| L'Italia - come la tv insegna
e molti sanno - è "una Penisola",
anzi "la Penisola" per eccellenza...
con l'aggiunta di alcuni isolotti
e di una piccola propaggine
continentale di appena centomila
chilometri quadrati |
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| Tornato a scuola di buon umore… ironico,
il professor Facocchio si vantò con le colleghe
di aver trascorso una vacanza estiva fantastica.
Fra l’altro, aveva rivisitato… nella fantasia
un antico luogo comune, l’Italia:
che, come la tv insegna e molti sanno,
“è una Penisola”, anzi “la Penisola”
per eccellenza… con la particolarità
di comprendere alcuni isolotti a mollo
nel Mediterraneo, popolati da poco
meno di sette milioni di isolani,
e una piccola propaggine continentale
a nord del Rubicone, di appena
centomila chilometri quadrati.
Quindi, aveva ripercorso il testo integrale
dell’Inno di Mameli, fino ad un bivio
con l’indicazione turistica “Dall’Alpe
a Sicilia dovunque è Legnano”,
che richiedeva un’impegnativa scelta
di campo: o seguire il Senatùr
nell’assumere quella strofa come
l’Inno della Lega Lombarda o imboccare
un’interpretazione nazional-popolare
dell’asserita onnipresenza
di Legnano, nel senso che
tutto il Belpaese è… paese.
Il biforcuto cartello stradale lo aveva
colpito… in bocca, perché era bilingue,
secondo le disposizioni del nuovo Codice
a punti, con traduzione in un dialetto
cispadano incomprensibile: allora lui,
per protesta, aveva svoltato a sinistra,
in direzione sud, andando a finire
direttamente... a Quel Paese.
Lì, una sera, all’Osteria dell’Eroe
in Piazza Garibaldi, aveva discusso
con un picciotto sulla Spedizione
dei Mille, bevendoci sopra un Quarto
di Marsala e verificando il conto
ufficiale presentatogli dalla storia:
i 1089 clandestini (fra i quali una donna
travestita) sbarcati dalle carrette
del mare sabaude Piemonte e Lombardo
nel porto del più favoloso vino
delle Due Sicilie, erano effettivamente
al 40 per cento lumbard
e in larghissima maggioranza padani.
Questi ultimi, sosteneva il suo interlocutore,
fingendo di disobbedire con molto anticipo
(1860) alle direttive del Senatùr, avevano
combattuto per una devolution alla rovescia,
che aveva determinato l’annessione dell’Italia
meridionale al regno dei Savoia, la sua
sottomissione all’apparato amministrativo
piemontese e… il suo deperimento
economico a beneficio del Nord-Italia. |
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| Ecco perché, i furbacchioni,
si erano mimetizzati, indossando
la camicia rossa del centralismo
statalista al posto di quella verde
del nordismo federalista.
Nella discussione era intervenuto
un terzo bevitore, confidando
di aver scoperto un luogo non comune
della storiografia risorgimentale,
da dove si poteva vedere
che era stato il Re Galantuomo
Vittorio Emanuele II a organizzare
di nascosto in prima persona
e con i soldi dei sudditi sabaudi
l’invasione di un regno ufficialmente
amico, retto da suo cugino
Francesco II di Borbone
(figlio di Maria Cristina di Savoia),
al quale non aveva dichiarato guerra
ma professato amicizia fino all’ultimo.
E da un attiguo punto di vista
si poteva spiare che la corruzione
dell’Esercito di Franceschiello,
con denaro sabaudo,
era stata l’arma segreta vincente
della gloriosa Impresa dei Mille.
Quel terzo bevitore - chiarì
tuttavia il prof - si era rivelato
completamente brillo, poiché
pretendeva che gli Americani
avessero impiegato la stessa arma
segreta di Vittorio Emanuele II
per dissolvere gli eserciti nemici
nelle recenti invasioni
dell’Afghanistan e dell’Irak.
