Ricordi di uno scolaro "de Porta Metronia" che aveva paura delle tirate di orecchie e delle bacchettate
Bambini sull'attenti
Scuola elementare Alessandro manzoni di Roma, classe prima dell'anno 1947-48
La mia classe Prima del 1947/48 della scuola elementare Alessandro Manzoni di Roma (foto in basso), con la maestra Amelia Leonelli.
Io sono il terzo da sinistra della prima fila.
.
La scuola elementare “Alessandro Manzoni” di Roma, che frequentai dal 1947/48 al 1951/52,
ebbe un momento di celebrità nel dopoguerra per aver fornito un alloggio provvisorio al “principe” dei comici italiani,
“sfollato” senzatetto nel film “Totò cerca casa”. Ubicata nel quartiere Latino Metronio, nei pressi delle Mura Aureliane,
si dice che abbia avuto tra i suoi alunni anche quel “ragazzino de Porta Metronia” a cui è dedicata una spiritosa
canzoncina in dialetto romanesco del repertorio di Gigi Proietti.
La minestra o la finestra
Nicola Bruni in terza elementare, di frointe al dilemma tra minestra e finestra
Ah, il buon tempo antico di quando
frequentavo la scuola elementare!
Con il grembiulino blu, il colletto
inamidato e il fiocco bianco.
A cavallo tra gli anni ’40 e ’50
del secolo scorso.

Allora la nostra vita di bambini
era scandita dai proverbi,
celebrati dai maestri come
“la saggezza dei popoli”.
Il mio diario scolastico
ne scodellava uno in ogni pagina,
e io, che aspiravo ad essere
una persona saggia, cercavo
diligentemente di impararne l’arte
e di metterla da parte.

Fu così che mi abituai
a dormire poco la notte,
perché chi dorme non piglia pesci,
ad alzarmi all’alba,
perché il mattino ha l’oro in bocca,
e a fare i compiti alla svelta,
perché il tempo è denaro.
Purtroppo, però, in quegli anni
non mi riuscì di prendere né pesci
né oro né denaro.
In compenso potevo scegliere
se mangiare ’sta minestra
o saltare dalla finestra.

Per andare a scuola,
che distava 200 metri da casa mia,
camminavo lemme lemme,
anche a costo di arrivare in ritardo,
perché chi va piano
va sano e va lontano.
Per recarmi all’oratorio,
facevo sempre il solito giro,
perché chi lascia la strada vecchia
per la nuova sa cosa lascia
ma non sa cosa trova.
E non mi ammazzavo per lo studio,
perché è meglio un asino vivo
che un dottore morto.
Insomma, stavo rischiando
di diventare un somarello
conservatore e posapiano.

Poi, per mia fortuna, trovai un amico
che era un tesoro. Il quale
mi insegnò a criticare
e correggere i proverbi sbagliati.
Cane che abbaia non morde?
Meglio non fidarsi:
cane che abbaia non dorme…
e non fa dormire.
Chi va con lo zoppo impara a zoppicare?
Ma no! Chi va con lo zoppo
lo aiuta a camminare.
Chi dice donna dice danno?
Al contrario: chi dice donna
dice dono… d’amore.
Moglie e buoi dei paesi tuoi?
Una “cow-boiata” bestiale!
Da umanizzare: moglie e figli
dei sogni tuoi... più belli.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 giugno 2010
.
Banchi di scuola degli anni '30, '40 e '50 in mostra al Vittoriano, foto di Nicola Bruni
Banchi di scuola degli Anni Quaranta
e Cinquanta, in mostra al Vittoriano.
Foto di Nicola Bruni.
Link con la pagina iniziale del Belsito
Ai miei tempi funzionava in doppio turno,
con classi piene zeppe. I banchi di legno,
a due posti, avevano il sedile fisso
ed erano dotati di calamai a vaschetta
per l’inchiostro.
Si scriveva con il pennino innestato
sulla penna (non c’erano ancora le biro)
e ci si macchiava sempre le dita.
Si leggeva il libro “Cuore”.

In prima, io fui assegnato al turno
del pomeriggio; ma poi mia madre
convinse il direttore a farmi passare
al mattino, dal secondo anno,
con la scusa che le lezioni pomeridiane
mi bloccavano la digestione.

Il cambio, in quella circostanza,
non mi fu molto favorevole,
perché persi una maestra bella,
dolce e affettuosa, e me ne capitò
una “brutta”, che “strillava” i bambini,
metteva in castigo e dava pure
le bacchettate.
La scuola elementare Alessandro Manzoni di Roma, foto di Nicola Bruni
L'ingresso della scuola elementare
Alessandro Manzoni di Roma,
in Via Lusitania (foto di Nicola Bruni).
Io ero un tipo ligio al dovere,
e quindi me la cavai abbastanza bene,
riuscendo a portare a casa
di tanto in tanto qualche “dieci e lode”,
e mai uno “zero spaccato”.

Vigeva una netta separazione,
all’interno dell’edificio scolastico,
tra classi maschili e classi femminili, che entravano e uscivano da porte diverse.

I maschietti generalmente avevano
come insegnante una donna per i primi
tre anni; poi, in quarta e quinta,
venivano affidati a un maestro
con i pantaloni, ritenuto più adatto
a “inquadrarli” nella disciplina scolastica.

