Guinea Bissau i figli sono un possesso del padre di famiglia, un bene che produce per la famiglia, l’etnia, il clan. Le bambine sono mandate a scuola molto raramente. Sono semplicemente considerate animali da riproduzione, di guadagno per l’uomo. Ad esempio, le mandano nel Senegal a guadagnare qualcosa: vanno a fare la bambinaia, la domestica, ma molto più frequentemente la prostituta. Anche a Bissau le ragazze si prostituiscono, specialmente con i cooperanti che sono gli unici che le possono dare i soldi o da mangiare.
Come ho più volte sottolineato qui la donna è una macchina per la riproduzione, il lavoro ed il piacere dell’uomo. Questo non significa che l’uomo non le voglia bene: a modo suo può darsi che le voglia anche bene, però ha di lei quella immagine non di una persona autonoma, ma di un essere al suo servizio. Fino a che la donna è giovane, tutto può andare più o meno bene. Ma quando diventa vecchia o inefficiente, allora il marito la manda via e ne prende un’altra senza doverle nulla. O anche se non la manda via, la mette da parte. Per cui la donna sposata vive sempre con il timore di essere ripudiata, quindi non avere più da vivere ed essere disprezzata da tutti.
In Guinea Bissau sono in aumento le malattie attinenti al sesso, dalla sifilide all’aids. Per quest’ultima piaga il governo si limita alla propaganda del preservativo. Nei locali notturni di Bissau, per esempio, è vietato entrare senza preservativo. Come se una coppia facesse l’amore nel locale! O forse lo fanno se il governo ha emanato una simile disposizione.
La mattinata odierna l’abbiamo passata al villaggio di Glossato a 24 Km. da Bissorà, dove suor Rosa Maria ha organizzato per le ragazze locali un corso di taglio e cucito.
Il pomeriggio l’ho trascorso in casa a prendere appunti vari su tutto quello che avevo visto finora. Per esempio sul fatto che hanno tante vacche ma non le usano nemmeno come mezzo di trazione. In Guinea Bissau portano tutto le donne sulla testa, non conoscono l’uso della carriola a mano né del carro agricolo. La vacca è allevata solo per il sacrificio dei morti, le uccidono tutte assieme quando c’è qualche morto e mangiano tutti per una settimana. Poi più nulla. La vacca non viene quasi mai munta (anche perché non c’è erba adatta alla produzione di latte), non lavora, non si usa il concime animale. Nei villaggi, vacche, maiali e capre vivono accanto alle capanne della gente, c’è un cattivo odore, e lo sterco non viene usato come fertilizzante. Eppure la vita del villaggio è impostata sul possesso delle vacche: chi ne ha tante è un uomo stimato, riverito ed ascoltato. Ma delle vacche non ne fa assolutamente nulla o quasi.
Ho riflettuto anche sul fatto che non hanno molta voglia di lavorare. In parte li giustifico perché non ha senso lavorare se non si concepisce o non è possibile il progresso. Tanto è sentito nei paesi “sviluppati” l’arrivismo, l’egoismo, l’ansia di fare soldi, così in questo paese, dalla fame più nera, è avvertito il senso dell’umanità, dell’aiuto reciproco. Nel villaggio guineano nessuno deve emergere sugli altri, nessuno può arricchirsi, verrebbe boicottato, isolato e forse anche ucciso. Anche questo fa parte della cultura di sussistenza, dove tutto è distribuito, è partecipato, è condiviso. Qualche cosa uno abbia, deve condividerla con chi non ce l’ha. Se uno all’ora del pranzo non ha da mangiare basta che entra in qualche capanna e gli danno da mangiare quello che hanno.
Dopo cena siamo andati a casa della dottoressa Gioia (che è anche la casa del ministro residente) ed abbiamo rivisto il film del matrimonio di Vittorio e Maria Grazia celebrato qui a Bissorà il 26 luglio scorso.
Strada facendo ho chiesto a Maurizio dove seppelliscono i loro morti. Nei centri (che possiamo paragonare ai nostri comuni) ci sono regolari cimiteri dove i defunti vengono sepolti sotto terra avvolti da una stuoia. Nei villaggi vengono sepolti accanto alle capanne o anche all’interno delle stesse. Fanno una fossa di circa un metro di profondità, depongono il cadavere, sullo stesso fanno una specie di grata con i rami e poi lo ricoprono con la terra. Anche loro credono che alla morte si va nel paese dei morti. Se durante la vita ci si è comportati bene e si è uomini grandi, si va direttamente accanto agli antenati, che è il luogo di massima beatitudine. Se ci si è comportati male, lo spirito del morto vagherà senza pace nella foresta fino a che, espiata la colpa, andrà anche lui con gli antenati. C’è anche la credenza della reincarnazione. Se un bambino somiglia al nonno, per esempio, dicono che è il nonno che è ritornato tra loro. E quando si rinasce si deve ritrovare il villaggio come si era lasciato perché altrimenti non ci si ritrova più. L’anziano della famiglia ed il capo del villaggio hanno principalmente questo compito: di consegnare ai figli il villaggio ricevuto dai padri. Questo è un altro dei motivi della loro staticità.
Ora sono le 23,30 (le 0,30 di Roma), mi sta prendendo una struggente nostalgia. Sono passati appena quattro giorni eppure mi sembra tanto. Riuscirò a resistere fino a metà gennaio? Non lo so, è la prima volta. Cosa starà facendo Elisabetta? E i ragazzi? E mamma e papà staranno bene? Non vedo già l’ora di riabbracciarli!
A quest’ora regna il silenzio. C’è una pace assoluta. Si ode lontano solo il suono dei grilli e degli uccelli notturni.



20 dicembre 1988

Anche oggi è stato un giorno molto faticoso perché pieno. Siamo tornati a Bissau ed abbiamo trascorso l’intera giornata nella capitale. Bissau, come detto, può essere paragonata ad un nostro grosso paesetto, tranne che qui vi regna la miseria. C’è qualche nuova costruzione, ma la maggior parte delle case sono fatiscenti o sono capanne. Poche sono le strade asfaltate, per lo più sono in terra battuta con tante buche e ad ogni passare di auto si alza una nuvola di polvere. In effetti quello delle vie di comunicazione è un altro grosso handicap. La penetrazione nelle regioni interne di questo piccolo paese è estremamente difficile per la quasi totale inesistenza di strade degne di questo nome. Nella stagione delle piogge, poi, la violenza dell’acqua, le buche che si formano ed il fango, le rendono impraticabili anche ai fuoristrada, unico mezzo di trasporto concepibile.
C’è nell’aria un odore cattivo dovuto principalmente al fatto che razzolano tranquillamente per le strade maiali, galline e capre.
Abbiamo visitato il mercato (una specie di bazar arabo), pieno di gente e tanta chincaglieria. Tra gli animali, la gente e la roba messa in vendita, non so quale puzza di più. Qui ho comprato alcune stoffe e l’unica tentazione è stata quella di uscirne il più presto possibile.
In Bissau ci sono da qualche tempo, cioè da quando il governo ha liberalizzato il commercio, 3 o 4 supermercati dove si trovano quasi tutti i generi di prima necessità. Si vende di tutto, dalle viti alle moto, dall’olio ai vestiti. Vi ho trovato anche gli spaghetti di una ditta abruzzese e persino i televisori quando in Guinea Bissau non c’è la televisione (si può prendere però il programma televisivo del Senegal). Questi negozi sono praticamente aperti soltanto per i bianchi. Non che sia vietato per i neri: è solo perché questi ultimi non ne hanno le possibilità economiche, anche per il fatto che si deve pagare in valuta estera. In uno di questi supermercati, per combinazione, ho fatto la conoscenza del primo prete guineano, un ragazzo in gamba che dovrebbe diventare il primo vescovo del suo paese. In Guinea Bissau finora ci sono solo 3 preti locali e nessuna suora.
Siamo stati ospiti a pranzo del Centro regionale del Pime. In una parrocchia con annessa scuola di scultura in legno, ho acquistato un balafon, un bombolon ed alcune statuette tipiche guineane.
Nessuna forma artistica esiste praticamente in Guinea Bissau. Solo l’etnia Bijagos, che vive nelle omonime isole, pratica un po’ di scultura in legno. Attualmente alcuni missionari stanno aprendo alcune scuole d’arte e pare che gli allievi le frequentino con un certo entusiasmo. Per esempio quella del Centro artistico giovanile diretto da Padre Battisti, dove appunto ho acquistato alcuni pezzi. Il legno usato normalmente per questi lavori è quello del palissandro e del mogano rosso.
Nel pomeriggio abbiamo fatto visita al vescovo di Bissau e a Vincenzo ed Alba che ci hanno prestato la telecamera. Dal vescovo ho incontrato una suora che tra qualche giorno andrà a Roma. Ne ho approfittato per far telefonare a Elisabetta, per dirle che la penso e augurarle il Buon Natale. Sapendo che la suora darà nostre notizie, stasera mi sento più tranquillo.
Sempre presso il vescovo (mons. Settimio Ferrazzetta, francescano veronese) sono riuscito a trovare le cartoline della Guinea da spedire in Italia. Non ero riuscito a trovarle in nessun posto. Il perché era abbastanza ovvio. Chi le scrive da qui? Nessuno le scrive quindi nessuno le fa, tanto che quelle che ho procurato nella diocesi per spedire agli amici sono state stampate in Italia. Avute le cartoline non è stato neppure facile reperire i francobolli. Sono francobolli ancora dell’epoca portoghese che i guineani hanno adattato cancellando rozzamente la dicitura “Repubblica portoguesa”. Spero che almeno arrivino.
Passeggiando per Bissau, specie nella zona cosiddetta industriale, ho notato molte fabbriche abbandonate, con tutti i vetri rotti, le porte e gli infissi rubati e quindi di nuovo sommerse dalla vegetazione. Ho chiesto il perché di questo abbandono. Pare che in effetti molti paesi (l’Italia, la Svezia, la Francia ed altri ancora) hanno tentato di aiutare in modo tangibile la Guinea Bissau impiantando queste fabbriche (per esempio per la trasformazione delle arachidi in olio). Quasi tutte, però, dopo un ciclo produttivo di qualche mese, hanno chiuso, o per mancanza di materia prima o per altri motivi.



21 dicembre 1988

Spesso i ragazzi e le ragazze mi attorniano dicendomi che vogliono venire in Italia, anche se non sanno neppure dove sia. Per dare più valore a questo loro sogno i ragazzi dicono che sanno tirare su i mattoni e le ragazze che sanno cucinare e tenere in ordine la casa. Mi riferiscono di essere stanchi della Guinea Bissau. Per loro l’Italia è il paradiso terrestre, pensano che da noi non si lavora in quanto fanno tutto le macchine: basta premere un pulsante.
Oggi siamo stati tutto il giorno alla tabanca di Cossubà dei balanta mané, dove ho potuto vivere la vita di tutti i giorni in un villaggio tipico guineano. La vita, inutile dirlo, è aspra. Le persone convivono con le bestie, e come loro conducono la propria esistenza. Sono molto cordiali, hanno sempre il sorriso sulla bocca e ti stringono la mano. Oltre a darti il buongiorno o la buona sera, in base all’ora, ti rivolgono la tipica frase: “Kuma de korpu?” che vuol dire: “Come va? Come sta la tua persona ed il tuo spirito?”.
Qui ho potuto osservare il primo dei pozzi d’acqua costruiti da Maurizio con la collaborazione dei locali. Si fa una buca di circa 13 metri (dove generalmente si trova la falda acquifera). Poi, con l’aiuto di forme circolari, si fanno tanti anelli ad incastro di cemento con armatura in ferro fino a raggiungere la superficie. Rifinito il basamento e posto un coperchio, il pozzo è pronto. Prima, invece, la terra franava continuamente, senza contare gli animali che ci cadevano dentro (topi, gechi ed altri) che rendevano estremamente inquinata l’acqua.
La vita in questo villaggio, come del resto negli altri, si svolge monotona da secoli. Al mattino i ragazzi vanno a lavorare nei campi, oppure a fare qualche lavoretto fuori, oppure vanno a forare le palme per avere il vino che serve per la famiglia o, se sono fidanzati, da portare ai futuri suoceri per comprare la moglie.
L’operazione di foratura delle palme avviene due volte al giorno. Al mattino si arrampicano sulle alte palme, le forano e ci mettono sotto dei recipienti di zucca che riempiono con le gocce di vino che sgorga dal foro. Alla sera, verso le 17, ritirano i recipienti ormai pieni e ne mettono degli altri che ritireranno il mattino successivo, e così via. Questa operazione è molto pericolosa. Delle volte le stringhe che tengono il raccoglitore legato alla palma si rompono facendolo precipitare con le conseguenze immaginabili.
Ho potuto assaggiare il vino di palma appena sgorgato: è dolce, somiglia al latte di cocco. Dopo poche ore fermenta ed aumenta il tasso alcolico, specialmente se si lascia sotto il sole. Ed è così che a loro piace di più.
I bambini, dai quattro anni fino alla seconda classe di età, portano le vacche al pascolo fino alla sera. Ora in qualche villaggio c’è una specie di scuola organizzata dalle suore. In questo caso i bambini vanno a scuola fino alle 11 e poi escono con le vacche.
L’età anagrafica per i balanta non conta affatto, spesso non la conoscono neppure. Per loro ha valore un ciclo di classi un po’ particolare. Lo specchietto che segue è quello riguardante i Balanta Kentoe (come detto l’etnia Balanta ha una decina di sotto-etnie) anche se le altre si discostano di poco.

