Il Natale di Gesù non è una fiaba
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Il presepe di Piazza
San Pietro a Roma
con la faccia del piccolo
Lorenzo prestata
a Gesù Bambino.
Fotocomposizione
di Nicola Bruni
Il Natale di Gesù non è una fiaba rosa. Ma un evento drammatico. Ed è l’evento più importante della storia dell’umanità,
sia che lo si guardi con gli occhi della fede sia che lo si consideri da un punto di vista laico.
Per i cristiani, è la discesa sulla terra del Salvatore: Dio che si è fatto uomo ed “è venuto ad abitare fra noi”,
per manifestarci il suo amore, redimerci dai peccati, indicarci la via della felicità e proporci la salvezza eterna nel “regno dei cieli”.
I valori simbolici del presepe
Il presepe, per i cristiani, è la rievocazione
artistica del più grande avvenimento
della storia: la nascita - a Betlemme,
in Palestina, sotto il dominio romano
dell’imperatore Augusto - di Gesù,
il Salvatore del mondo, Dio che si è fatto
uomo ed è venuto ad abitare fra noi.

Ed è una rappresentazione simbolica
che ripropone visivamente importanti
valori morali dell’umanesimo cristiano:
la sacralità della vita umana nascente,
della maternità della donna
e della famiglia fondata sul matrimonio;
la pari dignità di figli di Dio delle persone
umili, i pastori, chiamati per primi
ad incontrare Gesù bambino
e a ricevere il suo annuncio di salvezza;
la generosità nell’aiutare chi è
nel bisogno, come virtù anche dei poveri;
la dignità del lavoro manuale,
rappresentato nel presepe
dall'attività dei pastori, dei contadini,
degli artigiani, dei venditori;
la pace e la pacifica convivenza
fra popoli diversi (nell’annuncio
degli angeli “Pace in terra agli uomini
di buona volontà”); l’accettazione
dei doni portati dai rappresentanti
di altri popoli e culture (i Magi venuti
dall’Oriente); il rispetto e l’amore
per la natura creata da Dio (il cielo
stellato, la campagna, le montagne,
i corsi d’acqua raffigurati nel presepe)
e per gli animali, chiamati anche loro
(il bue, l’asinello, le pecorelle)
a popolare la scena della Natività,
per riscaldare con il fiato
il Bambinello e fargli compagnia.

Peraltro, la nascita di Gesù avvenne
in circostanze drammatiche: Dio volle
farsi uomo nascendo come un povero
figlio di immigrati senza casa,
costretti prima a cercare alloggio
in una stalla, “perché non c’era posto
per loro nell’albergo” (secondo
il Vangelo di Luca), e poi a rifugiarsi
da clandestini in Egitto per sottrarsi
ad una persecuzione assassina
(quella del re Erode che ordinò
la “strage degli innocenti”, cioè di tutti
i bambini di Betlemme dai due anni in giù).

L’albergo in cui “non c’era posto”
per una madre in procinto di partorire
(e nessuno le cedette il suo)
è il simbolo del nostro egoismo,
mentre la “mangiatoia” in cui Maria
“depose” il Bambino appena nato
è un invito a immedesimarci nelle gravi
difficoltà in cui versano tante persone povere.

Aldilà del suo significato religioso,
il presepe ha anche il valore “laico”
di rievocazione storico-artistica
della nascita di un grande maestro di vita,
un grande educatore dell’umanità,
il cui insegnamento ha largamente
orientato l’evoluzione della civiltà
umana divenendo il fondamento
costitutivo della civiltà europea:
ragion per cui anche nel mondo
non cristiano si accetta di contare
gli anni dalla data convenzionale
della sua nascita.

Quella del presepe è una tradizione
natalizia genuinamente italiana
e non consumistica, profondamente
radicata nella cultura popolare
del nostro Paese. La iniziò nel 1223
uno degli italiani più illustri,
il più amato nel mondo, San Francesco
d’Assisi, realizzando a Greccio
(nei pressi di Rieti) il primo presepe
con personaggi viventi.
Fu lui a mettere nella capanna di Gesù
bambino il bue e l’asinello,
di cui non parlano i Vangeli.

