SILONE, CELESTINO V E DANTE

 

bullet
IL RITRATTO DI CELESTINO V ATTRAVERSO L'ULTIMO ROMANZO DI SILONE

bullet
L' "OPINIONE" DI DANTE

bullet
BRANI TRATTI DALL' "AVVENTURA DI UN POVERO CRISTIANO"

 

IL RITRATTO DI CELESTINO V ATTRAVERSO L'ULTIMO ROMANZO DI SILONE

L' "Avventura di un povero cristiano" è l'ultimo libro che Ignazio Silone ci ha lasciato.
Con quest'opera lo scrittore abruzzese raggiunge il vertice di un cammino cominciato con "Fontamara" e proseguito attraverso gli altri romanzi, dove presenta uno scontro tra personaggi che sono portatori di idee, coscienze che sovrastano la persona e alzano il loro patimento, il loro rigore, le loro conquiste davanti alla politica e alla storia, alla quotidiana commedia dell'autorità e del potere.

E' importante sottolineare come quest'opera sia stata scritta in forma teatrale per attingere definitiva efficacia e per evidenziare il grande contrasto di idee e di comportamenti che segna due importanti figure, due antichi Papi: Celestino V e Bonifacio VIII.
Il "povero cristiano" del titolo è infatti Pietro da Morrone, un frate eremita che viveva in una grotta alle pendici della Maiella, eletto nel 1294, dopo 27 mesi di conclave, venne eletto Papa. Solo tre mesi dopo lo stesso frate deciderà di abdicare per la prima volta nella storia della Chiesa.

Dopo la sua improvvisa nomina Pietro Angelerio scende dai regni della coscienza e dell'utopia lungo i sentieri del mondo di cui non conosce nulla e nel quale si muoverà con impaccio per poi ritirarsi.
Queste difficoltà sono causate dal suo atteggiamento secondo il quale rifiuta di abbandonare le proprie abitudini; per esempio rifiuta di salire a cavallo preferendogli il suo asino, continua a dormire per terra e si ritira spesso in preghiera.

Ma, come già detto, questa sua semplicità si infrangerà contro la corruzione e l'avidità di potere presenti nella Chiesa.
Celestino V rimane innanzitutto deluso dai morronesi che continuano a chiedergli concessione, aiuti ed elargizioni; inoltre è sempre più turbato dagli inganni di una curia veniale.

A proposito di questo argomento, è interessante notare l'opposizione del pontefice di fronte alla firma di una lettera scritta in latino, lingua ufficiale della Chiesa non compresa dal pontefice.

 

La risposta di Celestino ricorda molto l'obiezione che Silone fece durante l'VIII Plenum dell'Internazionale di fronte alla richiesta di condanna della lettera di Trockij.
Questa analogia si può comprendere completamente se analizziamo i dialoghi tra Celestino V e l'allora Cardinal Caetani, futuro Papa Bonifacio VIII, nei quali emerge la personalità del frate abruzzese.

Egli ha la virtù di chi antepone la coscienza al potere politico e si eleva perciò sulla corruzione del suo tempo, che invade ogni sfera civile ed ecclesiastica.
Celestino è un esempio della forza genuina che sgorga dalla parola stessa di Gesù e che si oppone alla Chiesa rappresentata essa stessa come un partito che chiede ai suoi seguaci il prezzo altissimo dell'anima.


WB01339_.gif (1535 byte)

 

L' "OPINIONE" DI DANTE


Anche Dante Alighieri, nella Divina Commedia, parla di Celestino V.
Nel canto III dell'Inferno si legge:

"Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto."

Secondo la maggior parte dei critici l'ombra cui si riferisce il poeta è quella del frate abruzzese.
Come si è potuto capire dalla terzina sopracitata, Dante condanna Celestino all'Inferno collocandolo tra i pusillanimi; inoltre l'accusa di viltà rivolta al pontefice è stata spiegata attraverso due argomentazioni.

