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| Eravamo vestiti male, con indumenti spesso ricavati da abiti e cappottti vecchi la cui stoffa veniva rigirata. E avevamo toppe al sedere.
GIOVANNI FASCHINI, abruzzese
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Nei paesi, specialmente in Calabria, molti camminavano scalzi. Le scarpe erano un lusso. FELICE CANNATA, di Vibo Valentia
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Mia madre da un cappotto vecchio ricavò
un vestito che io indossai per la Prima Comunione. Si andava in giro scalzi per non consumare le scarpe. Mio padre prendeva
dei pezzi di cartone, li ritagliava, li pressava
e ci faceva le suole delle scarpe: poi le ricopriva con le cinghie delle serrande,
e faceva i sandali.
ANNA SCARANO, di Roma
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Vestivamo con gonne e sottane lunghe fino alla caviglia. Sotto avevamo mutandoni lunghi fin sopra al ginocchio. Le calze erano fatte
a mano, con i ferri, da noi stesse.
CONCETTA D’ANDREA, di Roma
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Indossavamo scarpe di cartone, vestiti
rattoppati e pantaloni vecchi e sporchi.
ANTONIO CELLETTI, di Roma
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Vestivamo con capi di pochissimo valore,
e ai piedi avevamo zoccoli che noi
paesani chiamavamo ciocchi.
BRUNA MISERIA, di Marciano (Perugia)
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Dopo l’arrivo degli Alleati si sviluppò
un commercio di scarponi militari usati.
Li portavano anche i ragazzini.
CARLO MANGANO, di Roma |
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| A Roma circolavano pochissime macchine,
che si potevano permettere solo le persone
ricche. I pochi tram erano presi d’assalto
e viaggiavano anche con gente aggrappata
di fuori. I mezzi di trasporto più comuni
erano le biciclette, le camionette
e i carretti trainati da asini o cavalli.
CONCETTA D’ANDREA
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Nel ’45 ero prigioniero in Germania,
dove mi facevano lavorare duro
e mi davano tante botte.
Finita la guerra, sono tornato al mio paese,
Lenola. Lì non tutti gli abitanti avevano
una casa, e quelli che non ce l’avevano
erano ammucchiati in poco spazio.
Non c’era la corrente elettrica né l’acqua,
e per prendere un po’ d’acqua
si dovevano fare tanti chilometri.
Come mezzo di trasporto c’erano
gli asini, oppure si doveva andare a piedi.
DOMENICO GUGLIETTA, di Lenola (Latina)
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Ero prigioniero degli inglesi in Etiopia,
e fui liberato nel ’46. Mi trattavano
abbastanza bene. Ricordo che indossavo
la divisa con la pezza di riconoscimento.
DOMENICO PEZZOTTI, di Roma
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Abitavo a Roma in Via Gallia. Sul balcone
di casa allevavamo due galline, che quando
facevano l’uovo cantavano ‘coddodè’.
I nostri vicini tenevano sul balcone
una pecorella, che facevano pascolare
a Porta Metronia, e che li riforniva
di latte per il loro bambino.
CARLO MANGANO
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Avevamo i pidocchi, e le cimici
nei letti, ma non potevamo levarli
perché non c’era il sapone.
ANTONIA DI MAGGI, di Roma |
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| Sullo sfondo, ragazzini
con scarponi militari
americani ai piedi giocano
al cambio della guardia
davanti al portone chiuso
del Palazzo del Quirinale
a Roma; e una folla dalle
facce smunte a un comizio
dopo la Liberazione. |
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| Quando tornavo a casa, mia madre mi faceva trovare per pranzo una pizza di crusca
e la pasta che aveva fatto con la farina
ricavata dal grano che mio padre
coltivava in un campo. Io aiutavo mia madre
a macinare il grano col macinino del caffè.
Ricordo che Via dei Quintili, a Roma, era
piena di persone che facevano la fila
per il latte e il pane, ma quando
arrivavamo noi non c’era più niente,
era tutto finito. Un giorno non avevamo
più nulla da mangiare e allora mio padre
provò a cucinare le bucce dei piselli.
Non avevamo né luce né acqua,
e c’era poco carbone per cucinare:
quando questo finiva, mio padre
andava a raccogliere la legna
e ne faceva uno sgabuzzino pieno.
ANNA SCARANO
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Nel ’45 facevo il soldato in una caserma
di Roma. Alla mensa si mangiava
abbastanza bene, considerati i tempi.
Ci davano pasta, legumi, qualche patata, della carne e a volte un po’ di pane.
