4 novembre 1956 - Seimila carri armati sovietici invasero l'Ungheria schiacciando la rivolta del popolo magiaro per la libertà
Budapest - I sogni morirono all'alba
Budapest ottobre 1956, statua di Stalin abbattuta dagli insorti
La testa della statua di Stalin abbattuta dagli insorti
ungheresi a Budapest
il 23 ottobre 1956,
primo giorno della rivolta antisovietica.
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Per il link con l'articolo
sul MITO DI STALIN
clicca su questa foto.
Cinquant’anni fa, la tragica rivolta dell’Ungheria contro la dominazione sovietica, repressa nel sangue dai carri armati di Krusciov.
Una rivolta scaturita dalle speranze di liberalizzazione dell’impero comunista suscitate proprio dal quel successore
di Stalin (morto nel 1953) che solo pochi mesi prima, a Mosca, ne aveva denunciato i “crimini”, gli errori e il dispotismo accentratore.
Carri armati sovietici a Budapest, 4 novembre 1956
>> L’Occidente rimase a guardare,
pur tra grandi turbamenti dell’opinione
pubblica, con Francia e Gran Bretagna
impegnate negli stessi giorni
a “riprendersi” militarmente il Canale
di Suez nazionalizzato dall’Egitto di Nasser,
mentre Israele si impadroniva della penisola
del Sinai e della striscia di Gaza,
e gli Stati Uniti badavano bene
a non rimettere in discussione
l’egemonia dell’Urss sui territori dell’Est
europeo occupati dall’Armata Rossa,
sancita dagli accordi spartitori di Jalta.

Non solo: la contemporanea aggressione
anglo-franco-israeliana all’Egitto sminuì,
nel panorama dell’informazione mondiale,
la percezione della gravità
dell’attacco all’Ungheria,
stabilendo una sorta di parallelismo
tra due imprese “imperialiste”.

Il bilancio dell’insurrezione, per il popolo
ungherese, secondo stime internazionali,
fu di 25mila morti sul campo di battaglia,
1200 tra fucilati e impiccati, molte migliaia
di patrioti imprigionati, torturati, deportati,
e più di 200mila profughi, scappati
in Occidente attraverso il confine
con l’Austria. Tra gli esuli di allora,
il grande calciatore Ferenc Puskás,
campione della nazionale magiara
e combattente per la libertà, poi
passato alla squadra del Real Madrid *.

L’Italia e la Spagna furono i Paesi che più
si prodigarono nel soccorrere i profughi,
ma nessuno raccolse l’appello degli insorti
al “mondo libero” per un intervento militare
in difesa del popolo ungherese aggredito.
L’ILLUSIONE
Cominciata il 23 ottobre 1956 a Budapest,
con una pacifica manifestazione
studentesca di sostegno alla “svolta
autonomista” di Gomulka in Polonia,
la protesta antisovietica si trasformò subito
in un’insurrezione armata nazionale,
per la violenta reazione della polizia
politica (l’odiata Ávh), che sparò sulla folla
uccidendo, e un primo intervento repressivo
delle truppe sovietiche occupanti.
Dopo aspri scontri, che assunsero la forma
di guerriglia urbana, gli insorti
(in maggioranza operai, studenti, soldati
e intellettuali) riuscirono a prendere
il sopravvento, ottennero un nuovo governo
con a capo il comunista riformista
Imre Nagy, liberarono i prigionieri politici
(tra i quali il cardinale primate
József Mindszenty, incarcerato dal 1948),
ripristinarono il pluripartitismo
e le libertà civiche fondamentali
e, illudendosi di aver ottenuto
il ritiro delle forze di occupazione,
il 1° novembre osarono proclamare
la neutralità dell’Ungheria, sul modello
dell’Austria, e la sua uscita dal Patto
di Varsavia (il blocco militare dei Paesi
comunisti europei che riuniva sotto il comando
dell’Urss anche Albania, Bulgaria,
Cecoslovacchia, Germania Orientale,
Polonia e Romania).

