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| Un piano riassumibile in cinque punti:
1 - abolizione delle province nei libri di geografia;
2 - riforma della grammatica (da impartire in dosi non superiori a 10 grammi giornalieri), che preveda l’accorpamento dei verbi in due sole categorie abbreviate, trans e intrans; tolleranza zero per i verbi irregolari; taglio degli attributi; stop all’uso di complementi di tempo indeterminato; sospensione fino al 2013 dei complementi di abbondanza; tassazione degli articoli superflui;
3 - riforma della matematica, con raddoppio delle sottrazioni e divisioni, riduzione del 50 per cento delle addizioni e blocco degli scatti delle moltiplicazioni;
4 - condono dei debiti formativi, con conseguente risparmio dei corsi di recupero, da elargire agli studenti in corrispondenza di ogni provvedimento di condono fiscale, previdenziale o edilizio;
5 - drastico contenimento delle ripetenze, che rappresentano un costo per la collettività, da perseguire mediante una politica di incentivi alle promozioni e di penalizzazioni retributive per i docenti che bocciano.
“Infine, qualora ciò non bastasse - aggiunse Giulivo - si potrebbe procedere al taglio della lingua…”.
“Il taglio della lingua? Quale lingua?”, domandò allarmata la collega Strilli, insegnante in bilico di lingua francese.
“Il taglio della lingua - precisò l’aspirante ministro ombra di un governo balneare - a studenti e prof. Così finalmente nelle aule di lezione ci sarà silenzio”.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 luglio 2010 |
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| Il futuro... posteriore siamo noi |
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| Spazio ai giovani: maestrine su Marte |
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| Maestre somare in lotta... |
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| con una ministra che
non azzecca i congiuntivi |
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| e che non ha competenza
nella politica dell'istruzione |
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| I tagli del "Cuore" |
| C’erano 54 alunni nella terza classe
elementare del maestro Perboni,
il primo giorno di scuola dell’anno
1881/82. Ma erano ancora pochi,
secondo i parametri stabiliti
dai governi sabaudi
con la “politica della lesina”.
Perciò, il quinto giorno, il direttore
pensò bene di ficcarcene un altro,
il cinquantacinquesimo.
A un certo punto Perboni
“dal troppo lavorare s’è ammalato:
cinque ore di lezione al giorno,
poi un’ora di ginnastica,
poi altre due ore di scuola serale,
che vuol dire sfiatarsi
dalla mattina alla sera”.
Siamo nella scuola municipale
della Torino “umbertina”
raccontata nel libro “Cuore”
da Edmondo De Amicis.
Lo scrittore attribuiva agli insegnanti
il compito di formare gli “italiani”
e di “preparare al nostro paese
un popolo migliore del presente”.
D’altra parte, lamentava che,
nonostante l’impegno con cui essi
si dedicavano a quella grande
missione, il loro lavoro era “mal
riconosciuto e mal ricompensato”.
Come apparve scandalosamente
evidente nel caso del maestro Crosetti,
premiato dal Ministero
con una medaglia dopo aver lasciato
la scuola all’età di 82 anni,
ma costretto a vivere con una misera
pensione, in una casupola
di campagna: “Mio padre [l’ingegner
Bottini che era stato suo allievo]
guardava quei muri nudi, quel povero
letto, un pezzo di pane e un’ampollina
d’olio che era sulla finestra,
e pareva che volesse dire:
- Povero maestro, dopo sessant’anni
di lavoro, è questo il tuo premio?”.
Bisogna rileggere questa storia minore
del Post-Risorgimento, per capire
con quale spirito l’attuale Governo
italiano si accinge a far celebrare
nelle scuole i 150 anni dell’Italia unita
bloccando i già magri stipendi
degli insegnanti fino al 2013:
lo stesso spirito con cui i padri
fondatori dello Stato italiano unitario
tenevano in non-considerazione
i maestri della loro epoca.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 settembre 2010 |
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