La retorica e la liturgia di un patriottismo sacralizzato e militarizzato
Altare della patria
L'ampolloso e retorico monumento fatto innalzare dai Savoia al re Vittorio Emanuele II è il simbolo di una religione laica,
civile e soprattutto militare, che ha le sue cerimonie liturgiche nel rito dell’alzabandiera, nel canto-preghiera dell’inno nazionale,
nel culto dei monumenti ai caduti, nei pellegrinaggi ai sacrari di guerra, nelle parate militari, nei pubblici giuramenti delle reclute.
Una religione che tende a privilegiare l'immagine di una patria in armi, vincitrice o martire
nello scontro con altri popoli, comunque sempre gloriosa; una patria che sembra non avere mea culpa da recitare, neppure
per essersi resa responsabile di guerre di aggressione, di massacri, di persecuzioni, e per essersi identificata con il potere
e gli interessi di un’oligarchia, di un re opportunista e vigliacco, e di un regime liberticida, guerrafondaio e razzista.
Vittoriano, Monumento a Vittorio Emanuele II e bandiera, foto di Nicola Bruni
Il tranquillo seminario di studi sulla “Pace di religione”, promosso dal Movimento per la pacificazione nella scuola,
ad un certo punto fu scosso da una “provocazioncella” del professor Nescampi,
il quale propose di annoverare fra le guerre di religione anche quelle combattute in nome delle religioni della patria.
“Cari colleghi - domandò - mi sapete dire che senso abbia, nella Costituzione di uno Stato laico come il nostro, definire
sacro dovere del cittadino la difesa della patria? Questo concetto presuppone la fede in una religione ufficiale, che non c’è più…”.
"Ma allora - obiettò il maestro Siscordi -
come la mettiamo con l’Inno
di Mameli che attribuisce a Dio
la creazione della Vittoria schiava
di Roma? Non capisco perché i laici
italiani non lo contestino…
E i credenti pure, poiché offende
il Creatore presumendo che voglia
le guerre per far vincere una parte”.

“Suppongo - azzardò la professoressa
Ciguardi - che il giovane Mameli non
si riferisse allo stesso Dio dei cattolici, all’epoca rappresentato in terra
dal papa Pio IX, ma al dio della guerra
Marte, del quale gli antichi Romani
si attribuivano il favore”.
La sacralizzazione della patria
“A me pare invece - replicò Nescampi -
che la sacralizzazione del patriottismo,
fenomeno peraltro comune a quasi tutti
i Paesi del mondo, sia il prodotto
di una religione civile (e soprattutto
militare) della patria, che ne rende
sacro il suolo, sacri e inviolabili
i confini (a meno che non si tratti
di allargarli con una guerra)
e che quindi rende sacro il dovere
del cittadino di sacrificarsi per difenderla
(a differenza di altri doveri… profani,
come rispettare le leggi, fare bene
il proprio lavoro e pagare le tasse).

Una religione laica, iscritta
nella Costituzione materiale dello Stato,
che ha le sue cerimonie liturgiche,
per esempio, nel rito solenne
dell’alzabandiera (paragonabile
all’elevazione eucaristica),
nel canto-preghiera dell’inno nazionale,
nel culto dei monumenti ai caduti,
nei pellegrinaggi ai sacrari (cimiteri)
di guerra, nelle parate (processioni)
militari, nei pubblici giuramenti
delle reclute (cresime).