Fu proprio quest’ultima decisione a far
girare il pollice in giù al successore
di Stalin, il quale non poteva tollerare
la diserzione dell’Ungheria dal fronte
comunista della “Guerra fredda”
né il suo distacco dall’impero moscovita,
senza costituire un precedente
pericoloso, suscettibile di indurre
in tentazione gli altri Paesi “satelliti”.
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L'INGANNO
Perciò, le truppe sovietiche di stanza
in Ungheria finsero soltanto di accogliere
l’invito del governo Nagy a ritirarsi,
e dal 29 novembre inscenarono il “ritorno
a casa” di alcune colonne di carri armati,
che varcarono in uscita le frontiere
ungheresi, tra manifestazioni
di esultanza della popolazione locale.
Usarono la stessa tattica degli Achei
di Omero alla guerra di Troia,
che avevano simulato l’abbandono
dell’assedio e la partenza con le navi,
prima di sferrare l’assalto decisivo a sorpresa.
>>
* Puskás è morto a 79 anni
il 17 novembre 2006.
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Manifesti di solidarietà con la Rivoluzione d'Ungheria, del 1956 e 1957 - foto di Nicola Bruni
A sinistra, un manifesto di denuncia dell'intervento
sovietico contro la Rivoluzione d'Ungheria,
diffuso nel novembre 1956 dall'Unione Romana
Studenti Medi. A desta, la copertina di un opuscolo
della Democrazia Cristiana, pubblicato nel 1957,
sul primo anniversario dell'insurrezione ungherese.
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Link con la pagina iniziale del Belsito
Titolo del Corriere della Sera del 25 ottobre 1956 sulla  rivolta d'Ungheria
Titolo del Corriere della Sera sulla rivolta d'Ungheria dell'ottobre 1956
>>
Infatti, nella notte fra il 3 e il 4 novembre,
mentre molti ungheresi dormivano
sognando la libertà riconquistata,
l’Armata Rossa dette inizio a
d una massiccia invasione
dell’Ungheria, con il dispiegamento
di 6000 carri armati e 150 mila uomini,
preceduto da bombardamenti aerei
e dell’artiglieria pesante
sulle postazioni nemiche.
Budapest fu svegliata ai primi chiarori
dell’alba del 4 novembre da un fitto
cannoneggiamento che annunciava
l’ingresso in città di migliaia di panzer
con la stella rossa.

Alle ore 5,15 il primo ministro Nagy
parlò brevemente alla radio,
per denunciare al mondo l’aggressione
sovietica e assicurare che “le nostre
truppe combattono e resistono”.

Alle 8 Radio Budapest Libera interruppe
le trasmissioni, mentre la battaglia
infuriava strada per strada.
Gli insorti sparavano dalle finestre
contro i carri armati, che a loro volta
sventravano le case a cannonate.

I combattimenti si protrassero fino
al 10 novembre, quando, perduta ormai
ogni speranza, i Consigli rivoluzionari
annunciarono la cessazione degli scontri.
Tuttavia, sporadici attacchi della resistenza
armata contro le forze di occupazione
sarebbero continuati fino alla metà del 1957.

LA REPRESSIONE
I capi dell’insurrezione furono catturati
a tradimento: il comandante dell’esercito
magiaro Pál Maléter (e la delegazione che
lo accompagnava) la sera del 3 novembre,
mentre era andato a trattare con i russi
la fine delle ostilità; il primo ministro Imre
Nagy, rifugiatosi nell’ambasciata iugoslava,
dopo esserne uscito il 22 novembre
con la falsa promessa di un salvacondotto
di espatrio. Entrambi furono impiccati,
di nascosto, il 16 giugno 1958,
al termine di un processo a porte chiuse.

Invitati a pronunciarsi sul verdetto,
i leader di tutti i partiti comunisti
del mondo, tra cui l’italiano Togliatti,
avevano approvato la loro condanna
a morte, ad accezione del polacco
Gomulka, che pilatescamente si era stenuto.

Il cardinale Mindszenty ottenne
asilo politico nell’ambasciata Usa,
da dove poté uscire solo nel 1971
per raggiungere il Vaticano,
e morire in esilio a Vienna nel 1975.

Tra i pochi segni di cambiamento imposti
dalla rivolta, la sostituzione della statua
di Stalin abbattuta dagli insorti
in una piazza di Budapest,
con una di Lenin, e l’eliminazione
dello stemma comunista dalla bandiera
nazionale (rossa, bianca e verde
a strisce orizzontali).
I vincitori imposero al Paese il governo
del collaborazionista filosovietico
(e traditore di Nagy) János Kádár,
che attuò una durissima repressione
e mantenne poi saldamente
il potere fino al 1988.

LA RINASCITA
Così, l’Ungheria si ritrovò di nuovo rinchiusa
nella “Cortina di ferro”, e dovette attendere
ancora 33 anni, un’intera generazione,
fino all’autunno del 1989, per riacquistare
l’indipendenza, la libertà e la democrazia,
con il crollo del regime comunista, il ritorno
al pluripartitismo, il ritiro delle truppe
sovietiche e la riabilitazione
delle vittime della repressione del 1956.

