C’era una volta l'Unione Sovietica di Lenin, di Stalin, di Krusciov, di Breznev...
Gli altarini rovesciati
del comunismo
Mosca 1971, Mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa, foto di Nicola Bruni
Mosca, settembre 1971: la tela di un pittore che ha ritratto il mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa (foto di Nicola Bruni).
La forza di Solgenitsyn
Aleksandr Solgenitsyn, Una giornata di Ivan Denissovic
Si era coricato “quasi felice” il prigioniero politico S-854, al termine di una “bella giornata” di gennaio del 1951,
dopo 11 ore di lavoro forzato da muratore a 27 gradi sotto zero, in un gulag (lager) del regime comunista sovietico.
Prima di addormentarsi, disse: “Ti ringrazio, Signore, se n’è andato un altro giorno”.
Quel giorno, pensò, aveva avuto “molta fortuna”: non l’avevano ficcato in prigione,
a pranzo aveva rimediato una “sbobba” in più, non si era ammalato e, insomma, “ce l’aveva fatta”.
Note di un viaggio in Russia - 1971
Nel settembre 1971 partecipai, con una delegazione di professori cattolici italiani dell'UCIIM, ad un viaggio in Russia visitando Leningrado, Pietrovoretz, Mosca e Zagorks.
Nella foto qui sotto, sono ritratto a Mosca
sulla sponda del fiume Moscova
con la cittadella del Cremlino alle mie spalle.
Nicola Bruni a Mosca, davanti alla Moscova e al Cremlino, nel 1971
Mosca, settembre 1971 - Sono passati ormai 54 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre,
e il vecchio discorso delle “disastrose condizioni di partenza” con cui ancora oggi si vorrebbero giustificare gli scarsi progressi economici realizzati nel primo Paese comunista del mondo e il basso tenore
di vita dei suoi abitanti, non regge più.

L’Unione Sovietica è un Paese
dalle immense ricchezze naturali, con un’estensione in superficie pari ad un sesto di tutte le terre emerse, 74 volte l’Italia,
e una popolazione di appena 240 milioni
di unità. Il partito comunista vi detiene
un potere assoluto, ed ha avuto il modo
e il tempo di imporre tutte le riforme
che ha voluto. L’unica serie resistenza
interna incontrata dal potere sovietico,
fu quella dei contadini, all’epoca
della collettivizzazione forzata delle terre,
decisa da Stalin, che risolse la questione
con il genocidio e la deportazione
di intere popolazioni.
Tutta l’economia è in mano allo Stato,
che perciò teoricamente ha la possibilità
di pianificare ogni cosa. Non ci sono
scioperi perché lo sciopero è reato,
e i lavoratori debbono accontentarsi
di quello che passa il governo.
Ma il sistema non funziona lo stesso: permangono gli squilibri tra Nord e Sud,
tra città e campagna; la macchina produttiva è lenta; l’agricoltura, nonostante le vastissime estensioni di terreno coltivabile
e gli ingenti mezzi impiegati,
non riesce neppure
a soddisfare il fabbisogno nazionale
(la Russia, un tempo “granaio d’Europa”,
è ora costretta a importare grano
dagli Stati Uniti e dal Canada); su tutto
incombe una burocrazia parassitaria,
spesso corrotta, che è la vera
detentrice del potere, ad ogni livello.

Il dramma dello Stato totalitario sovietico è che non riesce a pianificare l’uomo: abolita l’iniziativa economica privata, abolito
il profitto individuale, resa puramente nominale la partecipazione dei lavoratori alle decisioni sulla distribuzione del reddito prodotto, il sistema ha ottenuto soltanto
di alienare la massa dei cittadini,
di abituarla ad aspettarsi tutto dall’alto
e a non rendersi protagonista interessata
dello sviluppo economico.

Inoltre, la mancanza della libertà di critica
e di opposizione politica rende possibile
il persistere di errori al vertice
(e che “errori”, se si pensa a Stalin)
e ostacola un salutare
avvicendamento della classe dirigente.

