Consigli machiavellici utili per fare il premier nell’odierna società dello spettacolo
Il principe
Lo stemma dei principi Odescalchi, in Piazza Santi Apostoli a Roma, foto di Nicola Bruni
Il palazzo dei principi Odescalchi
in piazza Santi Apostoli
a Roma (XVII secolo).
Se dovessi tradurre nel moderno politichese “Il Principe” di Niccolò Machiavelli, lo intitolerei “Il Premier”.
In quel trattato del 1513 su come conquistare o mantenere il potere, lo scrittore fiorentino vaticinava
l’avvento in Italia di un “principe nuovo”.
Cinque secoli dopo, nello stesso Bel Paese, si va affermando una nuova forma di principato: il “premierato forte”.
*
Cinque secoli dopo
Se dovessi tradurre nel moderno politichese
“Il Principe” di Niccolò Machiavelli,
lo intitolerei “Il Premier”.
In quel trattato del 1513
su come conquistare o mantenere il potere,
lo scrittore fiorentino vaticinava
l’avvento in Italia di un “principe nuovo”.
Al quale consigliava di perseguire il suo fine
con qualsiasi mezzo: “Facci adunque
uno principe di vincere e mantenere lo stato:
e mezzi saranno sempre iudicati onorevoli”.

Cinque secoli dopo, nello stesso Bel Paese,
si va affermando una nuova forma
di principato: il “premierato forte”.
Essa prevede la delega quinquennale
di ampi poteri decisionali ad un “premier”
o “primo ministro”, capo del Governo
e in sostanza anche del Parlamento,
proposto da un’oligarchia di capi partito
e confermato con investitura personalizzata
di sovranità, se non dalla maggioranza,
dalla minoranza più consistente
del corpo elettorale… promossa per legge
a schiacciante maggioranza parlamentare.
Un “primo ministro” che - secondo la riforma
costituzionale del 2005 targata “Centro-destra”,
bocciata dal referendum popolare del 2006
e riproposta nel 2009 dal Premier
aspirante Principe - avrebbe il potere
non solo di legiferare mediante decreti
(com’è ormai prassi consolidata
dei Governi in Italia) ma anche
di imporre alla nuova Camera dei deputati
di ratificarli senza modifiche
sotto il ricatto del suo scioglimento.

Ricordo che il titolo di “premier”,
attribuito al capo del Governo britannico,
deriva dal francese “premier ministre”,
primo ministro (inteso appunto
nel senso di capo e non di primo tra pari),
mentre il titolo di “principe” ha origine
da quello di “princeps Senatus”, primo
membro del Senato, che con falsa modestia
si fece attribuire Ottaviano Augusto
oltre duemila anni fa, quando divenne
il padrone dello Stato romano.

Ricordo anche che quel princeps mantenne
le forme delle istituzioni repubblicane,
ma concentrò nelle sue mani tutti i poteri.
Analogamente, nel progettato regime
di premierato forte “all’italiana”
si mantiene in apparenza la classica
distinzione dei poteri legislativo,
esecutivo e giudiziario dello Stato
liberale, ma il primo ministro ha facoltà
di prevaricare, con i decreti,
sul potere legislativo del Parlamento
e, mediante leggi aggiusta-processi
o di condono, sul potere giudiziario
della magistratura.

Tornando a Machiavelli, noto che alcuni
suoi consigli ben si adattano alla figura
del principe-premier dell’odierna società
dello spettacolo. Il quale deve essere
“un gran simulatore e dissimulatore”,
e non gli serve di avere effettivamente
determinate qualità morali,
come la fedeltà e l’integrità,
ma solo “parere di averle”;
anzi - avverte il politologo del ’500 -
averle e osservarle sempre,
può talvolta essergli dannoso,
mentre “parere di averle” gli è sempre utile.

Così, per mantenere o conquistare
“democraticamente” il potere,
non gli è necessario ottenere
davvero il consenso
della maggioranza degli elettori,
ma solo “parere di averlo”,
scambiandolo con quello del maggior numero
di votanti (anche se minoritario in assoluto)
grazie ad un meccanismo elettorale…
“machiavellico”.

