La pedagogia del sorriso è il filo conduttore del volumetto "Ad cathedram" che ho pubblicato nel 2004
Progetto felicità
Classe I D Scuola media Mommsen di Roma, ott. 1999, foto di Nicola Bruni
La I D della scuola media Mommsen di Roma dell'anno 1999-2000.
Nel fondo pagina, alberi del parco della Caffarella, adiacente alla scuola.
Foto di Nicola Bruni
Libro AD CATHEDRAM - Spirito e materie, di Nicola Bruni
ll libro AD CATHEDRAM - Spirito e materie
è stato pubblicato nel giugno 2004
dalla Casa Editrice La Tecnica della Scuola
come allegato alla rivista bimestrale
SCUOLA INSIEME.
Nella foto, Nicola Bruni durante una lezione
nella scuola media Quinto Ennio di Roma.

Per il link con il sito
della Tecnica della Scuola
clicca sull'immagine del libro.
L'umorismo sale in cattedra
Recensione pubblicata dal quotidiano AVVENIRE
Andare a scuola, che noia.
Ma anche insegnare non è da meno,
se non sovviene un po' d'ottimismo.
Passione professionale, entusiasmo
per il proprio lavoro, umorismo,
paziente affabilità con gli alunni:
ecco il catalogo di qualità
del professore dei sogni,
del docente che tutti vorrebbero avere.

Ma esisterà, nella realtà, un simile
personaggio, o bisogna accontentarsi
di vederlo al cinema, nel celebre film
di Eddy Murphy, "Il professore matto"?

Volendo, però, lo si può scoprire anche
sulla carta, leggendo il divertente
libretto di Nicola Bruni
"Ad cathedram - Spirito e materie"
(Casa Editrice La Tecnica della Scuola
srl, Catania, tel. 095/448780,
www.tecnicadellascuola.it).

L'autore, 63enne romano, insegnante
navigato ma anche scrittore
e giornalista già collaboratore
di "Avvenire", dà qui prova - fin dal titolo -
di humour finissimo e soprattutto
costruttivo, tramite una silloge
di brevi racconti sui temi più diversi
ma tutti di rilievo culturale, storico
e di costume, pensati per far pensare,
cioè per far riflettere sul ruolo
dell'insegnante al giorno d'oggi.
Dal Pelide Achille («L'epica dell'horror
e degli eroi pedofili») a Che Guevara
(«Un mito di guerra, non di pace»),
dall'elmo di Scipio alla teoria
della guerra preventiva, tutto
viene rivisitato da «battitore libero»,
fuori dalle convenzioni, dai luoghi comuni
nonché dalle retoriche d'ogni colore,
per «scherzare sul serio»,
immaginando di poter passare
da una scuola «che campa»
a una scuola «che ride».

Ma la burla, quand'è a scopo educativo,
richiede attitudine oltre che ideali
e fede nei valori veri della vita,
tutte prerogative che a Bruni non difettano.

Né manca, a chiusura, un rapido glossario
di battute per rompere il ghiaccio
in classe, per sdrammatizzare
certe cose con garbata ironia.

Alla voce «C'era una volta»:
«Una volta a scuola
c'era il banco degli asini, ora non più...
perché c'è rispetto per gli animali».

Domenico Montalto
Avvenire - 7 ottobre 2004
link con il sito di AVVENIRE www.avvenire.it
Link con l'articolo di Nicola Bruni QUARANT'ANNI DI SCUOLA
Liceo Augusto di Roma 1957-1960: la scuola alternativa degli studenti giornalisti - link
Da studente a professore, così ho riformato la mia scuola - link
La scuola di Don Milani - Prof milaniano tra i bocciofili - link
Link con la pagina PROf-UMORISMO, BATTUTE DI CLASSE
Suola di taglio - Il taglio della lingua - link
La ricerca dei veri
valori della vita
L’elaborazione di un Progetto Felicità,
da inserire nel Piano dell’offerta formativa,
fu affidata dal preside Toccasana
a una commissione del Collegio
dei docenti composta da cinque volontari:
i professori Beatrice, Fausto, Gaia, Ilaria
e Serena. I quali si dichiararono felici
di assumere un tale incarico, dopo aver
singolarmente autocertificato di essere
abbastanza contenti della propria vita.

“Chi si contenta gode!”,
commentò ironica la collega Noemi.
“Specialmente - replicò Beatrice -
se sa apprezzare i doni che ha ricevuto”.
“E sa gustare - aggiunse Gaia -
le cose belle che la vita gli offre”.
“Sopportando - integrò Serena -
quelle brutte”.

Il capo d’istituto spiegò le finalità
del progetto: si trattava di proporre
agli studenti una visione del mondo
a lungo termine, che aiutasse ciascuno
di loro a scoprire i veri valori della vita,
a dare un senso al proprio passaggio
sulla Terra, a star bene con se stesso
e con gli altri nelle diverse e successive
fasi della propria esistenza
(inclusa la vecchiaia), a mantenere
l’equilibrio interiore anche in presenza
di pesanti avversità.
Alunni della scuola Quinto Ennio di Roma in visita all'Orto Botanico - 1987-88, foto di Nicola Bruni
Introdusse i lavori della commissione
il professor Fausto: “Innanzi tutto - disse -
dobbiamo chiarire ai ragazzi alcuni punti.

Primo: non ci sono ricette universali
per la felicità.

Secondo: bisogna distinguere
tra esperienze effimere di gioia
e una vita fondamentalmente felice,
anche se attraversata da difficoltà,
perché allietata dall’amore...
se non altro, dall’amore di Dio,
e dalla speranza...
se non altro, nella salvezza eterna.

Terzo: la felicità è un concetto relativo.
Un proverbio latino dice: 'In regno
caecorum beati monoculi', nel paese
dei ciechi è beato chi ha un occhio solo.
Tuttavia, nel paese dei vedenti,
chi ha due normali occhi per vedere,
raramente si considera beato.

Insomma, per sentirsi felici,
bisogna riconoscersi felici.
Il guaio è che, in molti casi, solo
quando ormai si è persa una condizione
di apparente normalità, ci si accorge
di essere stati felici. Di qui, l’importanza
di un’educazione alla felicità...”.

“Un’educazione mirata - intervenne
Ilaria - che da sola non basta, ma
che è indispensabile per essere felici.
Per esempio, ci si può educare
a non essere invidiosi, a non essere
permalosi, a saper accettare i propri
difetti... perché nessuno è perfetto,
e magari a sorriderne
con un pizzico di autoironia.

Inoltre, gli educatori possono fare
molto per sviluppare nell’adolescente
l’autostima, e quindi la fiducia in se stesso,
mettendo in luce quanto vi è di buono
nella sua personalità in formazione.
Gli insegnanti possono influire
positivamente sugli alunni mostrando,
se ne sono capaci, inclinazione
all’ottimismo, entusiasmo per la vita,
apertura ai rapporti umani,
passione civile per il bene comune.
E, ancora, possono giocare la carta
dell’educazione all’umorismo:
l’umorismo applicato alle vicende
quotidiane, che giova alla salute,
serve a sdrammatizzare le situazioni
difficili, e ci aiuta a farci accettare
con maggiore simpatia dagli altri”.

“Dirò di... più”, annunciò a sua volta
Gaia, suggerendo di far provare
agli studenti “se sia ancora vero oggi,
in mezzo a tanti egoisti, che vi è più
gioia nel dare che nel ricevere”,
come ai suoi tempi insegnava Gesù.
“Dare che cosa? Non soltanto beni
materiali, per aiutare chi è nel bisogno.
Ma anche amore, amicizia, conforto,
servizio, particolarmente ai poveri,
agli ammalati e agli emarginati,
sperimentando la bellezza del gesto
gratuito, che non attende contropartite”.

Riguardo all’amore, e più specificamente
all’amore di coppia, “che è una componente
fondamentale della felicità umana”,
Serena segnalò la necessità di affiancare
ai programmi di informazione sessuale
“iniziative volte all’educazione morale
e sentimentale degli adolescenti, che
rivalutino fra l’altro la fedeltà coniugale
(in concorrenza con la normalizzazione
televisiva dell’adulterio), nella prospettiva
anche della maternità o paternità, intesa
come trasmissione della propria vita
('Verrà la vita e avrà i tuoi occhi,
il tuo sorriso'), fonte di gioia,
di condivisione, di responsabilità
educativa... nonché premessa per poter
poi diventare, felicemente, nonni”.

Infine, Beatrice ricordò che di diritto
alla felicità di tutti gli esseri umani
aveva parlato il Papa il 27 luglio 2002
a Toronto, nell’incontro con gli 800mila
partecipanti alla Giornata mondiale
della gioventù. Giovanni Paolo II aveva esortato i giovani a conquistare la vera
gioia percorrendo la strada in salita
delle beatitudini evangeliche predicate
da Gesù. “E’ un percorso - osservò -
in controtendenza rispetto ai valori
proposti dal Pensiero unico dominante,
che fa balenare i miraggi di una felicità
ottenuta con il denaro, con il successo,
con il potere, e con il piacere
sregolato dei sensi”.

“Ed è giusto - concluse - che in una scuola
pluralista, in cui c’è spazio ad esempio
per la filosofia del 'Carpe diem,'
per il mito del Superuomo
e per il pessimismo leopardiano,
venga indicata ai ragazzi anche questa
affascinante e impegnativa opportunità”.

Dal libro AD CATHEDRAM di Nicola Bruni
Nella foto qui sopra, in alto, alunni della scuola
Quinto Ennio di Roma in visita all'Orto Botanico,
1987-88.
Foto di Nicola Bruni
Anni della I D - Scuola media Mommsen di Roma, anno 2000-2001
Battitore libero
Nato sotto il segno + della Croce Rossa,
donatore volontario di buon sangue
0 Rh positivo, il professor Federico Fede,
alias Fefè, è un ottimista ironico,
ed anche un allegro burlone.
Quando beve, lascia sempre il bicchiere
mezzo pieno. Il suo motto è
“Fede, speranza e… per carità”.
La sua massima è “tutt’al più”.
La minima: “almeno”.
A chi gli chiede perché non va in pensione,
risponde:“Preferisco andare in albergo”.
Se gli domandano chi glielo fa fare,
punta l’indice verso il cielo, e si giustifica:
“Ho ancora qualche talento da far fruttare”.