Abolita la proprietà privata, non sono state abolite le disuguaglianze sociali, non è stato abolito lo sfruttamento del lavoro.
Alla vecchia borghesia si è sostituita
una nuova classe privilegiata, formata
da dirigenti del partito, burocrati,
alti ufficiali, scienziati e artisti: i soli
che possano disporre di automobili,
lussuosi appartamenti e stipendi
elevati. Per questa classe speciale,
la “borghesia rossa”, vi sono
addirittura negozi speciali,
con prodotti speciali a prezzi speciali.

Al capitalismo privato si è sostituito
un capitalismo di Stato, non meno esigente per quanto concerne i ritmi di produzione, non più generoso per quanto concerne
i salari. Le catene di montaggio,
la parcellizzazione del lavoro,
gli infortuni dovuti ad inosservanza
delle condizioni di sicurezza,
i licenziamenti per motivi
politico-sindacali, l’ “alienazione”,
sono caratteristiche che le fabbriche
sovietiche hanno in comune
con quelle dei Paesi capitalistici.
Il tenore di vita medio degli operai italiani “sfruttati” dalla Fiat, rappresenta
una condizione invidiabile per gli operai
che lavorano alla Gigulì dello stabilimento di Togliattigrad. Ma la principale differenza tra i due sistemi è che
i lavoratori sovietici non hanno
lo sciopero per far valere i loro diritti.
Il “potere della classe operaia” è quindi
una beffa. Chi decide sulla ripartizione
del reddito nazionale, la cui consistenza sarebbe tale da assicurare condizioni
di benessere ad ogni cittadino dell’Urss,
è solo una ristretta oligarchia di politici
e di tecnocrati, formatasi al di fuori di una
libera espressione della volontà popolare.
Ecco perché una gran parte di questo reddito viene spesa per gli armamenti, le imprese spaziali, gli aiuti militari all’estero (Vietnam, Paesi arabi ecc.), i finanziamenti ai partiti comunisti sparsi nel mondo.
Ed ecco perché, d’altra parte i beni
di consumo scarseggiano nei negozi,
e i vestiti e le scarpe sono così cari;
ecco perché la coabitazione di più famiglie
nello stesso appartamento è ancora
un modo di vivere abbastanza “normale”
nell’Unione Sovietica.

E’ in questo modo che il proletariato sovietico viene derubato, dalla classe
dei “padroni dello Stato”, del “plusvalore” prodotto dal suo lavoro, a vantaggio
di una politica di potenza che viene
propagandata come politica di pace.
NICOLA BRUNI
Articolo conclusivo di una serie
di 9 “note di viaggio
in Unione Sovietica”
pubblicate dal settimanale
IL NOSTRO TEMPO
di Torino tra ottobre e dicembre 1971
Leingrado 1971, chiesa ortodossa del Santo Salvatore sul Sangue, foto di Nicola Bruni
Leningrado 1971 - La chiesa ortodossa
del Santo Salvatore sul Sangue
(costruita sul luogo dove nel 1881
fu assassinato lo zar Alessandro II,
che aveva abolito la servitù della gleba),
trasformata dal regime comunista
in museo di storia dell'ateismo.
Foto di Nicola Bruni
Mosca 1971, chiesa di San Basilio sulla Piazza Rossa, foto di Nicola Bruni
Mosca 1971 - La cattedrale ortodossa
di San Basilio, sconsacrata e trasformata
in museo dal regime comunista.
Foto di Nicola Bruni
Concludeva così il racconto di
“Una giornata di Ivan Denissovic”,
il grande scrittore russo Aleksandr
Solgenitsyn, premio Nobel
per la letteratura 1970,
morto il 3 agosto 2008.

Quel romanzo, pubblicato in Urss
nel 1962, ai tempi di Krusciov,
fu la prima coraggiosa denuncia
delle condizioni disumane in cui
erano costretti a lavorare
come schiavi, in un immenso
arcipelago di campi di prigionia,
milioni di cittadini sovietici,
vittime di uno spietato sistema
di repressione politica:
nel gelo, nella fame,
nello sfinimento, sottoposti
a continue angherie,
violenze fisiche e psicologiche,
e all’arbitrio di capi
che rubavano
sul cibo dei detenuti.

Anche il prigioniero Solgenitsyn
“ce l’aveva fatta”, a differenza
di moltissimi suoi compagni
di sventura, ammazzati o fatti
morire di stenti e di malattie.

