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| Essere brevi, cioè sintetici e completi, nell’esporre il proprio pensiero non è facile. Solo un lungo esercizio può fornire l’abilità di combinare, improvvisando,
il “dono della sintesi”
con il “regalo dell’analisi”.
Ne era consapevole il filosofo Blaise
Pascal, che nel 1656 apriva così
una delle sue Lettres provinciales:
“Mi scuso per la lunghezza
della mia lettera, ma non ho avuto
il tempo di scriverne una più breve”.
Lo sanno i giornalisti, i quali sperimentano
spesso come richieda più lavoro ridurre
un articolo alla dimensione prestabilita
che stenderlo liberamente
in maniera ampia e dettagliata.
Lo sanno quegli insegnanti che devono
prepararsi per riuscire a contenere
la spiegazione di un argomento
entro limiti temporali rispettosi
della capacità di attenzione
continuativa degli alunni.
Dovrebbero saperlo gli studenti,
qualora siano stati impegnati non solo
a comporre riassunti su misura
di piccola taglia, ma anche a fare
esercizi di drastica abbreviazione
di un testo, per esempio da 60 a 30 righe,
con i dovuti adattamenti formali:
bando a ripetizioni, via gli avverbi
e gli aggettivi superflui, via le perifrasi,
meno subordinate e più sintassi
nominale, via alcune informazioni
di contorno e i particolari meno
interessanti, ma con l’accortezza
di preservare il contenuto
essenziale del messaggio
e la scorrevolezza del discorso.
In conclusione, il proverbio
al quale ho alluso all’inizio
dovrebbe essere così riformulato:
a buon espositor poche parole.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
25 gennaio 2009 |
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| sulla favola dei premi ai prof meritevoli |
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| Correva l’anno 2000. La professoressa
Scarpati aveva deciso partecipare
al “Concorsone a premi” per la
promozione del 20 per cento dei docenti
di materie letterarie alla Serie A.
Una sera, mentre navigava su Internet
alla ricerca di qualche utile libro di test,
si imbatté in una circolare-spot
del Ministero della Pubblica Istruzione
(n. 7 del 7 gennaio 2000),
che pubblicizzava un concorso a premi,
bandito dall’Associazione Nazionale
Calzaturifici Italiani, dal titolo assai calzante:
“La scarpa parla. Comunica con la scarpa”.
Rimase incantata da tanta poesia,
e capì che il Ministero, pur avendo
il test fra le nuvole, in fondo in fondo,
poverino, era costretto a scrivere
risparmiosamente con i piedi… per terra,
infilati in una scarpa sola.
Quindi, si commosse ricordando che
da bambina, alla colonia estiva,
cantava in coro a squarciagola:
“Vecchio scarpone, quanto tempo
è passato…”. Sospirò pensando
agli ingenui sogni di fanciulla che
le aveva ispirato quella preziosa
scarpina fatta calzare a Cenerentola
dal Principe Azzurro. Sorrise
nel paragonare l’esile Cenerentola
della fiaba di Perrault con la formosa
Sora Assunta di un ritornello
romanesco dei tempi del liceo:
“Daie de tacco, daie de punta,
quant’è bona la Sora Assunta!”.
Comunicare con la scarpa… perché no?
Incoraggiata dal suo stesso cognome,
la professoressa Scarpati
accettò volentieri l’invito.
Prese tuttavia le dovute distanze
dal modello letterario del grande
scrittore Alberto Moravia,
che in un libro si era messo a dialogare
addirittura con il proprio Pene,
intrecciando con "Lui"… penosi
ragionamenti del cavolo.
Come insegnante, riconosceva infatti
di non potersi permettere di volare
a quell’altezza: perciò ciabattò più
in basso, al livello comunicativo
della scarpa, e con parole terra terra
pose sul tappeto il problema
del Concorsone, che le pareva una sòla.
A quel punto, si ebbe un colpo di scena,
annunciato da un colpo di tacco.
La calzatura parlante sponsorizzata
dal Ministero della Pubblica Istruzione
esternò un quizzone - “Qual è il vero scopo del Concorsone a premi?” -
corredato da quattro ipotesi di risposta,
delle quali una “sòla” esatta:
A - Fare le scarpe all’80 per cento
degli insegnanti, per incrementare
l’industria calzaturiera italiana.
B - Consentire solo al 20 per cento
degli insegnanti di comprarsi
delle scarpe nuove, per non ingolfare
il mercato nazionale ed evitare
un’impennata dei prezzi delle calzature.