Nicola Bruni
Presepe 2011 della scuola media statale Mommsen di Roma, foto di Nicola Bruni - 4
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Il Bambino di Betlemme
Un giorno, il piccolo Jeschiel andò
a lamentarsi da suo nonno, il famoso rabbino
Baruch: “Stavo giocando a nascondino
con il mio amichetto, e mi ero nascosto
così bene che lui non riusciva a trovarmi;
poi lui ha smesso di cercarmi
e se n’è andato. Non si fa così!”.

Il nonno cercò di consolarlo: “Hai ragione,
non si fa così. Con Dio è la stessa cosa:
lui si è nascosto e noi uomini
non andiamo a cercarlo”.

Raccontava ai suoi fedeli cattolici questa storiella ebraica, l’arcivescovo
di Monaco Joseph Ratzinger, oggi papa
Benedetto XVI, per spiegare il mistero
del Natale: di Dio che si incarna
nascondendosi nel Bambino
di Betlemme nato in una stalla.

Riassumo il senso del discorso
da una raccolta di sue omelie
bavaresi “Sul Natale”, ora pubblicata
dall’editrice Lindau. Dio si nasconde.
Non ci abbaglia con lo splendore
della sua grandezza. Non ci costringe
con la sua potenza a inginocchiarci
davanti a lui. Ci lascia liberi di cercarlo
per amore o non cercarlo. Vuole, però,
che noi lo cerchiamo, e per lasciarsi
trovare si è fatto così vicino a noi
da diventare un bambino
al quale possiamo dare del tu.
Così, per cercarlo, non abbiamo
bisogno di andare molto lontano:
possiamo trovarlo addirittura
dentro di noi.

Ma noi, davvero, lo cerchiamo?
Forse, ci impediscono di cercare
e trovare Dio la nostra superbia,
la nostra presunzione di sapienza
e autosufficienza, la nostra ristrettezza
di vedute, il nostro spirito gregario
rispetto a come potrebbero giudicarci
“gli altri”. Forse, ci mancano l’umiltà
e il coraggio di credere che Dio ci vede,
ci ama, ci chiama, ci accoglie e ci perdona.

Più di ogni ragionamento, secondo
Ratzinger, è la preghiera che può farci
rinascere “bambini nel cuore”, e aprirci
gli occhi per vedere nella nostra vita
la stella di Natale della misericordia di Dio.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 dicembre 2008
Link con l'articolo di Nicola Bruni LA NOVENA DI NATALE DELLA MIA INFANZIA
Link con IL PRESEPE IN CLASSE, racconto di Nicola Bruni
Una proposta che ogni uomo vivente
è lasciato libero di accettare, tenere
in sospeso o respingere:
“Ecco - dice Gesù nell’Apocalisse
di Giovanni - io sto alla porta e busso.
Se qualcuno ascolta la mia voce
e mi apre la porta, io verrò da lui…”.

Per i non cristiani “di buona volontà”,
è la nascita di quel grande maestro
di vita che per primo ha proclamato
la pari dignità di tutti gli esseri umani
- compresi i nemici, gli schiavi,
le donne, i bambini, gli stranieri,
i poveri, i malfattori, le prostitute,
i lebbrosi, gli invalidi - poiché figli
di Dio, ha predicato il dovere dell’amore
fraterno e fattivo per il “prossimo”,
della non-violenza, del perdono,
della pace, della giustizia,
ed è morto sulla croce
testimoniando quei valori.