Arrestato nel 1945 per aver
criticato Stalin in una lettera
privata, sperimentò per 11 anni l’inferno siberiano dei gulag,
riuscendo a sopravvivergli,
addirittura fino a 90 anni
di età, grazie ad una tempra
fisica eccezionale, sostenuta
da una straordinaria forza
d’animo: quella stessa forza
interiore che, nel romanzo,
consentiva al prigioniero Ivan
di mantenersi sereno
e rassegnato di fronte
all’ingiustizia subìta,
e disponibile ad aiutare
i compagni nella quotidiana
lotta per la vita.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 dicembre 2008
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Gigantografie di Lenin a Leningrado - 1971, foto di Nicola Bruni
1971 - Gigantografie di Lenin nelle strade di Leningrado, oggi San Pietroburgo.
Foto di Nicola Bruni
Il culto "ateo"
del dio Lenin
Mosca, settembre 1971 - Il mausoleo di Lenin è al centro di un vero
e proprio culto religioso,
per il quale la Piazza Rossa
di Mosca è stata trasformata in un’immensa cattedrale all’aperto, interdetta al traffico e resa
oltremodo suggestiva di notte
da un’illuminazione fantastica
che ne esalta i colori
e vi diffonde un senso di misticismo.
Nelle ore di visita al mausoleo,
decine di migliaia di “pellegrini” provenienti dalle quindici repubbliche dell’URSS si mettono pazientemente in fila lungo le mura del Cremlino per vedere
il corpo imbalsamato del “padre della patria sovietica”.
Due soldati, in un’elegante divisa blu, montano la guardia immobili, uno di fronte all’altro, davanti alla porta di bronzo del monumento,
che non è mai chiusa, ma di notte
viene soltanto accostata,
come se Lenin da un momento
all’altro potesse svegliarsi
e chiamare le guardie. All’interno,
le luci sono sempre accese.
Mosca 1971, cambio della guardia al Mausoleo di Lenin, foto di Nicola Bruni
Mosca 1971 - Cambio della guardia
al mausoleo di Lenin.
Foto di Nicola Bruni
Ogni ora, al rintocco dell’orologio della torre del Cremlino, si ripete
il rito del cambio della guardia.
Le sentinelle escono dall’ingresso principale della fortezza e avanzano come automi al passo dell’oca;
ogni movimento è sincronizzato
in base ad una cadenza gravemente scandita dal forte battere
dei tacchi sul lastricato.
Alla facciata del mausoleo sono appoggiate corone e cesti di fiori, molti dei quali deposti da coppie
di sposi novelli subito dopo
la cerimonia nuziale. I russi
hanno infatti trasferito a Lenin,
il tradizionale omaggio floreale
che in alcuni paesi cristiani
viene tributato a Santa Caterina
da parte delle giovani spose.
Mosca 1971, coppia di sposi sulla Piazza Rossa, foto di Nicola Bruni
Mosca 1971 - Coppia di sposi
nella Piazza Rossa.
Foto di Nicola Bruni
Il culto di Lenin è presente dovunque, con ritratti a volte giganteschi, busti, statue, altarini ornati di fiori, con il nome dato
alla città di Leningrado (l’antica
San Pietroburgo), ad innumerevoli strade, piazze e istituzioni,
con la sua immagine riprodotta
su milioni di distintivi di cui
si fregiano il petto i cittadini
sovietici, e che hanno sostituito
la croce e l’immagine di Cristo. Mancano solo gli ex-voto
per grazia ricevuta.

