| C’è un grande uomo di scuola,
Gesualdo Nosengo (1906-1968),
fra i “Testimoni del '900” proposti
dalla Chiesa italiana alla IV Assemblea
ecclesiale nazionale, tenutasi a Verona
dal 16 al 20 ottobre 2006. Il suo nome,
indicato dai vescovi del Piemonte, è
stato associato a quello di altre 16
personalità del laicato cattolico, scelte
in rappresentanza delle diverse regioni
ecclesiastiche (Giorgio La Pira, Marcello
Candia, Giuseppe Capograssi, Flavio
e Gedeone Corrà, Lorena D’Alessandro,
Rosario Livatino, Concetta Lombardo,
Maria Marchetta, Enrico Medi, Itala Mela,
Antonia Mesina, Giovanni Modugno,
Giovanni Palatucci, Annalena Tonelli,
Vittorio Trancanelli), per aver messo
in pratica esemplarmente nella loro vita
la fede in “Cristo Risorto”.
La figura di Nosengo “pedagogista
e maestro”, nel centenario della nascita,
e il contributo da lui dato alla ricostruzione
morale della scuola italiana dalle macerie
del fascismo e della guerra, sono stati
al centro di un convegno nazionale
di studio organizzato recentemente
ad Asti dall’Uciim (Unione Cattolica
Italiana Insegnanti Medi), di cui egli
fu fondatore nel 1944 e presidente
per 24 anni, fino alla morte.
Conobbi personalmente Nosengo
nel dicembre 1960, quando avevo
19 anni, partecipando come studente
universitario ad un convegno sulla
politica per la gioventù, organizzato
dal Ministero della Pubblica Istruzione
nella Villa Falconieri di Frascati.
Personaggio carismatico, era a quel
tempo il leader di una corrente
di opinione, formatasi anche nell’ambito
studentesco, che premeva
per un rinnovamento democratico
della scuola italiana. Era famoso,
tra l’altro, come strenuo sostenitore
della riforma della “scuola media
unica”, che sarebbe divenuta legge
nel 1962, e per aver vinto nel 1958
la battaglia per l’introduzione
dell’educazione civica
nell’insegnamento secondario,
contro chi voleva una scuola
politicamente asettica,
e sostanzialmente autoritaria. |
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| Gesualdo Nosengo in una foto del 1962. |
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| Uomo di profonda spiritualità cristiana,
laureato in pedagogia, insegnante
di religione nelle scuole superiori
statali dal 1935 al 1944, prima
a Milano e poi a Roma, aveva
partecipato in quegli anni di dittatura
ad incontri clandestini nei circoli
dell’Azione Cattolica e del Movimento
Laureati Cattolici per ragionare
sul futuro dell’Italia dopo la prevista
caduta del regime fascista.
Dal 18 al 24 luglio 1943, si ritrovò
nel monastero benedettino di Camaldoli,
su iniziativa di mons. Giovanni Battista
Montini (il futuro Paolo VI), con una
cinquantina di intellettuali cattolici
(tra cui Giorgio La Pira, Aldo Moro,
Giulio Andreotti, Guido Gonella,
Ezio Vanoni, Paolo Emilio Taviani,
Giuseppe Capograssi, Vittorino
Veronese, Sergio Paronetto, Pasquale
Saraceno) per elaborare una serie
di proposizioni tendenti a ridisegnare,
nella visione del pensiero sociale
cristiano, la società e lo Stato in Italia,
dopo che questa fosse uscita
dalla guerra: a lui toccò la stesura
del capitolo sull’educazione.
Quel documento, pubblicato nel 1945
con il titolo di Codice di Camaldoli,
avrebbe poi influenzato notevolmente
la redazione della nuova Carta
costituzionale e le successive
scelte politiche di governo. |
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| Durante l’occupazione tedesca, Nosengo
dovette abbandonare l’insegnamento
e rifugiarsi in Vaticano, per sfuggire
all’arresto della polizia fascista.
Dopo la liberazione di Roma, avvenuta
il 4 giugno 1944, Nosengo fondò l’Uciim,
come associazione professionale
di insegnanti cattolici per l’animazione
cristiana della scuola, e il Sindacato
Nazionale Scuola Media (Snsm),
inizialmente unitario, di cui fu anche
il primo segretario generale; assunse
l’incarico (mantenuto fino al 1948)
di commissario dell’Associazione
Scout Cattolici Italiani (Asci);
e dal 1945 (fino alla morte) tenne corsi
sulla “pedagogia di Gesù Maestro”
a sacerdoti di tutto il mondo
nella Pontificia Università Urbaniana.
Nel 1950 costituì, insieme con
un gruppo di docenti di “area laica”,
il Movimento Circoli della Didattica
(Mcd), per promuovere la ricerca
e sperimentazione di nuove metodologie.