La prima sostiene che il poeta fiorentino, poiché era un fermo difensore della struttura temporale della Chiesa, ritiene vile il gesto del rifiuto compiuto dal frate morronese.

La seconda argomentazione è di carattere storico.
I Guelfi e i Ghibellini, che prendono il nome da due famiglie tedesche, erano due partiti che si diffusero nella Firenze del XIII secolo al tempo della lotta per la corona imperiale fra Federico II di Svevia e Ottone IV, appartenenti alle due casate tedesche.


I Ghibellini furono sostenitori della causa imperiale, mentre i Guelfi del papato. Questi ultimi si divisero a loro volta in due fazioni. quella dei Bianchi e quella dei Neri.
I Neri, che rappresentavano la borghesia, furono appoggiati da Carlo di Valois e dal Papa Bonifacio VIII nella lotta contro i Bianchi che, una volta sconfitti, furono costretti all'esilio; tra questi vi era anche Dante.

Questo quindi può spiegare come il poeta toscano vede nella rinuncia di Celestino V l'inizio dell'ascesa alla carica di pontefice di Bonifacio VIII che gli procurò l'esilio.



WB01339_.gif (1535 byte)

 

BRANI TRATTI DALL'AVVENTURA DI UN POVERO CRISTIANO



CELESTINO RESTA LEGATO ALLE SUE ABITUDINI

Messo regale

Sono stato incaricato da Sua Maestà re Carlo di mettermi a disposizione di Vostra Santità per ogni occorrenza. Supplico la Santità Vostra di non disdegnare i miei servizi.
Ai piedi di questa salita ho già fatto apprestare, per il viaggio di Vostra Santità fino all'Aquila, un magnifico e docile cavallo bianco, tutto bardato di rosso, con un esperto palafreniere.

Fra Pietro

Vi ringrazio. Devo però dirvi che la mia cavalcatura preferita, quando la distanza non mi consente di camminare a piedi è l'asino.........Sento che se cominciassi a prediligere il cavallo all'asino, le belle vesti di seta al panno ruvido, la tavola riccamente imbandita all'umile desco senza tovaglia, finirei col pensare e sentire come quelli che vanno a cavallo, vivono nei salotti e banchettano.


I MORRONESI DELUDONO PAPA CELESTINO

Celestino V

(Rivolgendosi ai due frati presenti con lui nella stanza)
Avete letto queste altre richieste dei nostri di Sulmona e di Atri? Avete visto sin dove può arrivare l'ingordigia dei nostri priori e abati?
(Il papa è preso da profondo scoramento, poggia gli avambracci sul tavolo e vi reclina sopra la testa)
Essi esagerano. Ho già dato alla congregazione larghissimi privilegi. Ho incorporato ai suoi monasteri chiese, terre, selve, pascoli, togliendoli ai vescovi e ad altri ordini religiosi.


IL DOCUMENTO RESPINTO

Segretario

Sono il vostro segretario, sono venuto per la solita formalità della firma.
(Il segretario porge al pontefice un documento)

Celestino V

Di questo documento non vedo la documentazione o il sunto in volgare.

Segretario

Il latino, Santità è la lingua ufficiale della Chiesa......

Celestino V

Avevo stabilito che di ogni documento in latino mi si presentasse un sunto in volgare in modo da averne lettura facilitata.

Segretario

La lettera è stata redatta da Sua Eminenza.......

Celestino V

Voi pensate per caso che il papa debba firmare senza rendersi conto di che si tratta?


CELESTINO V E IL CARDINALE CAETANI

Card. Caetani

Ogni grande amministrazione, per funzionare, ha bisogno di un certo numero di finzioni, senza le quali cadrebbe nel caos.

Celestino V

Anche il papa deve fingere?

Card. Caetani

Come potrebbe essere diversamente? Non si tratta di menzogne vere e proprie, ma di convinzioni..........