Non è una fiaba rosa, dicevo, anche
perché “non c’era posto nell’albergo”
per il Figlio di Dio nascente, in quella
notte a Betlemme: nessuno gli cedette
il suo, e il Bambinello appena nato
dovette accomodarsi
nella “mangiatoia” di una stalla.
Perciò, oggi, più che contemplare
il “romanticismo” di una così squallida
circostanza, noi cristiani dovremmo
interrogarci se abbiamo personalmente
accolto il Salvatore,
con i suoi insegnamenti,
nell’albergo del nostro cuore,
o lo abbiamo fatto accomodare fuori,
relegandolo nel presepe.

Non è una fiaba rosa, anche perché,
poco dopo la nascita di Gesù,
il re Erode, personificazione
di un potere politico spregiudicato
e violento, scatenò contro di lui
la “strage degli innocenti”,
costringendo la Sacra Famiglia
alla fuga e all’esilio in Egitto.
Presepe 2011 della scuola media statale Mommsen di Roma, foto di Nicola Bruni
Così oggi, anche a Natale, la strage
degli innocenti continua nelle guerre,
negli atti di terrorismo,
nelle persecuzioni,
nella soppressione di nascituri,
nell’omissione di soccorso
agli affamati e agli ammalati
dei Paesi poveri,
continuando a scacciare Gesù,
che ci ha ammonito:
"Tutto quello che fate, di bene o di male,
al più piccolo dei miei fratelli,
lo fate a me".

Non è una fiaba rosa, infine, perché
oggi il Natale di Gesù è, in prevalenza,
una festa senza il festeggiato:
il Figlio di Dio nato per noi è il grande
assente della kermesse natalizia
dei consumi, dei regali, delle luminarie,
dei cenoni e dei veglioni,
spesso sostituito dal pupazzo
di un obeso Babbo Natale.
Una festa dell’opulenza e dello spreco
che, salvo lodevoli eccezioni,
esclude i poveri e gli emarginati:
proprio quegli “ultimi della terra”
che il Salvatore convocò, scegliendoli
tra i pastori della campagna
di Betlemme, come primi gioiosi
testimoni della sua venuta al mondo.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 dicembre 2005
Presepe 2011 della scuola media statale Mommsen di Roma, foto di Nicola Bruni - 1
C’è un gregge in primo piano, nel presepe simbolico con duecento statuine di plastica, costruito nel salone d’ingresso della scuola media Mommsen di Roma.
Bianche e mansuete, le “pecorelle
del Buon Pastore” brucano l’erba da cespugli
di muschio naturale poggiati su uno strato
di terriccio scuro, la “terra santa”.

Lo scenario è quello di un’immaginaria
Palestina di duemila anni fa,
con le montagne, la campagna,
un piccolo lago di Tiberiade
e un grande cielo blu cosparso di stelle
in cartoncino d’argento, assemblati
a rappresentare le meraviglie del creato.

Ci sono le casette del paesino di Betlemme;
la capanna della maternità di Maria
e della nascita del Salvatore del mondo,
annunciata dagli angeli e dalla cometa;
e per contrasto uno sbarrato
“Hotel Non-c’è-posto”,
emblema della non-accoglienza.
Al centro della capanna, Gesù Bambino
sorride d’amore all’umanità
da una culla-mangiatoia, tra la Madonna,
San Giuseppe, un bue e un asinello.

Lungo una strada che si snoda tra i campi,
procede un corteo di persone umili
e generose - contadini e pastori,
uomini e donne - che portano doni
alla Sacra Famiglia: pane, uova, formaggio,
ricotta, frutta, un agnellino, una gallinella…

Nei dintorni, è raffigurata la dignità
del lavoro: quello della lavandaia,
della massaia, del fabbro,
del falegname, del muratore,
della filatrice, del pescatore,
della pescivendola…

Dall’Oriente avanzano, con i loro
cammelli, i Magi, nelle sembianze
di un persiano, di un indiano
e di un africano, che faranno
da ambasciatori delle diverse culture
del mondo presso il Redentore.

