I miei ricordi infantili del 2 giugno 1946 quando il popolo italiano votò
per cacciare il Re e sancire il principio di uguaglianza
La Repubblica
Il torrino del Palazzo del Quirinale, foto di Nicola Bruni
Avevo quattro anni e sette mesi, il 2 giugno del 1946, quando gli italiani scelsero a maggioranza (54,3 per cento dei voti validi)
la Repubblica democratica.
Quel giorno - ne conservo un vago ricordo - accompagnai mamma e papà al seggio elettorale, in una scuola di Roma.
All’uscita, interpellato da un nonnetto che sondava il voto dei “giovanottini”, risposi senza esitare: “Monacchìa!”.
Ne ottenni un “Bravo!”, implicitamente esteso ai miei genitori.
I quali, invece, nel segreto della “gabina” si erano comportati da “giacobini” per cacciare il Re.
La scuola elementare Alessandro Manzoni di Roma, foto di Nicola Bruni
Entrambi, avevano potuto votare
per la prima volta nella loro vita,
a 39 anni di età, dopo aver
attraversato il ventennio della dittatura.
Nella scheda per l’Assemblea Costituente,
papà aveva segnato il simbolo del Partito Repubblicano di Randolfo Pacciardi;
mamma - ragionando con la sua testa
e non con quella di suo marito - aveva preferito
la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi.

La propaganda referendaria ed elettorale
era entrata nei miei giochi di bambino:
in casa, radunavo alcuni amichetti, maschi
e femmine, davanti ad un “palco da comizio”
formato da due sedie coperte da una tovaglia
e, vociando in un imbuto adattato a megafono,
li imbonivo a votare “pella monacchìa
e pella voteria”, come mi pareva
di aver udito da un’ ”autoparlante”
che girava per le strade.

Allorché, da studente liceale, cominciai
a ragionare di politica con ragazzi più grandi
di me, capii quale rivoluzione aveva
rappresentato nella storia d’Italia
l’avvento della Repubblica,
e della sua Costituzione democratica,
rispetto al vecchio Statuto del Regno
(sia nella versione liberale sia in quella
totalitaria fascista, parimenti fondate
sulla disuguaglianza e sul privilegio),
affermando tre nuovi principi di civiltà:

1) “la sovranità appartiene al popolo”,
non più ad un “sovrano”
che, “per grazia di Dio” (arbitrariamente
presunta) e per diritto di nascita,
si considera proprietario dello Stato;

2) “tutti i cittadini hanno pari dignità
e sono eguali davanti alla legge
senza distinzioni di sesso, di razza,
di lingua, di religione, di opinioni politiche,
di condizioni personali e sociali”;
di conseguenza
“i titoli nobiliari non sono riconosciuti”;

3) “è compito della Repubblica rimuovere
gli ostacoli di ordine economico e sociale”
che limitano “di fatto la libertà
e l’eguaglianza dei cittadini”.

Ricordo i racconti che mi faceva mia madre,
sugli ostacoli di ordine sociale da lei
incontrati fin da quando era bambina:
nata in una famiglia di “signori”,
di ascendenza baronale, in un paese
della Calabria, le fu inibito per superbia
nobiliare di frequentare la scuola pubblica
con i suoi coetanei, come fortemente
desiderava, perché non poteva
“mischiarsi con il popolino”;
e dovette rassegnarsi a ricevere
un’istruzione individuale privata.

Anche per ribellarsi a quella superbia
e a quei condizionamenti, mia madre,
conquistati finalmente nel 1946
i diritti politici come cittadina,
votò “Repubblica”.

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA - 10 maggio 2006
C'era una volta un re
Poi in Italia per fortuna...
“C’era una volta un re…”. Per fortuna, in Italia,
fin dal 1946 possiamo raccontarla solo così.
A differenza di altri sette Paesi dell’Unione
europea (Gran Bretagna, Spagna, Svezia,
Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo)
sui quali regna ancora, per privilegio
di nascita, una “testa coronata”.
Alla faccia del principio di uguaglianza.

Con il referendum del 2 giugno 1946,
che instaurò la repubblica, noi italiani
l’abbiamo scampata bella: diversamente,
oggi dovremmo tenerci come sovrano
a vita (fin dal 1983!) quel galantuomo
di Vittorio Emanuele IV, e prepararci
a chiamare Sua Maestà quel fru fru
di Emanuele Filiberto.