Curò molto la formazione pedagogica
e la riconversione democratica
degli insegnanti, di cui si sentiva
un gran bisogno dopo un ventennio
di “libro e moschetto” e di “credere
obbedire combattere”, organizzando
ben 65 convegni nazionali su questioni
didattico-educative per conto dell’Uciim
(il primo dei quali, nel 1947, aveva
significativamente come tema “Scuola
e democrazia”) e altri 24 per conto del Mcd. |
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| Spronava gli insegnanti a partecipare,
con la loro quotidiana opera di educatori,
allo sforzo di ricostruzione morale,
culturale, sociale e politica dell’Italia.
Il suo campo d’azione fu principalmente
quello della scuola statale, cui attribuiva
il compito di garantire a tutti un’istruzione
di qualità, contribuendo così a “rimuovere
- secondo l’articolo 3 della Costituzione -
gli ostacoli di ordine economico e sociale,
che, limitando di fatto la libertà
e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono
il pieno sviluppo della persona umana”. |
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| Nicola Bruni con il pedagogista
Luciano Corradini (a destra),
al convegno di Asti su Nosengo.
Clicca sulla foto per il link con l'articolo
sul pensiero pedagogico di Corradini. |
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| La battaglia per la riforma |
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| Fu proprio la sua ansia evangelica
di giustizia sociale e di promozione
umana il motivo ispiratore della lunga
battaglia che condusse per rivendicare
l’istituzione di una scuola media unica,
aperta a tutti, cioè anche ai poveri,
fino a 14 anni, obbligatoria, gratuita
e incentrata sulla “pedagogia della
persona”, e la conseguente abolizione
delle scuole di avviamento al lavoro
e delle classi post-elementari.
Dopo averla ottenuta, si batté
per la sua migliore attuazione, contro
le fortissime resistenze messe in atto
da una parte del corpo insegnante.
Perciò, nel 1967, accolse la provocatoria
“Lettera ad una professoressa”
di don Lorenzo Milani come un prezioso
strumento di formazione dei docenti.
Tra le sue numerose pubblicazioni
(un ricercatore ha censito un centinaio
di titoli di libri di cui Nosengo è stato
autore unico o insieme con altri),
il testo più significativo in campo
pedagogico è “La persona umana
e l’educazione” (ora ripubblicato
dall’Editrice La Scuola con un’ampia
presentazione di Luciano Corradini).
Vi si sviluppa l’idea cristiana di persona
(ripresa da San Tommaso e da Maritain)
come creatura di Dio formata dall’unione
di corpo e anima, che secondo l’autore
trova in Gesù Cristo la sua fonte,
la sua pienezza e il suo modello,
per cui non può esservi formazione
completa della personalità umana
se manca la formazione religiosa.
Nosengo intende il processo educativo
come un rapporto tra persone, in cui
il docente deve proporsi di suscitare
l’apprendimento attivo del discente. |
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| Per dedicarsi completamente a quella
che considerava la sua missione,
il fondatore dell’Uciim rinunciò
alle prospettive di una sicura
elezione in Parlamento,
di una cattedra universitaria
e di una nomina a direttore generale
della Pubblica Istruzione. Rinunciò
anche a farsi una propria famiglia.
Condusse sempre una vita semplice
e austera, al punto che possedeva
un solo “abito buono” per le occasioni
importanti. Peraltro, aveva un carattere
allegro, gioviale e spiritoso, e condiva
sapientemente di umorismo e di ironia
le sue lezioni e conferenze. Era disponibile
a parlare con tutti e rispondeva
a tutti quelli che gli scrivevano.
Una volta, si racconta, una giovane
insegnante di lettere aveva chiesto
il suo parere su alcuni temi di italiano
che aveva assegnato a scuola.
Lui le rispose, con garbata arguzia,
che di buono, in quelle tracce,
c’era solo la sua “buona intenzione”,
e che da allora in poi avrebbe
dovuto cambiare registro.
L’insegnamento, ripeteva, non è
un mestiere ma una missione, anzi
una delle missioni più nobili, quella
di formare una persona umana.
Ma per essere un buon insegnante,
aggiungeva, non bastano le buone
intenzioni: oltre che conoscere i contenuti
culturali della propria materia, bisogna
studiare la psicologia, la pedagogia,
la didattica, avere una visione sociale
dei problemi scolastici, e aggiornarsi
continuamente. Inoltre, è essenziale
che l’insegnante abbia una disposizione
d’animo di amore-servizio verso
i ragazzi di cui si è assunta
la responsabilità educativa.
