| A un certo punto Perboni
“dal troppo lavorare s’è ammalato:
cinque ore di lezione al giorno,
poi un’ora di ginnastica,
poi altre due ore di scuola serale,
che vuol dire sfiatarsi
dalla mattina alla sera”.
Siamo nella scuola municipale
della Torino “umbertina”
raccontata nel libro “Cuore”
da Edmondo De Amicis.
Lo scrittore attribuiva agli insegnanti
il compito di formare gli “italiani”
e di “preparare al nostro paese
un popolo migliore del presente”.
D’altra parte, lamentava che,
nonostante l’impegno con cui essi
si dedicavano a quella grande
missione, il loro lavoro era “mal
riconosciuto e mal ricompensato”.
Come apparve scandalosamente
evidente nel caso del maestro Crosetti,
premiato dal Ministero
con una medaglia dopo aver lasciato
la scuola all’età di 82 anni,
ma costretto a vivere con una misera
pensione, in una casupola
di campagna: “Mio padre [l’ingegner
Bottini che era stato suo allievo]
guardava quei muri nudi, quel povero
letto, un pezzo di pane e un’ampollina
d’olio che era sulla finestra,
e pareva che volesse dire:
- Povero maestro, dopo sessant’anni
di lavoro, è questo il tuo premio?”.
Bisogna rileggere questa storia minore
del Post-Risorgimento, per capire
con quale spirito l’attuale Governo
italiano si accinge a far celebrare
nelle scuole i 150 anni dell’Italia unita
bloccando i già magri stipendi
degli insegnanti fino al 2013:
lo stesso spirito con cui i padri
fondatori dello Stato italiano unitario
tenevano in non-considerazione
i maestri della loro epoca.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 settembre 2010 |
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| Il salone d'ingresso del Teatro Regio di Torino.
Foto di Nicola Bruni |
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| La statua di un toro, simbolo della città.
Foto di Nicola Bruni |
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| Il Castello di Torino.
Foto di Nicola Bruni |
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| San Giovanni Bosco, padre
e maestro di tanti giovani |
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| SAN GIOVANNI BOSCO
(Castelnuovo d’Asti 1815 + Torino 1888),
grande apostolo dei giovani, fu per tanti
di loro padre e guida alla salvezza
con il metodo della persuasione,
della religiosità autentica, dell’amore teso
sempre a prevenire anziché a reprimere.
Sul modello di San Francesco di Sales,
il suo metodo educativo e apostolico
si ispira a un umanesimo cristiano
che attinge motivazioni ed energie
alle fonti della sapienza evangelica.
Tra i più bei frutti della sua pedagogia,
San Domenico Savio, un ragazzo
(morto a 15 anni) che aveva capito
la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola
di Don Bosco, facciamo consistere
la santità nello stare molto allegri
e nell’adempimento perfetto
dei nostri doveri”.
Don Bosco fondò la congregazione
religiosa maschile dei Salesiani,
la Pia Unione dei Cooperatori Salesiani
e, insieme a Santa Maria Mazzarello,
le Figlie di Maria Ausiliatrice.
Fu proclamato santo da Pio XI nel 1934.
Giovanni Paolo II, nel 1988, lo dichiarò
“Padre e Maestro della gioventù”. |
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| La Basilica di Santa Maria Ausiliatrice
a Torino, nel quartiere di Valdocco, dove
Don Bosco fondò il suo primo oratorio
Foto di Nicola Bruni |
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| Il Duomo di Torino,
che custodisce la Sacra Sindone.
Foto di Nicola Bruni |
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| La tomba del beato Pier Giorgio Frassati
(1901+1925) nel Duomo di Torino.
Pier Giorgio era un giovane torinese
militante in associazioni del laicato
cattolico, che profuse un grande impegno
in iniziative di sviluppo sociale
e di carità verso i poveri e i malati,
finché morì colpito da paralisi fulminante.
Foto di Nicola Bruni
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| Fatta l’Italia, bisognava imparare
l’italiano, altrimenti detto “lu talianu”.
Ma nel 1861 erano analfabeti il 78 per cento
dei “regnicoli”; e dieci anni dopo, soprattutto
grazie all’inclusione di Roma e del Veneto
nel censimento, il 73 per cento.
Per giunta, molti dei censiti come alfabeti
avevano in realtà scarsa dimestichezza
con la lingua dei “Promessi Sposi”.
Uno di questi era il “Padre della Patria”
Vittorio Emanuele II: il quale “a scrivere
correntemente non imparò mai”
e nel parlare usò sempre come lingua
di riguardo il francese e in privato
il dialetto piemontese (Silvio Bertoldi,
“Il re che fece l’Italia”, ed. Rizzoli).
Perfino il cólto Cavour, che era francofono,
“parlava italiano a stento e non riuscì mai
a scriverlo correttamente” (G. Fasanella
e A. Grippo, “1861”, ed. Sperling & Kupfer).
Secondo Tullio De Mauro (“Storia linguistica
dell’Italia unita”, ed. La Terza), negli anni
dell’unificazione nazionale gli italofoni
erano circa 630mila (il 2,5 per cento)
su una popolazione che aveva superato
i 25 milioni di abitanti: 400mila toscani,
70mila romani e 160mila delle altre regioni.
Tutti gli altri erano dialettofoni,
e molti maestri per farsi capire
tenevano lezione in dialetto.
In questa situazione, le scuole incontravano
anche la difficoltà di identificare
un modello linguistico unitario, messo
in discussione dalle dispute tra letterati
(Bruno Migliorini, “Storia della lingua
italiana”, ed. Sansoni), concernenti
per esempio: l’abbreviazione degli "studii"
in "studj"; l’allungamento del "camino"
in "cammino"; l’impianto di una i prostetica
“per istrada”; l’ "opzione" / "ozione"
tra la "polenda" toscana e la "polenta"
padana; la pretesa di chiamare "Affrica"
l’Africa; la lotta per la sopravvivenza
fra vocaboli micidiali come "ammazzatoio"
e "mattatoio"… in vista della Grande Guerra.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 marzo 2011 |
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| Torino, ponte sul fiume Po.
Foto di Nicola Bruni |
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| Il Casino reale di caccia di Stupinigi.
Foto di Nicola Bruni |
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| Il Palazzo del Municipio di Torino.
Foto di Nicola Bruni |
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