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| “La liberazione dell’Italia - riassunse
il prof - cominciò il 25 luglio 1943,
con il voltafaccia del re Vittorio
Emanuele III che destituì il suo
dittatore Mussolini, proseguì
il 25 aprile 1945 con la vittoriosa
insurrezione dei partigiani nell’Italia
del Nord occupata dai nazisti,
e giunse a compimento
il 2 giugno 1946 con l’abolizione
del potere monarchico”.
“La celebrazione della data simbolica
del 25 aprile serve a ricordare che
nella primavera del 1945,
per merito anche di quanti avevano
combattuto nella Resistenza,
il popolo italiano fu liberato
da sei gravi calamità non naturali:
dalla guerra, dalla dominazione
tedesca, dalla dittatura fascista,
dalla divisione del Paese in due Stati
(come quella che, per punizione,
fu imposta alla Germania),
dalla persecuzione degli ebrei
e, finalmente, dalla millenaria
discriminazione giuridica delle donne”.
“In quel periodo, tornava per gli italiani
la speranza in un avvenire di pace
e di libertà. Il Nord Italia
(dolorosamente amputato dell’Istria
e separato da Trieste fino al 1954)
si riuniva al Centro-Sud, dopo
la secessione attuata da Mussolini
con la Repubblica Sociale.
Si avviava la ricostruzione del Paese
dalle rovine della guerra.
Le donne conquistavano i diritti politici.
Si preparavano le prime elezioni
a suffragio universale e il referendum
che avrebbe deciso il passaggio
dalla monarchia alla repubblica”.
“Si cominciava a studiare una nuova
Costituzione, ispirata agli ideali
democratici della Resistenza,
e che poi avrebbe adottato
tre princìpi rivoluzionari
rispetto allo Statuto Albertino: |
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| 1° - la sovranità appartiene al popolo, non ad un ‘sovrano’
proprietario dello Stato;
2° - tutti i cittadini hanno pari dignità
e sono eguali davanti alla legge;
3° - l’Italia ripudia la guerra”. |
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| Detto questo, il professor Nicoletti,
sollecitato da un’alunna,
passò a raccontare
la sua esperienza di sopravvissuto
alla "Seconda carneficina mondiale":
“Sono nato a Roma sotto la dittatura
fascista e mentre l’Italia era in guerra
contro mezzo mondo, alleata
della Germania di Hitler.
Avevo meno di due anni quando,
la mattina del 19 luglio 1943,
gli aerei angloamericani bombardarono all'improvviso la mia città.
Furono sganciate moltissime bombe,
che andarono a colpire
non le ville dei gerarchi del regime
ma il quartiere popolare di San Lorenzo,
e la sua antica basilica,
a breve distanza da casa mia.
Dalle macerie furono estratti
circa 1600 morti
e un gran numero di feriti”. |
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| La basilica paleocristiana
di San Lorenzo fuori le Mura, a Roma,
dopo il bombardamento
angloamericano del 19 luglio 1943.
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Clicca su questa foto per il link
con il reportage su questa basilica. |
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| “Avevo poco più di due anni,
nel marzo del 1944, quando,
durante l’occupazione tedesca di Roma,
le SS del colonnello Kappler irruppero
nel mio palazzo, in Via Licia,
per arrestare un professore di liceo
impegnato nella Resistenza,
Gioacchino Gesmundo,
che poi torturarono a Via Tasso
e fucilarono per rappresaglia alle
Fosse Ardeatine con altri 334 ostaggi”. |
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| Studenti della Scuola media Mommsen di Roma
in visita al Museo delle Fosse Ardeatine,
sotto il dipinto "Liberazione" di Carlo Levi.
Foto di Nicola Bruni |
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| L'ingresso delle truppe "alleate"
a Roma festeggiato dai romani
in Via Appia Nuova il 4 giugno 1944. |
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| “Avevo due anni e sette mesi, il 4 giugno
del 1944, allorché i soldati americani
entrarono trionfalmente a Roma, dopo
che le truppe naziste, per l'intercessione
di Papa Pio XII, se ne erano ritirate senza
combattere evitandole una catastrofe
del tipo Abbazia di Montecassino.