Considerazioni che non lo distoglievano,
tuttavia, dal sostenere l’attività sindacale
per il riconoscimento economico
della professionalità docente. |
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| “L’insegnante ideale, scriveva, è quello
che vive mentalmente e affettivamente
con i suoi alunni, che mostra con i fatti
di pensare a loro, soprattutto dopo
e fuori le ore di lezione; che agisce
sempre con persuasione, con fervore,
con fiducia, con ottimismo, anche
quando esige sacrificio e fatica;
che parte dal concreto, dalle gioie,
le speranze, le tristezze e le angosce
degli uomini d’oggi, soprattutto dei poveri
e di tutti coloro che soffrono, con amorosa
attenzione alle situazioni dell’altro”.
E ancora: “La massima parte dell’opera
educativa è opera correttiva. L’anima
della correzione deve essere un retto
amore per l’alunno. Punire è facile
e sbrigativo; far ravvedere è più difficile…
La correzione è ispirata dall’interesse
per il bene dell’alunno, mette al centro
lui invece dell’educatore, lo aiuta
ad orientarsi, lo incoraggia, gli dà credito
e fiducia, lascia aperte le porte al dialogo,
al colloquio al lento ravvedimento… |
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| “Che giova all’uomo guadagnare il mondo
intero se poi perde la propria anima?”.
E’ una delle 126 interrogazioni riferite
nei racconti evangelici di cui Gesù
si serve come strumento didattico
per insegnare la sua dottrina.
Le ha contate e analizzate il pedagogista
Gesualdo Nosengo (1906-1968)
in un ampio studio del 1967, riproposto
in sintesi nel volume “L’arte educativa
di Gesù”, a cura di Olinto Dal Lago
(Elledici 2006).
Molte di quelle domande non aspettano
una risposta, ma sostituiscono
un’affermazione, al fine di stimolare
l’attenzione e la riflessione negli uditori
(“Chi di voi, se un figlio o un bue
gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori
subito in giorno di sabato?”).
Altre sono usate per addolcire
un rimprovero (“Giuda, con un bacio
tu tradisci il Figlio dell’Uomo?”)
o una correzione (“Perché guardi
la pagliuzza che è nell’occhio del tuo
fratello e non ti accorgi della trave
che è nel tuo occhio?”), per contestare
un gesto di violenza (“Se ho parlato male,
dimostrami dov’è il male. Ma se ho
parlato bene, perché mi percuoti?”),
per replicare in modo disarmante
a una domanda provocatoria
(“Che cosa vi ha comandato Mosè?”).
A volte, il Maestro interroga il suo
interlocutore per impegnarlo a dire
quello che lui già sa (Al cieco nato:
“Che cosa vuoi che io ti faccia?”.
All’adultera: “Dove sono quelli che
ti accusavano? Nessuno ti ha
condannato?”. A Pietro: “Mi ami tu?”).
Nosengo osserva che per verificare
l’efficacia comunicativa della domanda
basterebbe, in certi casi, sostituirla
con una frase affermativa
e confrontarne i diversi effetti.
A suo giudizio, i più gravi svantaggi
da un punto di vista educativo
si avrebbero nella correzione,
che perderebbe quel tono delicato,
amoroso, persuasivo, esortante,
incoraggiante che ha la forma
interrogativa nei discorsi di Gesù.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 dicembre 2011 |
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| Per far ravvedere occorrono tempo,
abilità, amore, pazienza, sopportazione
senza lamenti e irritazioni”. |
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| Il modello che proponeva di imitare
era “l’arte educativa di Gesù maestro”
(scrisse anche un libro con questo titolo).
Gesù, osservava Nosengo, ci indica,
con il suo comportamento, che
il rapporto educativo deve essere sereno,
fondato sulla fiducia nell’educatore
e non sul timore costrittivo;
che l’insegnamento per apparire
interessante deve prendere spunti
dalla realtà e dai casi della vita;
che per risvegliare l’attenzione di chi
ascolta, stimolare uno sforzo mentale
o una riflessione, aprire un dialogo,
è più utile porre una domanda che fare
un’affermazione (nel Vangelo si colgono
126 domande poste da Gesù);
che il maestro deve rivolgersi
ai discepoli in atteggiamento di umiltà,
di rispetto e di premuroso
interessamento per il loro bene;
che l’insegnante deve imitare il “buon
pastore” (il quale conosce e ama le sue
pecore, ed è a sua volta conosciuto,
amato e seguito da loro), cioè deve
essere buono, deve conoscere
i suoi allievi “ad uno ad uno” e farsi
conoscere da loro come una persona
amabile e affidabile.
Infine, Nosengo, ricordando che Gesù testimoniò la verità dei suoi insegnamenti
con la sua vita, raccomandava che
l’educatore cristiano desse innanzi tutto
il buon esempio, perché la sua condotta
avrebbe parlato più forte delle sue parole.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 ottobre 2006 |
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| Il Liceo Alfieri di Asti (foto di Nicola Bruni). |
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