Strano, veramente strano. Non immaginavo che potesse esistere un uomo come voi, assolutamente refrattario al senso del potere.

Celestino V

E' una tentazione che anch'io ho conosciuto. Ma, con l'aiuto di Dio, credo di averla vinta.

Card. Caetani

Ne sono assai preoccupato. E' difficoltà grave che, già nel prossimo avvenire, potrà avere conseguenze disastrose per la Chiesa.


Dante Alighieri
(Firenze 5/6.1265 - Ravenna 14.9.1321)

Scrittore. Scarse sono le notizie sui primi anni della sua vita: figlio di Bellincione († 1282), piccolo possidente, e di Bella († 1270-75 ca), attese a studi di retorica e grammatica in Firenze sotto l'influenza di Brunetto Latini, senza tuttavia esserne studente effettivo. Nel 1285 sposò Gemma di Manetto Donati da cui ebbe tre figli, Iacopo, Pietro, Antonia e forse, come primogenito, Giovanni. Negli anni 1286-87 si colloca il soggiorno a Bologna, fondamentale per la sua formazione filosofica e letteraria e per i contatti con l'ambiente poetico locale (G. Guinizzelli). Tornato a Firenze, partecipò alla battaglia di Campaldino (11.6.1289), che sancì il predominio della parte guelfa e più tardi alla vittoriosa sortita di Caprona (16.8). Completò quindi la sua formazione filosofica e teologica frequentando le scuole francescane e domenicane di S. Croce e S. Maria Novella (1291-95 ca). Frattanto nel 1290 era morta Beatrice, incontrata per la prima volta da D. nel 1274, all'età di nove anni, la quale, trasfigurata e allegorizzata, costituisce il fulcro dell'intera opera poetica dantesca a partire dalla Vita nuova (1292-93). Tale opera, costituita da 31 liriche alternate a 42 capitoli in prosa, suggella la prima fase della sua produzione, riassumendo e superando le esperienze del tirocinio poetico precedente, a partire dal Fiore, volgarizzamento in poesia delle parti narrative del Roman de la rose e dal Detto d'amore. Pur risentendo ancora dell'influsso della scuola stilnovistica, se ne distacca per l'accuratezza stilistica che la contraddistingue e per il richiamo a tematiche più propriamente religiose; tema centrale ne è la narrazione idealizzata dell'amore per Beatrice, dal primo incontro fino alla morte che, dopo aver provocato in D. un breve periodo di smarrimento, ottiene di trasformare l'oggetto amoroso in strumento di elevazione morale e religiosa. Di poco posteriore è la Tenzone con Forese Donati (serie di quattro sonetti), di tutt'altro tenore, ma parimenti importante sul piano poetico perché in essa D. si cimenta con impegno e serietà su un registro medio-basso, appropriandosi della tradizione realistica toscana. Al 1295 datano gli esordi di D. nella vicenda politica fiorentina: dopo essersi iscritto alla corporazione dei medici e degli speziali, divenne membro del consiglio speciale del capitano del popolo (1295-96), del consiglio dei cento (1296) e priore (dal 16.6 al 15.8.1300), massima carica della città. Schieratosi a fianco dei Bianchi nella lotta che li opponeva ai Neri, nell'ottobre del 1301 fece parte dell'ambasceria inviata presso papa Bonifacio VIII con il compito di dissuaderlo dalla decisione di mandare a Firenze Carlo di Valois, ufficialmente per sedare gli scontri, in realtà in appoggio alla fazione dei Neri. Mentre ancora l'ambasceria era in corso e D. si trovava a Roma, la situazione fiorentina precipitò vanificando la missione: i Neri si impadronirono del potere e iniziarono una violenta repressione; D. stesso fu accusato di baratteria e multato, e, non essendosi presentato per giustificarsi dall'imputazione, condannato