Quella sera anch'io, in braccio a mio
padre, feci festa ai ‘liberatori’
che passavano per Via Gallia”.
“Successivamente, da adulto, ho
riflettuto che solo per puro caso
(ovvero per grazia di Dio,
e per il miracolo del ritiro incruento
da Roma degli occupanti tedeschi
attribuito alla Madonna del Divino Amore)
io mi trovai ad essere fra quegli italiani
fortunati che gli americani liberarono
dalla dittatura nazifascista,
anziché fra quegli altri italiani fortunati
che gli stessi americani liberarono
dalla vita bombardando i centri abitati
durante la Seconda guerra mondiale”. |
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| Roma, il cimitero del Verano bombardato
dagli aerei anglo-americani
il 19 luglio 1943. |
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| “Certamente - continuò il professor
Nicoletti - agli americani va riconosciuto
il merito principale nella liberazione
dell’Italia (esclusa l’Istria, che
cedettero alla Iugoslavia comunista);
ma con un post-scriptum:
la liberazione dei Paesi dell’Europa
occidentale (tranne la Spagna
e il Portogallo dei dittatori fascisti
Franco e Salazar, benevolmente
cooptati fino agli anni ’70
nel ‘Mondo libero’ filoamericano)
fu un effetto collaterale
della vittoria degli Stati Uniti,
non lo scopo della loro entrata in guerra”.
“In realtà, gli Usa si mantennero estranei
al conflitto fino al 7 dicembre 1941,
quando furono attaccati
a Pearl Harbour dai Giapponesi.
Nei due anni precedenti avevano permesso
che i nazisti dilagassero in Europa
e perpetrassero lo sterminio degli ebrei.
Solo dopo, decisero di impegnarsi con tutta
la loro forza nell’impresa di sconfiggere
le potenze aggressive dell’Asse.
E non lo fecero per amore della libertà
altrui, ma per necessità di difesa
e ambizione egemonica: diversamente
non si sarebbero alleati con il feroce
dittatore sovietico Stalin, accettando
poi di cedergli, nell’accordo spartitorio
di Yalta del febbraio 1945, il dominio
sui Paesi dell’Europa orientale”.
“Se fosse dipeso da quei politici americani
che in Giappone lasciarono sul trono
l’imperatore Hirohito, perdonandogli
i gravissimi crimini di guerra di cui
si era reso responsabile (fra i quali
il massacro di 300mila cinesi a Nanchino
nel 1937), probabilmente oggi
noi italiani non avremmo un Presidente
della Repubblica eletto a termine,
ma saremmo sudditi a vita
di Sua Maestà il Re…”.
“Quel grand’uomo - completò Giulia -
di Vittorio Emanuele IV ”.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 maggio 2003 |
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| Il professor Gesmundo
"martire della libertà"
ucciso alle Fosse Ardeatine |
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| Gioacchino Gesmundo, insegnante
di storia e filosofia del liceo Cavour
a Roma, abitava al decimo piano
del mio stesso palazzo, in Via Licia 76
(ora 54), quando fu arrestato
dalla Gestapo, mentre io, bambino
di due anni e mezzo, stavo al nono.
Aveva aderito alle formazioni partigiane
comuniste dei Gap e partecipava
alla Resistenza compiendo azioni
di sabotaggio (disseminava nelle strade
chiodi a quattro punte per bucare
le gomme dei camion tedeschi).
Denunciato da una spia,
il 29 gennaio 1944
fu rinchiuso nel carcere di Via Tasso,
dove fu torturato, e poi assassinato
alle Fosse Ardeatine il successivo 24 marzo.
Gli è stata conferita una medaglia d'oro
alla memoria, e al suo nome è stata
intitolata la scuola media di Terlizzi
(Bari), dove era nato. |
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| A sinistra, monumento al Partigiano
in una piazza di Parma, foto di Nicola Bruni.
