| La belle époque all'italiana |
|
| C'era una volta
un Piccolo Re... |
|
| C’era una volta… il Principe di Napoli,
Vittorio Emanuele, figlio del Re Umberto
e della Regina Margherita.
Era piuttosto basso di statura,
tanto che il popolino lo aveva
soprannominato Pippetto,
ma i giornali filomonarchici dell’epoca
fingevano di non accorgersene
e, con grande rispetto, senza alcuna ironia,
lo chiamavano S.A.R., Sua Altezza Reale.
Prima di sposare a 27 anni, il 24 ottobre 1896,
la Principessa Elena, figlia del montanaro Re
del Montenegro, il futuro Re d’Italia
dominava le cronache mondane,
come fosse un favoloso principe azzurro.
Erano tempi in cui la famiglia dello Zar
di Russia viaggiava in treno portandosi
al seguito, nel vagone scuderia,
“una vacca, una vera vacca viva”,
scelta come nutrice
delle “bambine Imperiali”.
I parrucchieri di Firenze si agitavano
per ottenere il riposo settimanale al lunedì.
E a Memphis (Stati Uniti) una moglie tradita
batteva il marito fedifrago
in un regolare duello alla pistola,
con l’assistenza dei padrini,
accontentandosi di ferirlo
non gravemente.
Di quel leggendario periodo
a cavallo fra ‘800 e ‘900,
la fiorentina Donata Gargani Simoni
ci fornisce alcune gustose briciole,
recuperate da una collezione
di riviste di una bisnonna,
nel libro “Bricciche di secolo”
(La Versiliana Editrice).
“Fu lì dal principiare al fine, cortese,
lieto, affabile il Principe di Napoli,
ballò con ineffabile piacer la notte intiera!
Marchesa, che festa!”.
Così favoleggiava ai suoi lettori,
nel febbraio 1896, la corrispondente
da Firenze del “Conte Verde”,
giornale di società e cultura.
Quindi annotava: “In casa Perkenstein,
giovedì, altra serata; altra splendida festa (…).
A ore 23 giunse S.A.R. il Principe di Napoli
accompagnato dal suo ufficiale di ordinanza
capitano Roberto dei Principi Strozzi.
Nella quadriglia d’onore S.A.R. ballò
con la Contessa de la Tour. (…)
La casa Van Schaick raccoglie
un’eletta, genial società.
La sera del dieci vi fu sì gran festa (…)
Sorrisi di Grazie, bagliori di Sole,
gentili parole; fulgori negli occhi,
fulgori nel seno; qual danzano
gli astri per ciel sereno,
così per sett’ore danzammo rapiti,
sognando d’amore fantastici liti,
sognando giardini di plaghe incantate,
alberghi di geni, palagi di fate”.
Intanto i fratelli Lumière di Lione
hanno inventato il cinematografo.
“Con questo apparecchio - informa
un cronista contemporaneo - si mostrano,
a tutto un uditorio riunito, delle scene
animate, proiettate sopra uno schermaglio,
quelle scene durano più di un minuto,
e danno all’occhio, a quanto affermano
coloro che le hanno vedute, l’impressione
più gradita e la più dilettevole”.
Nel settembre del 1895,
si celebrano nella capitale le feste
del "giubileo nuziale di Roma con l’Italia”,
e vengono inaugurati il monumento
equestre a Garibaldi sul Gianicolo,
la colonna con la Vittoria alata a Porta Pia,
e il monumento a Cavour “nella piazza
tuttora in costruzione, avanti al palazzo
di giustizia, in costruzione anch’esso”.
I festeggiamenti si concludono
“con un banchetto alla cucina economica
in via dell’Arancio”, offerto ai poveri
dall’Unione indipendente degli studenti
universitari grazie ad una colletta
tra i negozianti romani: 400 persone
vi partecipano con un buono per un pasto
intero, altre 2000 con un buono
“per una semplice razione”.
Nicola Bruni
da IL GIORNO - 20 settembre 1995 |
|
|  |
| Napoli - Targa commemorativa del centenario
della Pizza Margherita, inventata nel 1889
nell'antica pizzeria Brandi
(Salita di S. Anna di Palazzo a Chiaia)
in onore della regina Margherita di Savoia.
Foto di Nicola Bruni
A destra, Vittorio Emanuele III nel 1918. |
|
| | |
|
 |
| Quelli che strillavano: "Glorifichiamo
la guerra sola igiene del mondo
e il disprezzo della donna" |
|
|  |
| Vendetta, tremenda vendetta!
Cent’anni fa il neonato movimento futurista
proclamava di voler “distruggere i musei,
le biblioteche, le accademie d'ogni specie”
disprezzandoli come cimiteri;
ma ora, in prima fila, a celebrare
il suo centenario si schierano proprio
alcuni prestigiosi musei (di Parigi,
Roma, Londra, New York, Milano,
Venezia, Trento e altre città italiane)
scampati alla distruzione.