Classi di età:
1 – N’bi ni tchile - Vi appartengono i bambini dopo lo svezzamento (fanno i pastori delle vacche e sono riconoscibili perché vestono solo un perizoma o sono nudi)
2 – N’guatch - In questa classe cominciano a lavorare nei campi (vestono col perizoma)
3 – Fur
4 – N’quebe
5 – N’cuman
6 – N’haie
7 – Blufu N’dan
(dalla 3^ alla 7^ classe di età svolgono gli stessi lavori ma sempre con maggiori responsabilità man mano che aumenta la classe)
8 – N’than (Lambe) - E’ la classe dell’iniziazione o fanado
9 – Alamte N’dan - E’ la classe dell’uomo grande. Ci sono diversi gradi
10 – N’dolo - A questa classe appartengono gli uomini molto vecchi



Le donne, che conducono la vita più difficile, si occupano di tutto ciò che può interessare l’andamento della casa. Così sono loro che vanno al mercato per vendere le loro cose e comprarne delle altre. Si vedono lungo la strada con dei pesi in testa quasi impossibili da portare e con il loro piccolo legato sulle spalle. Se non trovano nessun passaggio – cioè quasi sempre – sono costrette a fare anche molti chilometri con quel fardello.
Sono loro che vanno nelle risaie a seminare o a raccogliere il riso secondo le stagioni. Pilano poi il riso o il miglio in grandi bacinelle di legno, battendo per ore con dei bastoni. Fanno da mangiare, sempre lo stesso, riso o miglio bollito, anche senza condimento. Le donne, gli uomini e i bambini mangiano separati ed in tre orari diversi.
Come detto solo le donne, i bambini ed i ragazzi prima dell’iniziazione lavorano. Gli uomini non ne hanno bisogno. Non è tanto un fatto di pigrizia, ma è perché i valori su cui si basa la cultura tradizionale sono altri rispetto ai nostri. Gli uomini lavorano solo in stato di necessità e, dato che si accontentano solo della sopravvivenza, il lavoro è una parte minima della loro vita. Passano quasi tutta la loro giornata riuniti nello spiazzo del villaggio a parlare del passato, delle tradizioni e degli antenati. Solo quando ne hanno veramente bisogno si dedicano alla caccia e alla pesca e pensare che di animali ce ne sarebbero parecchi!
La donna, quindi, fa tutto. E quando non ce la fa più a lavorare nei campi e ad accudire i figli chiede al marito di prendersi anche un’altra moglie per poterla aiutare. E qualche volta è proprio lei a scegliere quella più adatta.
Il rapporto madre-figlio è un rapporto che possiamo definire “a pelle”. Lo portano sempre con sé in una sacca sulle spalle, sia che lavorino nei campi, sia che preparino il mangiare o altre faccende domestiche. Questo fino a che il bambino non diventa autosufficiente. Poi più nulla, come se non esistesse più: da quel momento dovrà badare da solo a se stesso. E’ il rapporto tipico degli animali.
Ho potuto fotografare alcuni aspetti della loro vita: sono molto disponibili a farsi fotografare e ne ho approfittato.
Lungo la strada per Cossubà, si incontra la morança di Kunte, dove le suore di Bissorà hanno organizzato una specie di farmacia. Qui, un giorno alla settimana, le persone si fanno visitare e dare le medicine. Se il male è più grave, vanno all’ospedale di Bissorà.
Ho notato che l’amore, anche tra moglie e marito, o non viene manifestato o non c’è. Mai si fanno le tenerezze o effusioni di qualsiasi tipo. Ho chiesto il fatto ad una suora che è tra i Balanta Mané da 6 anni e mi ha risposto che qui l’unico scopo è la procreazione, il resto non conta.
La stessa suora, procedendo nel discorso, mi ha confidato di aver partecipato una volta al fanado (o iniziazione) delle donne. Anche a lei però hanno vietato di sentire o vedere delle cose. Da quello che ha capito si tratta di passare circa due mesi nella foresta insieme a delle donne grandi che fungono da maestre. Insegnano loro il mestiere di moglie, come comportarsi con il marito e tutti gli altri insegnamenti che reputano utili. Sono compresi in questi insegnamenti tutti i segreti custoditi gelosamente da generazione in generazione e che non rivelano assolutamente a nessuno. L’unico rito conosciuto praticato alle donne durante il fanado sembra sia l’asportazione del clitoride (mentre agli uomini è praticata la circoncisione). Si presume che ci siano anche riti medianici e di stregoneria.


22 dicembre 1988

I ragazzi guineani non vogliono assolutamente fare il servizio militare. Il governo allora manda i militari a prelevarli nei villaggi a caso, senza saperne neppure l’età. Soltanto da poco, infatti, è nata una specie di anagrafe. I bambini, appena nati, vengono registrati al Comitato regionale di appartenenza pena una multa se non viene fatto. Nel 1975 si è proceduto al censimento della popolazione ed in quel momento ogni guineano si è data un’età, in pratica ha scelto la propria data di nascita.
Zia Gabriella si è meravigliata che, andando al mercato e avendo comprato a Sabado un pezzo di stoffa per farci un vestito, non ha ricevuto da questa il ringraziamento, il classico “obligado”. Il fatto è che per i Balanta, quando gli si dona una cosa, non è considerata un regalo, ma una cosa data. Il “grazie” per loro è l’averla semplicemente accettata. Altrimenti la rifiutano. Qui è molto diverso il modo di ragionare, non ci si deve meravigliare di nulla. Hanno tutta un’altra psicologia.
Altra cosa che mi ha impressionato è il tempo. Si perde completamente la cognizione di esso. Tutto scorre lentamente, esattamente al contrario di noi. Si dimentica molto in fretta di tutti i nostri problemi, delle ansie e delle preoccupazioni. La parola traffico, caos, nevrosi, insoddisfazione qui non esistono e non avrebbero senso. Se non mettessi all’inizio la data del giorno, non saprei nemmeno che giorno è oggi. E non avrebbe significato il saperlo, non ha nessuna importanza.
La giornata odierna è stata una di quelle che solitamente le agenzie turistiche definiscono “giornata in libertà”. Così ne ho approfittato per prendere alcuni appunti su alcune credenze dei Balanta e per interrogare alcune ragazze sulle loro condizioni di vita. Sono molto restie a rispondere o se lo fanno danno delle risposte non vere: ti fanno insomma contento e canzonato.
L’unica che mi ha risposto, in definitiva, è stata Sabado, dato che ha imparato a conoscermi ed ha quindi una certa confidenza e fiducia. Quando le ho chiesto se avesse qualche aspirazione nella vita e se in pratica era felice, mi ha risposto che no, non aveva nessuna aspirazione nella vita. Poi ha aggiunto che viveva giorno per giorno, pensando solo al presente perché il domani non la riguardava. Dato che in Guinea Bissau la cosa più importante è la procreazione, le ho fatto la domanda più banale di quanti figli vorrà partorire. Come mi aspettavo, non mi ha dato un numero, ma mi ha fatto intendere che tutti quelli che venivano erano bene accettati. Qui la donna che non può avere figli non è considerata e non vale niente.
Fino a che il figlio non ha compiuto i 2 anni, cioè per tutto il periodo dell’allattamento, la donna non può avere rapporti sessuali con il marito (ed è anche per questo che è ammessa la poligamia). Nei villaggi si verrebbe a sapere e la cosa sarebbe molto riprovevole. Ciò non toglie che spesso e volentieri la donna vada in questo periodo con altri uomini, specialmente durante le feste, che qui sono molte. Se rimane incinta, ricorre alle vecchie che, per mezzo di erbe di loro conoscenza, la fanno abortire, spesso creandole molti guai fisici. Non ci sono praticamente misure anticoncezionali, solo qualche donna di città usa il diaframma, ma all’insaputa del marito. L’unico metodo anticoncezionale rimane in definitiva l’aborto.
Molti si ammalano di malattie veneree che si contagiano rapidamente data la promiscuità. Non esiste in pratica l’educazione sessuale. Tra i Balanta Defora c’è l’usanza di far accoppiare i ragazzi di 15 o 16 anni con le donne anziane per prendere pratica in amore. Quindi, più che educazione sessuale, si tratta semplicemente di fare esperienze.
23 dicembre 1988

In questi giorni i bambini di Bissorà stanno provando la recita per la notte di Natale. Fa tenerezza vederli come si applicano, con tutta la loro gioia possibile, e ci si commuove nel sentirli cantare le loro canzoncine in criolo.
Oggi abbiamo avuto a pranzo 4 preti dell’ordine dei Giuseppini della missione di Bula. Il menù è stato: spaghetti alla carbonara, oca selvatica con insalata, papaia, panettone e spumante. Niente male direi! Zia Gabriella (Lella per noi) quasi mi obbliga a scrivere sul diario i vari menù giornalieri. Non lo faccio quasi mai, anche se devo riconoscere che sono ampiamente soddisfatto della sua cucina.
Certo, se dovevo vivere con la cucina locale sarei presto diventato un fachiro. Non è concepibile per noi mangiare sempre e solo riso bollito. Solo raramente c’è un menù diverso. Ho visto per esempio dei bambini inseguire dei topi, ucciderli e farli arrosto. Pare sia una leccornia alla quale però non ho avuto il coraggio di partecipare.


24 dicembre 1988

I Balanta, ma anche le altre etnie, hanno un rapporto con la morte che noi non concepiamo. Qui la morte è di casa, ogni momento è buono per il suo appuntamento.
Nei villaggi, quando muore qualcuno, si festeggia per una settimana (la sentita festa dello “shoro”) ed è una delle occasioni in cui si mangia la carne. Ma festeggiare non vuol dire essere contenti. Contenti lo sono veramente solo quando muoiono gli uomini grandi o quelli molto vecchi, perché raggiungono gli antenati. Quando invece muoiono gli uomini o donne giovani oppure bambini, il dolore dovrebbe essere notevole. Dico dovrebbe perché quasi tutte queste etnie non dimostrano assolutamente i loro sentimenti o cercano di non dimostrarli.
Qualche giorno fa, per esempio, è morto all’ospedale di Bisserà un bambino di 2 anni per paludiamo cerebrale (un tipo di malaria molto forte). La mamma è andata a prenderlo, lo ha messo nella sacca sulle spalle come fosse vivo e lo ha portato via, senza fare tanti drammi come invece mi sarei aspettato: solo qualche lacrima sul volto lasciava trasparire il segno del suo dolore.
E’ quindi molto difficile capire quando una persona ha gioia, tristezza, rabbia o altri stati d’animo.
Oggi è la vigilia di Natale, giorno importante. La mattina, dopo aver fatto una breve visita alle suore, che in quel momento tenevano due lezioni: una alle mamme riguardante lo svezzamento dei figli e l’altra di cucito alle bambine, l’ho passata aiutando Maurizio a fare l’impianto elettrico per la recita di stasera. Al pomeriggio l’ho accompagnato a fare catechesi al villaggio di N’tate dei Balanta Kentoe.
Il teatrino di Natale, interpretato dai bambini locali, è stato molto toccante. Si è svolto all’aperto, nel cortile antistante la missione, con tanto di sipario e fondali preparati con molta buona volontà nei giorni scorsi. E’ stata rappresentata, con scene varie, la natività a partire dall’Annunciazione fino alla nascita di Cristo: un vero e proprio presepe vivente, capre comprese.
Un discorso a parte meritano gli spettatori. E’ Natale, quindi per l’occasione hanno indossato il vestito più bello che avevano. In particolare gli uomini usano gli scarti di indumenti inviati dagli europei, che vengono da loro indossati senza dare troppa importanza alla taglia e all’abbinamento degli accessori. Per le donne, invece, il tocco di “classe” è il portare gli occhiali da sole anche se la notte è del buio più nero. Abbiamo dovuto reprimere a fatica la nostra ilarità nel vederli combinati in quel modo buffo.
Alcuni si sono sobbarcati una passeggiata a piedi di una decina di chilometri attraverso la foresta, per venire dalle rispettive tabanche ad assistere allo spettacolo ed alla Messa.
Dopo, terminata la Messa di mezzanotte, mi prende una grande commozione al pensare ai miei cari lontani. “Buon Natale amori miei” ripeto alcune volte.
Fuori il vento agita i rami dei manghi e qualche Balanta non ha ancora voglia di dormire, cosa che sta succedendo anche a me.


25 dicembre 1988

Nel massimo giorno della cristianità partecipo alla Messa celebrata all’aperto, sotto l’ombra di maestosi manghi, presso il villaggio di Glossato. Quasi tutta la comunità vi ha assistito. A pranzo siamo stati invitati dalle simpatiche suore di Bissorà.
Voglio spendere due parole per le suore che qui in Guinea Bissau svolgono un lavoro non inferiore a quello dei missionari. Il loro spirito di sacrificio e l’amore sincero e disinteressato per questa gente mi ha commosso. Ricorderò sempre con affetto suor Rosangela, suor Rosa, suor Romana, suor Maria e tutte le altre. Il loro sacrificio e la loro fatica sono notevoli ma in loro non traspare mai la stanchezza. Operano al fianco dei missionari in quasi tutte le città, da Bissau a Mansoa, da Bissorà a Farim, da Catiò a Bula. Fanno di tutto. Oltre alla catechesi, fanno le infermiere, le ostetriche, organizzano corsi di taglio e cucito per le donne, le istruiscono a cucinare, ad allevare i figli, a coltivare l’orto, fanno scuola ai bambini, gli insegnano i canti e le recite. Visitano continuamente i villaggi, ascoltano i desideri e le necessità dei suoi abitanti, offrendo loro tutta la propria disponibilità sempre con il sorriso sulla bocca.
Mi hanno visto un po’ triste durante il pranzo ed hanno cercato di risollevarmi in tutti i modi. Non le dimenticherò.
Nel pomeriggio ci siamo recati a Mansoa dove, nella locale missione, abbiamo assistito ad un’altra rappresentazione della natività ed alcuni balli tipici balanta.
26 dicembre 1988