Inoltre, vaneggiava che l’ex presidente
del Consiglio D’Alema avesse preso
esempio dal Padre della Patria quando,
nel 1999, decise di bombardare
un Paese ufficialmente amico,
la Iugoslavia, senza neppure
rompere le relazioni diplomatiche”. |
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| L'ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema
e un ritratto di Vittorio Emanuele II
(foto di Nicola Bruni) |
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| Facocchio raccontò, ancora,
di essere andato ad ammirare
il Colosseo Quadrato di Roma,
l’elegante mausoleo eretto dal Fascio,
poco prima dello sfascio, ai migliori
luoghi comuni sugli Italiani,
con la grande epigrafe autocelebrativa
di un popolo di poeti, di artisti, di eroi,
di santi, di pensatori, di scienziati,
di navigatori, di trasmigratori.
C’era del vero, aveva riflettuto,
in quello slogan, che evocava
l’appartenenza al popolo italiano
di personaggi più o meno illustri
riferiti a tali categorie, >> |
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| La maschera
dell'italiano medio |
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| Il giorno dopo, in Terza D, le prime due
ore di lezione furono dedicate
alla scomparsa di Alberto Sordi. |
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| Il professor Melodia portò in classe
una decina di giornali, proponendo
ai ragazzi una lettura critica comparata
dei commenti sull’opera di quell’attore.
E cominciò mostrando alcuni titoli che
lo celebravano diversamente come
“un simbolo italiano” (La Stampa),
“l’eroe di tutti i nostri difetti” (Corriere
della sera), “interprete di vizi e virtù italiani”
(Il Tempo), “l’ultimo commediante
di una tradizione millenaria” che
“rappresentò la normalità degli italiani”
(La Repubblica), “la maschera degli italiani”
(Il Mattino), “un comico da paradiso”
(Avvenire), “un borghese grande grande”
(Il Giornale), “un uomo buono a dispetto
dei suoi personaggi” (Il Messaggero).
Poi stuzzicò l’uditorio recitando l’attacco
di un pezzo di Marcello Veneziani
da Il Giornale: “Se volete bene ad Alberto
Sordi, abbiate il senso del ridicolo.
Non sbracatevi anche questa volta
nell’elogio funebre, come è accaduto
qualche settimana fa per Gianni
Agnelli. Alberto Sordi non è l’esempio
più riuscito dell’italiano vero,
come ho sentito dire ieri, non ha
interpretato al meglio i sentimenti
degli italiani e non merita di essere
conosciuto nelle scuole per il suo
valore educativo, come ha detto
in un impeto generoso e commosso
il presidente della Repubblica.
No, Sordi è stato un grande attore
che ha interpretato al meglio
il peggio degli italiani…”.
“Ma la cosa buffa - osservò il prof - è che
anche il quotidiano su cui scrive Veneziani
si sbraca mostrando di non avere il senso
del ridicolo: infatti, in un titolo di pagina 2
annuncia che Roma si sveglia senza
il suo re, Albertone, e in un altro titolo
dell’inserto di cronaca della capitale
sostiene che era il vero sindaco di Roma…”.
“Mentre Veltroni era la sua controfigura…”, ironizzò Margherita.
Fatta questa premessa, l’insegnante
invitò gli alunni a ricercare negli articoli
su Alberto Sordi i commenti più
significativi che tendessero
a identificare vizi e virtù dei suoi
personaggi con quelli degli italiani.
Al termine del lavoro, Fabrizio dette
inizio alla rassegna riferendo l’opinione
di Eugenio Scalfari, da La Repubblica:
“Alberto Sordi ha materializzato
in personaggi, situazioni e storie
una condizione umana tipicamente
e inconfondibilmente nostra, composta
di una mescolanza di difetti dai quali
emerge poco meno che una etnia:
familismo, sbruffoneria, furbizia,
misoginia, vittimismo, bugie
e soprattutto viltà, viltà fisica e morale…
Simbolo d’un paese ma soprattutto
di Roma o, se volete, d’un paese
visto da una lente romana,
d’una Roma papalina…”. >> |
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| La Galleria Alberto Sordi (ex Galleria Colonna)
di Roma, foto di Nicola Bruni |
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| ma la parzialità della definizione
e la sua pretesa generalizzante
lo rendevano falso
e narcisisticamente retorico.
