| Lo chiamarono così gli apologeti, a motivo
del suo rispetto formale dello Statuto
Albertino. In realtà, Vittorio Emanuele
si comportò in molte occasioni da sovrano
assoluto e padrone dello Stato: come
quando amputò il territorio della patria
con la cessione di Nizza e della Savoia
senza tener conto del decantato principio
di nazionalità, e quando stipulò un trattato
segreto con la Prussia che impegnava
l’Italia a entrare in guerra solo perché
lo avevano deciso lui e il suo primo ministro.
Inoltre, per capire che genere
di galantuomo fosse Vittorio Emanuele,
è il caso di ricordare in quale
considerazione tenesse il giuramento
di fedeltà coniugale contratto
con il matrimonio: ebbe una grande
quantità di amanti, anche minorenni,
e un numero incalcolabile di figli illegittimi. |
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| Nei libri di scuola generalmente si evita
di dire che Garibaldi in Sud-America aveva
fatto il corsaro, che era massone
e ferocemente anticlericale, che voleva
distruggere con il papato l'intera Chiesa
cattolica, che fu lui a decidere
l'annessione incondizionata del regno
del Sud a quello sabaudo (contro chi voleva
trattare le condizioni per l'unificazione),
e che poi disertò la causa della "rivoluzione
meridionale" ritirandosi da offeso a Caprera,
perché il sovrano sabaudo gli aveva rifiutato
le funzioni di viceré dei territori conquistati. |
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| La vera storia dell'Impresa dei Mille.
In realtà, la travolgente vittoria delle
Camicie rosse di Garibaldi fu comprata
con la corruzione di ministri, generali
e ammiragli borbonici, che determinò
il prodigioso "squagliamento" dell'esercito
delle Due Sicilie, forte di 100mila uomini
ben armati, e della più potente
flotta da guerra del Mediterraneo. |
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| Duemila cadaveri di militari e civili fucilati
nel 1861, dopo la resa della fortezza borbonica
all’esercito sabaudo, ritrovati a Gaeta
cento anni più tardi in una fossa comune. |
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| Mascherata nella storia ufficiale dell’Italia
unita come un episodio di repressione
della delinquenza organizzata, ebbe
motivazioni di rivolta sociale
e di rifiuto della colonizzazione
imposta al Meridione dai “piemontesi”.
Le stragi di innocenti compiute
per rappresaglia dai bersaglieri
a Pontelandolfo e Casalduni nel 1861. |
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| Il 17 marzo 2011 ricorre il 150°
anniversario della proclamazione
del Regno d’Italia: non - come si sente
ripetere - dell’unità d’Italia. Che
non si era ancora compiuta nel 1861,
quando mancavano all’appello
il Veneto e il Friuli (annessi nel 1866),
Roma con il Lazio (1870), il Trentino
e la Venezia Giulia con Zara (1919)
e Fiume (1924). E che dal 1947
è amputata di gran parte
della regione giuliano-dalmata.
Per non parlare di Nizza e Savoia,
cedute nel 1860.
L’Italia come “nazione” - un’entità
di popolo con un suo carattere
identitario, un’anima cristiana
e un territorio di insediamento -
benché divisa esisteva già da almeno
sette secoli, quando nacque
San Francesco (1182-1226),
che componendo in volgare italiano
il “Cantico delle Creature” dette inizio
alla nostra tradizione letteraria.
Ed era ben presente nella visione
politica di Dante (1265-1321),
che ne lamentava le sventure
(“Ahi serva Italia, di dolore ostello…”).
Oggi che, con la repubblica,
il “bel paese là dove 'l sì suona”
non è più di proprietà dei Savoia,
il 150° compleanno da festeggiare è
quello del nuovo Stato chiamato Italia,
il quale in realtà alla nascita continuava
a essere il vecchio regno sabaudo,
allargato ad altri territori
per annessione anziché per unificazione.
Ma ciò che molti italiani, me compreso,
non si sentono di celebrare
è la mistificazione della storia
in cui lo Stato “unitario” fu realizzato
da un’oligarchia privilegiata
e falsamente “liberale”: contro il Sud,
che fu brutalmente colonizzato,
contro la Chiesa cattolica, che fu
perseguitata, contro i poveri, che
furono costretti a emigrare in massa,
e con l’esclusione dai diritti politici
del 98 per cento dei “regnicoli”.
Su questi aspetti, sarebbe giusto
avviare, nella ricorrenza,
un’OPERAZIONE VERITA'.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
10 febbraio 2011 |
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| Fatta l'Italia, tra il 1870 e il 1970
dovettero emigrare all'estero
più di 26 milioni di italiani
"scacciati" dalla miseria
e dal rapace egoismo della monarchia
e delle classi dirigenti.
Santa Francesca Cabrini (1850+1917),
la maestra degli emigrati
che "fece l'Italia" all'estero
negli anni della "Belle époque"
dei ricchi. |
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| La "vittoria mutilata" dell'Italia ridotta
in miseria dalla guerra del 1915-18,
lacerata nei corpi di 450mila ex soldati
"grandi invalidi" e in lutto per 650mila morti.
La "inutile strage" che si poteva evitare,
perché l'Austria aveva offerto all'Italia
Trento e Trieste in cambio della neutralità.
I veri vincitori furono i cosiddetti “pescecani”,
che si erano arricchiti vendendo a caro prezzo
armi e forniture belliche allo Stato.
All’opposto, per tanti “eroici soldati” che
avevano sconfitto il nemico sul campo,
l’unica possibilità offerta dalla Patria
era l’emigrazione dalla Patria. |
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| Negli anni successivi all’orrenda
carneficina della Grande Guerra,
la classe dirigente attuò in Italia
una gigantesca operazione di immagine,
disseminando tutto il territorio
nazionale di monumenti ai caduti.
Essa, secondo lo storico Antonio Gibelli,
perseguì e raggiunse lo scopo
di “trasformare il risentimento
in pietà, e la pietà in orgoglio
per la morte santa e nobile”
dei combattenti mandati al macello,
“convertire il lutto privato
in consenso collettivo alla patria”,
ed “evitare che lo sgomento e l’orrore
per la morte di massa sfociassero
in rivolta” contro lo sproporzionato
e insensato sacrificio imposto al popolo
italiano, “per tradursi invece - attraverso
la ritualizzazione del culto dei caduti -
nel culto della nazione”. |
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| Scrisse Don Lorenzo Milani nel 1965:
“Quando andavamo a scuola noi, i nostri
maestri, Dio li perdoni, ci avevano così
bassamente ingannati. Alcuni, poverini,
ci credevano davvero: ci ingannavano
perché erano stati a loro volta ingannati […].
A sentir loro tutte le guerre erano
‘per la Patria’… I nostri maestri si
dimenticavano di farci notare [...]
che gli eserciti marciano agli ordini
della classe dominante.
In Italia fino al 1880 aveva diritto di voto
solo il 2 per cento della popolazione.
Fino al 1909 il 7 per cento. Nel 1913
ebbe diritto di voto il 23 per cento,
ma solo metà lo seppe o lo volle usare.
Dal ’22 al ’45 il certificato elettorale
non arrivò più a nessuno,
ma arrivarono a tutti le cartoline
di chiamata per tre guerre spaventose". |
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| I maestri di una scuola torinese
dell'anno 1981-82, nel racconto del libro "Cuore" di Edmondo De Amicis.
Don Bosco, padre e maestro
di tanti ragazzi poveri
nei primi decenni dell'Italia unita. |
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