Durante il giorno non ho fatto altro che pedinare suor Maria Mattiazzo che ha fatto uno studio sul matrimonio tra i Balanta Mané. L’argomento mi interessava molto e me lo sono fatto descrivere. Quando un giovane Balanta Mané vuole sposarsi a circa venti anni, il padre o il fratello maggiore o qualunque uomo grande della morança gli procurano la sposa.
Anticamente il compito di procurare la sposa per il giovane apparteneva alle donne grandi o alle spose degli altri fratelli. Attualmente una donna grande della propria o delle altre morançe può mostrare la giovane che potrebbe essere la moglie ma chi tratta del matrimonio è sempre il padre o un uomo grande.
Tra i Balanta Nhacra, per esempio, non necessariamente il fratello maggiore viene considerato uomo grande. Tra i Balanta Mané sono considerati uomini grandi le persone di una certa età che già hanno figli sposati e che lavorano attivamente.
Per quanto riguarda l’età del giovane per potersi sposare, non si tiene conto soltanto degli anni che ha, ma anche della sua disposizione nel lavoro e la sua capacità fisica. Perciò un giovane potrebbe sposarsi anche prima dei venti anni. Per esempio potrebbe avere il diritto di sposarsi un giovane che è capace di sopportare le fatiche della stagione del lavoro nel Senegal.
In teoria il ragazzo ha il diritto di esprimere la sua preferenza per una ragazza, per esempio per la ragazza presentata da una donna grande; ma di norma difficilmente succede così, anzi nessuno ricorda che sia successo in questo modo.
Dopo aver incontrato la giovane, le due famiglie cominciano ad entrare in contatto. I contatti sono realizzati attraverso i grandi, senza che la ragazza sappia niente.
Si prepara il vino di palma che viene portato da un incaricato alla morança della giovane. Il mediatore è sempre un uomo grande che è chiamato “aote nquit” (quello che passa davanti a te). All’arrivo alla morança egli incontra il padre della ragazza o chi risponde per lei e gli dice la frase d’uso: “Ho visto uno straccio”. Dopo continua: “So che tu hai una figlia e la voglio per il tale, che desidera sposarla”.
L’interpellato nega di avere una figlia ed il rituale continua con le persone della tabanca che si riuniscono per bere. In questo primo incontro la presenza dell’interessata non è permessa; solo nel terzo incontro la ragazza può essere presente, ma non è indispensabile.
Tutti i presenti si mettono seduti e devono, ad eccezione dei genitori o quelli che li rappresentano.
Il giorno dopo l’incaricato ritorna con il vino di palma. Un nuovo incontro, una nuova ubriacatura. Questa volta il padre della giovane dice al mediatore: “Ho una figlia (oppure “ho uno straccio”), ma non te la dò”. In questo incontro, se i genitori devono, vuol dire che sono disponibili a dare la figlia in matrimonio. C’è da dire che anche se la giovane fosse a “criaçao” (cioè quando da bambina viene portata a casa di altro e cresciuta là) il responsabile è sempre il padre.
Quando il mediatore torna alla morança per la terza volta, fanno la cerimonia vera e propria. Come detto, alle volte la ragazza è invitata a prendere parte all’incontro, ma non sempre, perché si può fare anche a meno del suo parere.
Se tutti i grandi della tabanca, inclusi i genitori, bevono, si può dire che il matrimonio è combinato.
Il mediatore fa per la terza volta la proposta di matrimonio, con la presenza o meno della ragazza, e il padre o chi decide per lei dice: “Sono qui perché Dio vuole, sono sposato e Dio mi ha dato i figli. Dico questo perché mia figlia possa sposarsi ed avere figli. Io sono d’accordo, tuttavia dovete chiedere a sua madre”. Non esiste una forma speciale per questa richiesta o consenso della madre, la quale dopo che il marito finisce di parlare più o meno dice: “Anche a me hanno dato un marito, io sono come una schiava. Sono sposata ed ho figli, perciò anche mia figlia deve seguire questa strada ed avere figli”.
In pratica, abbiamo visto, che chi decide il matrimonio della ragazza è il padre, il quale delle volte si rivolge verso la madre con espressioni come questa: “Io ho già messo la corda al collo” oppure “Ho già messo la parola nel piatto (cabaz)”. Il cabaz è un recipiente per il vino e con questa espressione vuol dire che è già d’accordo con il pretendente per ricevere il vino che gli è dovuto. Quanto alla madre, può solo acconsentire. Alle volte lei non vuole che si chieda il consenso della figlia, perché a lei non è stato chiesto a suo tempo.
Se la ragazza fosse presente, dopo che la madre ha già parlato, le chiedono se possono bere il vino, segno che lei è d’accordo a sposare il ragazzo che l’ha chiesta in moglie. Se la ragazza è d’accordo risponde: “Potete bere”; se la ragazza sta zitta e non beve vuol dire che non è d’accordo. Tuttavia, se il padre fosse del parere che si sposino, il matrimonio è realizzato.
Quando la ragazza non è contenta di sposarsi con il ragazzo che gli è proposto, può accadere che cerchi il modo di rimanere incinta con chi vorrebbe sposare. Ma anche in questo caso , se il giovane che l’ha richiesta manda il vino secondo le regole, e tutti bevono, il matrimonio sarà fatto con questo e non con l’altro che l’ha resa incinta. Una situazione del genere è abbastanza frequente perché pare che la donna Balanta non si fa pregare molto.
In questo caso la ragazza è obbligata a rivelare il nome dell’uomo con il quale ha avuto il rapporto sessuale. Questo viene prelevato, spogliato, portato nel fiume e lavato per la purificazione e picchiato. Dovrà pure indennizzare il fidanzato (di solito con un maiale e 2 capre). Alla ragazza non viene fatto nulla. Ai suoi genitori viene rimproverato il fatto di non averla educata nel modo giusto.
A cominciare dal giorno in cui il matrimonio è combinato, il pretendente deve cominciare a “suli vinho pa badjuda” (a cercare l vino per la ragazza). Il primo vino che il giovane manda ai parenti interessati al matrimonio è chiamato “sude na fula” cioè il vino della giovane. Il vino mandato durante il tempo dell’attesa del matrimonio non ha nome. In questo periodo, durante tutti i mesi in cui si estrae il vino della palma il giovane deve inviare ai genitori della ragazza o a chi li sostituisce da 11 a 13 litri di vino ogni mattina. Questo si ripete fino a che la ragazza non è pronta per il matrimonio.
Durante tutto questo periodo, il giovane deve sottomettersi a grandi sacrifici. Alle quattro del mattino o al più tardi alle cinque, deve già stare nella foresta per forare le palme dalle quali estrae il vino che deve essere posto in un contenitore speciale chiamato “buli” e dopo consegnarlo all’incaricato che deve portarlo alla famiglia della ragazza. Questo portatore non ha nessun nome speciale. Si tratta sempre di un uomo grande della tabanca del pretendente. Alle volte, se il viaggio è molto lungo, portare il vino richiede molta fatica.
Quando il vino arriva a destinazione tutti quelli della morança si riuniscono per bere. Il giorno in cui il padre annuncia ufficialmente che sua figlia ha trovato un uomo per sposarsi, il giovane dovrà procurare più vino ma né lui né i suoi parenti possono bere.
Quando il responsabile della ragazza ritiene opportuno far conoscere il fatto ai parenti di altri villaggi, il giovane dovrà procurare più vino, non meno di 25-30 litri.
Nella Guinea, i Balanta Manè usano andare in Senegal per coltivare l’arachide per venderla allo scopo di procurarsi i soldi in moneta locale o in franchi CFA. E’ in questo modo che i giovani possono procurarsi i soldi necessari per le spese in occasione del matrimonio. Se non hanno la possibilità di andare in Senegal si mettono a disposizione per forare le palme al posto di altri per rimediare i denaro necessario.
Quando è possibile si celebra la festa dei “foul” cioè la presentazione della ragazza a tutti i parenti della tabanca del ragazzo. La festa dura almeno tre giorni. Si balla, si suona il “balafon” (xilofono), che è uno strumento caratteristico dei Balanta Manè. Il giovane deve procurare tre o quattro maiali, due capre e vino indispensabile per la festa. Deve anche procurare sei completi, cioè 6 camicie, 6 gonne, un panno, orecchini, collane e bracciali per la futura sposa; un panno per la madre, un panno e una veste lunga come è usata dai Mandinqo per il padre. La misura del tessuto deve essere 2 o 3 metri. Nelle tasche della veste del padre deve mettere almeno cento pesos: non è mai permesso lasciare le tasche vuote.
Per l’incontro e i saluti delle due parti, cioè della giovane e i suoi accompagnatori con il giovane e i propri accompagnatori, non c’è una cerimonia particolare. I saluti, come consuetudine, sono gli stessi usati dai Mandingo: se è al mattino che si salutano, prima di tutto si pronuncia la parola “alissama” e la persona salutata risponde con il cognome della persona che l’ha salutata. Il pomeriggio usa la parola “alumbara” e la notte “urara”. Dopo i saluti, si usano tutte quelle forme adottate per domandare come stanno i parenti, gli amici, gli animali, etc.
La ragazza arriva alla morança del ragazzo accompagnata da due donne grandi e dal mediatore. Può anche succedere che gli altri partecipanti arrivino in piccoli gruppi.
Durante la festa, il giovane deve mettere a disposizione la sua stanza alla ragazza e alle donne grandi. Solo lui potrà entrare a piedi scalzi per salutare gli ospiti.
Alla fine della festa i due possono considerarsi marito e moglie; pertanto il giovane ha diritto di unirsi alla sua sposa; ma non sempre usa questo diritto, perché la ragazza può andare con altri uomini e, se rimane incinta, dire che è stata con il fidanzato. Questo perchè, finita la festa, la giovane ritorna alla sua morança sempre accompagnata dalle due donne grandi.
All’arrivo nella morança, le donne sono interrogate riguardo al trattamento ricevuto durante la festa. Queste, mentendo apertamente, dicono di essere state trattate male e che il mangiare non era buono. Questo è solo il pretesto perchè il padre della ragazza mandi una delegazione alla morança del ragazzo per informarlo che gli ospiti non sono rimasti contenti e imporre come multa un aumento della quantità di vino che gli deve mandare ogni giorno.
Quando la giovane va al “fanado” si celebra la seconda festa del matrimonio. Generalmente le giovani Balanta Manè vanno al fanado all’età di 14 o 15 anni e sono le donne anziane della tabanca che le accompagnano al fanado di iniziazione. Nessun uomo, eccetto quello che suona il tamburo, può parteciparvi. Le ragazze rimangono nella foresta quasi due mesi. Fino ad oggi non si conosce ancora in che cosa consiste realmente il fanado delle giovani Balanta Manè. E’ un segreto e per questo non si conoscono le motivazioni di quello che fanno.
La festa dopo il fanado ha il suo inizio nella morança più antica della tabanca, ma dopo si estende a tutte le altre morançe. A questa festa, pertanto, partecipano tutti quelli della tabanca e molta gente che viene da fuori; sono invitati anche tutti i parenti dei due giovani. Per le persone che vengono da fuori, si costruisce una capanna per passare la notte.
Mangiano, bevono, ballano da tre a sette giorni. Lo sposo è il primo protagonista della festa, che paga per la giovane: deve procurare i porci, altri animali, il vino, sei completi (camicia e gonna) per la ragazza, collane, bracciali, sandali e deve darle un po’ di soldi e procurarle un baule. Il responsabile della ragazza ha diritto ad un panno.
Durante questa festa, ci sono donne che approfittano per unirsi ad un uomo, specialmente se non hanno avuto figli dal marito. Se rimangono incinte vanno con questo uomo, abbandonando definitivamente il marito. Anche per questa festa il giovane deve procurare i soldi lavorando nel Senegal o per conto di altri.
E’ interessante notare che, al parlare tra loro delle donne, i Balanta Manè dicono sempre che non valgono niente, sono di testa dura, non accettano consigli o ordini. Si lamentano anche che, nel prepararsi per la festa, se essi comprano le cose nella Guinea le donne non le apprezzano, in modo che gli uomini devono comprarle nel Senegal.
Anche dopo la festa il giovane deve procurare il vino per la famiglia della ragazza, fino a che essa non è pronta per l’ultima cerimonia del matrimonio. La realizzazione di quest’ultima cerimonia dipende dal padre della ragazza: solo lui ha il diritto di procastinare. A partire da questo momento il giovane non solo deve continuare a procurare il vino come sempre, ma in questo periodo deve procurare almeno 30 litri. La richiesta è sempre fatta nella morança della giovane attraverso il mediatore che si presenta solo ai responsabili. Bevono tutti quelli della tabanca che si trovano presenti in quel momento e anche le persone di altre tabanche che per caso si incontrassero in quel posto.
Sempre attraverso il mediatore, alle richieste del padre della ragazza risponde: “Che sia perseverante nel portare il vino, fino a che si stabilisca il giorno del matrimonio”. Questo modo di procedere per arrivare all’ultima cerimonia è usato non solo per la prima donna ma anche per le altre che l’uomo sposerà in seguito, basta che siano donne giovani.
L’ultima cerimonia è molto semplice: due colleghi dello sposo vanno a prendere la sposa nella sua casa e la portano nella tabanca dello sposo. Lei rimane chiusa per tre giorni nella stanza che le è stata assegnata in compagnia di due donne grandi che devono istruirla riguardo ai matrimonio. Nel quarto giorno, verso le 4 del pomeriggio, una persona va ad invitare tutte le persone della tabanca per una riunione. Notiamo che, in occasione della festa, generalmente i Balanta Manè non utilizzano il bombolon (strumento musicale a tronco cavo usato come mezzo di comunicazione) per invitare le persone. Questo strumento è solo usato nel caso di pericolo grave, per esempio al sorgere di un incendio o in caso di funerale di una persona molto vecchia o durante il fanado dei giovani.
Per questa ultima cerimonia si prepara il riso o una certa quantità di miglio o di fundo (altro tipo di cereale) d’accordo con il giovane sposo. Secondo le informazioni raccolte attraverso i dialoghi fatti nella regione di Bissorà, i Balanta si distinguono attraverso il cognome in occasione di quest’ultima cerimonia del matrimonio, quando preparano il riso, il miglio o il fundo. Per esempio molti “Samenanco” (uno dei cognomi) usano solo il fundo, ma sembra che non sappiano dirne la ragione (o forse non la vogliono dire).
I Balanta Manè dicono di aver ricevuto il soprannome differente “dopo la guerra”, ma non sanno specificare quale guerra, se l’ultima contro i portoghesi o una dei tempi passati. Per causa della guerra sarebbero stati dispersi e, nel mescolarsi con le altre etnie hanno soprannomi, cognomi ed anche usi di quelle etnie.
Secondo quello che si dice a Cossubà, nella regione di Bissorà, sembra che le differenze dei cognomi si siano verificate durante o subito dopo la guerra con i portoghesi in quanto prima tutti erano “Samcam” (Manè). Un giorno si è incendiata la foresta presso il villaggio e sono stati subito accusati i Samcam. Un gruppo di portoghesi con i loro alleati si presentarono ai villaggio: volevano sapere chi erano i Samcam che avevano incendiato la foresta. Le persone pensarono che si riferissero ad un gruppo famigliare, come un cognome di “Samcam”; così, per paura, molti del villaggio dissero altri nomi. Soltanto i più coraggiosi non negarono la propria identità e si dichiararono Samcam. Finita la guerra, molti rimasero con altri cognomi: Ndjai, Ramè, Sonco, etc.
Dopo che tutti hanno finito di mangiare, fanno un cerchio nel cortile della casa dello sposo. L’uomo grande che presiede la cerimonia, cioè il più anziano del villaggio, si mette nel mezzo, al centro del circolo. La sposa accompagnata dalle due donne grandi, si inginocchia davanti all’uomo grande per ricevere le ultime istruzioni riguardo ai comportamento che deve avere con il marito per quanto concerne l’obbedienza. Dopo la donna offre tabacco all’uomo grande; lui taglia un rametto di una pianta e con altri uomini grandi dei suo stesso grado batte leggermente la sposa con questo tipo di frusta, per indicare che il tempo della giovinezza è finito e che adesso è diventata donna con tutti suoi doveri.
A questo punto le donne grandi si ritirano ed entra in scena lo sposo che, con la sposa, si mette davanti ad una pietra chiamata “Flac”, simbolo degli antenati protettori della morança. Molte volte chiamano questo simbolo semplicemente “Iran”. Questa pietra è collocata vicino alla porta di accesso della casa.
Quando arrivano davanti al “flac”, una donna grande versa vino sopra la stessa e pronuncia il nome di tutti gli antenati della morança; se il padre dello sposo fosse già morto il suo nome sarà pronunciato per ultimo. I due sposi chiedono l’aiuto per la propria vita matrimoniale e specialmente la grazia di avere figli.
Anche nel tempo del fanado, i giovani si rivolgono a questo simbolo degli antenati per chiedere protezione. Alle volte costruiscono una capanna per il flac. Quando un uomo va a forare le palme, versa vino in questa casa per ricevere aiuto dagli antenati. Se un giovane non avesse fortuna nel raccolto del vino di palma, la gente pensa che l’anima del padre è ancora nella foresta con le altre anime del villaggio; ed allora, con l’aiuto del “Djambakos” (che è una specie di stregone buono, sacerdote, medico, etc), va a cercare quest’anima per portarla in casa ed erigono un’altra pietra. Questa ultima pietra, simbolo dell’anima del padre, si chiama “Fliga” ed è posta dentro la casa.
Dopo aver pregato, gli sposi in ginocchio vanno in direzione dell’uomo grande. Una donna grande offre alla sposa un piatto pieno di vino di palma: i due sposi bevono nello stesso piatto e sputano il vino ognuno nella faccia dell’altro. Se lo sposo fa schizzare per primo il vino sul viso della sposa, si dice che il primo figlio sarà maschio; se per prima è la donna, sarà femmina.
Finita la cerimonia, gli invitati tornano alle proprie case. La sposa rimane ancora tre giorni al villaggio con le donne grandi, nel quarto nella stanza che le era stata assegnata prima. Dopo altri tre giorni la sposa ritorna nella casa del padre. E’ lo sposo che la va a prendere ed anche n questa occasione dovrà portare vino, del quale tutti ne approfitteranno. Dopo che tutti hanno bevuto la sposa torna con il marito e rimane con lui tre giorni. Dopo ritorna ancora una volta in famiglia per rimanerci tre settimane. Questa volta il marito potrà mandare una persona a prenderla e questa persona può essere anche un giovane. La sposa torna dal marito e questa volta per rimanere con lui definitivamente.