Nella primavera del 1990 si sono svolte
le prime elezioni per il parlamento democratico della nuova “Repubblica d’Ungheria” (non più “Repubblica Popolare”).
Questa il 12 marzo 1999 è entrata a far parte
della Nato, e dal 1° maggio 2004 è membro
dell’Unione Europea, con i suoi 10 milioni
di cittadini, finalmente liberi.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 ottobre 2006
I confini dell'Ungheria nel 1956
Carri armati sovietici a Budapest 1956
Francia e GB ne approfittarono
per riprendersi il Canale di Suez
Titolo del quotidiano La Stampa sulla Crisi di Suez del 1956, foto di Nicola Bruni
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Una testimonianza
d'epoca
E gli studenti
italiani
scesero
in piazza
Fu il mio primo sciopero
da studente, quello
per l’Ungheria, a cui
partecipai la mattina
di lunedì 5 novembre 1956 con i miei compagni
del liceo classico Augusto
di Roma. L’aveva indetto l’Unione Romana Studenti Medi, un’associazione
di area democristiana,
per manifestare
“in difesa della libertà”.
Allora avevo 15 anni.
Quel giorno nessuno
dei circa 1500 alunni
iscritti entrò nell’istituto.
Eravamo tutti molto
turbati per le notizie
provenienti da Budapest,
sui carri armati
sovietici che stavano
schiacciando la rivolta
del popolo ungherese.
Formammo un corteo
che si diresse verso
Piazza Venezia.
Lì confluimmo
in un’immensa folla
di giovani, che
a migliaia premevano
per sfondare
un robusto cordone
di poliziotti e carabinieri
schierato a protezione
della sede centrale
del Partito Comunista,
in Via delle Botteghe
Oscure. Era noto che
il Pci si era espresso
a favore dell’intervento
dell’Armata Rossa
in Ungheria,
e i manifestanti
lo prendevano
a bersaglio
di feroci invettive...
oltre che di una
pericolosa sassaiola.

Ad un certo punto,
preceduto da squilli
di tromba che
inutilmente intimavano
lo sgombero della piazza,
si scatenò
il contrattacco
delle forze dell’ordine,
con l’impiego
di idranti
ad acqua colorata
montati su autobotti
blindate, di bombe
lacrimogene sparate
dalle canne dei fucili,
e di un carosello
di camionette di agenti
della “Celere” che
inseguivano gli studenti
fin sulle aiuole
dei giardinetti
manganellandoli
a tutto spiano.
Ci fu, ovviamente,
un fuggi-fuggi,
ma non mancarono
gli “eroi” che, cercando
di emulare gli insorti
di Ungheria, resistettero
al “nemico”
(rappresentato in quel
momento dai poliziotti
“difensori dei comunisti”)
fino a prendersi un sacco
di botte e farsi
addirittura arrestare.

L’indomani, tornati
in classe, io e i miei
compagni dovemmo
affrontare le ire
della nostra insegnante
di lettere, una bella
e distinta signora che
non perdeva occasione
per manifestarci la sua
fede politica comunista:
con cipiglio corrucciato,
ci ordinò di scrivere,
seduta stante, su un foglio
di quaderno per quali
motivi avevamo
disertato le lezioni
del giorno precedente.
Alcuni addussero vaghe
giustificazioni, del tipo
“perché c’era sciopero”
o “perché nessuno era
entrato a scuola”, ma io
non mi lasciai intimidire.
Scrissi (conservo
lo “storico” foglietto
della mia risposta)
che lo avevo fatto
per “partecipare
allo sciopero
di protesta contro
l’Unione Sovietica
e al corteo di solidarietà
con l’Ungheria,
da me intesi anche
come manifestazioni
di patriottismo,
nel senso che
esprimevano l’impegno
collettivo degli studenti
italiani a difendere
la libertà e l’indipendenza
del nostro Paese
da una possibile
aggressione esterna
come quella inflitta
alla nazione ungherese”.
Da allora, ricordo,
quell’insegnante mi tenne
in maggiore considerazione.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 ottobre 2006
Nicola Bruni, studente del liceo Augusto nell'autunno 1956
In questa foto
dell'autunno 1956,
io sono il primo a destra:
uscivo dal liceo Augusto
in via Gela a Roma,
con i miei compagni,
carico di libri, di ideali
e di belle speranze.

Il caso ha voluto che
12 anni dopo,
nell'agosto del 1968,
mentre i carri armati
del Patto di Varsavia
schiacciavano
i sogni di libertà
della Cecoslovacchia,
io prestavo
servizio militare
come allievo ufficiale
dei carristi per difendere
dalla stessa minaccia
la libertà del popolo italiano.
*
Per il link
con la rievocazione
della mia "naja",
clicca su questa foto.
Tra le vittime dell'intervento sovietico in Ungheria nel 1956
ci furono anche 700 soldati russi uccisi nei combattimenti con gli insorti.
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