Dapprima, si era domandato,
anche lui retoricamente,
se il popolo del Belpaese
fosse costituito in maggioranza
da santi o da peccatori…
in modo da poter calcolare
se il medesimo avesse il governo
che democraticamente si meritava.
Giudicando a naso,
gli era parso che fossero
molti ma molti di più i peccatori.
Infine, aveva provato a integrare l’elenco
aggiungendo altre attività o qualità che,
secondo diffusi luoghi comuni,
caratterizzerebbero gli Italiani:
un popolo di spaghettari, di pizzaioli,
di pasticceri, di pasticcioni…
un popolo di mafiosi, di corruttori,
di tangentisti, di avvocati…
un popolo di calciatori, di cantanti,
di latin lover… un popolo di furbi,
di opportunisti, di voltagabbana…
un popolo di brava gente…
Ma - per carità… di patria! - aveva
concluso che quel campionario
di luoghi comuni non potesse
assolutamente considerarsi
rappresentativo del popolo italiano
nel suo complesso.
Di qui, la proposta, che Facocchio
meditava di presentare al collegio
dei docenti, di “un itinerario culturale
che educhi gli studenti a evitare
i luoghi comuni, altrimenti detti
stereotipi, su cui si fondano
i pregiudizi, ovviamente
dopo aver imparato a riconoscerli,
a fiutarne l’odore di stantio
o, in certi casi, la puzza di cadavere”.
“Un itinerario culturale al collegio?”,
si allarmarono le colleghe.
“Mi raccomando, breve - lo scongiurò
la professoressa Tagliavini -
perché noi teniamo famiglia”.
Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
5 settembre 2003 |
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| Aurora citò Lietta Tornabuoni,
da La Stampa: “Sordi ha composto
una grande sintesi di certi brutti
caratteri nazionali: opportunismo,
prepotenza, mammismo, furbizia,
servilismo, corruzione, cinismo,
viltà, patetica cialtroneria, arte
d’arrangiarsi… La gente gli è stata grata
soprattutto d’averla divertita, e anche
di aver legittimato i propri difetti
con la sua bravura… Lui rivendicava
a se stesso una funzione etica:
‘Sui miei personaggi io ho creduto
di gettare il ridicolo, pensando che
il ridicolo servisse a far sentire
al pubblico un po’ di vergogna
per tanti vizi italiani’.
Ma la maschera italiana di Sordi
è pure piena di qualità: il realismo,
la capacità di non arrendersi
pur essendo senza armi, il coraggio
della sopravvivenza, l’intelligenza,
l’assenza di eroismo retorico”.
Marco lesse un brano di Fabio Ferzetti,
da Il Messaggero: “Non era un attore,
era un paese intero. Non è stato solo
il miglior attore italiano del dopoguerra
e uno dei più grandi del mondo,
ma l’Italia stessa. O meglio l’interprete
che più di chiunque altro ha rivelato
agli italiani il loro paese. Con le sue
glorie e le sue miserie, i suoi vizi
e le sue viltà, le paure ataviche
e quelle dettate dal momento storico,
la guerra, la fame, la ricostruzione,
il boom economico, l’avidità materiale.
E il consumismo, l’americanizzazione,
l’emancipazione femminile,
la contestazione, la restaurazione”.
Ancora da Il Messaggero, Lucia riportò
il necrologio di Gloria Satta: “E’ morto
un uomo buono, che nella finzione
della sua arte ha incarnato cialtroni,
vigliacchi e canaglie ma ha vissuto
i suoi 82 anni praticando
scrupolosamente i principi cristiani
dell’onestà, della solidarietà,
del rispetto degli altri. Alberto Sordi
è stato un cittadino sempre ligio
alle istituzioni, un cattolico non sfiorato
dal dubbio, un personaggio pubblico
mai animato da livori o risentimenti,
un protagonista dello spettacolo mite
e accomodante al quale era sconosciuta
l’invidia per il successo altrui”.