27 dicembre 1988

In questo periodo in Guinea la temperatura massima oscilla tra i 25 e i 30 gradi e la notte scende intorno ai 15 gradi. Per loro fa freddo mentre io la trovo ideale. Da maggio a settembre è il periodo delle piogge con grande tasso di umidità e si è tormentati dalle zanzare. Da un pò di tempo il periodo delle piogge si va restringendo apportando una modifica, lenta ma quasi irreversibile, al paesaggio: la foresta si stà trasformando in savana. Nelle giornate di vento, poi, arriva la sabbia, segno indiscutibile dell’avanzare del deserto. Il periodo più caldo è aprile-maggio dove la temperatura si attesta sui 45 gradi all’ombra.
Durante la mia permanenza in Guinea di animali esotici che mi aspettavo di vedere non è che ne ho visti poi molti. I primi animali che si vedono mettendoci piede sono gli avvoltoi. Volteggiano numerosi sia sulle città che sui villaggi, fungendo da unici spazzini. Se non ci fossero loro il cattivo odore della putrefazione e la sporcizia sarebbero veramente insopportabili. Nelle città e nella stessa capitale, come detto, razzolano tranquillamente gli animali domestici: porci, galline e capre passeggiano con le persone lungo le strade. Le strade che si inoltrano nella foresta sono attraversate da scoiattoli, iguane, lepri, scimmie, mentre intorno svolazzano ibis, ciocche, pernici e galline faraone. Insomma è un paradiso per i cacciatori. C’è qualche serpente di cui il più pericoloso è una specie di vipera dal veleno micidiale. Ho visto qualche indigeno che ha assaggiato il suo morso ed ha avuto la fortuna di
salvarsi dalla morte: ha fatto in tempo a farsi amputare la gamba ed evitare la cancrena.
Nei fiumi del sud ci sono i coccodrilli e gli ippopotami e, sempre nel sud, i leopardi. Pare sia stato visto anche qualche esemplare di leone: questo in conseguenza della trasformazione del paese da foresta a savana.


28 dicembre 1988

Seguendo Padre Maurizio nelle sue visite nelle varie tabanche, la mia curiosità veniva sollecitata da mille dubbi e così dicendo ci siamo inoltrati nelle ancestrali ed oscure credenze dei popoli primitivi. In particolare, visto che lui vive tra i Balanta, mi sono fatto raccontare alcune credenze di questo popolo.
Tra i tanti spiriti dei defunti (spiriti della natura) dei Balanta, uno di essi ha una caratteristica particolare, quella di potere o di dovere cambiare di abitazione quando è espulso dal Djambakos, o mago divinatore, che in questo caso si trasforma in esorcista.
Si tratta dello spirito cooperatore del mago feticeiro che si serve di lui per realizzare le sue azioni contro la società. La sua presenza è rivelata dall’odore di aglio o di cipolla che è emanato da una pianta selvatica. Chi sente la presenza di questo spirito deve parlare con un membro della famiglia o con un uomo grande perchè prenda le misure necessarie ricorrendo al Djambakos (uomo medicina - stregone in senso buono), altrimenti la persona alla quale questo fatto si riferisce si ammala o muore.
Non tutti hanno “occhio o testa” per vedere gli spiriti, ma questo potere può allearsi ad uno spirito cattivo del quale praticamente si fa padrone.
Si dice che una donna si sposa con uno spirito di sesso maschile, mentre un uomo si sposa con uno spirito di sesso femminile. Sia il feticeiro che la feticeira non possono più avere figli propri, e se per caso la donna dà alla luce un figlio o un uomo ha un figlio da una donna, devono sacrificarlo allo spirito cooperatore, sotto pena dì morte.
Generalmente la feticeira e il feticeiro installano lo spirito cooperatore su un albero della foresta, ma se si tratta di un uomo grande o di una donna grande, che ha un determinato potere, può mettere lo spirito nella sua casa o nella morança (che è come detto la parte della tabanca in cui vivono le persone di un nucleo famigliare).
Si crede che non soltanto la feticeira e il feticeiro devono dare l’anima dei propri figli naturali allo spirito cooperatore, ma anche hanno il potere di rubare l’anima dei figli di altre persone per darle al proprio spirito. Alle volte possono pagare lo spirito protettore della morança perché gli dia il permesso di sacrificare al suo spirito l’anima di qualche bambino della comunità.
Tra i Balana Binthoe (che si chiamano anche “Bi-rasa”) è comune la credenza che i feticeiros e certi dicono che perfino le feticeires , possono trasformarsi in coccodrillo (ntchabra) per uccidere le persone, rubargli l’anima e farli nascere da una donna della propria morança per aumentare i membri di questa morança: generalmente scelgono uomini di valore e di animo buono.
Tra i Balanta Biunque tanto il feticeiro che la feticeira si possono trasformare in lupo per uccidere allo scopo di vendicarsi di uomini o donne.
Mentre i primi, quelli che hanno il potere di trasformarsi in coccodrilli, lo dicono con altre persone, tra i Biunque (i Balanta di Nhacra), nessuno dirà mai che si può trasformare in lupo. Questo si può spiegare perchè, mentre i primi, anche se realizzano un’azione antisociale, nonostante tutto operano per il bene del proprio gruppo; i secondi fanno sempre un’azione antisociale semplicemente per il desiderio di vendicarsi.
Tanto i feticeiros quanto le feticeires possono trasformarsi in gatto, serpente o avvoltoio per rubare le anime delle persone ed offrirle al proprio spirito cooperatore. Di notte, quando qualcuno vede un gatto, chiude istintivamente le gambe perchè l’animale non possa passare nel mezzo delle gambe stesse provocandone la morte. Una terribile paura si diffonde tra le persone quando sentono un gatto miagolare di notte.
Tra i Balanta i gemelli sono considerati essere normali a condizione che nascano di testa; se nascono di piede sono uccisi. Questo comportamento ha una spiegazione nella credenza secondo la quale un bambino che nasce in questa maniera diventa un grande feticeiro che ucciderà tutti i membri della morança. Per questo il gemello o i gemelli, che nascono in questo modo, vengono eliminati. Mai si parla di assassinio, anche se si tratta di vero infanticidio.
Nei villaggi c’è una persona, uomo o donna incaricati di questo compito. Durante la notte, fornendosi di uno o due uova di gallina, secondo la necessità, va con il neonato (o con i neonati) in un posto adatto. Mette il bambino per terra e gli tira addosso l’uovo. Se il neonato io ingoia, dicono che si trasforma in serpente e va nella foresta. Altrimenti “quello che non lo riceve” scava una piccola fossa dove mette il bambino, gli chiude la testa in una giara e ritorna al villaggio senza fare altre cerimonie.
L’assassinio di questo bambino è ancora una prova che i Balanta hanno odio per i feticeiros; questo odio nasce dalla paura di pregiudizi irreparabili che i feticeiros possono causare tramite il loro comportamento antisociale.
Soltanto un forte djambakos, chiamato “H’queda”, può combattere o neutralizzare lo spirito cooperatore del feticiero o della feticeira. Il “H’queda” ha il potere di vedere lo spirito cooperatore e combatterlo in virtù della sua “camicia di ferro” una corazza invisibile che lo rende invulnerabile agli attacchi degli spiriti cattivi e può espellerlo dal posto dove abitava.
Il djambakos ha anche il potere di scoprire un feticeiro e denunciarlo alla comunità. In questo caso i “Bi-lufu”, cioè quelli che appartengono alla 3^, 4^, 5^ o 6^ classe di età, catturano il feticeiro e lo portano sotto un albero dove abita il suo spirito protettore, lo picchiano e lo lasciano libero sotto la condizione di riconoscersi colpevole.
Se la vittima del feticeiro è uno dei “Bi-lufu” (ragazzo che non ha fatto il fanado) allora lo pestano a sangue ma non lo uccidono. Poi lo sporcano di sterco ed urina. Alle volte gli mettono le gambe interrate e con il fuoco gli bruciano gli organi genitali. Dopo questo trattamento chiaramente muore.
Per questo la persona implicata, se si rende conto che la gente della tabanca capisce che lui è un feticeiro, fugge con tutta la sua famiglia per evitare il peggio. A questo punto la sua casa sarà demolita e bruciata.
29 dicembre 1988

Stanotte ho dormito poco o niente come l’altra notte. Non ho fatto altro che pensare ai miei cari lontani: la mancanza di loro notizie e l’impossibilità di telefonargli non ha fatto altro che aggravare la situazione.
La notte, quando si è insonni, diventa tremendamente lunga. Il rumore causato dagli animali notturni, proprio come documentari visti sulla notte africana, diventano assordanti. Se ci si sveglia non si ha neppure la possibilità di leggere perché alle 3 viene tolta la luce. In ogni città la luce elettrica viene erogata ad orario. A Bissorà, per esempio, si ha la luce dalle 12 alle 15 e dalle 19 alle 3 del mattino. Questo, beninteso, se sono provvisti di gasolio perché le centrali elettriche funzionano con questo carburante che spesso manca. Nei villaggi non arriva corrente elettrica: la loro illuminazione consiste nell’accendere dei falò.
Al mattino ho espresso a Maurizio il mio stato di disagio, abbinato ad una certa inappetenza, ed ho chiesto il suo aiuto per un anticipato ritorno in Italia, per passare almeno il Capodanno con la mia famiglia. Con molta disponibilità mi ha garantito che farà il possibile e che domani mi porterà a Bissau per vedere cosa si poteva fare.
Il pomeriggio è passato così, tra i pensieri vari e più che altro al modo in cui poter uscire dalla Guinea, sapendo la difficoltà dei collegamenti e delle comunicazioni.
La notte, come al solito, è trascorsa insonne e per passare il tempo ho fatto alcune riflessioni su quanto avevo visto fino allora. Mi è venuto in mente, per esempio, di aver notato che molte donne si chiamavano Secunda, Quinta o Sabado in base al loro giorno di nascita (lunedì, giovedì o sabato). Con l’avvento dei missionari e delle suore, c’è stata la tendenza ad imporre ai bambini i nomi di questi: fioccano pertanto i nomi di Rosa, Angela, Antonio, Sandra, Giovanni.
Altra considerazione che ho fatto è stata quella che quando ho chiesto a Maurizio se battezzava ed aveva imposto qualche nome a dei bambini, mi ha risposto che finora non aveva battezzato nessuno. Secondo lui non è corretto ed onesto battezzare un bambino ignaro. Lo farà in futuro, quando saranno grandi, avranno fatto una preparazione adeguata e saranno quindi convinti della loro scelta. Ho condiviso questa sua opinione.
Oppure mi sono messo a pensare a cose curiose. Come quando, per esempio, vedevo la domestica Sabado mettere da parte sempre le scatolette vuote della carne Simmenthal. In seguito ho saputo che ne faceva bicchieri per la sua casa. In Guinea non si butta proprio niente!


30 dicembre 1988

Sto scrivendo da Dakar, dalla missione dei padri Sacramentini. I fatti sono andati così. Alle 6 di mattina Maurizio con la sua vecchia Land Rover mi accompagna (con tanto di valigia perché qui niente è certo) a Bissau, per vedere cosa si poteva fare.
Arrivati alla capitale si va all’agenzia dell’Air Gambia dove era previsto per le 15 un volo per Dakar e contemporaneamente, sempre per mezzo dell’agenzia, faccio prenotare un posto per il primo volo disponibile Dakar-Roma che era Alitalia AZ 825. Pranzo al centro regionale Pime di Bissau e il pomeriggio mi avvio al locale aeroporto. Qui mi aspettavo un pò di ruberie da parte dei doganieri, in base ad esperienze di altri, invece fortunatamente mi hanno solo spillato diecimila lire ed un pacchetto di marlboro. Un particolare curioso ha attirato i miei occhi: i portacenere della sala partenze erano lattine di coca-cola tagliate a metà.
Come previsto, alle 15 riesco a partire. Dopo uno scalo di 1 ora a Banjul (Gambia), arrivo a Dakar alle 17,30. Qui ho avuto la stessa brutta impressione dell’andata. Lo straniero è accolto da una turba di gente che cerca di portarti i bagagli, che vuole accompagnarti con i taxi (indecenti e cadenti), che ti chiede soldi e cerca di rubarti, in definitiva sono di una invadenza unica. Ma anche loro devono giustamente campare!
Bellissima, invece, è la razza senegalese. La donna, in particolare, mi ha particolarmente impressionato per la sua bellezza. Longilinea, affusolata, dall’incedere leggero di gazzella, pelle nera vellutata, tratti perfetti del viso: insomma non mi era mai capitato di vedere tante belle donne in così poche ore.
La squisita gentilezza di Padre Pietro Brivio mi ha letteralmente tolto da eventuali impicci. Mi ha prelevato dall’aeroporto, e mi ha fatto cenare e dormire in una stanza della missione.
Finalmente, dopo tanto tempo, ho potuto telefonare ad Elisabetta. Nel sentire la sua voce emozionata ed implorante nel raggiungerla il più presto possibile, ho avuto la certezza che la decisione presa era stata giusta.


31 dicembre 1988

Sveglia alle 4 e partenza per l’aeroporto dove alle 6,30 è previsto il volo AZ 825 per Roma. Il volo era prenotato ma non confermato. Nessun problema però, perché i posti c’erano. Il problema è sorto quando, andando a pagare il biglietto, l’Alitalia mi ha detto che non poteva accettare i miei dollari, in quanto il pagamento doveva essere effettuato esclusivamente in CFA (franchi africani). Mi sono allora rivolto allo sportello Air France che, accettando i dollari, ha emesso il biglietto per conto dell’Alitalia. Un pò strano ma evidentemente ci deve essere un regolamento in tal senso.
Puntuale sull’orario stabilito decolla l’Airbus 300 “Caravaggio” che, dopo uno scalo di 1 ora a Casablanca, alle 14,30 atterra allo scalo di Fiumicino. Si avverava così il mio intendimento di passare il Capodanno con i miei cari.
All’arrivo ho saputo che, nel momento in cui mi aveva preso la nostalgia di ritornare, Elisabetta si era sentita male tanto da essere ricoverata in ospedale. In quei momenti sentivo, evidentemente, che qualcosa non andava e che avevano bisogno di me.


L’esperienza che ho avuto la fortuna di vivere è stata affascinante, specialmente a livello umano. Ma è stata troppo breve per avere la pretesa di dire: “Conosco la Guinea Bissau e la sua popolazione. Ed allora, per avere un quadro più completo, devo rifarmi a quello che hanno detto o scritto persone che vi hanno vissuto per anni, a stretto contatto con la gente.
Inizio a raccontare le esperienze di altri trascrivendo delle lettere scritte da Suor Romana Sacchetti, una suora che vive in Guinea da 20 anni, ad un mio collega di lavoro che, in occasione del Natale, aiutato da altri amici, le ha inviato dei pacchi con medicine e giocattoli.


