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| Il presepe |
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| C’era un bel presepe in Terza C, la mattina del 13
dicembre, quando entrò in classe il professor Riccardo.
I suoi alunni lo avevano appena terminato,
ed erano felicemente orgogliosi di mostrarglielo.
“Il Bambinello, l’ho fatto io”, disse con materna tenerezza
una moretta che casualmente si chiamava Maria.
“Infatti, le assomiglia”, notò Andrea,
specialista in battute di spirito... santo.
Ma subito, parlando seriamente,
da apprendista teologo, aggiunse:
“In realtà, Gesù assomiglia a tutti noi, perché Dio
ci ha creati a sua immagine e somiglianza”.
La Madonna, opera di Federica, teneva in mano
un biberon, “perché non poteva allattare al seno
davanti a tutta quella gente che andava a farle visita”,
mentre San Giuseppe, che Fabio aveva realizzato
prendendo a modello il suo papà,
preparava un cambio di pannolino.
L’asinello di Danait si era messo gli occhiali,
“per imparare a leggere anche lui il Vangelo
e non farsi più trattare da ignorante come un somaro”.
E il bue di Lorenzo tentava di suonare “Jingle bells”
con il campanaccio appeso al collo
(aiutato dallo xilofono di Carlo nascosto sotto il banco).
Manuel presentò il suo angioletto calciatore:
aveva un’ala sola sulla schiena (la destra),
indossava una maglietta “celeste come il cielo… laziale”,
e portava sotto braccio un pallone-biglia
“per far giocare il Bambinello”: “perché sicuramente
anche a Gesù, da piccolo, piaceva giocare”.
In prima fila di fronte alla capanna, Roberta aveva posto
tre pastorelli bambini (“perché anche a quei tempi
c’era la piaga del lavoro minorile”).
E immaginava che cantassero in coro
TU SCENDI DALLE STELLE
con l’accompagnamento della classe: come appunto
si udì, prodigiosamente, da quel momento.
Claudio aveva raffigurato i Re Magi con le sembianze
e i costumi di un cinese, di un indiano e di un africano.
E Alessio, ispirandosi alla poesia
IL PELLEROSSA NEL PRESEPE di Gianni Rodari,
aveva aggiunto alle tradizionali figurine di Baldassarre,
Gaspare e Melchiorre quella “con le piume in testa”
del grande capo sioux Toro Seduto, venuto anche
lui dal Bambinello “perché ha udito il messaggio:
pace agli uomini di buona volontà”.
Andrea spiegò poi al prof che non lontano dalla capanna,
dietro la montagna (“ma nel presepe non si vedeva”),
avevano collocato l’HOTEL NON C'E' POSTO,
il cui oste aveva respinto Giuseppe e Maria
nella NOTTE SANTA. |
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| A quel punto, Maria attaccò a recitare una strofa
dell’omonima poesia di Guido Gozzano: |
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| - Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto avete per me e per Giuseppe?
Rispose Vasco:
- Signori, me ne duole, è notte di prodigio,
son troppi i forestieri: le stanze ho piene zeppe.
E Martino risuonò:
- Il campanile scocca
don-don-don-don-don-don-don
lentamente le sette. |
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| Il professore rimase piacevolmente sbalordito.
Ma i ragazzi della Terza C avevano in serbo
per lui un’altra sorpresa:
“Guardi le stelle del cielo”, disse Andrea.
Sul fondale azzurro del presepe erano incollati
dei cerchietti di carta con i volti di uomini e donne
“di ogni colore”: “Rappresentano - spiegò
l’apprendista teologo - i GIUSTI DELLA TERRA
che sono entrati nel Regno dei cieli perché
hanno praticato le beatitudini evangeliche
anche se, come ha detto recentemente il Papa,
ignoravano Cristo e la sua Chiesa”.
Quindi lesse dal Vangelo di Matteo alcune
delle beatitudini annunciate da Gesù
nel discorso della montagna:
“Beati i misericordiosi... Beati i puri di cuore...
Beati gli operatori di pace...
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il Regno dei cieli”.
“Fra i tanti giusti sconosciuti - intervenne Chiara -
abbiamo scelto di mettere cinque personaggi noti
del XX secolo, di fede religiosa diversa,
che hanno certamente meritato il Paradiso:
la suora cattolica albanese
MADRE TERESA DI CALCUTTA,
madre dei poveri, dei bambini rifiutati e dei moribondi;
il leader indiano GANDHI, di religione indù,
apostolo della non violenza;
il medico e pastore luterano tedesco
ALBERT SCHWEITZER, amico dei lebbrosi;
la ragazza ebrea tedesca ANNA FRANK,
vittima innocente dell’odio nazista;
il pakistano musulmano IQBAL MASIH,
sindacalista bambino, ucciso per essersi
ribellato contro lo sfruttamento dell’infanzia”.
