Ricordi di uno scolaro che in quell'anno di svolta frequentava con grandi speranze la prima elementare
L'Italia risorta del 1948
Tre anni dopo la fine della guerra, quando entrò in vigore la Costituzione, la Democrazia Cristiana trionfò sui fans di Stalin,
Bartali vinse il Tour de France, i bambini giocavano con le “lattine” e gli italiani più poveri andavano in giro scalzi
Alcide De Gasperi alla conferenza stampa dopo la vittoria elettorale del 18 aprile 1948
Al centro, il leader della Democrazia Cristiana Alcide De Gasperi, vincitore delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.
A destra, l'asso del ciclismo Gino Bartali, vincitore per la seconda volta del Tour de France nel luglio 1948.
A sinistra la Nazionale italiana di calcio, con 10 giocatori su 11 provenienti dal Torino, campione d'Italia 1948.
E io tifavo Torino, Bartali e De Gasperi
Avevo sei anni e mezzo e frequentavo
la prima elementare a Roma,
quando la Democrazia cristiana
di Alcide De Gasperi vinse le elezioni
del 18 aprile 1948 battendo il Fronte
popolare di comunisti e socialisti
che invocavano come giustiziere
Stalin.
Nel mio piccolo avevo fatto
il tifo per De Gasperi,
contrapponendomi a quei compagni
di scuola che ripetevano
“Ha da veni’ Baffone!”:
perciò, poi, anch’io mi annoverai
tra i vincitori.

Avevo sentito parlare di quello
scontro elettorale nell’oratorio
della mia parrocchia, dove si era
attivato un Comitato civico in difesa
della libertà della Chiesa minacciata
dall’avvento di un regime comunista.
Si raccontava, in particolare, di quello
che stava facendo il comunismo
in Albania, paese “satellite di Mosca”
dal quale era scappato il nostro
viceparroco Don Nicola, dove molti
preti, suore e fedeli cattolici
erano stati imprigionati,
alcuni di loro uccisi, e ogni pratica
religiosa era stata proibita.

Per lo Scudo crociato aveva votato
mia madre, mentre mio padre si era
schierato con il Partito repubblicano.
Io, oltre che di De Gasperi, ero tifoso
della squadra di calcio del Torino,
campione d’Italia (che nel 1949
sarebbe tragicamente perita
nel disastro aereo di Superga),
e dell’asso del ciclismo Gino Bartali,
che nel luglio del 1948 avrebbe vinto
per la seconda volta il Tour de France.

Bartali e il Torino erano entrati
nei miei giochi con le “lattine”,
i tappi metallici delle bibite
che raccoglievo per strada.
Il primo partecipava, insieme
con Fausto Coppi, Fiorenzo Magni,
Louison Bobet e altre star
della bicicletta, alle gare
che organizzavo, da solo o con qualche
amichetto, su una pista tracciata
dalle mattonelle del pavimento di casa.
Il Torino disputava partite
di campionato, 11 lattine contro 11,
cercando di spingere in rete
un bottone al posto della palla.
Ciclisti e calciatori si muovevano
con “schicchere” impresse dal dito
indice liberato a scatto dal pollice.
Un divertimento gratuito senza pari.
La mia classe Prima F del 1947-48 nella scuola elementare Manzoni di Roma
Gli alunni della mia classe Prima F - 1947/48
della scuola elementare Manzoni di Roma,
con la maestra Amelia Leonelli.
Io sono il terzo da sinistra della prima fila.
Nella scuola, sovraffollata, ero
costretto al turno pomeridiano.
La mia classe, come documenta
una foto, si componeva di 27 alunni
maschi - tutti in uniforme
con grembiulino blu, colletto bianco
inamidato, fiocco bianco
e il grado “I” cucito sulla manica
sinistra - affidati alle cure
di una bella maestra unica.
La mia famiglia era relativamente
povera, e sottoposta a molte
rinunce. Con il solo stipendio
di papà, maresciallo dell’esercito,
dovevamo campare in sei:
i genitori, i tre figli e una sorella
adottiva della mamma
che ci faceva da “tata”.
Peppino Bruni nel 1948
Mio padre
Peppino Bruni
Link con l'articolo di Nicola Bruni su ALCIDE DE GASPERI
Mamma Stella Cesarelli Bruni con i figli Nicola, Mariuccia e Antonio (in braccio) nel 1948
Mamma Stella Cesarelli Bruni con i figli
Nicola, Mariuccia e Antonio (in braccio)
in una foto del 1948.
Abitavamo in un appartamento
affittato di due camere, dove
ogni tanto riuscivamo persino
ad ospitare dei parenti tirando
giù una branda nell’ingresso
e un’altra nella cucina.