A destra, manifesto per l'arruolamento
obbligatorio nell'esercito nazifascista
della RSI (settembre 1943).
Nella mia casa di Via Licia, a Roma,
si tennero nascosti fino alla Liberazione
due miei cugini ventenni, Felice e Nicola,
renitenti alla leva della RSI. |
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| Ma a Trieste la liberazione
arrivò solo il 26 ottobre 1954 |
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| Due manifesti della DC inneggianti al ritorno
di Trieste all'Italia, che io conservo dal 1954.
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A destra, fori dei proiettili esplosi dai tedeschi
il 23 marzo 1944, ancora visibili su un edificio
di Via del Boccaccio, angolo Via Rasella, a Roma.
Foto di Nicola Bruni |
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| La bomba dei partigiani
al centro di Roma
e la rappresaglia dei nazisti
alle Fosse Ardeatine
(23-24 marzo 1944) |
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| Sopralluogo didattico degli alunni
della Terza D, guidato dal professor
Brunori, in Via Rasella, la lunga e stretta
strada in salita del centro di Roma
che conduce a Palazzo Barberini,
dove si svolse l’episodio più discusso
della Guerra di liberazione nazionale.
Neppure una targa a ricordo dello storico
evento. Solo le scalfitture dei proiettili
sparati dai nazisti contro le finestre,
sulla facciata di un edificio.
“Qui, davanti al cinquecentesco Palazzo
Tittoni - spiegò l’insegnante di storia -
il 23 marzo 1944, alle ore 15,52,
una squadra di partigiani membri
dei Gap (Gruppi di azione patriottica,
collegati al Partito comunista) assaltò
una colonna in marcia di 160 uomini
armati dell’esercito tedesco occupante.
Fu fatta esplodere una carica di 18 chili
di tritolo nascosta in un carretto
della nettezza urbana, innescata
con una miccia di 50 centimetri
dal finto spazzino Rosario Bentivegna,
che provocò un macello;
poi altri tre partigiani, sbucati alle spalle
dalla traversa Via del Boccaccio,
lanciarono quattro bombe a mano
sui superstiti e si coprirono
la ritirata a colpi di pistola”.
“Per effetto di quell’attacco - secondo
le informazioni riportate nell’ultimo libro
sull’argomento, 'Achtung Banditen!',
dello stesso Bentivegna, edizione 2004 -
morirono non 33, come si disse, ma 42
soldati sudtirolesi del Polizeiregiment
‘Bozen’ (26 all’istante, 6 più tardi
in ospedale, uno l’indomani mattina
e 9 nei giorni seguenti) e molti altri
rimasero feriti. Persero la vita anche
un ragazzo di 13 anni e un operaio”. |
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| Passanti bloccati dai soldati tedeschi
dopo l'attentato di Via Rasella a Roma
il 23 marzo 1944.
Mio padre, maresciallo dell'esercito,
che si trovava nella zona
dei rastrellamenti vestito in borghese,
riuscì a passare mostrando una tessera
con la divisa militare e dicendo: "Polizia". |
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| “La furibonda reazione dei nazisti, che
dopo l’esplosione si misero a sparare
all’impazzata, fece subito altri 3 morti
e 9 feriti, e a meno di 24 ore di distanza
sfociò in una smisurata rappresaglia:
il massacro di 335 italiani incolpevoli
alle Fosse Ardeatine”.
“La ritorsione fu decisa dal comando
tedesco nella serata del 23 marzo,
con l’ordine impartito al tenente
colonnello delle SS Herbert Kappler
di fucilare 320 italiani, 10 volte
il numero dei militari del Bozen morti
fino a quel momento: ordine che
non prevedeva la sua revoca nel caso
in cui gli autori dell’attentato si fossero
consegnati, e che per eccesso di zelo
fu eseguito con l’aggiunta di 15 vittime,
fin dalle ore 2 pomeridiane del 24 marzo”.