C - Certificare che l’80 per cento
degli insegnanti non sono degni di legare
le scarpe ai propri alunni.
D - Dimostrare che l’80 per cento
degli insegnanti sono scarpari, e meritano
di ricevere le “sòle” che gli rifila
il Governo imponendogli lo zoccolo
duro dei sindacati della s(c)uola”.
La professoressa Scarpati osservò che
le quattro ipotesi proposte erano altrettanti
calci nel sedere del corpo docente.
Ma per poter azzeccare quello esatto
si riservò di rispondere dopo aver
consultato il quizzario preparatorio
al Concorsone che un sindacato molto…
autorevole aveva messo in vendita
con salatissimi diritti di autore.
Soldi e fatica sprecati, perché di lì a poco
il "compagno ministro" Luigi Berlinguer
avrebbe revocato il Concorsone
emanando un "Contrordine, compagni".
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 febbraio 2000 - testo aggiornato |
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| Il trionfo del luogo comune |
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| Una manciata di anni luce |
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| Sto scrivendo da un chiacchierato
“luogo comune” del Bel Paese,
gremito fino all’inverosimile
di pregiudizi, stereotipi,
proverbi melensi, metafore
d’antiquariato, frasi fatte,
espressioni omologate...
e quant’altro… e via dicendo…
e chi più ne ha più ne metta.
Il sito retorico indicato si trova
ad una manciata di anni luce
da un uso elegante
della lingua parlata e scritta.
Vi bazzicano, spesso e volentieri,
fra gli altri, raccomandati giornalisti
della radio e della tv, fumeggianti
attori del teatrino della politica
e sintonizzati personaggi
del mondo dello spettacolo.
Alzi la mano - ma non più di tanto -
chi lo frequenta, esponendosi
ad una bacchettata ovvero
ad una tirata d’orecchie
del risuscitato maestro unico:
punizioni che nell’ultimo mezzo secolo
si comminavano ormai solo sui giornali…
nella misura in cui si ignorava che erano
severamente vietate nella scuola.
Ma qui casca l’asino, perché
chi va con lo zoppo impara a zoppicare
invece di aiutarlo a rigar dritto;
butta il bambino con l’acqua sporca;
si orienta al buio con la cartina di tornasole;
e la dice lunga su come mai ripeta sempre
bestialità del tipo “sputa il rospo”,
“in bocca al lupo - crepi il lupo”
e “tagliamo la testa al toro”.
Comunque, se è vero com’è vero
che il passato può essere
pesante come un macigno,
oggi come oggi si ricordi
che domani è un altro giorno,
non è mai troppo tardi
e quando c’è la salute c’è tutto.
Morale della favola:
visto e considerato
quanto, volere o volare,
è ammesso e non concesso,
mi si consenta di sconsigliare
l’abuso degli avverbi
estremamente, perfettamente,
assolutamente, francamente,
sinceramente, per una ragione
semplicissima: sono composti
dal suffisso -mente, che potrebbe
richiamare alla mente di chi ascolta
- con un fastidioso bisticcio di parole -
il verbo mentire.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 novembre 2008 |
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| Dobbiamo essere aperti al nuovo |
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| Correva l'anno 2002. Quel giorno,
leggendo il Corrierone sulla corriera
che lo portava a scuola, il professor
Tirabasso rimase folgorato da un lungo
articolo del ministro dell’Istruzione
Letizia Moratti. Illustrava la riforma
scolastica in discussione al Senato,
con argomentazioni che a prima vista
gli sembrarono largamente condivisibili.
Gli piacque in particolare un passo
in cui si proclamava:
“Chi non ha memoria non ha futuro.
Dobbiamo essere aperti al nuovo,
in tutte le sue forme, siano esse quelle
di uno sviluppo senza frontiere, di una
società multiculturale o delle nuove
sfide scientifiche e tecnologiche.
Si può essere aperti al nuovo,
nella misura in cui
non si perde la propria identità
e la propria storia. Per questo...".
Poi, si soffermò a rileggerlo,
e vi riconobbe una formula chiave
del gergo politichese che in passato
aveva consentito ai nostri governanti
di promettere tutto e il contrario di tutto:
NELLA MISURA IN CUI.
Tipo: riformeremo la scuola
nella misura in cui...;
garantiremo la sicurezza
degli edifici nella misura in cui...;
daremo stipendi decenti agli insegnanti
nella misura in cui...
E gli rimase un dubbio:
IN QUALE MISURA IN CUI?
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 novembre 2002 - testo aggiornato |
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