Il professore era commosso, ma i suoi alunni
non gli permisero di aprire bocca prima che
i coordinatori dei tre gruppi di ricerca sul presepe
lo informassero dei risultati dei loro lavori.
“La tradizione natalizia del presepe - riferì Chiara -
fu iniziata dal San Francesco nel 1223 a Greccio,
con personaggi viventi. E fu il santo di Assisi
a far entrare ufficialmente nella stalla
della Natività il bue e l’asinello,
della cui presenza non parlano i vangeli”.
“La scena della nascita di Gesù e quella
dell’adorazione dei Magi sono state rappresentate
da molti grandi pittori”, ricordò Federica,
mostrando un dossier di riproduzioni artistiche,
con opere di Giotto, Mantegna, Botticelli, Giorgione,
Parmigianino, Jacopo Bassano e Bruegel il Vecchio.
“Il presepe secondo il nostro gruppo di ricerca -
argomentò Mattia - è la più alta espressione
popolare dell’umanesimo cristiano, poiché rievoca
la nascita del Salvatore del mondo, Dio che
si è fatto uomo ed è venuto ad abitare fra noi,
riproponendo visivamente importanti valori educativi.
In particolare, celebra la maternità della donna,
la sacralità della vita umana nascente e della famiglia,
la pari dignità umana delle persone umili,
la generosità nell’aiutare chi è nel bisogno,
la pace e la pacifica convivenza fra popoli diversi,
l’accettazione dei doni portati
dai rappresentanti di altre culture, il rispetto
e l’amore per gli animali e per la natura”.
Quando finalmente Riccardo poté parlare...
suonò la campanella. E il prof dovette stringere
parecchio: “Bravi, ragazzi, grazie. Buon Natale”.
Dal libro AD CATHEDRAM di Nicola Bruni (2004) |
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| L’insegnante di lettere,
professor Longino,
rispose indirettamente, congratulandosi con
la ragazza per essersi
accorta che sulla parete
di fronte a lei era appesa
una statuina di Gesù
inchiodato alla croce
del suo martirio:
“di quel Cristo - disse -
dalla cui nascita
ormai tutti nel mondo
contano gli anni;
di quel Maestro di vita
che per primo,
nella storia,
riconobbe la pari dignità
di tutti gli esseri umani,
comprese le donne
e i bambini, compresi
gli schiavi, i mendicanti,
gli stranieri, i malfattori,
le prostitute, i lebbrosi,
gli handicappati…
compresi perfino i nemici;
di quell’Innocente,
vittima dell’intolleranza
e della ragion di Stato,
che nel momento
più atroce del supplizio
pronunciò
parole di perdono
per i suoi carnefici”.
“Ci siamo talmente
abituati a vederla -
osservò - che
purtroppo non
ci badiamo più.
E se nessuno
ci bada, è come
se non ci fosse”. |
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| “Invece, dovremmo
badarci - ammonì -
e riflettere di tanto
in tanto sui valori
che quel simbolo
ha incarnato nella storia
civile dell’umanità,
e del popolo italiano
in particolare.
Un simbolo che
per il filosofo laico
Massimo Cacciari
significa, fra l’altro,
'amore senza ricompensa,
perdono senza rappresaglia,
essere innalzati
nella sconfitta';
e che per i cristiani
non è un segno
di sconfitta,
ma di amore,
di speranza
e di salvezza,
perché Gesù,
vero Dio e vero uomo,
è risorto dalla morte”. |
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| Poi, Longino andò
a prelevare una cartellina
dal suo armadietto,
ne tirò fuori alcuni fogli
e lesse la motivazione
con cui il Consiglio
di Stato, nel 1988,
aveva dichiarato
“tuttora legittimamente
operanti” le norme
di due regi decreti
del 1924 e del 1928
sull’esposizione
del Crocifisso
nelle aule scolastiche:
- Il Crocifisso o, più
comunemente, la Croce,
a parte il significato
per i credenti, rappresenta
il simbolo della civiltà
e della cultura cristiana,
nella sua radice storica,
come valore universale,
indipendente da specifica
confessione religiosa.
“Del resto, non a caso -
proseguì - il simbolo
della croce di Cristo
è presente negli stemmi
storici di numerosi
comuni italiani,
fra i quali Roma
e Milano, e in quelli
delle repubbliche marinare
di Genova, Pisa e Amalfi
(Venezia ha il leone
di San Marco con
il Vangelo) che figurano
al centro della bandiera
italiana della Marina;
ed è stato adottato
dalla Croce Rossa
Internazionale, che
opera in soccorso
del prossimo senza
distinzioni, sull’esempio
del Buon Samaritano
della parabola di Gesù”. |
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| Giotto, Epifania (Padova).
Sopra, un Crocifisso
esposto
in un'aula scolatisca.
In alto a sinistra:
Pinturicchio,
Adorazione dei Magi
(Spello).
Sullo sfondo della pagina,
il rosone della Basilica
di San Francesco ad Assisi
(foto di Nicola Bruni). |
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| Il simbolo dell'antica
Repubblica Serenissima,
posto sulla Torre dei Mori
in Piazza San Marco
a Venezia:
un leone alato con il libro
del Vangelo aperto
(foto di Nicola Bruni). |
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| Crocifisso di Cimabue (1268/71)
Firenze, Museo dell'Opera di S.Croce |
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| “Qualcuno obietterà - aggiunse - che
lui non si riconosce in quel simbolo,
perché la sua cultura è diversa da quella
con cui i nostri antenati hanno costruito l’identità nazionale del popolo italiano: quella cultura che indusse il grande filosofo laico Benedetto Croce
a spiegare in un suo famoso saggio
'perché non possiamo non dirci cristiani'.
Ebbene, a mio giudizio, chiunque è libero di non riconoscersi nel Crocifisso,
come nella bandiera tricolore, ma
non può pretendere che la maggioranza
del popolo italiano rinunci ai simboli dell’identità nazionale per omologarsi
alla sua diversità”. |
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| “Qualcun altro obietterà che
l’immagine di Gesù crocifisso
può offendere la sensibilità
di chi professa un’altra religione.
A me sembra, invece, che possa
offendere solo la sensibilità
degli intolleranti. Per esempio,
non può offendere gli ebrei,
considerato che Gesù era ebreo,
un ebreo circonciso e osservante:
al contrario, la sua ebraicità
costituisce la migliore smentita
del pregiudizio razzista antiebraico”.
“Non offende certamente i musulmani
che, seguendo l’insegnamento
del Corano, venerano Gesù
come un profeta e un taumaturgo,
annoverato fra i santi,
uno dei più vicini a Dio,
figlio della Vergine Maria,
concepito per opera dello spirito di Dio,
inviato da Dio per proporre una legge
nuova, parola venuta da Dio”.
“Quanto alle altre religioni, basti dire
che il Mahatma Gandhi, di fede induista, aveva una sconfinata ammirazione
per la figura di Gesù, che considerava
uno dei più grandi maestri spirituali dell’umanità ed il modello supremo dell’amore per il prossimo
e della resistenza non violenta
contro l’ingiustizia”. |
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| “Ci sono pure i non credenti”,
gli ricordò Jacopo.
“Per questa categoria - ribatté
il professor Longino - vorrei farvi
sentire la campana laica suonata
dallo scrittore Ferdinando Camon
sul quotidiano l’Unità,
il 5 dicembre 2001, nell’articolo
‘MA IL CROCIFISSO NON E' DI PARTE’:
- Il crocifisso cosa rappresenta? Rappresenta chi è crocifisso come lui.
Oggi sono crocifissi come lui
i senza-lavoro, i senza-casa,
i senza-patria, le vittime della pulizia etnica, i malati di malattie incurabili…
Non fa nessuna meraviglia che,
mentre intellettuali italiani, figli
di una cultura cattolica e borghese,
sostengono che bisogna togliere
il crocifisso da tutti i luoghi in cui
può disturbare i nuovi arrivati
islamici, questi rispondano che
per loro può restare dov’è,
a loro non dà fastidio.
Tra i due schieramenti, quello
di chi arriva per mare, in traversate
avventurose, su navi sgangherate,
piene di malati, alcuni dei quali morenti,
e quello di chi li aspetta per rimandarli
indietro, perché ha come principale
legge la propria salvaguardia,
i primi possono a buon diritto
sentirsi rappresentati dal crocifisso,
e i secondi sentirlo come disturbante”. |
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| “Ovviamente - concluse Longino -
per i cristiani Gesù crocifisso
rappresenta molto di più:
la loro campana è quella
che suona nella notte di Pasqua”.
Dal libro AD CATHEDRAM
di Nicola Bruni (2004) |
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| La Resurrezione di Cristo, di Piero
della Francesca (Borgo San Sepolcro).
Sotto, il Cristo Risorto di Giotto (Padova). |
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