Tra i pellegrini del presepe si distingue
un forestiero “imbucato”.
E’ “il pellerossa con le piume in testa”
della poesia di Gianni Rodari,
“che ha fatto tanto viaggio perché
ha sentito il messaggio:
pace agli uomini di buona volontà”.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 dicembre 2009
Presepe 2011 della scuola media statale Mommsen di Roma, foto di Nicola Bruni - 2
Presepe 2011 della scuola media statale Mommsen di Roma, foto di Nicola Bruni - 3
Recita natalizia
per l'inaugurazione del presepe
Ottaviano Augusto all'Ara Pacis di Roma, foto di Nicola Bruni
In quel tempo
Cesare Augusto...
Il presepe della scuola fu inaugurato
con una recita natalizia, organizzata
dal gruppo studentesco "Diamo una mano."

Esordì Luca, leggendo l’incipit del racconto
evangelico della nascita di Gesù:
- In quel tempo Cesare Augusto ordinò
il censimento di tutti gli abitanti dell’impero...

Fabio: - Molti di quegli abitanti erano
schiavi, secondo l’eccelso diritto romano.
E potevano essere ammazzati
impunemente come bestie
dai loro padroni. O potevano essere
costretti ad ammazzarsi fra di loro,
mors tua vita mea,
per il divertimento circense
del Senatus Populusque Romanus.

Giulia: - Comunque, in illo tempore,
gli abitanti dell’impero si godevano
finalmente la Pax Augusta, la pace imposta
da Ottaviano Augusto con la forza delle armi,
la soppressione della libertas repubblicana
e il feroce assassinio di migliaia di avversari,
parenti, amici, ex alleati e sospetti rivali.

Fabio: - Una “pace cruenta”,
come scrisse Tacito.
Una “pace falsa” e “grondante di sangue”,
come ricorda lo storico Antonio Spinosa
nel libro “Augusto, il grande baro”
dando a Cesare quel che è di Cesare.

Matteo: - Gesù nacque a Betlemme
di Giudea, al tempo del re Erode…

Fabio: - Erode I, il Grande, era uno sporco
collaborazionista, un despota sospettoso
e sanguinario al quale i Romani concessero
di compiere una serie di massacri,
rievocati da Henry Daniel-Rops
nella sua “Storia di Gesù”: non solo
la famosa Strage degli innocenti,
che si abbatté sui bambini di Betlemme
e dintorni dai due anni in giù,
ma anche lo sterminio dei propri familiari
(fra i quali una moglie e tre figli),
il rogo di quaranta giovani Giudei
e, in prossimità della morte, l’eliminazione
di tutti i vip della comunità giudaica,
commissionata dal tiranno
“per avere meno lacrime sulla sua tomba”.

Giulia: - D’altra parte, le stragi
degli innocenti erano, anche sotto
il regime repubblicano dello SPQR,
un normale instrumentum regni:
qualcosa di paragonabile ai moderni
bombardamenti che per distruggere
il bersaglio colpiscono nel mucchio.
Lo storico Svetonio, per esempio,
ci ha riferito un racconto secondo cui
il Senatus Romanus, poco prima
della nascita di Augusto, allarmato
da un presagio sulla venuta al mondo
di un bambino che avrebbe regnato
su Roma, aveva ordinato una strage
di bebè del tutto analoga a quella
perpetrata più tardi da Erode.

Fabio: - E quando finalmente Erode
tolse il disturbo, consentendo il ritorno
dall’Egitto della Sacra Famiglia,
suo figlio Archelao, succedutogli
al trono, inaugurò il proprio regno
mandando a morte tremila Giudei “ribelli”.

Giulia: - Dunque, la nascita di Gesù
non trovò né portò la pace
nella terra di Palestina.

Fabio: - Ma allora quale “pace in terra”
annunciarono gli angeli del Signore
nella notte della Natività?

Maddalena: - La pace dell’anima,
di chi è riconciliato con Dio
e sa di essere amato da Lui
nonostante i propri peccati.

Giovanni: - Vi lascio la pace,
vi do la mia pace. Non come
la dà il mondo, io la do a voi.

Marta: - La pace interiore
di chi è riconciliato con se stesso
e con il prossimo, di chi è disposto
a perdonare e chiedere perdono.

Matteo: - E rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori…

Maddalena: - La pace del cuore
e della mente, fondata sulla fede
nel messaggio di salvezza eterna
portato da Gesù agli uomini e alle donne…

Luca: - Egli le disse: “Figlia,
la tua fede ti ha salvata, va’ in pace”.

Marta: - Anche ai ciechi,
anche ai paralitici, anche ai lebbrosi…

Giovanni: - Una cosa so:
prima ero cieco e ora ci vedo.

Maddalena: - Anche alle prostitute,
anche agli schiavi,
anche ai condannati a morte…

Giovanni: - In verità, ti dico,
oggi sarai con me nel paradiso.

Marta: - Anche ai poveri,
anche ai tribolati, anche agli oppressi,
anche alle vittime innocenti delle stragi.

Luca: - Beati voi poveri, perché vostro
è il regno di Dio. Beati voi che ora
avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete, perché riderete.

Maddalena: - La salvezza promessa
ai giusti della terra, e a tutti gli uomini
e le donne di buona volontà.

Matteo: - Beati quelli che hanno
fame e sete di giustizia…
Beati i misericordiosi…
Beati gli operatori di pace…

Marta: - La salvezza promessa
ai generosi che hanno visto nel povero,
nell’immigrato, nell’ammalato,
nel carcerato il volto di Dio.

Matteo: - Venite, benedetti del Padre mio… perché ho avuto fame
e mi avete dato da mangiare,
ho avuto sete e mi avete dato da bere;
ero forestiero e mi avete ospitato,
nudo e mi avete vestito,
malato e mi avete visitato,
carcerato e siete venuti a trovarmi…
Ogni volta che avete fatto queste cose
a uno solo di questi miei fratelli
più piccoli, l’avete fatto a me.

A quel punto, gli attori si ritrassero
dalla scena, si aprì il sipario
e comparve uno strano presepe:
il Bambinello, dalla mangiatoia posta
sulla soglia di una chiesa, benediceva
dei “pastori” in blue-jeans e giubbotto,
che gli voltavano le spalle per portare
i loro doni a un carcere, a un ospedale,
a una mensa della Caritas,
o per andare a spedire
le loro offerte alla posta.
Mentre una voce fuori campo ripeteva:
- L’avete fatto a me.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 dicembre 2001
Presepe 2011 della scuola media statale Mommsen di Roma, foto di Nicola Bruni - 6
Nelle colonne di questa pagina, alcune immagini del Presepe 2011 della scuola media statale Teodoro Mommsen di Roma,
del quale ho curato la realizzazione insieme con gruppi di studenti di varie classi.
Sono quindici anni che, in prossimità del Natale, mi assumo l'impegno di guidare la costruzione del presepe in questa scuola,
dove ho insegnato dal 1997/98 al 2004/05, prima di lasciare il servizio per fine carriera.
Ho mantenuto la tradizione negli anni successivi prestando al mio ex istituto, al quale sono rimasto affettivamente legato,
la mia opera di scenografo presepista volontario. Il presepe di quest'anno è più grande rispetto agli anni scorsi: si estende su una superficie
di circa otto metri quadrati, parzialmente ricoperti da terra naturale, ingloba una piccola aiuola interna ed è popolato da 230 statuine.
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Nel fondo pagina, il presepe allestito in Piazza San Pietro a Roma per il Natale 2006.
Foto di Nicola Bruni
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"Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia,
perché non c'era posto per loro nell'albergo" ( Luca 2, 7).
L'angelo disse ai pastori: "Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia,
che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide
un salvatore, che è il Cristo Signore.
Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce,
che giace in una mangiatoia.
E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste
che lodava Dio e diceva:
"Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama"
(Luca 2, 10-14).
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