Bula, 7/1/89

Carissimi tutti,
Avrei voluto darvi la grande gioia di farvi vedere la felicità dei nostri bimbi nel ricevere i giocattoli. E’ stata una scena unica: chi piangeva, chi rideva, chi cercava di avanzare con la manina tremante, per vincere il timore e la paura. Altri dopo aver toccato i giocattoli ridevano, felici di aver scoperto qualcosa in più e di nuovo. Sono scene che bisogna vivere per poter sentire tutta l’emozione.
Capisco quello che dice Armando nella sua lettera: “Abbiamo una conoscenza parziale e deformata”. Miei cari capisco pienamente. Quando stiamo fuori del terreno: dolore, sofferenza, fame, ci sforziamo con la mente e con il cuore, se siamo buoni cristiani, di andare incontro a chi soffre, ma noi restiamo sempre in una posizione comoda. Questo non avviene quando dobbiamo condividere realmente la sorte con altri. Siamo chiamati in prima persona ad accogliere tra le braccia bimbi scheletrici, orfani, gemelli, per evitare che uno di essi venga sepolto per permettere all’altro di crescere bene. Uomini e donne che muoiono di tbc, per schiavitù tribali, ecc. Bisogna tante volte farsi coraggio ed andare avanti per poter essere utili agli altri. Paolo vi descriverà un pò la nostra situazione. Quel giorno che è venuto lui avevo quattro bambini orfani le cui mamme erano morte nella stessa settimana. Ora ne ho uno settimino, pesa 1 Kg., sembra voglia farcela. L’incubatrice è una culla con un pò di coperte di lana, perché in questo periodo fa molto freddo.
Miei cari, visto che siete tutti sposati non posso invitarvi per il viaggio di nozze, ma sinceramente vi dico che la nostra missione è aperta, se volete venire a farci una visita ci fate piacere. Da quanto scritto sopra avrete capito che i pacchi sono arrivati tutti, compreso quello dei medicinali. Fino ad oggi non abbiamo avuto difficoltà nel ritiro. Vi dico che il direttore dell’aeroporto è stato felicissimo: gli abbiamo regalato due bambole per le sue bambine, gli ridevano gli occhi, forse già vedeva la gioia delle sue bambine quando ricevevano il dono.
Lunedì 9 c.m. verrà un gruppo di nostri assistiti: orfani, gemelli, denutriti e bambini le cui madri sono malate gravemente e non possono allattare. Farò loro una foto quando riceveranno i giocattoli così potrete avere l’idea. Abbiamo qui un ragazzo di 30 anni, se lo aveste visto, come giocava con i bambolotti, sembrava che avesse 5 anni.
Carissimi ora smetto, anche per voi il tempo è prezioso. Vi ringrazio sinceramente della gioia che avete dato a questi bambini ed anche a noi della comunità. Vi chiedo di unirvi a me in questo anno nel rendere grazie al Signore per la triplice ricorrenza: 50 anni di vita, 25 di voti perpetui e 20 di Africa.
Debbo ringraziare veramente il Signore per avermi dato la possibilità di servirlo nei più poveri. Spero, con il vostro aiuto di farcela, di essere più buona e brava.
Nella speranza di avere vostre notizie e magari l’avviso di venire a prendervi all’aeroporto di Bissau, vi bacio fraternamente uniti alle rispettive famiglie.
Suor Romana Sacchetti A.S.C.


La seconda lettera che trascrivo è stata indirizzata da Suor Romana ai bambini della 3^ classe della scuola “Beata Angelica” di Anzio, che avevano fatto una raccolta a favore di un’orfanella balanta: Isabella.



Bula, 7/1/89

Carissimi bambini,
vi ringrazio sinceramente per la vostra generosità verso la mia bambina orfana. Devo darvi una brutta notizia. Siccome la mamma è morta, la piccola era stata affidata ad una vecchietta, questa le voleva bene, ma un’altra donna le aveva detto che questa piccola era uno stregone e che la mamma era morta per colpa sua. Così la povera vecchietta ha cominciato ad aver paura ed ha portato la piccola da vari stregoni finché l’hanno fatta morire.
A me è dispiaciuto molto ma questi poveretti non sono cristiani, perciò sono schiavi di tanti usi tribali: molte volte fanno morire le persone perchè dicono che sono causa di disgrazie. Carissimi, noi dobbiamo ringraziare il Signore di averci fatto nascere in un paese cristiano e civile dove non ci sono tante stregonerie. Specialmente i vecchi sono molto attaccati alle loro credenze e per paura che i figli le abbandonano non permettono loro di andare alla catechesi. Carissimi, pregate molto per noi missionari affinché possiamo dare quella testimonianza di fede vissuta a questi nostri fratelli che ne hanno tanto bisogno.
Miei cari, dopo Isabella, sono arrivati tanti altri orfanelli. Solo nell’anno 1988 ne abbiamo avuti 19 più 12 dell’anno 1987. Di gemelli ne abbiamo avuto 87. Questi ultimi li aiutiamo molto perché altrimenti le mamme ne fanno morire uno, che è sempre il secondogenito. Miei cari, il lavoro più grande è quello di far capire le cose e far cambiare loro la mentalità. Per fare questo ci vuole tempo e pazienza. Un bacione a tutti e a risentirci presto.

Suor Romana


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Padre Antonio Grillo, di Acerenza, ha vissuto per diversi anni e con alterne vicende tra i Balanta di Bambadinca. Ha pubblicato un opuscolo nel maggio 1988 dal titolo: “I miei Balantas” dal quale traggo le sue esperienze più significative.
Aveva 26 anni padre Antonio Grillo quando, il 12 settembre 1951, partì dal PIME di Milano insieme a tre missionari su una jeep americana alla volta del Portogallo e della Guinea in Africa. Faceva parte della seconda spedizione missionaria del PIME in Guinea. Bambadinca è il distretto missionario al quale padre Grillo viene inviato insieme a padre Biasutti il 31 gennaio 1952. Dopo un anno di attesa per avere il visto dal governo portoghese, e dopo un viaggio avventuroso su una jeep e via mare, finalmente possono cominciare.
“Purtroppo - scrive padre Grillo - abbiamo dovuto accettare di fissare la nostra residenza a Bambadinca, villaggio dove erano anche le autorità amministrative portoghesi, perché queste volevano tenerci sotto il loro continuo controllo. Già a quei tempi non permettevano facilmente neppure a noi missionari che ci addentrassimo nella foresta per entrare in contatto con le varie tribù. Avremmo preferito un grosso agglomerato abitato dai Balantas come Sambasilate perché questi erano animisti mentre la quasi totalità degli abitanti di Bambadinca era mussulmana”.
In lingua mandinga “Bamba” significa “coccodrillo”, “Dinga” significa “tana”: e veramente negli anni ‘50 il vicino fiume Geba era pieno di coccodrilli.
Il villaggio di Sambasilate nel 1955 contava già 1750 abitanti in maggioranza della etnia Balanta, con pochi Papeis e alcuni musulmani. Sambasilate, che vuol dire “risaia”, fu la prima stazione missionaria del distretto di Bambadinca. Il motivo che spinse soprattutto padre Grillo verso questo villaggio fu proprio il numero dei suoi abitanti che, se convertiti, potevano attirare i villaggi minori.
Tra gli aneddoti raccontati da padre Grillo ne ho scelti un paio pubblicati sulla rivista “Venga il tuo Regno”.
“Un mese dopo aver ricevuto il battesimo morì Mateus Jàla, capovillaggio di Sambasilate. Fino a che Jàla aveva tenuto con sé quattro mogli, non era mai stato possibile pensare al battesimo, ma quando rimase con una sola, l’ultima, che aveva pure un bambino lattante, pensai che era giunto il tempo. Accettò.
Prima di morire aveva raccomandato ai suoi figli di non seppellirlo nel recinto del suo giardino, come si usa tra i Balanta, ma all’ombra della croce bianca innalzata al centro del villaggio. All’ora del funerale mi recai presso la capanna di Jàla a Sambasilate. Accompagnato da due chierichetti mi avviai verso il luogo della sepoltura, seguito dai portatori.
Ma ad un tratto mi accorsi che il cadavere era scomparso. Cosa era avvenuto?
Un anziano del villaggio mi assicurò che sarebbe tornato presto perché era andato alla palude per ‘lavarsi”. Infatti, di lì a poco i portatori riapparvero, ma dopo pochi passi li vidi fuggire nuovamente portando il cadavere su una barella improvvisata. Si dirigevano verso un’altra capanna.
Uno dei due chierichetti mi spiegò: “Jàla è andato a salutare i suoi parenti”. Finalmente, dopo una buona mezz’ora, i portatori riapparvero baldanzosi perché, secondo le loro credenze, si erano impossessati dello spirito del defunto e tutti operavano per la sua virtù. “Jàla, mi dissero gli anziani, non poteva lasciare questa terra senza salutare anche il suo amico missionario in casa sua”.
I portatori infatti si erano recati nella mia residenza. Qui, mi disse poi un giovanotto che aveva assistito alla scena, poco era mancato che sfondassero la porta con violenti colpi della barella, spinta più volte contro l’ingresso, in segno di saluto.
Quando tutto quel via vai ebbe termine ed ero già per benedire la salma prima di essere deposta nella tomba, mi vidi scappare i due chierichetti. I loro genitori avevano assolutamente proibito di assistere alla sepoltura, perché era di cattivo auspicio per i giovani. Benedissi la salma e me ne andai col proposito di ritornare dopo qualche giorno”.
Il secondo aneddoto riguarda Teresa. “Teresa è di razza Balanta. Aveva studiato il catechismo ed era stata battezzata. Era stata promessa sposa dai genitori a un uomo di un altro villaggio, ma lei si rifiutava. Per questo aveva già subito botte sonore e ferite da suo fratello, sconcertato da questo atteggiamento. Venne il famoso giorno fissato per il rapimento e la consegna della ragazza al promesso sposo: due robusti giovani aspettavano Teresa alla fonte, al sorgere del sole. Ma la ragazza, buttato via il recipiente dell’acqua, scappa alla residenza del missionario a Sambasilate. Supplicando e piangendo, bussa alla porta: “Padre Antonio, padre Antonio!”. Io dormivo ancora e quando aprii la porta, la ragazza, che si dimenava con tutte le sue forze, era già sulle spalle dei robusti giovani, che frettolosamente si allontanavano dalla mia casa. Tutto era stato ben studiato e calcolato: la ragazza venne imbavagliata e trasportata via fiume al villaggio del promesso sposo. Mi ero rassegnato: non potevo pretendere eroicità o il martirio di una fanciulla di 15-16 anni, neofita di pochi mesi e figlia di genitori non cristiani in un villaggio dalle tradizioni secolari e che tratta la donna come una schiava.
Ma padre Stevanin, mio collega alla missione di Bambadinca, venne chiamato dal Capo Posto che lo avvisava che una certa ragazza Balanta di nome Cecilia era andata a riferire il caso di Teresa al Municipio. Era un accordo tra Teresa e Cecilia: in caso di rapimento, Cecilia doveva ricorrere alle autorità portoghesi. Ora il missionario l’unica cosa che poteva fare per Teresa era di chiamarla con i genitori e alla presenza dell’autorità domandare cosa scegliesse. Interrogata dal Capo Posto per mezzo di un interprete, la ragazza timidamente rispose che era cristiana e non poteva sposare uno non cristiano che era già vecchio e poligamo.
La risposta della ragazza produsse meraviglia e sgomento in tutti i Balantas presenti, perché mai in vita loro avevano visto o sentito dire che una ragazzina si opponesse al volere degli anziani e andasse contro le loro tradizioni secolari. Lo sposo promesso pretese la restituzione della vacca che aveva dato al padre di Teresa per averla come sposa. Il papà della ragazza domandò a sua figlia la consegna immediata del panno che indossava alla maniera romana e che era l’unico indumento che aveva addosso. Il Capo Posto rimase imbarazzato per quest’ultima richiesta, ma il missionario chiamato in causa non si scompose: ritornò in residenza, prese un lenzuolo e lo portò alla coraggiosa ragazza che all’istante, e alla presenza di tutti, annodò il lenzuolo alla nuca e fece scivolare il panno nero e vecchio che la ricopriva consegnandolo al papà”.
Padre Grillo prosegue, sempre nei citato opuscolo, a raccontare altri episodi di vita vissuta tra i Balantas …..
Le credenze religiose in Africa sono numerose e fanno parte della cultura di ogni etnìa impedendo, molte volte, un vero progresso in cui i settori della vita sociale e individuale.
I Balantas, tra i quali ho lavorato come missionario dal 1952, sono il nucleo più numeroso e prolifico della Guinea Bissau.
Statura alta, costituzione fisica forte, intelligente, il balanta è festaiolo e grande bevitore di vino di palma e acquavite. Si dedica più di tutti alla coltivazione dei campi, particolarmente del riso e di arachidi, ma non rifugge da altri lavori. Per questo, durante il regime coloniale portoghese, è stato spesso sfruttato per la costruzione di opere pubbliche. Lavoratore instancabile si infiltra nelle terre vicine incolte ed abbandonate, trasformandole in fonti di ricchezza.
E’ noto in tutta la Guinea come ladro per eccellenza. Per lui questa è una professione, di cui si gloria nelle occasioni più solenni della sua vita. Il furto è considerato un atto di coraggio. di valentìa, di furbizia: tutte qualità necessarie per diventare e mostrare di essere un vero uomo balanta e poi domani essere ammesso al consiglio dei grandi del villaggio. Un uomo che non sappia rubare non è un uomo. Un proverbio balanta dice:”E’ proprio della donna dormire fino al canto del gallo”, ma uomo balanta di notte sta in giro, con il suo coltellaccio sfida le tenebre, tempeste, animali feroci e uomini. Un balanta non è degno di essere tale se per i funerali dei genitori non riesce a preparare molte vacche rubate da offrire in cibo agli intervenuti.
Maquia, un vero balanta, pensava di avere lo spirito (il Genio) dalla sua parte e quindi di possedere delle qualità che lo rendevano invisibile e invulnerabile. Ma una notte non gli andò liscia. Stava conducendo via una mucca, da un recinto non certamente suo, quando spuntò il padrone armato di doppietta che gli sparò a bruciapelo squarciandogli l’addome. Alcuni passanti al mattino videro Maquia immerso in una pozza di sangue. Lo portarono al villaggio di Sambasilate e richiesero subito il mio intervento. Dissi che il dispensario della missione non era in grado di curarlo, però mi offrii di portarlo immediatamente ai pronto soccorso del centro amministrativo di Bambadinca. Rimisi gli intestini nel ventre, con delle bende fasciai la pancia, saltai sulla camionetta e via. Ma anche a Bambadinca non vollero intervenire e ci indicarono l’ospedale regionale a 40 Km. di distanza. Ma quando tutto era pronto per l’intervento, Maquia spirò da vero balanta, senza emettere mai un lamento.
Riportai il cadavere al villaggio di Sambasilate e il giorno dopo vi fu un solenne funerale: furono sgozzate 17 vacche e il sangue arrivò fino al sentiero del villaggio. Pensavo in cuor mio che la morte di Maquia poteva servire da monito ai ladri di vacche, ma i coetanei del defunto ladro ebbero un’interpretazione diversa. Secondo loro lo spirito (il Genio, Iran) aveva ormai preso come olocausto uno dei più fieri e valenti ladri della loro tribù e quindi era ben disposto ad assistere e proteggere i futuri ladri di vacche. Il ladro diventava un eroe da imitare e il furto sarebbe stato un titolo di vanto nella solenne e massima festa e cerimonia della circoncisione (fanado), quando gli adolescenti sono riconosciuti uomini adulti.
I Balantas si credono circondati da molti spiriti. Al di sopra di tutti gli spiriti, buoni e cattivi, presiede N’Hala (dio), invisibile e senza fine. Gli spiriti più rappresentati con statuette sono: Frame-Fendam, cioè il Grande Spirito; Ulè Cubesse, spirito del furto; Fitine n’bitine, spirito del coltello; Uarà, demonio.
Nella casa del Grande Spirito (Frame-Fendam), generalmente costruita all’entrata del villaggio, risiede Ulè, lo Spirito Superiore. Ma in ogni capanna c’è la casa degli spiriti (Iran) dove il capo famiglia fa i suoi scongiuri offrendo sacrifici di riso e bevande alcoliche, dove invoca la protezione nei suoi affari e dove deposita il vomero quando è reso inservibile all’uso. I mediatori tra gli spiriti e le persone umane sono gli stregoni: in genere sono brutti o fisicamente menomati o di grande mole. Lo stregone, secondo i Balantas, ha il potere di trasformarsi in animale, iena o coccodrillo, e poi seminare distruzioni, malattie o mangiare le anime della povera gente.
Se uno muore è perché è stato ucciso da qualcuno. Questa è una credenza molto forte tra i Balantas. Se lo stregone ha deciso di uccidere una persona, oppure ne è stato richiesto, egli mangia l’anima del povero malcapitato.
Si spiega così l’usanza dei grandi del villaggio di fare il giudizio dell’anima del defunto. Di buon mattino, generalmente dopo la sepoltura di un cadavere o il giorno dopo, i grandi si recano presso la casetta funeraria (fram) dove sono ancora gli animali, vacche e porci, sgozzati. Due uomini caricano la stuoia come fosse una barella ricoperta da una coperta del defunto, mentre i parenti più stretti, spargendo riso preso da una calamo (piccolo recipiente vegetale) sulla coltre funebre, domandano: “Chi ti ha ucciso? Lo stregone dove ha cominciato a mangiare la tua anima?”. E così vengono fatte ancora molte domande sulle varie famiglie e sulle sorti del villaggio.
I grandi del villaggio interpretano i movimenti dei portatori della barella che è posseduta dallo spirito del defunto. A volte i portatori sono sospinti dallo spirito del defunto e vanno a sbattere contro qualcuno dei presenti: ecco quella persona è colpevole e viene pestata a morte.
Nell’ottobre 1985 moriva Damì, un balanta del villaggio di Sambasilate, un uomo sui 30 anni, a causa di un attacco di epilessia. Le comari subito commentarono: “Era Mali, sua moglie che doveva morire!”.
Secondo loro, Mali aveva fatto un contratto con il Genio: gli avrebbero offerto l’anima di suo figlio se fosse riuscita ad estrarre molto olio di palma. Infatti, con grande meraviglia delle colleghe, Mali riusciva ad estrarre il doppio di olio rosso da ogni fusto (tanborro) messo sotto bollitura. Soltanto alla morte del marito le donne seppero la spiegazione del fatto. E aggiungevano che proprio Malì doveva essere mangiata dal Genio, ma lei riuscì a fuggire lontano lontano e così il Genio, per vendetta, si era mangiata l’anima di suo marito.
L’acqua è vita, è gioia. Dopo mesi e mesi di secco, è una vera allegria guardare la pioggia cadere e i bambini nudi sguazzare nelle pozzanghere e lavarsi con l’acqua che scende dai tetti. I mesi di pioggia però si sono ridotti a quattro: da luglio a ottobre. La siccità aumenta. Prima del 1960 si avevano sei mesi di pioggia con 1600-1800 mm. annuali, ma ora la quantità tende a scendere sotto i 1500 mm. ed è molto irregolare.
“Nei primi dieci anni passati in Guinea (1952-1961) - prosegue Padre Grillo nel suo racconto - non ho mai sentito parlare di grave siccità o di insetti che mangiavano il riso. Durante la guerra per l’indipendenza (1963-1974) si è riusciti ad andare avanti, ma con la fine della guerra e la crisi mondiale per il prezzo del petrolio, il riso è diminuito e l’acqua potabile è cominciata a scarseggiare.
La Guinea Bissau è impreparata a fronteggiare la siccità e l’avanzare del deserto soprattutto per l’influsso della regione del Sahel. Anche Sambasilate, il distretto missionario dove opero, è stato raggiunto dal grave problema della mancanza d’acqua. Il governo ha progettato lo sbarramento di Udundumar, un affluente del fiume Giuba, e con quell’acqua dolce potrebbe irrigare le risaie dei due grandi villaggi di Nabijoes e Sambasilate così da produrre riso per le due regioni di Bafatà e Gabu, quasi metà della Guinea. Ma i grandi progetti non sono facili da realizzare.
In genere i villaggi sorgono vicino a delle sorgenti o a ridosso di bassorilievi e così per decenni hanno attinto acqua. Recentemente le falde acquifere si sono abbassate e si è dovuto ricorrere ai pozzi. Ma anche i pozzi sono dovuti aumentare di numero e andare sempre più in profondità”.