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
10 novembre 2005
(testo aggiornato al 30 marzo 2009)
Spoleto medioevale in un antico affresco della Rocca Albornoz, foto di Nicola Bruni
Spoleto medioevale
in un affresco
della Rocca Albornoz
(foto di Nicola Bruni)
.





.
Guelfi e ghibellini
Non sono stato d’accordo con chi
sosteneva che la legge elettorale
(cosiddetta Porcellum) per il rinnovo
del Parlamento imposta nel 2006
dal centro-destra e poi mantenuta
dal centro-sinistra (proporzionale
con premio di maggioranza) fosse
un “attentato alla democrazia”.
Il mio parere è che si tratti piuttosto
di un meccanismo alternativo
di “democrazia truccata”,
cioè di manipolazione del voto popolare,
solo in parte diverso da quello precedente,
la legge cosiddetta Mattarellum
(uninominale maggioritario per tre
quarti, proporzionale per un quarto).
L’attentato alla democrazia era già
in corso dal 1994, cioè da quando
una legge elettorale maggioritaria
conferì alla coalizione vincente,
anche se minoritaria nel Paese,
il potere di decidere da sola su questioni
o scelte di straordinaria importanza,
come la partecipazione ad una guerra,
la modifica (fino allo stravolgimento)
della Costituzione, la riforma
del sistema elettorale,
la nomina del Capo dello Stato.
Entrambi i meccanismi sono stati
predisposti allo stesso scopo:
trasformare il gruppo minoritario
di partiti più votato in una maggioranza
parlamentare assoluta, per consentirgli
di governare stabilmente da solo
fino alle elezioni successive.
Entrambi hanno in comune il principio
autoritario che la scelta delle persone
da inviare in Parlamento debba essere
riservata alle oligarchie di partito
o di coalizione che presentano
candidature o liste bloccate,
e non demandata agli elettori, a cui
viene perciò negato il voto di preferenza.
La Rocca Abornoz di Spoleto, foto di Nicola Bruni
La Rocca Albornoz di Spoleto, XIV secolo
(foto di Nicola Bruni)
Entrambi prevedono uno sbarramento
preclusivo per le liste minori.
Inoltre, entrambi mirano a mantenere
artificialmente in vita un sistema
politico bipolare, basato
sulla contrapposizione di due coalizioni
eterogenee (e conflittuali) di partiti,
accomunati dall’interesse a conservare
o conquistare insieme il potere.
Un bipolarismo che spinge
le controparti ad enfatizzare
lo scontro, a delegittimare
gli avversari, a dividere gli italiani
in due fazioni nemiche,
come tra guelfi e ghibellini,
e a praticare lo spoils system
(la cacciata dalle posizioni di comando
nelle pubbliche istituzioni di chi
non è allineato con i vincitori),
anziché a ricercare la mediazione
fra i diversi interessi legittimi,
il più ampio consenso possibile
sulle soluzioni da dare ai problemi
del Paese, la ricomposizione
dell’unità nazionale
almeno riguardo alle regole
della convivenza civile.
Infine, entrambi i meccanismi sono
incompatibili con due principi fondamentali
della democrazia rappresentativa:
quello che assegna il governo a chi
ha il consenso della maggioranza
dei cittadini (non di una minoranza
truccata da maggioranza);
e il principio di uguaglianza,
che attribuisce lo stesso “peso”
al voto di qualunque cittadino elettore.
Ebbene, secondo me, chi pretende
che marchingegni di questo genere
siano necessari per la governabilità
del Paese, dovrebbe avere l’onestà
intellettuale di astenersi
da una retorica falsamente
democratica, e di riconoscere
che essi instaurano
un regime politico meglio definibile
come liberal-oligarchico.