Questa era di tipo militare,
e risentiva ancora della pedagogia
fascista di “libro e moschetto”.
Quando entrava in classe
il “Signor Direttore”,
o altra persona di riguardo,
il “Signor Maestro” ordinava l’attenti,
che si eseguiva restando seduti
e immobili, con il capo eretto,
pancia in dentro e petto in fuori,
le braccia tese in avanti
e le punte delle mani, rivolte all’ingiù,
poggiate sulla tavoletta del banco.

Tutti gli alunni dovevano presentarsi
a scuola in uniforme: i maschi
con grembiulino blu, colletto bianco,
possibilmente inamidato,
e fiocco bianco; le femmine
con grembiulino bianco,
colletto bianco e fiocco azzurro.
Nella parte superiore della manica
sinistra si applicavano i gradi
in numero romano della classe
frequentata; sullo stesso braccio
il capoclasse infilava una fascia
celeste, e l’ufficiale di vigilanza
(addetto al servizio d’ordine
durante gli spostamenti
delle classi) una fascia gialla.

Allora molti di quei grembiuli
coprivano i rattoppi dei vestiti
dei bambini poveri, mascherando
in parte le differenze sociali.
Tuttavia, proprio nella mia
terza classe del 1949/50
c’era un folto gruppo di alunni,
17 su 33, che si distinguevano
dagli altri per la mancanza
del fiocco sul grembiule: erano
gli “orfanelli” di un convento
delle Suore di Malta.
Gruppo delle Quinta C del 1951-52 della scuola elementare Manzoni di Roma
In quarta, mi attendeva
un maestro che aveva
la fama di “cattivo”.
Un mio amichetto
più grandicello, e birbaccione,
me lo descriveva come
un orco manesco, che
tirava le orecchie e dava
bacchettate agli scolari,
oppure li castigava
facendoli stare
in ginocchio sui ceci,
o in piedi dietro la lavagna,
o fuori della porta.
Il pensiero che sarei capitato
sotto le sue grinfie
mi terrorizzava.

Ma il 1° ottobre del 1950,
quando mi presentai a lui,
come alunno della IV C,
per iniziare l’anno scolastico,
il maestro Emilio De Sanctis
mi accolse in maniera
così garbata (mi sorrise,
mi accarezzò, mi rivolse
parole rassicuranti)
da lasciarmi meravigliato.
In realtà, quel maestro
“cattivo” era soltanto
burbero; e, a differenza
di alcuni suoi colleghi,
non insultava mai gli alunni
e non usava esporre
i “somari”
alla berlina con il cappello
dalle orecchie d’asino in testa.
la Porta Metronia dlle Mura Aureliane di Roma, foto di Nicola Bruni
La Porta Metronia delle Mura Aureliane
di Roma (271-275 d.C.).
Foto di Nicola Bruni
Della sua severità ho
due ricordi indelebili.
Una volta che, in un tema,
mi scappò di scrivere
“misimo” anziché “mettemmo”,
il maestro De Sanctis fece
una tale “tragedia”
che mi sarei sotterrato
per la vergogna.

Un’altra volta, mi inflisse
un giorno di sospensione
perché, dopo il suono
della campanella di uscita,
avevo osato abbaiare
(“bau bau”) di gioia.

Comunque, di solito, il giudizio
che esprimeva sul mio profitto
nei colloqui con mia madre era:
“Non c’è malaccio”.

In quinta, il maestro De Sanctis
avvisò i genitori degli alunni
interessati (compresi i più bravi)
che per superare i “difficilissimi”
esami di ammissione alla scuola
media, allora previsti in aggiunta
alle prove di licenza elementare,
non sarebbe stata sufficiente
la preparazione che lui riusciva
a fornire all’intera classe durante
il normale orario scolastico:
pertanto si offriva di impartire
lezioni integrative a pagamento
a casa sua.

Però i miei genitori erano poveri,
e non potevano permettersi
una spesa del genere.
Allora, il maestro De Sanctis
si mostrò comprensivo accettando
di farsi pagare da mia madre,
che lavorava come magliaia,
con una bella giacca di lana
confezionata su misura.
Fu così che mi si aprì la strada
per arrivare alla laurea.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
Speciale 50 anni - 1999
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Qui a sinistra sono io, alunno di Quinta,
alla festa in maschera di Carnevale
del 1952 nel giardino della scuola
Manzoni, con un costume
passatomi da un mio cugino.
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Clicca su questa foto per il link
con un altro articolo in cui si parla
ancora della scuola Manzoni, che
al tempo del Fascismo era intitolata
a Mario Guglielmotti.
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Sotto, la mia Terza C della Scuola elementare Manzoni di Roma, di cui parlo in questo racconto, fotografata il 13 marzo 1950.
Io ero il quarto da sinistra della prima fila.
la mia classe terza elementare della scuola Manzoni di Roma, 17.3.1950
La disciplina scolastica era di tipo militare, e risentiva
ancora della pedagogia fascista di “libro e moschetto”.
Quando entrava in classe il “Signor Direttore”, o altra persona
di riguardo, il “Signor Maestro” ordinava l’attenti,
che si eseguiva restando seduti e immobili,
con il capo eretto, pancia in dentro e petto in fuori,
le braccia tese in avanti e le punte delle mani, rivolte
all’ingiù, poggiate sulla tavoletta del banco.
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