Il poeta Trilussa ci ha tramandato
una gustosa descrizione in dialetto
romanesco di come si svolgeva “L’incontro
de li sovrani” nel 1908, quando il Re d’Italia
Vittorio Emanuele III era ufficialmente alleato
del Kaiser d’Austria e del Kaiser di Germania
(ai quali nel 1915 avrebbe dichiarato guerra):
“Bandiere e banderole, penne e pennacchi
ar vento, un luccichìo d'argento de bajonette
ar sole, e in mezzo a le fanfare spara
er cannone e pare che t'arimbombi dentro.
Ched'è? chi se festeggia? È un Re che, in mezzo
ar mare, su la fregata reggia riceve un antro Re.
Ecco che se l'abbraccica, ecco che lo
sbaciucchia; zitto, ché adesso parleno…
- Stai bene? - Grazzie. E te? e la Reggina?
- Allatta. - E er Principino? - Succhia.
- E er popolo? - Se gratta. - E er resto?
- Va da sé… - Benissimo! - Benone!
La Patria sta stranquilla; annamo a colazzione… -
E er popolo lontano, rimasto su la riva, magna
le nocchie e strilla: - Evviva, evviva, evviva… -
E guarda la fregata sur mare che sfavilla”.

Cento e più anni dopo, in Inghilterra sono
ancora allo stesso punto: il Principino succhia…
e il popolo strilla evviva, evviva, evviva…
al “matrimonio del secolo” delle Loro Altezze Reali.

Nicola Bruni
da La Tecnica della scuola
20 maggio 2011
Che galantuomo era il Re Galantuomo Vittorio Emanuele II - link con l'articolo di Nicola Bruni
Napolitano saluta la folla nei Giardini del Quirinale, foto di Nicola Bruni 2.6.2007
Il Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano
saluta la folla
nei Giardini del Quirinale
il 2 giugno 2007
(foto di Nicola Bruni).

Napolitano, nato nel 1925,
già senatore a vita,
è stato eletto
Capo dello Stato
il 10 maggio 2006
dall'assemblea dei 1009
"grandi elettori" (deputati,
senatori e delegati regionali)
con 543 voti.




*
Alcide De Gasperi
Alcide De Gasperi
(1881-1954).
Capo del Governo di unità
antifascista che gestì
il referendum istituzionale
del 2 giugno 1946, esercitò
anche le funzioni di capo
provvisorio dello Stato
dopo la proclamazione
della Repubblica,
dal 12 al 28 giugno 1946,
fino all'elezione
di Enrico De Nicola da parte
dell'Assemblea Costituente.





*
Oscar Luigi Scalfaro, foto di Nicola Bruni
Oscar Luigi Scalfaro,
Presidente della Repubblica
dal 1992 al 1999,
con la figlia Marianna
nei giardini del Quirinale
il 2 giugno 1997.

Foto di Nicola Bruni




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Carlo Azeglio Ciampi, foto di Nicola Bruni
Carlo Azeglio Ciampi,
Presidente della Repubblica
dal 1999 al 2006,
con la moglie Franca
nei giardini del Quirinale
il 2 giugno 1999.

Foto di Nicola Bruni





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Corazzieri a cavallo, foto di Nicola Bruni 15.5.2006
Corazzieri a cavallo in Piazza Venezia durante la cerimonia di insediamento del Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano,
il 15 maggio 2006.

Foto di Nicola Bruni



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Così commentai nel maggio del 2006
l'insediamento alla Presidenza
della Repubblica di Giorgio Napolitano,
noto per il suo portamento aristocratico
da lord inglese
Sir George, il Presidente
Ho cercato di leggere “tra le righe”
del discorso di insediamento
che il nuovo Presidente della Repubblica
ha pronunciato il 15 maggio 2006,
sorvolando sull’inevitabile retorica
di circostanza, e sulla genericità
quasi obbligata dei riferimenti
a molti aspetti della vita del Paese.

Eletto con i soli voti della nuova
maggioranza parlamentare,
Giorgio Napolitano ha promesso
che non sarà il Presidente
solo di quella maggioranza;
che svolgerà un ruolo imparziale di garanzia
dei valori e degli equilibri costituzionali,
di moderazione e di persuasione morale;
che si adopererà per favorire “più pacati
confronti” e “più ampie, costruttive convergenze”
tra le forze politiche; che promuoverà
l’unità nazionale sulla base di una memoria
storica e di un’identità condivise;
che agirà “con la necessaria sobrietà
e nel rigoroso rispetto dei limiti”
a lui assegnati dalla Costituzione.