Come ho più volte sottolineato, in Guinea Bissau la donna è soggetta a lavori non indifferenti. Anche padre Grillo conferma la mia esperienza. “Tre lavori principali sono sono giornalieri: quelli per il riso, per la cucina e per l’acqua”.
Cucinare l’unico pasto di tutto il giorno è un lavoro riservato alla prima moglie o alla donna più anziana. Le altre donne devono provvedere al resto. Il riso va pulito nel mortaio: separare la pula e la pellicola rossa che avvolge il chicco. Questo va fatto ogni volta prima di cucinare, per avere così il riso saporito e dalla fragranza fresca. E’ un lavoro pesante. Il mortaio è un tronco d’albero di legno duro, il bassilon, scavato all’interno e con un piede rotondo, alto circa 70 cm. e con un diametro di 40 cm.; il paletto di circa 140 cm. è usato ritmicamente da due o tre ragazze che pestano contemporaneamente. Dopo la prima battitura di un quarto dora il riso viene messo in cesti piatti e poco profondi (balai) per tirar via la lolla. Poi si ha una seconda battitura e coi cesti si prepara la pula. Infine la terza battitura è più delicata per non frantumare il riso che lentamente si sbianca ed è pronto per essere cucinato. E’ così passata una buona ora di lavoro.
Per cucinare occorre la legna. Le ragazze escono dal villaggio alla ricerca della legna nella foresta. Portano una scure speciale detta “manjado” e tagliano rametti che legano in piccoli fasci. Poi si avviano verso casa quasi correndo per liberarsi al più presto del pesante fardello.
Quindi il riso viene cotto lentamente in poca acqua così che dopo sia facile prenderlo con le mani per portarlo alla bocca. Sono necessari tre quarti d’ora per preparare un piatto di riso sul quale metteranno qualche intingolo composto di erbe o foglie commestibili ben pestate nel mortaio oppure del latte inacidito.
Un terzo lavoro giornaliero è la provvista dell’acqua: serve per la cucina, per lavarsi, per bere. Con grossi recipienti di creta di 15-20 litri sulla testa le ragazze vanno alla fonte oppure al pozzo.
Nell’attesa di avere un figlio, il cuore di una donna guineana si ingrandisce nel desiderio potente di diventare madre. Per gli innumerevoli problemi di alimentazione, di lavori pesanti, di igiene, di malattia, di usanze razziali e sociali, non è facile per una donna africana avere figli.
La donna sposata, pur di avere la speranza di dare alla luce un figlio, si assoggetta a tutti i sacrifici, a tutti i riti religiosi, magici, superstiziosi. Per esempio: mangerà una specie di fango che è la secrezione della regina madre delle termiti e che si trova nel formicaio, alcuni metri sotto terra. Non è difficile vedere donne che, su prescrizione dei fattucchieri, portano sulle spalle delle pupe africane fatte di osso di vacca: servono per impetrare dall’iràn (lo spirito) la fortuna di portare presto bimbi veri, un proprio figlio.
L’attesa alle volte dura diversi anni dopo il matrimonio, anche a causa della poligamia, delle malattie veneree che si trasmettono da una donna all’altra dello stesso focolare. La percentuale di donne sterili è elevato ed anche la mortalità di donne partorienti è impressionante. Non si ha alcuna assistenza al parto.
Il giorno del parto non c’è una culla per il neonato ma solo una stuoia sulla nuda terra: non c’è pericolo che il bimbo possa cadere dal letto! La madre depone il bambino sulla stuoia con qualche straccetto, mentre fuori la capanna vicino al fuoco si preparano decotti e riscalda acqua bollente per espellere sangue raggrumato e fermo nell’utero.
Sulla porta di casa la puerpera mette un’ascia, non tanto per annunciare la felice nascita del bimbo, quanto per avvisare gli estranei di non entrare in quella casa per otto giorni. Lei stessa cingerà i suoi fianchi di cianfrusaglie, suggerite dallo stregone, e al collo del bambino appenderà degli amuleti per ottenere la protezione dello spirito. La nascita di gemelli è presagio di sventure e in passato uno (anche adesso qualche volta) veniva abbandonato ai margini della foresta in pasto agli animali. La posizione del nascituro è importante. Se appare con i piedi invece che con la testa, sarà una disgrazia per la mamma: seguono perciò delle complicate cerimonie per placare l’iran. Una donna balanta, se per necessità esce di casa prima della caduta dell’ombelico, porta con sé un oggetto di ferro (forbice, tenaglia o coltello) per scacciare il malocchio.
I bambini piccoli hanno bisogno di tante cure. Di giorno si vedono, vestiti soltanto di sole, trastullarsi con oggetti insignificanti: non esistono giocattoli, eccetto qualche scatola di sardine trascinata con una funicella oppure vecchi copertoni di militari che fanno da cerchio. Si rotolano per terra ed è impossibile tenerli puliti. Tutto ciò che li circonda è terra, sabbia, polvere ed è facile che portando le mani in bocca, siano soggetti a molte infezioni.
Pericoli di ogni sorta sovrastano i bambini svezzati e liberi dalle spalle della madre. Sempre scalzi in casa e fuori, è facile che si feriscano tra le spine, pietre appuntite, radici sporgenti dal suolo, oppure che siano morsicati da serpenti o scorpioni.
Tra i bambini imperversa la malaria (paludismo) con diarrea e anoressia, molti sono vittime della varicella, morbillo, scarlattina (sarambo). Una volta incappati in una delle diverse malattie tropicali, pochi sopravvivono. Su sette bambini fino all’età di cinque anni, soltanto quattro riescono a sopravvivere.
L’80% dei bambini guineani non riesce ad andare a scuola. La stessa mamma non sa per quale motivo bisogna andare a scuola, lei stessa non è mai andata e non ne ha quindi l’idea. Il governo insiste perchè si frequenti anche se ciò è possibile solo nei grossi villaggi. La scuola spesso non è un vero e proprio edificio, ma una sala o un albero ombroso, ed i genitori che ne sono contrari, fanno scomparire il bambino mandandolo a vivere da parenti in un piccolo villaggio dove non c’è scuola. I bambini lavoreranno come pastorelli di vacche, vestiranno solo un cerchietto di liane, andranno a caccia di scoiattoli o di topi di risaia (che abbrustoliti pare siano saporiti) oppure a pesca.
Le giovinette africane si rendono utili in mille modi. Non hanno molti vestiti, ma usano del loro corpo seminudo per apparire belle. Per ore, adagiate col capo tra le gambe delle loro amiche, si tessono capigliature artistiche usando i loro capelli corti e ricci. Il petto, le spalle, le gambe, le braccia e molte volte anche i seni, sono ricamati con simboli di animali o di piante, e tutto è fatto con incisioni sulla pelle con punte di coltelli e con succhi di qualche pianta, come il cagiù, che dà una particolare colorazione; poi con la cenere vengono asciugati e disinfettati i diversi tatuaggi.
I balli notturni stagionali, le feste in occasione della circoncisione (fanado) dei giovani, i funerali degli uomini anziani, le feste annuali, sono tutte occasioni per esibirsi con canti e danze.
I lavori non mancano mai. Appena alzate, senza bisogno di sistemare i letti e mobili che non esistono, con un barattolo di acqua si lavano fuori della capanna. Non c’è sapone e neppure creme e profumi da usare. Per la pulizia dei denti c’è sempre tempo per strada andando al lavoro: un rametto fresco e appuntito sotto i denti farà da spazzolino e da dentifricio.
Giunte alla risaia o al boschetto per la legna o al pozzo per l’acqua hanno tempo per chiacchierare con le coetanee, ma verso mezzogiorno si deve pulire il riso. Dopo il pranzo partono in gruppo con una rete a cerchio per andare a pescare e sperano di avere così un pò di pesce per condire il riso. Rientrate nel villaggio usano una graticola di canne di bambù per affumicare il pesce preso e conservarlo.