“Nessun preannuncio pubblico fu dato
della rappresaglia, e nessun manifesto
fu affisso per intimare agli attentatori
di costituirsi, come è stato accertato
in sede giudiziaria, contrariamente
a quanto sostenuto da presunti
testimoni in polemica con i gappisti”.
“I romani furono informati dell’uccisione
di 32 uomini della polizia tedesca
in Via Rasella, attribuita a banditi
scellerati comunisti-badogliani,
e della fucilazione già eseguita
di 10 criminali comunisti-badogliani
per ogni tedesco assassinato,
solo a mezzogiorno del 25 marzo,
da uno scarno comunicato del quotidiano
Il Messaggero. Ma quando, dopo
la liberazione di Roma, fu possibile
riesumare i corpi delle vittime,
interrate in una galleria delle cave
di tufo della Via Ardeatina fatta crollare
con la dinamite, se ne contarono 335,
e si scoprì che tra loro, accanto
a prigionieri antifascisti, partigiani
e militari prelevati dalle carceri
di Via Tasso e di Regina Coeli,
c’erano 75 ebrei, un sacerdote cattolico,
detenuti comuni presi a caso,
e perfino un ragazzo di 14 anni”.
“Da allora, quei morti sono onorati
come martiri della libertà in un solenne
mausoleo eretto sul luogo dell’eccidio.
Ma sulle responsabilità del loro
assassinio non si sono ancora
sopite le polemiche”.
“Da una parte, c’è chi tende a stornarle
dai capi nazisti che ordinarono la strage,
dai militari tedeschi che la eseguirono
e dai collaborazionisti fascisti che
se ne resero complici (come se
la rappresaglia contro innocenti,
anziché illegittima e criminale,
fosse obbligata), in direzione
dei combattenti partigiani
che avevano assaltato
in Via Rasella un reparto in armi
di un esercito straniero invasore.
Questi però - come ha riconosciuto
la Corte di Cassazione - avevano
compiuto una legittima azione di guerra
in difesa della patria, anche se,
per altro verso, quell’azione micidiale
può essere giudicata moralmente
inaccettabile, politicamente
irresponsabile e militarmente inutile,
nell’imminenza dell’arrivo degli Alleati
ormai vicinissimi a Roma
(che consigliava ad altri gruppi
della Resistenza romana di aspettare
evitando spargimenti di sangue)”.
“Dal fronte opposto, c’è chi pretende
di incolpare della rappresaglia,
attuata dai nazisti in gran segreto
e con una rapidità imprevedibile,
il silenzio del Papa Pio XII che non
sarebbe intervenuto per scongiurarla
(ma non c’è prova che ne fosse stato
preventivamente informato), allo scopo
di oscurare il fatto che il Vaticano
e gli istituti religiosi della diocesi
del Papa costituirono la principale
risorsa del vasto movimento popolare
di resistenza non violenta nei nove mesi
dell’occupazione tedesca di Roma,
offrendo rifugio, cibo e salvezza
a 4300 ebrei e a migliaia
di perseguitati politici, partigiani
e renitenti alla leva nazifascista”.
“Bisogna, invece, riconoscere - concluse
il professor Brunori - che una così
efficace azione di soccorso della Chiesa
non sarebbe stata possibile, se Pio XII
non avesse usato nei rapporti
con i nazisti la prudenza diplomatica
che poi gli consentì di salvare la città
dalla distruzione finale mediando,
tra loro e gli Alleati, il tacito accordo
raggiunto sul ritiro indisturbato
delle truppe tedesche da Roma
il successivo 4 giugno”.
“Professore, lei metterebbe in Via Rasella
una lapide per ricordare quella bomba?”,
domandò Veronica. “Sì - rispose Brunori -
e lapidariamente ci scriverei:
QUI IL 23 MARZO 1944
SCOPPIO' L'ORRORE DELLA GUERRA”.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
15 marzo 2004 |
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