Il suo è stato un intervento equilibrato
e prudente, lo stesso che avrebbe potuto
fare un suo predecessore democristiano:
con significativi richiami
ai “valori umani e cristiani”
come “patrimonio del popolo italiano”,
alla collaborazione tra Stato e Chiesa cattolica
per il “bene comune”, ed un “laico”
riconoscimento della “dimensione
sociale e pubblica del fatto religioso”;
“super partes” anche nel ricordare
il “decisivo apporto della Resistenza”
alla “riconquista dell’indipendenza
e della dignità della patria”, senza ignorarne
“zone d’ombra, eccessi e aberrazioni”.

A chi gli rimproverava un passato di comunista,
iscritto al Pci filosovietico fin dal 1945,
“Sir George” (come è stato soprannominato
per il suo portamento aristocratico
da lord inglese) ha replicato
indirettamente tacendo su Togliatti,
elogiando come “statista lungimirante”
il suo grande avversario Alcide De Gasperi,
rilanciando la scelta europeistica
e confermando “nella pari dignità”
gli “storici legami” del nostro Paese
con gli Stati Uniti d’America.

Della sua antica fede politica “di sinistra”,
ha riproposto fra l’altro l’anelito
alla giustizia sociale, la “lotta
contro le accresciute disuguaglianze
e le nuove emarginazioni e povertà”,
la “tutela del lavoro” anche dalla “precarietà”.

Infine, per chi si era abituato alla retorica
ovattata di Ciampi, è parso inusuale
che il nuovo Capo dello Stato tornasse
a parlare di “ripudio della guerra”.
Lo ha fatto, però, con diplomatica ambivalenza,
definendo questo “valore” costituzionale
“inscindibile” da quello della “corresponsabilità
internazionale per assicurare la pace
e la giustizia nel mondo”,
mentre ha reso omaggio a “tutti i nostri
caduti, che hanno rappresentato
il prezzo doloroso di missioni all’estero
assolte con dedizione e onore,
qualunque sia stato il grado di consenso
nel deliberarle”. Missioni che, comunque,
ha avuto l’accortezza
di non chiamare “di pace”.

“Bravo, Napolitano! - direi se dovessi
valutarlo come commissario esterno
ad un esame di maturità presidenziale -
La pace si costruisce anche dosando le parole”.

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
25 maggio 2006
Ho inviato questo articolo al Presidente Napolitano,
il quale mi ha ringraziato personalmente
con un telegramma spedito dal Segretariato
generale del Quirinale in data 30 giugno 2006.
P. S. - Sulle missioni militari italiane di guerra
non dichiarata, purtroppo poi
il Presidente Napolitano ci ha ripensato,
legittimandole come missioni di pace.
28 aprile 2011
Il Presidente Napolitano il 15 maggio 2006, foto di Nicola Bruni
Roma, 15 maggio 2006, ore 18,15 .
Il nuovo Presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, scortato dai corazzieri a cavallo,
si reca al Quirinale dopo la cerimonia
del giuramento davanti alle Camere riunite
(foto di Nicola Bruni).
*

"La Repubblica riconosce a tutti i cittadini
il diritto al lavoro e promuove le condizioni
che rendano effettivo questo diritto"
(articolo 4 della Costituzione).

Purtroppo, questo articolo
è largamente inapplicato.

*
*

Quando la Costituzione dice che "l'Italia
è una Repubblica democratica, fondata
sul lavoro" non descrive una situazione
ma ordina che l'Italia sia "una Repubblica
democratica, fondata sul lavoro".

Purtroppo, dopo 64 anni di Costituzione,
l'Italia non è proprio così.

*
L'Italia ha due Costituzioni: una legale e una materiale - link
.
Link con la pagina iniziale del Belsito
"La Repubblica riconosce i diritti della famiglia
come società naturale fondata sul matrimonio"
(articolo 29 della Costituzione).

"E' dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli,
anche se nati fuori del matrimonio"
(articolo 30 della Costituzione).

"La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze
la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi,
con particolare riguardo alle famiglie numerose"
(articolo 31 della Costituzione).

In realtà, queste norme sono poco applicate.
Anzi, "la Repubblica" tassa i genitori con figli a carico
come se non li avessero,
salvo qualche piccolo sconto fiscale,
e così non "agevola" ma disincentiva la formazione della famiglia
e non aiuta i genitori a "mantenere i figli".
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