“Insomma - commentò Alex - ha
incarnato al cinema i difetti di molti
italiani, ma non se stesso, non le virtù
degli italiani come lui, o magari quelle
dei milioni di italiani che operano
nel volontariato per aiutare il prossimo”.
“Forse - ipotizzò Silvana - perché
quelle virtù non fanno ridere”.
“Lui era un esempio di educazione
civica - riconobbe Gina - ma la sua
maschera cinematografica è
un esempio di educazione cinica”.
“Ho sentito dire in tv - intervenne
Giulio - che i personaggi interpretati
da Sordi rappresentano l’italiano medio.
Se così fosse davvero, tutti
gli italiani onesti dovrebbero cantare
alla maniera di Giorgio Gaber:
Io non mi sento italiano”.
“Nel film 'Finché c’è guerra c’è
speranza' - ricordò Daria - Sordi mette
in scena un trafficante d’armi italiano,
che vende strumenti di morte
per assicurare il benessere della sua
famiglia, sperando nelle guerre
per continuare a guadagnare”.
Poi aggiunse: “Quanti sono gli italiani
che trafficano con la guerra
per interessi economici o convenienza
politica? Purtroppo, italiani che
considerano la guerra una risorsa,
ce ne sono, anche fra quelli che dicono
di parlare in nome del popolo sovrano.
Ma certamente rifiuta, anzi ripudia la guerra, com’è scritto nella Costituzione,
la stragrande maggioranza
del popolo… repubblicano”.
Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
5 marzo 2003 |
|
| Siamo italiani ma non
facciamoci riconoscere |
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| Ha fatto il giro del mondo la gaffe
del premier all’italiana Berlusconi che,
nella reggia di “Sua Maestà Britannica”
a Londra, urla “mister Obama, mister
Obama!” per farsi scattare una foto
con l’abbronzato presidente degli Stati
Uniti, e si fa rimproverare dalla regina
Elisabetta in diretta tv: “Ma perché urla?”.
Questo episodio, del 2 aprile 2009,
mi ha fatto tornare in mente
un fatterello capitatomi a Londra
quasi mezzo secolo fa, e che raccontai
in un articolo scritto per il settimanale
Italiamondo, con la data del 9 settembre
1961. Ve ne propongo un brano.
-
Al British Museum sto contemplando
i sarcofagi con le mummie dell’antico
Egitto. Un “mamma mia che impressione!”
alle mie spalle mi fa voltare incuriosito.
Non è Alberto Sordi. Sono tre ragazzi
vestiti all’italiana che fanno echeggiare
ai quattro angoli della sala i loro commenti.
Ce n’è uno che ci tiene particolarmente
a fare lo spiritoso ad alta voce,
e a disturbare la quiete delle mummie
che dormono. Mi avvicino. “Come va?”.
Sono milanesi, studenti di ragioneria
promossi all’ultimo anno.
“Oggi siamo venuti al museo
perché piove… altrimenti…”.
*
Quando andavo in visita scolastica
ad un museo con una classe, ogni
volta, prima di entrare, raccomandavo
ai miei alunni di non fare chiasso,
con queste parole: “Come dice Alberto
Sordi, non facciamoci riconoscere!”.
Nicolaus |
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| Non fate caciara, i frati dormono! |
|
| Una classe di scuola elementare, in gita
scolastica con due maestre nel chiostro
del monastero benedettino della basilica
di San Paolo fuori le Mura a Roma, si accalca
attorno alla vasca circolare di una fontanella.
Per farli stare buoni, una maestra dice
ai ragazzini: "Non fate caciara perché lì
nel convento ci sono i frati che dormono".
"Dormono a mezzogiorno?",
ribatte un birbantello.
Foto di Nicola Bruni |
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