Una religione che tende a privilegiare
l’immagine di una patria in armi,
vincitrice o martire nello scontro con
altri popoli, comunque sempre gloriosa;
una patria che sembra non avere
mea culpa da recitare, neppure
per essersi resa responsabile
di guerre di aggressione, di massacri,
di persecuzioni, e per essersi
identificata con il potere e gli interessi
di un’oligarchia, di un re opportunista
e vigliacco, e di un regime liberticida,
guerrafondaio e razzista”.
La divinizzazione del re
“Non a caso - proseguì - la monarchia sabauda, che pretendeva di detenere
la corona del Regno d’Italia per grazia
di Dio anche dopo la scomunica papale
del 1870, fece costruire a Roma
un grandioso monumento per celebrare
l’apoteosi (glorificazione divina) del re
Vittorio Emanuele II come Padre
della Patria; celebrazione a cui fu poi
associato il culto della tomba senza croce
del Milite Ignoto, posta ai piedi
della statua di Sua Maestà
nel cosiddetto Altare della Patria.
E non a caso volle che la mole
di quel santuario fosse tanto alta
da sovrastare e nascondere
nel panorama cittadino l’antica
chiesa cattolica dell’Ara Coeli
(Altare del Cielo),
edificata in cima al Campidoglio”.
Roma, la Basilica dell'Ara Coeli sovrastata dal Vittoriano, foto di Nicola Bruni
Roma, la Basilica dell'Ara Coeli
sul Campidoglio sovrastata dal Vittoriano.
Foto di Nicola Bruni
Il culto dei caduti
Sul significato del culto dei soldati
“caduti” (vietato dire “ammazzati”),
intervenne la professoressa Ricordi,
riportando l’interpretazione data
dallo storico Antonio Gibelli, secondo
cui negli anni successivi all’orrenda
carneficina della Grande Guerra
(circa 650mila morti italiani)
fu attuata in Italia una gigantesca
operazione di immagine.
Questa perseguì, e raggiunse
ampiamente, lo scopo di “trasformare
il risentimento in pietà, e la pietà
in orgoglio per la morte santa e nobile”
dei combattenti mandati al macello,
“convertire il lutto privato
in consenso collettivo alla patria”,
ed “evitare che lo sgomento e l’orrore
per la morte di massa sfociassero
in rivolta” contro lo sproporzionato
e insensato sacrificio imposto al popolo
italiano, “per tradursi invece - attraverso
la ritualizzazione del culto dei caduti -
nel culto della nazione”.
Inni nazionali blasfemi
“C’è da osservare - s’intromise
la professoressa Perdoni - che gli inni
ufficiali di altre nazioni in cui per molti
aspetti… non c’è più religione,
continuano a strattonare Dio
dalla loro parte in maniera assai più
blasfema del nostro, incitando all’odio
e alla violenza. Per esempio,
l’inno inglese 'God save the Queen',
che recita: - O Dio Signore, disperdi
i nostri nemici, e falli cadere,
confondi i loro trucchi infantili,
le loro politiche…
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Link con l'articolo di Nicola Bruni I CENTO ANNI DEL VITTORIANO
Chi fu veramente Vittorio Emanuele II
Il Re Galantuomo... sciupafemmine
Lezione a classi aperte, in un’aula magna affollatissima, su
“Vittorio Emanuele II, Padre della Patria”.
Introducendo una conferenza-intervista
dello storico Mangiafuoco, la preside
Bevilacqua invitò gli studenti
a “stringersi a corte,
piuttosto che a coorte come vuole
l’Inno di Mameli, per riflettere
sull’identità nazionale italiana
e sul ruolo della dinastia sabauda
nella sua formazione”.
“E’ molto importante per noi italiani - esordì
il professor Mangiafuoco - sapere quale
fulgido esempio d’italiche virtù fosse
il Padre della Patria, per cercare
di individuare i caratteri distintivi
del nostro popolo riconducibili all’eredità
del suo nobile patrimonio genetico”.
“Cominciamo dall’analisi del sangue
- suggerì Bevilacqua -
che per un re è fondamentale”.
“Il sangue blu di Vittorio Emanuele II,
figlio di Carlo Alberto di Savoia-Carignano
e di Maria Teresa d’Asburgo, risultava
ufficialmente al 50 per cento savoiardo
(cioè franco-piemontese)
e al 50 per cento austro-tedesco.
Ma è probabile che la sua quota
germanica di globuli blu fosse largamente
maggioritaria, se si considera che
la madre di Carlo Alberto era
una principessa di Sassonia.
A meno che...”.

“A meno che - proseguì Mangiafuoco -
non si voglia dare credito a quella
diceria, autorevolmente avallata
da Massimo d’Azeglio, secondo cui
il vero Vittorio Emanuele II sarebbe
morto a Palazzo Pitti, bruciato
nella culla all’età di due anni,
in un incendio nel quale perse la vita
la sua balia, ma i genitori lo avrebbero
sostituito per ragioni dinastiche
con il figlioletto di un macellaio
fiorentino annunciando che
si era salvato dalle fiamme.