A padre Giuseppe Fumagalli del PIME era affidata la missione di Suzana, al nord del paese, confinante con la regione senegalese della Casamance ed abitata dall’etnia Felupe.
I Felupe sono dei gruppi minori, ma anche fra i più caratteristici, poiché sono vissuti in un’area marginale, non toccata dalla colonizzazione: quindi hanno mantenuto intatta la loro cultura tradizionale. In Guinea Bissau sono circa 20 mila. I felupe sono un sottogruppo dei “Diola” che vivono in Senegal e in Gambia. Anche in questo caso la conquista coloniale ha diviso una popolazione che avrebbe dovuto restare unita, imponendo tre lingue diverse (portoghese in Guinea Bissau, francese in Senegal, inglese in Gambia). Popolo forte e coltivatore di riso, i felupe sono di religione animista: tutti gli atti importanti della loro vita familiare o di villaggio sono accompagnati dalla preghiera e dai sacrifici.
Ogni villaggio felupe ha i suoi capi che salvaguardano l’unità, la moralità, la divisione dei beni e la pace interna ed esterna; capi insieme spirituali e politici, con attribuzioni anche medico-farmacologiche. Questi capi, per conservare il villaggio fedele alle tradizioni degli antichi, vigilano anche sul modo di comportarsi degli individui: sul modo di vestire, di tagliare i capelli, di costruire la capanna, ecc.
Fra le varie cerimonie della tribù merita di essere ricordata quella del “karenakò” (circoncisione), praticata ogni 22 anni circa a tutti i maschi del villaggio dai 3 ai 25 anni.
Il felupe è essenzialmente coltivatore di riso, che coltiva però con metodi rudimentali. Caccia e pesca sono attività marginali; soprattutto la pesca potrebbe rappresentare un’integrazione al nutrimento costituito quasi solo dal riso, ma è fatta con metodi poco produttivi (con le mani, con l’arco e le frecce) e a tempo perso, non con vero impegno.
Dice padre Fumagalli “La condizione di vita dei felupe è sempre stata di pura sopravvivenza: i felupe coltivano il riso e anno per anno, anche se non nuotavano nell’abbondanza, avevano il necessario per sopravvivere fino ai raccolto successivo. Poi il sottosviluppo è venuto soprattutto da questo fatto: che dalla fine degli anni sessanta ha incominciato a piovere sempre meno, finché la siccità ha portato all’attuale situazione di quasi fame in certi periodi dell’anno. Inoltre i felupe coltivano quasi solo riso e manioca; producono anche un pò di fagioli, ma solo per alcuni riti. Noi insistiamo perché facciano degli orti e altre colture ed anche il governo ha dei progetti per insegnare a coltivare ortaggi. Ma è difficile convincerli a coltivare altro, perché non si va facilmente contro la tradizione, che certo non aiuta lo sviluppo. Manca il concetto stesso di progresso, cioè cammino in avanti verso il meglio, verso una vita migliore.
Loro dicono: “La nostra vita è teitor”, che vuol dire “correre continuamente nello stesso posto”. Tei vuoi dire “correre”; to significa “qui” e la “r” è ripetitiva. Cioè corri e ricorri nello stesso villaggio, ripetendo gli stessi atti. Questa è la vita, non c’è nessuna possibilità di sfuggire al destino, nessun futuro, nessuno scopo se non quello di vivere giorno per giorno conservando la tradizione della tribù. E’ evidente che con una cultura e mentalità del genere, il progresso, lo sviluppo in tutti i sensi è impossibile”.
“Sento dire - prosegue Fumagalli - che questi popoli pagani vivono sereni e felici secondo le leggi della natura. Nella mia esperienza di vent’anni fra un popolo non cristiano, dico che non è assolutamente vero: chi lo dice non conosce questi popoli se non per qualche rapida visita. In realtà la vita nel paganesimo è un inferno, indurisce il cuore. Nella vita di un villaggio pagano, i balli, canti e danze insistiti fino allo spossamento, magari per tutta la notte, sono per scaricare tutte le tensioni e le paure che hanno dentro. E’ una specie di droga per non pensarci. Si dice che gli africani sono sereni e non conoscono malattie mentali. E’ falso, le malattie mentali esistono, non come in occidente per il ritmo pazzesco della vita, ma per l’ansietà del mistero che ci circonda. Il fatto è che i matti non si vedono molto in giro: ci sono vari modi per occultarli, compresa l’eliminazione fisica”.
Il felupe, come altre etnie, non concepisce la morte o la malattia come un fatto naturale, che prima o poi capita: tutto è dovuto agli spiriti cattivi, quindi bisogna cercare il responsabile che ha provocato negativamente questi spiriti.
Ecco il caso descritto da Bruno Maffeis, un etnologo che è stato tra i felupe a studiarne la loro vita.
“Ad ogni morte segue l’interrogatorio del cadavere per scoprire chi è il colpevole di que1la morte, che può essere il defunto stesso (se ha violato un tabù), oppure un parente, un vicino di casa, un estraneo.... La comunità vuol sapere chi è il responsabile e procede all’interrogatorio. Il cadavere è messo su una portantina portata a spalle da quattro uomini. Ha inizio l’interrogatorio: tutti gli astanti si pongono in cerchio, al centro la portantina. Alcuni del clan del defunto rivolgono a turno delle domande al cadavere (sei morto perchè hai violato il tale tabù? perchè hai rubato il riso a quei tale? ... ). Per rispondere affermativamente il cadavere avanza velocemente verso l’interrogante; se il cadavere arretra, la risposta è negativa; se la portantina ondeggia sul posto, la risposta è dubitativa. Se il cadavere vuol additare persone o luoghi, avanza velocemente nella loro direzione”.
“Questi rapidissimi e ben finalizzati spostamenti del cadavere - continua Maffeis - nella mente dei felupe sono effettuati dagli antenati, che legano una corda alla portantina e la trascinano o la fanno arretrare secondo le risposte. I quattro portatori sono strumenti passivi.
A proposito di questo interrogatorio, molte cose andrebbero chiarite. Anzitutto: c’è perfetto sincronismo fra i quattro portatori. E’ dovuto ad accordo previo? Non può essere, perché essi sono scelti fra centinaia un attimo prima della cerimonia e non c’è quindi tempo per un accordo. E poi le domande sono talmente tante e disparate (l’interrogatorio può durare anche due ore). C’è ampio spazio alla possibilità di spiegazione di ordine pico-dinamico. I felpe, come ogni altra popolazione a livello etnologico, che vivono in così stretto contatto con la natura, hanno insospettate forze psichiche”.
Dall’interrogatorio del cadavere salta fuori il colpevole. Ad esempio che l’individuo è morto perché suo fratello è diventato cristiano. Allora saltano fuori le vendette, le punizioni. A volte sono motivi stupidi: tutti li accettano anche se nessuno ne è convinto. Tutti dicono di si in pubblico, ma in privato dicono che sanno che non è vero. Però nessuno osa dire il contrario e opporsi alla punizione del colpevole. La ricerca di cause morali, di trasgressione di tabù, di peccati personali, diventa angosciosa per tutti.
Si possono notare, in questo interrogatorio del morto felupe, sia le analogie che le differenze, con la tribù dei balanta.
Quando nei primi anni ‘70 mio cugino Maurizio Fioravanti, padre missionario del PIME, partì per la Guinea Bissau, devo onestamente riconoscere che ho dovuto sfogliare l’indice dell’atlante per andare a controllare dove questo Paese si trovava esattamente. E credo che a molti succeda la stessa cosa.
Così è nata un pò di curiosità nei confronti di questo piccolo territorio, curiosità accresciuta sempre di più in questi anni dai resoconti dei missionari e dai racconti di persone che ci sono state.
Da queste testimonianze e dal mio viaggio ne esce fuori in definitiva che la Guinea Bissau è uno dei paesi più poveri e arretrati della terra, con delle popolazioni ai primi passi dell’ingresso nel mondo moderno, con uno Stato ancora quasi del tutto privo di strutture produttive e assistenziali funzionanti.
“Ma ci sono anche motivi più specifici d’interesse per la Guinea Bissau” - dice padre Piero Gheddo - “Il fatto che il paese sia ancora praticamente incontaminato, agli inizi di un cammino di coscienza nazionale e di sviluppo economico-tecnico moderno, lo rende particolarmente significativo per comprendere le radici profonde, culturali, tradizionali, del sottosviluppo africano.”.
Sembra strano questo stato di cose se pensiamo che la prima colonizzazione portoghese risale alla fine del XV secolo, anche se limitata ad alcuni punti sulla costa, con l’interno del territorio completamente abbandonato fino ad oggi tanto che, tuttora, entrare nelle regioni interne di questo piccolo paese è estremamente difficile per la quasi totale inesistenza di strade.
Ma come li ho trovati e come vivono i guineani? Sono cordiali, accoglienti, senza complessi verso il bianco e diventano subito simpatici. Vivono praticamente di niente. La gente nei villaggi è abituata a pensare solo al momento presente. Se oggi mangiano, non si preoccupano del domani: il concetto del lavoro è legato alle necessità immediate. “Il non pensare al futuro - secondo padre Gheddo - potrebbe essere indice di imprevidenza, ma è semplicemente la cultura di sussistenza a cui sono abituati secondo la tradizione. La vita dei villaggi cambia lentamente o forse non cambia affatto: è bloccata dalla tradizione, dagli anziani, che non accettano nulla di nuovo, anche in campo agricolo”. Quando qualche missionario semina nuove piante, sono scettici perché convinti che non cresceranno mai. Ed anche quando queste piante sono cresciute rimangono dubbiosi anche di fronte all’evidenza, forse pensando in cuor loro che sia opera degli spiriti maligni.
Il territorio della Guinea Bissau è potenzialmente ricco eppure non basta neppure a mantenere la scarsa popolazione. Si deve importare riso (principale alimento) almeno per le città, perché le campagne non ne producono abbastanza. Eppure c’è terra, acqua, sole e la densità della popolazione è solo di 25 abitanti per Kmq.
La prima cosa da fare per lo sviluppo sarebbe il cambiamento di questa mentalità tradizionale, di conservazione, di economia di sussistenza, ad una mentalità progressista che accetti le novità.
In questa cultura di sussistenza, distribuire cibo e oggetti di consumo in modo gratuito non è educativo. Certo, intervenire in questo modo nei casi di carestie o alluvioni può avere una valida giustificazione ma poi basta. In Guinea Bissau come in quasi tutta l’Africa non è facile aiutare e creare condizioni e mentalità di sviluppo. Non si tratta di quantità di aiuti, ma di qualità, del modo di aiutare educando, per rendere il popolo protagonista del proprio sviluppo.
Occorre che i progetti fatti dagli europei siano a dimensione umana, ma soprattutto bisogna che sia la gente locale a farli propri. Altrimenti falliscono prima di essere iniziati, se non addirittura fanno più danni che utilità alla gente. Questo in quanto, anche se danno un beneficio economico, possono usare violenza contro un popolo, creando complessi, dipendenze, rotture traumatiche in comunità che vivono una vita tutto sommato equilibrata e serena.



Bissorà, 4 maggio 1989

Paolo carissimo
Spero che questa mia ti trovi in ottima salute, come pure Elisabetta e figli.
Non pensare che dal tuo rientro in Italia a oggi la Guinea sia molto cambiata, anche se c’è Rosa che cresce e comincia a fare discorsi che lei solo capisce. Sabado, giorno dopo giorno, migliora i suoi piatti. Djon sta raspando un mobiletto scolapiatti sua opera prima. Le suore ed io siamo sempre di corsa.
Ieri sono stato allo “choro” (festa del funerale) di quel vecchio che andammo a trovare dove c’era il pozzo e le donne avevano fatto l’orto.
Ho portato 5 litri di grappa di canna da zucchero e sono tornato con una coscia di vacca. E’ stato interessante e a te non sarebbero bastati venti rollini. Sarà per quando vieni con Elisabetta.
Mamma mia mi ha scritto che dovevi andare in parrocchia a proiettare le diapositive. Visto che hai già fatto il libro di foto, sono in attesa di riceverlo.
Le foto che hai mandato le ho distribuite. Prova ad indovinare quale è piaciuta di più?
Siamo alla fine del secco e speriamo che le piogge arrivino in fretta per rinfrescare l’atmosfera. Nel pomeriggio il termometro si piazza sopra i 40° e ci sta qualche ora. Nella notte c’è ancora un pò d’aria, ma quando smetterà pure quella, addio dolce dormire.
Ti ringrazio dei soldi che mi hai mandato. Fammi sapere notizie di casa tua. Saluti a zio Gigi e zia Elena e ad Andreina.

Un abbraccio.
p. Maurizio
Da “IL MESSAGGERO” del 28 gennaio 1990

BISSAU - Un concentrato d’Africa. Il Papa lo ha trovato ieri in Guinea Bissau piccolo Stato. Qui Giovanni Paolo II ha rivolto un appello per i diritti umani e la solidarietà tra i popoli in un paese il cui regime opprime le libertà fondamentali.
Il Pontefice s’è imbattuto in un ‘concentrato d’Africa” perchè in Guinea Bissau, a pochi chilometri dalla costa, ci si imbatte nel continente dei tempi passati, s’incontrano popolazioni che muovono i primi passi dell’ingresso nel mondo moderno e si può constatare l’inesistenza di strutture produttive ed assistenziali, dopo cinque secoli di sfruttamento coloniale portoghese e quindici di regime marxista a partito unico.
Soprattutto la Guinea Bissau è un concentrato di ciò che Est ed Ovest non dovevano fare in Africa. E’ la prova del fallimento dell’ideologia collettivista. Il presidente Joao Bernardo Vieira che, nell’80, con un colpo di Stato, mise fine al regime oppressivo e sanguinano di Luis Cabral (fratello di Amilcar) impiantandone uno più moderato, sta cercando ora di sganciarsi dall’alleanza con i “popoli fratelli” del socialismo reale per aprire all’Occidente, concedendo libertà economiche.
Ma Bissau è anche il cimitero dei mega-progetti assistenziali dei Paesi europei occidentali. Lungo l’autostrada che conduce all’aeroporto, c’è una sorta di città industriale fantasma con una catena di montaggio per Citroen a due cavalli, donata dalla Francia, una fabbrica di camicie, vestiti, regalo dell’Olanda, un cementificio costruito dall’Italia e un laboratorio di medicine, messo su dagli svedesi. Queste fabbriche, come altre nella zona portuale, o non hanno mai funzionato o lo hanno fatto per appena sei mesi. E stanno lì sotto la polvere, con i capannoni cadenti e i cancelli spalancati.
Alla Guinea Bissau serve soprattutto di uscire dall’economia di sussistenza non con progetti grandiosi ed inutili, ma con un cambio di mentalità, verso una cultura di evoluzione. Perciò il Papa, nel suo primo discorso ai guineani, ha detto che bisogna investire tutto sull’educazione, purché non sia ideologizzata. Se si è affacciato più tardi dal balcone del palazzo presidenziale a salutare la gente, compiendo un gesto simbolico che evidentemente, stava a cuore a Vieira, il Pontefice non ha mancato di toccare, durante la Messa nello stadio nazionale (costruito e gestito dai cinesi), il tema della “inviolabile dignità della persona umana”, la necessità del “superamento di ideologie statiche e condizionanti”. Pur dando atto che la Chiesa cattolica nel Paese (appena il 7% della popolazione) gode di “pace, tolleranza e rispetto”. L’ex elettricista Vieira, capo del partito filosovietico, recentemente ha mandato a morte sei oppositori e fatto imprigionare e torturare una trentina di avversari. Esiste all’estero il “Movimento di Bafatà”, non violento, che spera di far cadere entro cinque anni il regime attuale sull’esempio dei popoli dell’Est europeo. Nel lasciare Capo Verde - anche il presidente Pereira è un marxista, ma dal colore ideologico molto blando - il Papa ha fatto allusione al crollo dei regimi comunisti in Europa affermando che “sono caduti gli idoli dai piedi di argilla”. E’ questo un ripensamento biblico al sogno del re babilonese Nabucodonosor che vide un’enorme statua di metalli preziosi ma dai piedi di ferro e di argilla andare in frantumi. Era la prefigurazione del crollo del suo regno.
Stamani dal lebbrosario di Cumura, a nove chilometri da Bissau, il Papa rivolgerà un messaggio nell’odierna giornata mondiale per i malati di lebbra.
Da “IL MESSAGGERO” del 29 gennaio 1990

BISSAU - “Anche questa è mancanza di libertà!”. Dinanzi ad una scena di ordinaria miseria guineana, in un tugurio nero e fetido nella boscaglia vicino a Bissau, il Papa ha esternato a voce alta un pensiero che gli ritorna spesso in questi giorni. La miseria, la fame, le malattie e la mancanza di educazione e di assistenza, imprigionano il Sud del mondo come in un lager che priva della libertà alla stessa stregua delle cortine e dei muri che vengono abbattuti nell’Est.
E’ stata una decisione improvvisa quella di recarsi a visitare una capanna ad alcune centinaia di metri dal lebbrosario di Cumura, una decina di chilometri fuori Bissau. Giovanni Paolo II ha fatto fermare l’automobile ed è entrato nella catapecchia della famiglia N’Damicò, composta da due genitori con quattro figlie, alcuni nipotini scorazzanti o aggrappati alle spalle delle mamme e all’interno un nonno rinsecchito seduto su un letto. Nella stanza senza finestre, non c’erano mobili, ma solo il letto, alcune pietre ed un paio di sacchi con le provviste sul pavimento sterrato. Il Papa ha detto quella frase al vescovo Settimio Ferrazzetta (un frate francescano veronese qui da 35 anni) ed ha salutato la famigliola mentre la piccola folla di donne e di bambini gli si è accalcata intorno per salutare spingendolo quasi, di saluto in saluto, ad entrare in un’altra capanna.
In confronto, il lebbrosario di Cumura e apparso lindo, ordinato, immerso nel verde, come un residence. Qui, quella che per secoli è stata la malattia maledetta ed accompagnata dalla più disumana emarginazione, è curata con tanta solidarietà e in un clima di famiglia dai francescani veneti, da suore e da volontari italiani specialmente dell’associazione “Amici di Raoul Foilereau” di Bologna. Cinquecento malati passano ogni anno tra i bianchi padiglioni che ne ospitano una sessantina per volta, provenienti anche dalle nazioni vicine.
La giornata mondiale per i malati di lebbra il Papa quest’anno l’ha dunque celebrata sul campo stringendo mani senza dita, carezzando bambini mutilati, confortando i convalescenti di questo lebbrosario. Alla direttrice dell’ambulatorio, suor Maria do Carmo, il Papa ha consegnato il messaggio per questa giornata mondiale: “Le cifre della diffusione della calamità - vi è detto tra l’altro - confrontate con la modesta entità delle risorse necessarie per distruggerla definitivamente, non possono non essere considerate come uno scandalo per l’intera comunità internazionale”. Si calcola che i lebbrosi nel mondo siano ancora oggi 15 milioni, appena un quarto dei quali curati.
Giovanni Paolo II si è poi trasferito a Bamako, capitale del Mali, nazione estesa quattro volte l’Italia (due terzi della superficie sono deserto del Sahara) ma con una popolazione di 9 milioni di abitanti.
Ottobre 1990

Ogni 4 anni i missionari del Pime possono rientrare in patria per un periodo di 4 o 5 mesi, per riposarsi ed eventualmente partecipare a dei corsi di aggiornamento. Quest’anno è capitato a mio cugino Padre Maurizio. Ovviamente non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione per riabbracciarlo e parlare un pò con lui di questo suo grande amore che è la Guinea Bissau.
La prima cosa che mi incuriosiva sapere era la reazione dei Balanta alla mia “fuga”.
- “Maurizio, mi devi raccontare una cosa che mi sta particolarmente a cuore e che mi hai accennato nella lettera e cioè che quelli stanno ancora ridendo perchè improvvisamente sono scappato dalla Guinea per tornare da mia moglie”. Maurizio scoppia a ridere e si rivolge a Elisabetta, presente anche lei all’incontro.
- Ma che marito ti sei scelto, ma che marito così attaccaticcio, lo conoscono pure in Africa! e aggiunge “Per loro è una cosa strana, certo che è una cosa strana. C’è un altro rapporto, è diverso, per loro la moglie è una necessità, non è un rapporto tra due. C’è qualche cosa, anche amore, ma è diverso torno a ripeterti. L’uomo e la donna mica escono insieme. Se escono insieme sono presi in giro. Immagina cosa pensano di te che sei scappato per tornare da tua moglie. Però hai visto, ci hai azzeccato, ti sentivi evidentemente qualcosa”.
- “Si anch’io sentivo la stessa cosa” ribatte Elisabetta aggiungendo “e poi era aggravata dalla mancanza di comunicazioni, dal fatto che era la prima volta che stavamo lontani e poi erano le feste di Natale”.
- “Senti Maurizio, prima o poi vorrei portarcela Elisabetta laggiù, puoi ospitarci?”
- “Certo, se ha coraggio, se è come te però ... ed i figli?”
- “Ma, pensiamo di venire nel gennaio ‘92, dopo il Natale comunque”.
- “Ah certo, passi il Natale con i figli, si capisce. Vi consiglio però di non passare per Dakar ma volare con la compagnia portoghese TAP facendo scalo a Lisbona, la trova più comoda”.
- “Maurizio, hai sempre Sabado come domestica?”.
- “Sabado adesso fa la lavandaia da me, viene una volta alla settimana, dopo che ha lavato una camicia per tre volte, ci metti una mano dentro e ti passa dall’altra parte! Attualmente come cuoca ho un’altra donna che si chiama anche lei Sabado (come sai spesso si chiamano come i giorni)”.
- “Mi risulta che sia anche scappata di casa la Sabado che conosco io”.
- “Si c’erano dei problemi con il marito. Lui è geloso da morire. La donna balanta è contenta che il proprio uomo sia geloso, vuoi dire che ci tiene. Il marito che non picchia la moglie ogni tanto vuoi dire che non si interessa di lei. Sabado è scappata comunque perchè il marito andava dicendo in giro che lei se la faceva con un altro, la svergognava da tutte le parti, e lei se ne è andata da una sorella. Il marito è andato a prendersela e sono di nuovo insieme, tanto che due mesi fa è nato il quarto figlio”.
- “La dottoressa Gioia è sempre all’ospedale di Bissorà?”.
- “No, è a Farim e tra poco, avendo fatto carriera, passerà a livello nazionale”.
- “Sulla visita del Papa, cosa mi dici?”.
- “Sulla visita del Papa c’è da dire che è stata una sfacchinata la preparazione per una visita lampo. Da Bissorà sono partite 120 persone con camions ed erano tutti molto contenti”.
Mentre vedevamo le fotografie ho chiesto se era possibile portare un bambino in Italia, non con il solito sistema dell’adozione, ma semplicemente mantenerlo agli studi per poi tornare dai suoi, al proprio paese. La risposta è stata negativa. Non tanto dal punto di vista burocratico, quanto dal fatto che, una volta assaporato il benessere, assimilato il tenore di vita occidentale, non vogliono più tornare alle origini e cadrebbe lo scopo. Convengo con questa tesi.
- “La vita in questi due ultimi anni è tale e quale o è migliorata?”.
- “Tale e quale, anzi peggiorata” ribatte Maurizio “è peggio per la scuola e la sanità. Le scuole sono quasi tutte chiuse. La sanità è zero. Non me ne parlare proprio della sanità di base! Le medicine ora si devono pagare. Può succedere quindi che anche quelli che avrebbero le possibilità economiche per acquistarle, vengono in missione a prenderle a titolo gratuito e poi magari se le rivendono”.
- “Ma gli altri, quelli che non hanno assolutamente nulla, come fanno a comprare qualsiasi cosa?”.
- “Pare che ci riescano. E poi anche se non ci riescono, perché non hanno soldi, allora li vanno a chiedere ad altri e nessuno può dire di no e questo perché “Se domani dovesse succedere a me, se anch’io dovessi averne bisogno?” si domanda l’eventuale prestatore. E si aiutano così tra di loro. La gente del villaggio riesce sempre a sopravvivere, però questo tipo di solidarietà sta finendo anche là, finisce quando comincia ad arrivare la moneta.
E’ proprio così, anch’io ho sempre sostenuto che il denaro è la causa principale di tutti i mali.
Volevo poi sapere come si era sviluppata la questione dei pozzi e degli orti, che tanto gli stava a cuore, una questione di grande importanza per la vita dei villaggi anche se i suoi abitanti non sembrano rendersene conto abituati come sono per generazioni a farne a meno.
- “La situazione degli orti mi preoccupa un pò” - dice - “deve essere cambiato il sistema. Le donne che coltivano l’orto si demoralizzano perchè, una volta che un frutto o un ortaggio vengono a maturazione, chiunque passa da quelle parti se lo prende e se lo porta via. E loro non possono vietarlo, anche questa è tradizione. Per evitare questo fatto occorre fare degli orti comuni, non proprietà del singolo. In questo caso il coltivatore può rifiutarsi di dare il prodotto della terra perchè non è suo, per esempio è della missione. Altrimenti non è possibile rifiutarsi, in Guinea è tutto in comune, tutto è dovuto. Se non dai una cosa a qualcuno, questi va da un altro e gli dice “Guarda quello che tirchio, guardalo là, non vale niente, è un disgraziato”, e viene screditato agli occhi di tutti, macchiandosi di una colpa gravissima”.
- “Ma almeno collaborano con te, ti aiutano?”.
- “Si, abbastanza, per esempio per i pozzi gli insegno a fare il primo anello e poi proseguono loro, tranne che i lavori vanno un pò a rilento perchè dicono che hanno da fare altre cose.
- ‘E’ vero questo, o sono scansafatiche?”.
- “No, in parte è vero. Ci sono periodi in cui c’è lavoro intenso, un pò prima delle piogge, in cui preparano i campi per il miglio, il riso, un tipo di sorgo che chiamano sempre miglio, i fagioli, le arachidi e altre cose. Diciamo verso maggio fine alla fine delle piogge. Poi alle fine delle piogge comincia il periodo del raccolto, fatto questo lasciano seccare un pò i vari prodotti e si dedicano all’immagazzinaggio. Li portano a casa, battono le cose che devono battere come le arachidi e fanno dei fasci per il miglio. Questo si verifica a fine gennaio-febbraio. Poi sono più liberi anche se hanno sempre qualcosa da fare. In Guinea c’è la cosiddetta coltura itinerante. Non si semina sempre nello stesso campo. Quando il campo diventa povero, perchè non c’è la concimazione, vanno a tagliare un altro pezzo di foresta, bruciano e seminano lì. Intanto, però, si recupera il vecchio campo. Quindi è un ciclo. Si potrebbero fare, organizzandoli bene, cicli di coltivazione e limitare un p6 di più il danno che si fa alla foresta. Solo che la foresta la bruciano tutta, lavoro o non lavoro. Eppure è un fatto strano, ancor prima delle piogge, quindi ancora con il secco, si notano le piante germogliare, i fiori più belli rifiorire. Riprendendo il discorso di prima, cioè quello di cambiare il piano, cambiare il sistema, farei per primo il pozzo, poi la farmacia di villaggio, ove possibile, poi la scuola ed infine l’orto comunitario. Adesso vorrei iniziare questo tipo di esperimento nel villaggio di Kn’haque che è abbastanza vicino alla missione.
Parlando di questo villaggio mi è venuto in mente il vecchio che conobbi nel mio viaggio e che purtroppo morì di lì a poco. Così il discorso è scivolato sulla morte e sui fatti attinenti ad essa.
- “Dove hanno sepolto il vecchio?” faccio incuriosito.
- “Ti ricordi lo spiazzo? Appena si entra dentro, sulla sinistra c’è una stalla che sta ad indicare lo spirito della fecondità, sulla destra come hai visto ci sono dei pali a forma di forca, quello è il posto degli antenati, il luogo dove fanno i sacrifici per loro, ed in quel luogo è stato seppellito il vecchio”.
- “Ed è in quel posto che hanno sepolto il padre, il nonno e così via?”.
- “No, non è detto, anch’io delle volte mi faccio delle idee che poi vengono smentite dai fatti. Prima pensavo che fosse diverso, per esempio che i bambini li seppellivano dentro le case, nelle verande. Non è sempre così”.
- “Ma perchè, è un segreto?” ribatto incuriosito.
- “No, il luogo dove lì mettono non è un segreto, lo fanno vedere a tutti. Quello che è segreto sono determinate cerimonie che fanno agli antenati che solo quelli che discendono da quell’antenato sanno. Non lo sanno neppure tra di loro. Quello che fa una famiglia, un’altra non lo sa. Ma questo succede un po dappertutto: chi è che va a raccontare i fatti propri agli altri?”.
- “Ma questi fatti concernenti la tradizione ti interessano?” faccio io, pensando magari di annoiarlo.
- “Si mi interessano molto. E’ una ricerca che faccio da sempre da quando sono laggiù. Arrivi ad una conclusione, poi vedi che sbagli e ritorni indietro ricominciando tutto daccapo. Piano piano si scoprono le cose. Poi non le scrivo neppure, ho intenzione di farlo un domani, quando sarò vecchio.
Lì è diverso più che altro il concetto di vita, la vita è un qualcosa che continua, non è la fine. Poi magari, se ci pensiamo bene, è un concetto uguale a quello del cristianesimo”.
- “Quindi a loro potrebbe non dispiacere tanto morire”.
- “Di morire non fa piacere a nessuno, però non se ne fanno un problema, sanno che morendo vanno dall’altra parte, che si uccidono le vacche e si ritrovano all’aldilà con le vacche e con le ricchezze che avevano nella vita terrena”.
- “Ma tutti quelli che muoiono, magari avendo superato tutte le classi di età, vanno nel loro “Paradiso” se così si può chiamare?”
- “Mica sempre, se è buono, se è bravo, se ha fatto del bene, allora sì”.
- “Chi lo decide?”
- “Tutti lo sanno. Se è stato generoso, se si è dato da fare per la famiglia e per gli altri, se è stato capace di rubare in gioventù, allora va con gli antenati. Se invece per l’opinione pubblica non vale niente allora diventa spirito cattivo che vaga nella foresta”.
- “La stessa cosa si verifica per le donne?”
- “Sì, anche per loro, tranne che non si portano le bestie nell’aldilà”.
- “E la donna cosa ha di diverso rispetto all’uomo per quanto concerne il funerale?” - chiede Elisabetta.
- “Per la donna fanno sempre la stessa festa con un cerimoniale diverso. La differenza è che non viene sepolta nel luogo dove si è sposata ma a casa dei parenti di origine”.
- “I parenti del morto si disperano, sono in qualche modo affranti per la perdita del congiunto?” - domando.
- “Qui bisogna fare una distinzione. Se il bambino o il giovane muore la madre non si dà pace fino al momento della sepoltura, poi nessuno deve più parlare di lui. Addirittura ne eliminano eventuali fotografie. Come ben sai i giovani che non hanno ancora fatto la circoncisione durante il fanado non possono andare con gli antenati. Fanno allora determinate cerimonie per farceli andare o altrimenti questi si reincarnano.
A questo proposito vi racconto un fatto successo davanti ai miei occhi. Un vecchio muore. Fanno un bel funerale, una bella festa. Dopo qualche giorno il figlio si ammala, comincia a tossire continuamente ed a me sembravano chiari i sintomi della tubercolosi. Lo volevo portare in ospedale, almeno a fare delle analisi. Quando ormai l’avevo quasi convinto per andare in ospedale si rifiuta. “No, non vengo perché il Djambakos (stregone buono) mi ha detto che non è una malattia ma dipende dal fatto che quando è stato sepolto l’uomo grande non abbiamo fatto le cose per bene, non ci abbiamo messo i piatti, la coperta ed altre cose per cui lui ora, di fronte agli altri vecchi, si vergogna in quanto gli altri mangiano nei piatti e lui no, lui deve mangiare su una foglia di palma”. Allora hanno messo di nuovo tutti questi oggetti mancanti nella tomba del vecchio e suo figlio è immediatamente guarito, neppure un colpo di tosse. Incredibile ma vero! E questi fatti succedono spesso”.
“C’è ancora da dire che ci sono due momenti per il funerale: c’è il funerale vero e proprio che consiste nella sepoltura del morto. In seguito c’è la festa dello “choro”, quando uccidono il bestiame, che può verificarsi dopo pochi giorni come nei Balanta Kentoe o anche dopo anni come nei Balanta Defora. Credo che dipenda anche dal fatto di avere o di racimolare riso e carne sufficienti per tutti, per fare insomma bella figura. Ci sono delle regole ferree nella distribuzione della carne macellata. Il tale pezzo è per gli uomini grandi, il tale pezzo è per gli uomini giovani e le interiora sono per le donne. Spesso questa carne va a male a causa del clima eppure loro la mangiano lo stesso avendo ormai degli anticorpi. Delle volte la carne viene anche affumicata o messa sotto sale per una più lunga conservazione”.
- “Ma vedi, Paolo” - continua - “spesso mi chiedo se sia stato un bene o un male scoprire questa gente. Forse era meglio come stavano prima, per lo meno non c’erano classi sociali, i Balanta addirittura non hanno neppure un capo. Tutto sommato come tipo di società quella Balanta non è stramba, a pensarci bene, non c’è nessuno isolato, perfino quelli con handicap, i poliomelitici, i ciechi, i malati di mente sono assistiti. Soltanto che devono stabilire da che cosa dipende il malanno, quale ne è stata la causa. Se reputano che la malattia non dipende da un male reale ma è una punizione dello Spirito per una cosa fatta male o da un peccato commesso allora vengono abbandonati a se stessi”.
- “Maurizio, c’è stato un periodo della tua vita, in questi 18 anni che hai trascorso in Guinea, di sconforto, dove magari ti sei posto la domanda: ma chi me lo ha fatto fare?”.
- “No, fino a questo punto no, qualche volta può succedere che alla sera dico: che barba!”.
Ciao Maurizio, speriamo di rivederci presto, magari in Guinea Bissau!
buona lettura
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