Nicola Bruni
dalla rivista LA SCUOLA E L’UOMO
( dell'UCIIM) - ottobre 1971
Mosca 1971, studentesse inquadrate in uniforme, foto di Nicola Bruni
Mosca 1971 - Studentesse in divisa marciano inquadrate per andare
a visitare la tomba di Lenin.
Foto di Nicola Bruni
Una tomba modesta per Krusciov
Mosca 24.9.1971, tomba di Krusciov al cimitero di Novodevici, foto di Nicola Bruni
Mosca, cimitero di Novodevici,
24 settembre 1971 - La modesta
sepoltura di Nikita Krusciov, capo
supremo del comunismo sovietico
dal 1953 al 1964, morto di recente
come un semplice pensionato
dopo essere stato estromesso
dal potere ad opera di Breznev.
Foto di Nicola Bruni
Leningrado 1971, ragazza russa davanti all'incrociatore Aurora sul fiume Neva, foto di Nicola Bruni
Leningrado, settembre 1971 -
Ragazza russa davanti al fiume Neva
e allo storico incrociatore Aurora,
da cui nel 1917 partì il primo colpo
di cannone della Rivoluzione d'Ottobre.
Foto di Nicola Bruni
Manifesto di propaganda comunista in tedesco secondo cui Stalin è la felicità
STALIN E' LA FELICITA' proclama in tedesco
questo manifesto di propaganda comunista
diffuso nella Germania Orientale
ai tempi dello stalinismo.
Il culto della personalità di Stalin,
capo supremo dell'URSS dal 1922 al 1953,
fu imposto in tutta l'Unione Sovietica
e nei "Paesi satelliti" dell'Europa orientale.

Stalin veniva glorificato come un superuomo
in possesso di doti sovrannaturali simili a quelle
di un dio, e come tale ritenuto in grado di sapere
tutto, vedere tutto, pensare per tutti, fare qualsiasi
cosa ed essere infallibile nella propria condotta.

Il dittatore sovietico era piccolo di statura
ma si faceva ritrarre come un gigante.
Dopo la sua morte, il corpo imbalsamato di Stalin
fu esposto per otto anni accanto a quello di Lenin
nel mausoleo della Piazza Rossa; dal 1961, è sepolto
nel cimitero dei "vip" sotto le mura del Cremlino.
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STALIN
Il falso mito
di un immane tiranno
Racconto autobiografico
Stalin morì la sera del 5 marzo 1953.
“Allora - raccontò il professor Tosi - io avevo 11 anni. L’indomani, in classe, la nostra insegnante di lettere delle medie pensò bene di celebrare il trapasso
del capo supremo del comunismo recitando
alcuni versi del Cinque Maggio di Manzoni
che si adattavano alla circostanza:
"Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore / orba di tanto spiro,
così percossa, attonita / la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima / ora dell’uom fatale...
Fu vera gloria? Ai posteri / l’ardua sentenza”.
“Più tardi, uscendo dalla scuola, lessi su manifesti
listati a lutto la sentenza di certi suoi contemporanei
che tanto lo avevano ammirato, amato ed invocato:
"Onore al grande Stalin. Gloria eterna all’uomo
che più di tutti ha fatto per la liberazione
e per il progresso dell’umanità”.
“Poi passai davanti ad una sezione del Partito
comunista italiano, dove c’era una folla
di gente commossa che ornava di fiori e lumini rossi
una specie di altarino su cui si ergeva
una gigantografia del leader sovietico”.

“Arrivato al portone di casa, vidi la mia portinaia,
una donnetta di mezza età, distrutta dal dolore.
Con Stalin, diceva, era morta la sua speranza,
una speranza messianica, che lei era solita evocare proclamando in tono vagamente minaccioso:
"Ha da venì Baffone!".
Baffone, ovvero Stalin, impersonava
nella sua immaginazione la figura del giustiziere,
del salvatore che avrebbe posto fine alla miseria
del popolo e ai privilegi dei ricchi, punito le altezzose
sgarberie di taluni signorotti, e magari innalzato
una poveraccia come lei, costretta a vivere
in un buio scantinato, almeno fino... al terzo piano.
Un salvatore che assomigliava molto a quello descritto
dalle parole del Magnificat, udite in chiesa:
"Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi".
Il professor Tosi continuò la sua lezione sul mito
di Stalin, leggendo alcuni passi del discorso commemorativo pronunciato il 6 marzo 1953
alla Camera dei deputati da Palmiro Togliatti,
il leader dei comunisti italiani, che conosceva
molto bene l’illustre scomparso:
"Giuseppe Stalin è un gigante del pensiero,
è un gigante dell’azione...
Col suo nome verrà chiamato un secolo intero...
Stalin fu artefice geniale di questa creazione
immane [l’Unione Sovietica], capo riconosciuto
della classe più avanzata che mai sia apparsa
sulla scena della storia, guida di popoli sopra
un cammino nuovo... Onoriamo in Stalin
il fondatore e capo dello Stato socialista,
il vittorioso sul fascismo, l’alfiere della pace.
Inchiniamoci all’uomo che ha incarnato in sé,
difeso, portato al trionfo una causa
che è nel cuore di tutti gli uomini semplici,
la causa del progresso sociale, del socialismo,
della fraternità fra tutte le nazioni".
Quindi, ricordò che a quel tempo gli estimatori
di Stalin in Italia erano circa 10 milioni,
tra elettori e giovani simpatizzanti del Pci
e del Psi, i due partiti della sinistra filosovietica.
Tra loro, vi erano importanti “maestri del pensiero”
della cultura italiana (scrittori, docenti universitari,
registi cinematografici) e anche un futuro presidente
della Repubblica, il socialista Sandro Pertini.