Questo spiegherebbe perché il "falso"
Vittorio Emanuele (basso, tarchiato,
incolto, di gusti grossolani e modi
plebei) non somigliasse in nulla
ai raffinati, colti e longilinei membri
di Casa Savoia, ponesse al primo posto
i piaceri della carne e amasse oltremodo
i macelli della caccia e della guerra”.
“Parliamo della cultura del primo re
d’Italia”, propose Bevilacqua.
“Fin da ragazzo, come riporta Silvio Bertoldi nel libro IL RE CHE FECE L'ITALIA,
edito da Rizzoli, non dimostrò
alcuna attitudine per lo studio.
Fu sempre refrattario alle arti,
alla musica e a qualsiasi forma
di curiosità intellettuale".
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Lapide a ricordo di Girolamo Bonaparte, Hotel Russie in Via del Babuino a Roma, foto di Nicola Bruni
Lapide in ricordo di Girolamo Napoleone,
genero di Vittorio Emanuele II
(di cui si parla in questo articolo), posta
sulla facciata dell'Hotel de Russie a Roma
(foto di Nicola Bruni).
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E se il tradizionale inno della patria
tedesca pone religiosamente
la Germania al di sopra di tutto,
una Marsigliese inopinatamente
razzista esorta i figli della patria
di Francia a spargere
"il sangue impuro dei nemici”.
Il dio di Hitler e quello di Mussolini
“Non dimentichiamo - aggiunse
il professor Cilìberi - che i criminali
fautori del neopaganesimo nazista
assunsero come motto 'Gott mit uns'
(Dio è con noi); e che il non credente
Benito Mussolini inventò lo slogan
'Dio stramaledica gli Inglesi' per la sua
guerra ‘patriottica’ al fianco di Hitler”.
"Mai più guerre in nome di Dio"
“Questo conferma - concluse
il professor Nescampi - l’importanza pedagogica dell’appello che viene dall’incontro interreligioso di Assisi
per la pace, indetto dal papa
Giovanni Paolo II: - Mai più
ci sia guerra in nome di Dio, mai più
ci siano violenze in nome della religione.
Si tratta di un appello che la scuola
deve fare proprio nella sua azione
educativa, contribuendo a dissacrare
le guerre… tutte le guerre”.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 febbraio 2002
Omaggio del Presidente Napolitano al Milite Ignoto 15-5-2006, foto di Nicola Bruni
Il Vittoriano in festa, il 15 maggio 2006,
per la prima visita alla tomba del Milite
Ignoto del neoeletto Presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano.
Foto di Nicola Bruni
Vittorio Emanuele II, Museo del Vittoriano - Roma, foto di Nicola Bruni
Ritratto di Vittorio Emanuele II
Roma, Museo del Risorgimento
(Foto di Nicola Bruni).
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"I suoi scritti erano zeppi di errori
di grammatica, non imparò mai
a scrivere correttamente
e, nel parlare, la sua lingua di riguardo
fu sempre il francese e quella
quotidiana il dialetto piemontese”.
“Come arrivò a meritarsi l’appellativo
di Re Galantuomo?”
“Lo chiamarono così gli apologeti
di corte, a motivo del suo rispetto
formale dello Statuto Albertino.
In realtà, Vittorio Emanuele
si comportò in molte occasioni
da sovrano assoluto e padrone
dello Stato: come quando amputò
il territorio della patria con la cessione
di Nizza e della Savoia senza tener
conto del decantato principio
di nazionalità, e quando stipulò
un trattato segreto con la Prussia
che impegnava l’Italia ad entrare
in guerra solo perché lo avevano
deciso lui e il suo primo ministro”.

