1938 / 1945 - Le leggi razziali del Fascismo, una tragedia italiana
La sinagoga di Roma
e l'isola Tiberina
sul Tevere
(foto di Nicola Bruni)
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Banchi di scuola del 1938, da una mostra al Vittoriano, foto di Nicola Bruni
Il lungo pianto di Silvia
una bambina romana allontanata dalla scuola, tra le lacrime delle compagne e della maestra, perché ebrea
“Io sono andata per andare a scuola e non mi hanno voluto. Ci ho pianto tanto quella mattina, tanto,
perché avevo tutte le compagne cattoliche, ci volevamo bene. Poi anche la maestra ci voleva bene… piangeva,
e piangevamo noi bambini”, racconta la fanciullina ebrea Silvia Di Veroli, da una vecchia pagina di quaderno.
Piero Terracina ricorda: “Uscito dalla classe,
andai a piangere dalla bidella”.
Luigi Sagi recrimina: “Gli altri scolari
che erano con me in classe sparirono
dalla circolazione; se mi incontravano
per strada giravano la testa”.
E un foglio scritto a mano ci tramanda
una lista di 59 studenti e studentesse
espulsi dal Ginnasio-Liceo Petrarca
di Trieste perché “di razza ebraica”.

Sono testimonianze di una storia infame,
che la mostra “Leggi razziali, una tragedia
italiana”, allestita a Roma nel complesso
del Vittoriano, ripropone a distanza
di 70 anni dal quel cupo autunno del 1938.

In attuazione dei decreti “per la difesa
della razza”, voluti da Mussolini
e promulgati dal re Vittorio Emanuele III,
tutti gli ebrei - allievi e insegnanti -
furono cacciati dalle scuole pubbliche,
dalle università, dalle accademie
e dai conservatori. Solo in alcune città
fu concessa l’apertura di speciali sezioni
di scuola elementare per ebrei
e di istituti scolastici della comunità
israelitica sotto il controllo del regime.

Proprio in una di quelle classi ghetto
la bambina ebrea Gabriella Leoni,
benché discriminata e denigrata
dall’Italia fascista, dovette scrivere
sul suo quaderno, il 10 dicembre 1940:
“Io sono orgogliosa di essere Piccola
Italiana perché con i miei sacrifici
posso contribuire alla grandezza
dell’Italia e portarla alla vittoria”.
Una vittoria per lei nefasta,
che avrebbe consentito a Hitler
di completare la “soluzione finale”
già avviata del “problema ebraico”.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
10 febbraio 2009
Locandina della mostra sulle leggi razziali fasciste, al Vittoriano di Roma. Foto di Nicola Bruni
La locandina della mostra
LEGGI RAZZIALI UNA TRAGEDIA ITALIANA
Omaggio a Tullia Zevi
Tullia Zevi, foto di Nicola Bruni - 3 aprile 1966
Rendo omaggio alla memoria di Tullia Zevi,
già presidente dell’Unione delle Comunità
ebraiche italiane, scomparsa il 22 gennaio
2011 all'età di 92 anni. Per sfuggire alle leggi
razziali del Fascismo dovette emigrare
con la famiglia negli Stati Uniti. Tornò
in Italia dopo la Liberazione.
Colta, raffinata e amabile, ha dato
un importante contributo al dialogo
tra ebraismo e Chiesa cattolica.

La conobbi il 3 aprile 1996, quando visitò
a Roma, nell'Istituto San Michele, lo stand
della mia classe III D della scuola media
Quinto Ennio alla mostra nazionale delle ricerche
scolastiche sul "1945, anno della Liberazione"
(per il link con il servizio clicca sulla foto).
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Foto di Nicola Bruni
Il razzismo verbale inconsapevole
Che razza di parole
“Nasce sui banchi di scuola l’amicizia
tra due ragazzi di diversa razza
e condizione sociale: Hans, figlio
di un medico ebreo, e Konradin,
figlio di un nobile tedesco...”.
La professoressa Berti aveva appena
cominciato a leggere, nell’antologia
di italiano, la presentazione di un brano
del romanzo di Fred Uhlman
"L’amico ritrovato", quando Federico
alzò la mano: “Prof, di che razza era
quel figlio di un nobile tedesco?”.