DOMENICO DI GIULIO
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Abitavo a Roma in Via dei Sulpici. Mangiavamo pane secco, o pane e cipolla,
e soprattutto legumi, come fagioli e piselli.
Il cibo si poteva acquistare nei negozi
con la tessera annonaria, in misura
razionata: per esempio, non più
di 100 grammi di pane a persona.
CONCETTA D’ANDREA |
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| Noi maschi giocavamo con il cerchio.
Ci divertivamo ad uccidere le lucertole
e a fare con queste degli scherzi
alle femmine. Giocavamo anche
con un piccolo pallone fatto di stracci
trovati qua e là. Le femmine invece
giocavano spesso con bambole
di pezza o saltavano a corda.
GABRIELE MANILI, di Monopoli (Rieti)
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I nostri passatempi preferiti erano giocare
a mamma e papà, a marito e moglie,
a costruire casette con delle pietre
ed altri materiali. Non c’erano
i giocattoli che ci sono adesso:
ce li dovevamo fare da soli,
con le nostre mani.
SALVATRICE RUSSO, di Catania |
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| Giocavamo ad acchiapparella
o a nascondino, o a breccole.
Altri giochi erano la campana e il lancio
della palla. Fabbricavamo dei piccoli
carri armati, con rocchetti del filo,
e delle bambole di pezza.
ANNA SCARANO
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Non c’era la tv. Giocavamo
a battimuro e ad acchiapparella.
ALFREDO BERARDI, dell’Aquila
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Andavo in giro in bici.
Giocavamo a carte e a palla a muro.
GIOVANNI FASCHINI,abruzzese |
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| Le scuole erano in edifici molto vecchi.
I banchi erano fatti di legno e avevano
il sedile fisso. I maestri erano severi:
impugnavano una bacchetta ed erano
pronti a darcela sulle mani, se ci si
comportava male. Ma fortunatamente
non tutti erano così.
SALVATRICE RUSSO, di Catania
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A quel tempo gli insegnanti non davano
tanta confidenza agli alunni. Mica li potevi
chiamare, come fate voi adesso:
"A professó!", "A professoré!"
Dovevamo dire: "Signor Professore",
"Signora Professoressa”.
GILDA NOCERA, di Roma
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Non c’erano le penne biro. Per scrivere
usavamo penne da inchiostro con i pennini.
Se la penna cadeva per terra,
il pennino si spuntava e bisognava
cambiarlo. Spesso si rovesciava
il calamaio, che avevamo sul banco,
e ci sporcavamo le mani e i vestiti.
Se si sporcava un quaderno di bella,
dovevamo ricopiarlo tutto.
ADELE ROCCHI, di Roma
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Se uno scolaro andava male
e non faceva i compiti, il maestro
gli metteva in testa il cappello di carta
con le orecchie d’asino. Allora
i compagni lo prendevano in giro,
e quello, invece di mettersi a studiare,
non voleva più venire a scuola.
GIUSEPPE ANTONUCCI, di Roma
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Nel 1945 frequentavo a Roma la scuola
media Damiano Chiesa, che poi
si è chiamata Quinto Ennio. L’anno
precedente le lezioni erano state
interrotte per qualche mese
a causa della guerra. L’edificio
si era salvato dai bombardamenti
ed era in buone condizioni.
ANNA SCARANO
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Nel ’45, io facevo la quinta elementare
e avevo un maestro terribile.
Se chiacchieravo, prima mi dava
una bacchettata sulle dita, poi mi metteva
in castigo facendomi stare in ginocchio.
ANTONIO CIANCIO, di Roma
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In molte scuole erano alloggiate
le famiglie degli sfollati, che avevano
perso la casa per i bombardamenti
o erano scappati dalle zone di guerra.
Perciò nelle scuole funzionanti, spesso,
si facevano i doppi o tripli turni,
e le classi avevano fino a 40 alunni.
Dopo le elementari, la maggior parte
dei ragazzi non andavano più a scuola
perché le loro famiglie non avevano
i mezzi per mantenerli agli studi.
CARLO MANGANO |
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| A sinistra, il ministro della Pubblica Istruzione
Giancarlo Lombardi visita lo stand che espone
la ricerca storica presentata in questa pagina,
il 3 aprile 1996 all'Istituto San Michele di Roma
(foto di Nicola Bruni). |
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| AL TRAM MI ATTACCAVO ANCHE IO
Al tram mi attaccavo anche io a Roma,
negli anni 1952-1954, per andare da Via Gallia
alla scuola media "Pascoli", che si trovava
vicino al Colosseo, aggrappandomi
con i piedi sul predellino a un "18" stracolmo.
Nicola Bruni |
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