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
20 ottobre 2005
(testo aggiornato al 26 marzo 2013)
Il Palazzo Ducale di Mantova, foto di Nicola Bruni
Il Palazzo Ducale di Mantova, XIII secolo
(foto di Nicola Bruni)
Diciottenni al voto
e gerontocrazia
Diciottenni e gerontocrazia, foto di Nicola Bruni
Trentotto anni fa l'estensione
del diritto di voto ai diciottenni.
Ma oggi la gerontocrazia
è ancora più forte.
Di chi è la colpa?
Appartengo ad una generazione
di “matusa” che per diventare
maggiorenni dovettero aspettare
il compimento del 21° anno d’età.

La primavera del 1975, con l’entrata
in vigore della legge n. 39 dell’8 marzo,
segnò uno storico spartiacque
abbassando a 18 anni la soglia
per il conseguimento della capacità
giuridica e del diritto di voto.

I tempi erano maturi, si disse,
dopo il grande movimento
del Sessantotto, per quella riforma,
che avrebbe dovuto
ringiovanire la politica
e allargare il consenso
alle istituzioni democratiche.

Alla lunga, però, il ringiovanimento
complessivo della classe dirigente
non si è verificato, perché
la gerontocrazia ha continuato
ad imporsi. Anziché aumentare,
il coinvolgimento dei giovani
nell’attività politica è notevolmente
diminuito. La causa principale,
secondo me, è stata il progressivo
venir meno di una vita democratica
di base all’interno dei partiti.

Quelli attuali, o sono saldamente
in mano a oligarchie di vertice,
o fanno riferimento personale
a singoli leader, che ne sono i padroni.

Alla data del 13 marzo 2009,
trentaquattro anni dopo l’estensione
del voto ai diciottenni, abbiamo
la seguente composizione per età
della Camera: solo l'1,1 per cento
(7 deputati su 630) è al di sotto
dei 30 anni; un altro 11,4 per cento
ha un'età fra i 30 e i 39 anni;
i “quarantenni” (fino a 49 anni) sono
il 30 per cento; i “cinquantenni”
(fino a 59) il 39 per cento;
e gli “over 60” il 18,5 per cento.
Che possibilità hanno i giovani, dopo
l’abolizione del voto di preferenza
nelle elezioni politiche, di mandare
in Parlamento rappresentanti
della loro stessa generazione?

Chi è che esclude i politici “under 30”
dalle candidature nei posti di lista
considerati “sicuri” dai rispettivi
partiti? Chi è che mette, in tanti di quei
posti, ricchi uomini d’affari, il cui merito
riconosciuto è di versare molti soldi
nelle casse del proprio partito?

Il “centralismo democratico”,
già imputato al Pci come vizio antidemocratico, ora è diventato
la regola del sistema politico bipolare:
un sistema che esige accordi
di coalizione presi al vertice
per la spartizione dei posti
delle liste unitarie.
In queste condizioni, la sola educazione
civica che si può fare nelle scuole
consiste nel “raccontare” ai ragazzi
la verità: per esempio, che
il nostro sistema politico non è
liberal-democratico
ma liberal-oligarchico;
che la “sovranità” può essere esercitata
solo in parte dal popolo, il resto
compete al potere economico e ad altri
“poteri forti”; che la classica divisione
dei “tre poteri dello Stato”, in Italia
non esiste, perché quello legislativo è
in larga misura esercitato dal Governo
con i decreti-legge e i voti di fiducia
che troncano i dibattiti parlamentari;
che il vero “parlamento”, in cui
si discute di politica, sono i talk-show
televisivi; che la giustizia non funziona,
perché c’è chi ha interesse
a non farla funzionare.

Sono verità scomode
che non si possono dire a scuola?
In alternativa, domando ai lettori,
pensate che si possano dire
agli studenti verità accomodate?

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
1 aprile 2005
(testo aggiornato al 13 gennaio 2010)
Link con la pagina iniziale del Belsito
La Costituzione legale non prevede un principe-premier con pieni poteri.

Ma la Costituzione che si applica in Italia è quella "materiale".
VISITATORI: