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| Concludeva così il racconto di
“Una giornata di Ivan Denissovic”,
il grande scrittore russo Aleksandr
Solgenitsyn, premio Nobel
per la letteratura 1970,
morto il 3 agosto 2008.
Quel romanzo, pubblicato in Urss
nel 1962, ai tempi di Krusciov,
fu la prima coraggiosa denuncia
delle condizioni disumane in cui
erano costretti a lavorare
come schiavi, in un immenso
arcipelago di campi di prigionia,
milioni di cittadini sovietici,
vittime di uno spietato sistema
di repressione politica:
nel gelo, nella fame,
nello sfinimento, sottoposti
a continue angherie,
violenze fisiche e psicologiche,
e all’arbitrio di capi
che rubavano
sul cibo dei detenuti.
Anche il prigioniero Solgenitsyn
“ce l’aveva fatta”, a differenza
di moltissimi suoi compagni
di sventura, ammazzati o fatti
morire di stenti e di malattie.
Arrestato nel 1945 per aver
criticato Stalin in una lettera
privata, sperimentò per 11 anni
l’inferno siberiano dei gulag,
riuscendo a sopravvivergli,
addirittura fino a 90 anni
di età, grazie ad una tempra
fisica eccezionale, sostenuta
da una straordinaria forza
d’animo: quella stessa forza
interiore che, nel romanzo,
consentiva al prigioniero Ivan
di mantenersi sereno e rassegnato
di fronte all’ingiustizia subìta,
e disponibile ad aiutare
i compagni nella quotidiana
lotta per la vita.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 dicembre 2008 |
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| Alexandr Solgenintsyn nel 1974. |
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| Il detenuto politico Alexandr Solgenitsyn
perquisito da una guardia nel gulag. |
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| Prigionieri-schiavi ai lavori forzati
in un gulag sovietico. |
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| Rencinzione e torretta di guardia
di un gulag siberiano. |
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| Foto di Solgenitsyn da detenuto
e le copertine dei suoi libri Arcipelago Gulag
e Una giornata di Ivan Denissovic. |
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