“Ma purtroppo - ammonì il professore - sic transit
gloria mundi, così passa la gloria del mondo.
Passarono appena tre anni, e tutti quegli estimatori
dovettero subire un grosso dispiacere, allorché
gli altarini di Stalin furono improvvisamente
e bruscamente rovesciati dal suo successore
Nikita Krusciov,
al XX congresso del Partito comunista sovietico.
Krusciov rivelò chi era veramente Stalin:
un dittatore dispotico, intollerante di qualsiasi critica, sospettoso, capriccioso e violento, spietato torturatore e massacratore di presunti avversari
e nemici del popolo, brutale mandante di esecuzioni
di massa di innocenti e di deportazioni di milioni
di persone, perfino di interi gruppi etnici;
crimini inappellabili che diffondevano uno stato
di incertezza, di terrore e di disperazione
in tutta l’Urss e anche nei Paesi satelliti,
controllati dalla polizia segreta staliniana”.

“Krusciov denunciò che fu Stalin a formulare
il concetto di nemico del popolo, accusa che giustificò la repressione più crudele contro coloro che fossero appena sospettati di intenzioni ostili, e impedì che
si potessero manifestare opinioni diverse anche
su questioni pratiche all’interno del regime sovietico
per il rischio incombente di quell’accusa”.
“E fu proprio Stalin a dare via libera all’invasione nazista della Polonia, stipulando con Hitler
nell’agosto del 1939 un patto di non aggressione
e spartizione di territori dell’Europa orientale”.
“Inoltre, Krusciov ammise che per circa trent’anni l’Unione Sovietica si era piegata al culto
della personalità di Stalin, glorificato come
un superuomo in possesso di doti sovrannaturali
simili a quelle di un dio, e come tale ritenuto
in grado di sapere tutto, vedere tutto,
pensare per tutti, fare qualsiasi cosa
ed essere infallibile nella propria condotta”.
"Come avvenne per Mussolini, nell’Italia fascista”, osservò Angela. “Pressappoco - riconobbe il prof -
ma con l’aggiunta di una feroce persecuzione
contro chi professava di credere in un altro... Dio”.
“Quante furono le vittime di Stalin?”, domandò
Roberto. Il professor Tosi tirò fuori il ritaglio
di un’intervista rilasciata nel dicembre del 2000
al quotidiano Avvenire dallo storico russo Aleksandr Jakovlev, presidente della Commissione
per la riabilitazione delle vittime
delle repressioni politiche nell’ex Urss:
“La cifra ritenuta più attendibile
è di venti milioni di morti”.
“Venti milioni di morti! - saltò dalla sedia
Filippo - Ma allora Stalin, come diceva
il nostro Togliatti, era davvero un gigante!”.
dal libro AD CATHEDRAM di Nicola Bruni
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Sullo sfondo, la Piazza Rossa
Mosca nel 1971, con
il Cremlino e il mausoleo
di Lenin sulla destra
e San Basilio sulla sinistra.
Link con la pagina iniziale del Belsito
Quando si nega l'esistenza di Dio, non è che non si creda a niente:
si può credere a tutto, alle superstizioni, agli oroscopi... persino a Stalin.
Nicolaus
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