“Ottima domanda! - replicò la prof -
In realtà, tra i due ragazzi, entrambi
cittadini tedeschi di pelle ‘bianca’
(cioè più o meno chiara), non c’era
differenza di razza ma di religione.
Qui, è il caso di osservare che
i curatori dell’antologia hanno
inconsapevolmente avallato le teorie
razziste di Hitler, secondo cui
i tedeschi 'puri' come Konradin
apparterrebbero ad una superiore
(e totalmente inventata) razza
ariana, e gli ebrei come Hans
costituirebbero una diversa
e inferiore specie umana”.

“Gli stessi autori - aggiunse - hanno
poi commesso un’altra gaffe
di ispirazione razzista: hanno attribuito
la qualifica di tedesco solo al padre
di Konradin, pur sapendo che il padre
di Hans era nato in Germania
e aveva combattuto nella Grande Guerra
come ufficiale dell’esercito tedesco.
Inoltre, solo di quest’ultimo hanno
indicato la religione, definendolo ebreo,
mentre del primo hanno ritenuto
superfluo precisare se fosse
un cristiano, un ateo o piuttosto
un seguace del neopaganesimo
nazista, e lo hanno presentato come
un nobile senza usare le virgolette,
accreditandone anche un’aristocratica
superiorità di nascita, il cosiddetto
sangue blu”.
La professoressa ammonì, quindi,
che bisognava guardarsi dal razzismo
verbale di certi “antirazzisti”,
i quali, pur proclamando l’uguaglianza
tra gli esseri umani, continuavano
a distinguerli e a raggrupparli in grandi
“razze”, anziché in una molteplicità
di “etnie”, a dipingerli artificiosamente
come “bianchi”, “neri”, “gialli” o “rossi”,
a etichettare come persone “di colore”
solo quelle che non sarebbero “di pelle
bianca” (sebbene anche il bianco sia
un colore), a confondere le appartenenze
etnico-linguistiche, religiose, nazionali
o addirittura regionali (del tipo
“settentrionali” e “meridionali”)
con le “razze”, e a chiamare perciò
“razzismo” la xenofobia o comunque
la superbia, l’intolleranza,
la discriminazione, la persecuzione
nei confronti di chi è
in qualche modo diverso.

“In questo tipo di errore - proseguì -
sono incorsi anche gli estensori
dell’articolo 3 della Costituzione
della Repubblica Italiana, laddove
hanno sancito il principio che ‘tutti
i cittadini hanno pari dignità sociale
e sono eguali davanti alla legge,
senza distinzione [...] di razza’,
avvalorando l’esistenza di diverse
razze umane, che la scienza moderna
rifiuta. Avrebbero dovuto piuttosto
riferirsi a distinzioni basate
sul pregiudizio di razza o, almeno,
mettere la parola razza tra virgolette

“Ma, allora, il razzismo non esiste?”,
interloquì Barbara.

“Esiste, eccome! Il razzismo è
l’atteggiamento di chi discrimina
le creature umane in razze di diversa
qualità intellettuale e morale,
attribuendo generalmente alla propria
un blasone di superiorità,
e disprezzando le altre come inferiori,
impure, malefiche…”.

“L’origine delle teorie razziali - ricordò -
è stata spiegata da uno storico
tedesco contemporaneo, Walter Demel,
>>
La cacciata degli ebrei
Illustrazione delle leggi antiebraiche dalla riivista La Difesa della Razza, foto di Nicola Bruni
Illustrazione delle leggi antiebraiche dalla riivista La Difesa della Razza, foto di Nicola Bruni
L'applicazione delle leggi razziali
antiebraiche del 1938-39 in Italia,
illustrata dalla rivista La Difesa della Razza.
Foto di Nicola Bruni
Bianco biancheggia
I colori del razzismo
Quando è bianco, biancheggia.
Quando è rosso, rosseggia.
Quando è verde, verdeggia.
E quando è scuro… scureggia. Pardon!

Stiamo parlando, in termini coloriti,
di una peculiarità che distinguerebbe
il cosiddetto "uomo bianco"
(in effetti, più o meno beige)
dalle cosiddette "persone di colore"
(altrimenti etichettate come "nere",
"gialle" o "pellerossa"), la capacità
di cambiare colore secondo le circostanze:
di sbiancare per uno spavento,
arrossire per la vergogna,
diventare verde per la rabbia,
nero per una disfatta,
paonazzo per una congestione,
giallo per un ittero,
e inoltre di arrossarsi,
abbronzarsi o annerirsi la pelle
con l’esposizione ai raggi solari.