a morte in contumacia (10.3.1302). Da quel momento ebbe inizio il periodo dell'esilio che si sarebbe protratto fino alla morte del poeta che soggiornò a Verona presso gli Scaligeri (1303-4), quindi a Treviso (1304-6) e in Lunigiana (1307-9), cercando inizialmente di mantenere i contatti con i Bianchi fuoriusciti, ma presto, deluso dalla loro inconcludenza, distaccandosene e chiudendosi in un'altera solitudine politica e intellettuale. Le continue peregrinazioni non rallentarono l'attività letteraria: risalgono ai primi sette anni d'esilio il De vulgari eloquentia (1303-4) e il Convivio (1304-7). Il primo è un trattato in latino sul volgare, nel quale, dopo un veloce excursus sulle varietà dialettali italiane, vengono esaminate le qualità dello stile tragico; il testo si interrompe al 14° capitolo del II libro prima che vengano analizzati allo stesso modo lo stile comico e quello elegiaco. Il secondo, pure incompiuto, è un trattato filosofico in volgare in 4 libri, di cui il primo funge da proemio, mentre ciascuno degli altri è incentrato sull'analisi di una canzone dottrinale (Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete, Amor che ne la mente mi ragiona, Le dolci rime d'amor ch'io solia). La notizia della discesa in Italia dell'imperatore Arrigo VII (1310) riaccese in D. la speranza di un ritorno in patria, subito delusa dalla inaspettata resistenza di Firenze e dalla morte improvvisa dello stesso imperatore (24.8.1313). Egli si vide così costretto a ritornare ospite delle corti settentrionali, dapprima presso Cangrande della Scala a Verona (1313-18) e più tardi (1318-21) presso Guido Novello da Polenta a Ravenna, dove, di ritorno da un'ambasceria a Venezia, morì e fu sepolto. Risale a questi ultimi anni la stesura della Monarchia, di datazione incerta, trattato politico in 3 libri che si chiude con l'affermazione perentoria dell'autonomia del potere imperiale e di quello ecclesiastico, l'uno chiamato a combattere la malvagità degli uomini per garantire a tutti la felicità terrena, l'altro additato quale guida per la conquista della felicità celeste; delle due Egloghe (1319-20), componimenti bucolici in latino, di ascendenza virgiliana, indirizzate a Giovanni del Virgilio; e del trattatello Questio de aqua et terra (1320), in cui D., intervenendo in una disputa accademica, sostiene la tesi, allora controversa, che in nessun punto della superficie terrestre l'acqua possa essere a un livello più alto della terra emersa. Soltanto dopo la morte del poeta furono raggruppati nelle Rime i versi non compresi nella Vita nuova e nel Convivio: si tratta di una cinquantina di componimenti stesi lungo l'arco di un ventennio (1283-1304), dai primitivi versi di ascendenza guittoniana, e dalle successive esperienze stilnovistiche, fino alla produzione della maturità che comprende le poesie per la `donna gentile' e per la `pargoletta', le rime `petrose', le canzoni dottrinali e i versi dell'esilio. Infine ci sono state conservate 13 Epistole, fra le quali particolarmente importanti l'XI (1314), indirizzata ai cardinali italiani perché venga eletto un pontefice che riporti la sede papale a Roma, la XII (1315), a un amico fiorentino, nella quale D. esprime il suo netto rifiuto alla proposta di rientrare in Firenze previo pagamento di una multa, e la XIII (1316), a Cangrande, che raccoglie alcune considerazioni a proposito della struttura, del contenuto e della finalità della Commedia.
Bonifacio VIII (Benedetto Caetani) (Anagni 1235 ca - Roma 11.10.1303)