Con la magnanimità di quei vincitori
secondo i quali “la miglior vendetta
è il perdono”, i suddetti musei
“cimiteri” rispolverano gli scritti
dei defunti futuristi custoditi
nelle biblioteche, allestiscono
mostre antiquarie d’arte futurista,
e chiamano insigni accademici
a disquisire sul ruolo di avanguardia
che il movimento fondato
da Filippo Tommaso Marinetti
avrebbe svolto nei campi
della letteratura, delle arti
figurative e applicate, della musica,
dello spettacolo, del costume
e - principalmente - della politica,
come precursore dell’ideologia
fascista e delle stragi “purificatrici”
delle guerre mondiali del ’900.
“Noi vogliamo glorificare la guerra -
sola igiene del mondo -,
il militarismo, il patriottismo,
il gesto distruttore dei libertari,
le belle idee per cui si muore
e il disprezzo della donna”,
recitava il Manifesto del Futurismo
pubblicato il 20 febbraio 1909
dal quotidiano parigino Le Figaro.
“Noi vogliamo cantare l'amor
del pericolo, l'abitudine all'energia
e alla temerità… Noi vogliamo
esaltare il movimento aggressivo,
l'insonnia febbrile, il passo di corsa,
il salto mortale, lo schiaffo e il pugno”.
Io mi domando come
si comporterebbero, se potessero
tornare in vita, quei futuristi “ribelli”,
di fronte ai vendicatori magnanimi
che oggi si prendono la soddisfazione
di celebrarli proprio negli aborriti
musei: li aggredirebbero, secondo
programma, a schiaffi e pugni?
Nicola Bruni
da La Tecnica della scuola
10 gennaio 2009 |
|
| LA GUERRA DEL FUTURISTA PAPINI |
|
| Siamo troppi. La guerra è un’operazione
malthusiana. C’è un di troppo di qua
e un di troppo di là che si premono.
La guerra rimette in pari le partite.
Fa il vuoto perché si respiri meglio.
Lascia meno bocche intorno
alla stessa tavola. E leva di torno
un’infinità di uomini che vivevano
perché erano nati; che mangiavano
per vivere, che lavoravano
per mangiare e maledicevano il lavoro
senza il coraggio di rifiutar la vita [...].
Fra le tante migliaia di carogne
abbracciate nella morte e non più diverse
che nel colore dei panni, quanti saranno,
non dico da piangere, ma da rammentare?
Ci metterei la testa che non arrivino ai diti
delle mani e dei piedi messi insieme [...].
GIOVANNI PAPINI, Amiamo la guerra,
in "Lacerba", Il, 20, 1914 |
|
| LA GUERRA DEL FASCISTA MUSSOLINI |
|
| Solo la guerra porta al massimo
di tensione tutte le energie umane
e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli
che hanno la virtù di affrontarla”.
BENITO MUSSOLINI, dall’articolo
per la voce Fascismo
dell’Enciclopedia Treccani, 1933. |
|
|
 |
| Le veline, così chiamate perché
dattiloscritte su carta velina,
contenevano gli ordini per le redazioni
su quello che si doveva
o non si doveva pubblicare:
intimavano, per esempio, di ignorare
omicidi, furti, incidenti sul lavoro,
fughe di ragazzi da casa,
code davanti ai negozi,
di selezionare fotografie
delle parate militari
con “allineamenti impeccabili”,
di parlar male dell’Inghilterra.
E soprattutto pilotavano
la proiezione di un’immagine
di Mussolini maschia e gagliarda:
“Ricordarsi che le fotografie del Duce
non debbono essere pubblicate
se non sono state autorizzate”;
“Non fare assolutamente cenno
del balletto cui ha partecipato il Duce”;
“Dire che il Duce è stato chiamato
dieci volte al balcone”.
Ironia della storia, quelle “veline
in camicetta nera” erano nemiche
dichiarate del modello di donna
a cui si ispirano le “veline” televisive
dei nostri giorni. Tuonava, infatti,
il Minculpop: “Vietato pubblicare
foto di donne in costume da bagno”;
“Non è tollerabile che, specialmente
i giornali di moda, pubblichino
fotografie di donne magrissime”;
“Nei figurini di moda femminile
le gonne vanno leggermente
allungate oltre il ginocchio”. |
|
|  |
| Gruppo di bagnanti con il costume
alla moda sulla spiaggia di Ostia nel 1930. |
|
| Oggi il Minculpop non c’è più.
Ma se, per ipotesi, ci fosse ancora,
mi immagino che cosa avrebbe
ordinato ai cronisti della Rai
sulla parata per la Festa
della Repubblica 2009:
“Ignorare la reiterata assenza
polemica dei ministri della Lega”;
“Martellare la notizia che
per la sfilata di quest’anno
si è risparmiato un milione di euro,
ma guardarsi dal dire
quanti milioni sono stati spesi”.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
25 giugno 2009 |
|
| **************************************** |
|
| Massaie fasciste in uniforme a Foggia
nel 1934 per una visita di Mussolini. |
|
| Bambini con l'uniforme fascista dei Figli
della Lupa in marcia durante il Ventennio.
*
Sotto: "Libro e moschetto, fascista perfetto",
statua del periodo fascista a Macerata
(foto di Nicola Bruni). |
|
|
|
| |