E’ il caso di ricordare che non esiste
una “razza bianca”, così come
non esiste una “razza nera”,
e tanto meno una “razza gialla”
visto che i cinesi sono
più “bianchi” dei “bianchi”.
Hitler e Mussolini si erano inventata
una “razza ariana”, una brutta razza
di razzisti che per imporsi al mondo
scatenò una guerra da 55 milioni di morti.

“Le razze umane non esistono - ribadisce
un manifesto di “scienziati antirazzisti”,
sottoscritto l’11 luglio 2008 a San Rossore
nel 70° anniversario delle leggi razziali
fasciste del 1938 -. L’esistenza delle razze
umane è un’astrazione derivante
da una cattiva interpretazione di piccole
differenze fisiche fra persone, percepite
dai nostri sensi, erroneamente associate
a differenze ‘psicologiche’ e interpretate
sulla base di pregiudizi secolari.
Queste astratte suddivisioni, basate
sull’idea che gli umani formino gruppi
biologicamente ed ereditariamente
ben distinti, sono pure invenzioni...”.

Perciò, sarebbe ora di mettere tra due
robuste virgolette la parola “razza”
menzionata nella nostra Costituzione
(testo del 1947) laddove si sancisce
l’uguaglianza dei cittadini
senza distinzioni… di razza.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 settembre 2008
Il mito della razza ariana
Tre numeri della rivista fascista La Difesa della Razza, foto di Nicola Bruni
La rivista fascista La Difesa della Razza,
che propagandava l'ideologia razzista
e il mito della "razza ariana" (1938-1943).
Aveva come segretario di redazione
Giorgio Almirante, futuro leader del MSI.
in un libro pubblicato qualche anno fa
dall’editrice Vita e Pensiero:
‘Come i cinesi divennero gialli'.
Questo studioso ha scoperto che,
nei resoconti lasciati da numerosi
viaggiatori europei che visitarono
la Cina fra il XVI e il XVII secolo,
i cinesi erano descritti come ‘bianchi’,
‘bianchi come noi’,
e in nessun caso come ‘gialli’.
A quell’epoca gli europei avevano
una grande ammirazione
per la cultura cinese”.

“Quand’è che i cinesi sono stati
ingialliti?”, domandò Ciro.

“Nella seconda metà del Settecento,
allorché gli europei svilupparono
un sentimento di superiorità rispetto
agli altri popoli della terra e pretesero
di attribuire colorazioni spregiative
alle ‘razze inferiori’ degli altri
continenti dipingendo di giallo
la pelle dei cinesi e dei giapponesi,
di 'negro' quella degli africani
e di rosso quella degli amerindi.

Nel Medioevo, invece, gli africani
erano indicati come mori,
termine a cui generalmente
si attribuiva una connotazione
positiva, talvolta anche di nobiltà…”.

“E lo possiamo capire anche oggi -
commentò Roberta - quando vediamo
che d’estate al mare tutti i vacanzieri
bianchi vogliono farsi la pelle nera,
compresi i razzistelli da stadio,
che per un paio di mesi…
cambiano razza”.

“Anche la connotazione negativa
del nero, come stereotipo di un’ampia
gamma di colori di pelle scura (ebano,
marrone, nocciola, caffellatte…),
si sviluppò nella seconda metà del '700,
quando si diffusero di più la tratta
e lo sfruttamento di schiavi africani
ad opera di popoli sedicenti bianchi”.

“Che vuol dire sedicenti bianchi?”,
chiese Alessio.

“Che dicono di avere la pelle bianca,
mentre ce l’hanno di un altro
indefinibile colore chiaro.
Infatti, se ci guardiamo in faccia
in questa classe, dove siamo tutti
italiani indigeni, osserviamo
una grande varietà di pigmentazioni
cutanee: per esempio, io ho
le lentiggini su pelle rosea,
associate ai capelli rossi;
Gianni e Manuela sono due visi
pallidi di tipo mediterraneo;
Daniela è una biondina
con la pelle molto chiara;
Antonio può essere
definito un bel moretto;
e le guance di Fabiana
hanno i pomelli rossi”.

“Insomma - concluse Federico -
saremmo una classe… interrazziale”.

Dal libro AD CATHEDRAM (2004)
di Nicola Bruni
Link con la pagina iniziale del Belsito
“Le razze umane non esistono. L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze ‘psicologiche’
e interpretate sulla base di pregiudizi secolari.
Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni...”.

Dal manifesto di “scienziati antirazzisti”, sottoscritto l’11 luglio 2008
a San Rossore nel 70° anniversario delle leggi razziali fasciste del 1938.
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