Di nobile famiglia, cardinale (1281), personalità influente della curia, fu eletto successore di Celestino V, che aveva indotto alle dimissioni, il 24.12.1294. Energico sostenitore delle prerogative del suo ruolo, si scontrò con le nuove forze politiche, che non accettavano la libertas ecclesiae e il potere universale del papato che B. cercava di imporre. Piegò la famiglia dei Colonna, che gli avevano rifiutato obbedienza mettendosi a capo degli spirituali, appoggiò invano gli Angioini in Sicilia nella guerra del Vespro, impose Carlo di Valois a Firenze, risolvendo a favore dei Neri le lotte interne della città. Celebrò il giubileo nel 1300. La sua attività politica fu però imperniata sui rapporti con la Francia, dove si scontrò con la politica di Filippo IV il Bello, che cercava di ridurre l'influenza della chiesa nello stato unitario e assolutistico che andava costruendo in Francia. In risposta alla scomunica e alla bolla Unam Sanctam (1302), che definiva la plenitudo potestatis del papa, Filippo inviò una spedizione con Guglielmo di Nogaret e Sciarra Colonna ad Anagni (oltraggio di Anagni, 7.9.1303). B. fu accusato in vita di eresia e corruzione, nonché vittima di una propaganda ben condotta dai suoi nemici; Dante lo pone nell'Inferno tra i simoniaci.
Celestino V (Pietro Angelari da Morrone) (Isernia 1210/1215 - castello di Fumone 19.5.1296)

Papa nel 1294, dal 5.7 al 13.12; santo (festa: 12.5). Eremita, fondatore della congregazione degli eremiti di S. Damiano (chiamati in seguito celestini), succedette a Niccolò IV dopo 27 mesi di vacanza del trono papale, sostenuto da Carlo II d'Angiò che vedeva in lui un docile strumento. Idealista e inadatto al potere, abdicò dopo pochi mesi e fu confinato dal suo successore Bonifacio VIII nel castello di Fumone. Alla sua abdicazione fa probabilmente riferimento Dante (Inf., III, 59-60).
Guelfo

Nel medioevo, chi sosteneva il papa contro l'imperatore, in contrapposizione ai ghibellini. I due termini hanno origine dai due gruppi tedeschi dei Welfen, membri della casa di Baviera, appoggiati dalla Sassonia, e dei Waiblingen, che, dal nome di un castello degli Hohenstaufen, indicava i duchi di Svevia, in lotta nel sec. XII per la corona imperiale. Nel sec. XIII-XIV (la prima attestazione del loro uso è del 1215 a Firenze) i termini passarono in Italia a indicare le due opposte fazioni politiche delle città italiane, l'una sostenitrice del papato (guelfi), l'altra dell'imperatore (ghibellini), in realtà spesso divise da rivalità familiari esclusivamente municipali. Alla fine del sec. XV e nel successivo, dopo la discesa in Italia di Carlo VIII, si dissero guelfi i sostenitori dei francesi e ghibellini quelli dell'imperatore.
Ghibellino

Nel medioevo, chi (o che), in contrapposizione ai guelfi, sosteneva l'imperatore contro il papato.
Carlo di Valois Senzaterra (1270 - Le Perray 1325)

Figlio di Filippo III re di Francia, designato da papa Martino IV alla successione del trono d'Aragona, vi rinunciò nel 1295, in cambio dei diritti sulla Sicilia. Sposò prima Margherita figlia di Carlo II d'Angiò (1290), che gli portò in dote l'Angiò e il Maine e poi Caterina di Courtenay (1301) erede dell'impero latino d'oriente. Inviato da papa Bonifacio VIII a Firenze come arbitro delle rivalità politiche fra Bianchi e Neri, favorì la vittoria di questi ultimi (1301) e decretò l'esilio dei bianchi. Condusse poi una disastrosa spedizione in Sicilia che pose fine alla guerra del Vespro (pace di Caltabellotta, 1312) con il passaggio dell'isola agli Aragonesi. Tentò quindi per due volte, con l'appoggio del fratello Filippo IV di farsi eleggere imperatore.



Risoluzione video
1024X768

Aggiornato il: 01 agosto 2005