Prof di “lettere materiali” (sua versione
sperimentale delle materie letterarie)
in una piccola scuola media, dove è
l’unico gallo del pool docente, tiene
banco nella “sala delle professoresse”
con racconti autobiografici e dotte
disquisizioni. Le colleghe pendono
affascinate dalle sue labbra.
Ma, conoscendo il soggetto, non sono
mai sicure se stia scherzando sul serio
o parlando seriamente per scherzo.

A 25 anni, dopo la laurea, fu arruolato
nei carristi per il servizio di leva.
Come prima incombenza, gli affidarono
un carrettino per la raccolta dei rifiuti.
Quando però i superiori si resero conto
che era non solo laureato ma anche
raccomandato, decisero di impiegarlo
nella fureria dell’Ufficio Complicazione
Affari Semplici e Semplificazione Affari
Complicati. Lì si esercitò a redigere
contrordini mascherati da “precisazioni”,
a compilare messaggi criptici, a formulare
testi polivalenti, cioè diversamente
interpretabili all’uopo secondo le mutevoli
esigenze tattico-strategiche del Comando,
e a decifrare documenti in codice.

Una tale esperienza gli è stata poi molto
utile nel suo lavoro di insegnante-manager,
per la decrittazione di circolari,
controcircolari, ordinanze e “decretini”
della burocrazia scolastica,
e per la destrutturazione delle apposite
griglie di lavoro “strutturate”
(con lo strutto?) dagli esperti.

In classe, il professor Federico
fa il battitore libero.
Quando ha le pile cariche,
riesce a mettere a fuoco gli argomenti
delle lezioni sparando a salve
anche tre battute al minuto.
Per esempio, se deve spiegare
il lessico manzoniano, sottolinea
che questo è molto più ricercato
del lesso di manzo, e lo si può trovare
addirittura in bocca a Renzo
nelle osterie dei Promessi Sposi.
Se gli capita di leggere “l’incremento
del bisogno”, precisa subito, a scanso
di equivoci, che quello non è affatto
il contrario del suo escremento.
E se scorge un alunno voltato
all’indietro, lo avverte garbatamente
che sta procedendo contromano.
Con lo stesso spirito, un giorno, ha difeso
dalle canzonature dei compagni un primino
che aveva sbagliato nel piegare il foglio
del compito di italiano:“Dovete capirlo,
Marco è un tipo che non fa una piega”.

Quando, poi, vuol far intendere di aver
sgamato chi si sta copiando di nascosto
i compiti delle ore successive, osserva
senza drammatizzare: “Vedo che c’è
chi segue la lezione, e chi la precede”.

La gag è, per lui, un solleticante
strumento educativo, di cui si serve
per allentare le tensioni, vincere la noia
della scuola dell’obbligo, radere la barba
alla cultura scolastica, bucare
i palloni gonfiati della retorica letteraria,
evacuare i luoghi comuni
della lingua corrente, far digerire
perfino il complemento di peso;
e, poi, per dimostrare “benignamente”
che la vita è bella anche quando è brutta.

Convinto che una risata al giorno levi
lo psicologo di torno, ha inserito
l’educazione all’umorismo
all’interno della cornice del quadro
della programmazione collegiale
individualizzata, con un disegno strategico
interdisciplinare di promozione globale
della salute psicofisica. Quindi, ha
programmato la somministrazione
periodica di prove di verifica in pillole,
quizzate secondo i vigenti canoni
della pedagogia sindacale di Stato,
allo scopo di misurare docimologicamente
il livello di spiritosaggine via via
raggiunto dai singoli alunni.

Insomma, il professor Fefè si diverte
a insegnare lettere, cartoline, fax,
telegrammi, sms e ultimamente
anche e-mail, ai ragazzini.
Del resto, il boom planetario della posta
elettronica, che ha fatto tornare di moda
la scrittura, gli ha restituito una grande
fiducia nell’avvenire della sua professione
di docente postelegrafonico...
militante in quel vasto movimento
di PROF. IT. NO PROFIT,
Professori italiani senza fini di lucro,
che mandano avanti
la “baracca” della scuola.

Dal libro AD CATHEDRAM di Nicola Bruni
Spiritosi in gattabuia
Spiritosi in gattabuia - Alunni scuola Quinto Ennio di Roma, maggio 1989, foto di Nicola Bruni
Alunni della scuola media Quinto Ennio di Roma
in visita ai cunicoli sotterranei della basilica
romana di San Clemente, maggio 1989.
Foto tratta dal giornalino di classe.

In alto, alunni della ID - anno 2000-2001
della scuola media Mommsen di Roma.
Foto di Nicola Bruni
Link con la pagina iniziale del Belsito
Inserire testo
A professo', quanto deve essere lungo il tema?
- Almeno due colonne. Con una sola non si regge.

- A professo', che facciamo alla sesta ora, dopo il tema d'italiano?
- Il post-scriptum.
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