“Inoltre, per capire che genere
di galantuomo fosse Vittorio Emanuele,
è il caso di ricordare in quale
considerazione tenesse il giuramento
di fedeltà coniugale contratto
con il matrimonio: ebbe una grande
quantità di amanti, due delle quali
(Laura e Rosina) per un lungo periodo
furono contemporaneamente ammesse
a convivere con la rassegnata regina
Maria Adelaide, sua consorte,
nella reggia di Moncalieri.
Non si fece scrupolo di sedurre le mogli
dei suoi migliori amici, e la vedova
di suo fratello, né di avviare relazioni
sessuali con ragazze minorenni,
fra cui la quattordicenne analfabeta
Rosina Vercellana, già citata
(che poi sposò in età matura
con nozze morganatiche), e l’attricetta
quindicenne Emma Ivon, di trent’anni
più giovane. Così come non esitò
a mettere al mondo un numero
incalcolabile di figli illegittimi,
in aggiunta agli otto avuti
nel matrimonio, guadagnandosi
nei pettegolezzi popolari l’appellativo
ironico di Padre degli italiani”.
“Che padre fu Vittorio Emanuele?”.
Provvide al mantenimento di molti figli
naturali di cui riteneva certa
la sua paternità. Ma si comportò
da padre-padrone con la primogenita legittima, la religiosissima Clotilde,
che sacrificò alla ragion di Stato,
forzandola a sposare, quindicenne,
un cugino di Napoleone III, Girolamo,
più vecchio di lei di vent’anni,
di sgradevole aspetto e che passava
per un libertino vizioso e miscredente.
Peraltro, il Padre della Patria
non badava a spese pro domo sua
(amanti, cavalli, palazzi, ville,
riserve di caccia), mentre non si curò
delle condizioni di miseria
in cui versava gran parte
del popolo italiano.
E, per finanziare un così allegro
ménage, si mormorava che facesse
ricorso anche a traffici poco puliti
(quelle che oggi si chiamano tangenti)”.
“Comunque, bisogna dargli atto
di aver unificato quasi tutta l’Italia”,
osservò Bevilacqua.
“Non unificato - precisò Mangiafuoco - ma annesso al regno di Casa Savoia,
di cui volle rivendicare la continuità mantenendo, con il nome
di Vittorio Emanuele II,
la numerazione dinastica
della monarchia sabauda,
ed estendendo alle altre regioni
lo Statuto concesso
da Carlo Alberto ai piemontesi.
Quanto ai meriti per il conseguimento dell’unità nazionale,
Vittorio Emanuele cercò
di attribuirseli tutti, evitando
persino di ringraziare Garibaldi,
che gli aveva regalato metà
del Regno d’Italia, nel discorso
di insediamento della nuova Camera
il 18 febbraio 1861, e subito dopo
tentando di licenziare Cavour,
l’artefice dei suoi trionfi.
Il Galantuomo”.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 novembre 2002
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Garibaldi fu ferito...
fu ferito ad una gamba...
Lo stivale della ferita di Garibaldi in Aspromonte 1862, Museo del Vittoriano, foto di Nicola Bruni
Lo stivale bucato dal proiettile che ferì
Garibaldi in Aspromonte nel 1862,
esposto al museo del Vittoriano a Roma
(foto di Nicola Bruni).
Nel fondo pagina, il Vittoriano di Roma, detto anche Altare della Patria,
con il monumento equestre a Vittorio Emanuele II
e la tomba del Milite Ignoto, sovrastata dal simulacro di Roma imperiale.
Foto di Nicola Bruni
Vittoriano notturno in restauro 29.1.2007, foto di Nicola Bruni - link con Home
"Mi inorgoglisco forse - da provinciale giunto nella sua capitale -
contemplando l’immensa montagna di botticino in onore
di re Vittorio Emanuele e trasformato poi in Altare della Patria?
Lo confesso: anche se volessi emozionarmi, ne sarei impedito dal fatto
che, vivendo nella provincia di Brescia, non ignoro che le cave di botticino
sono bresciane e che la scelta, tecnicamente ed economicamente rovinosa,
di rinunciare al vicino e assai meno costoso travertino fu imposta
all’architetto Sacconi quando il ministro competente era
Giuseppe Zanardelli, capo della massoneria guarda caso bresciana".

Vittorio Messori, discorso in Campidoglio - 20 settembre 2010
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