Ma c’era chi stava peggio di noi:
nello stesso palazzo, in un bicamere
come il nostro coabitavano,
litigando, una famiglia di cinque
persone e una coppia di anziani.

Mamma “arrotondava” le entrate
con lavoretti a maglia,
e risparmiava sulla spesa
per il vestiario confezionandoci
qualche indumento e riadattando
abiti usati. Quando bisognava
comprare un paio di scarpe,
papà faceva il giro dei negozi
e delle bancarelle di Roma alla
ricerca della maggior convenienza.
La maestra Amelia Leonelli con alcuni miei compagni della I F
Non c’era la tv, e in casa non avevamo
né la radio né il telefono.
A intrattenere piacevolmente noi
bambini provvedevano l’umorismo
e l’abilità recitativa della mamma,
con il racconto di favolette
e aneddoti divertenti.

Un evento memorabile della mia
infanzia fu quando, proprio nel 1948,
grazie a biglietti omaggio che ci erano
stati regalati, andammo al cinema,
per vedere il film a colori “Bambi”
di Walt Disney.

Le vacanze estive, quell’anno,
le passammo in Calabria, a Dasà,
il paese di mio padre. Ricordo che ero
lì quando arrivarono le preoccupanti
notizie dell’attentato al leader
comunista Palmiro Togliatti,
ferito a colpi di pistola da uno
squilibrato, e delle sanguinose
sommosse che ne seguirono.

Allora, quel paese era poverissimo:
molti contadini andavano in giro scalzi,
nella maggior parte delle abitazioni
non c’era l’acqua corrente
né il gabinetto, ed era considerata
una cosa abbastanza normale
allevare in casa galline e maiali.

Ricordo ancora che il ritorno a scuola,
fissato per il 1° ottobre, fu preceduto,
nell’oratorio della mia parrocchia
a Roma, dalla consueta Festa
dei ragazzi, consistente in una serie
di gare a premi, in cui si vincevano
“maritozzi” (una specie di brioche),
pacchi di biscotti “Petit beurre”,
tubetti di “caramelle col buco”
e “pescetti” di liquirizia, forniti
dalla Pontificia opera di assistenza.
Io arrivai primo in una corsa a saltelli
con le gambe infilate in un sacco,
e portai trionfalmente a casa
cinque maritozzi.

Il 1948 è anche l’anno in cui entrò
in vigore la Costituzione repubblicana,
che all’articolo 34 stabiliva: “I capaci
e meritevoli, anche se privi di mezzi,
hanno diritto di raggiungere
i gradi più alti degli studi”.
Ebbene, io, mia sorella e mio fratello
abbiamo avuto poi l’onore di dare
attuazione a quella importante
norma costituzionale conseguendo
tutti e tre brillantemente una laurea.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 dicembre 2008
Mariuccia, Nicola e Antonio Bruni l'11 maggio 1952
Al centro di questa foto dell'11 maggio 1952,
ci sono io, a 10 anni, con il vestito di gala
confezionato da mia madre per la mia
Prima Comunione, tra mia sorella Mariuccia
(9 anni) e mio fratello Antonio (5 anni).
Cometa di Natale
La novena di Natale
della mia infanzia
Ricordo la Novena di Natale
della mia infanzia:
quella che veniva organizzata
per i bambini delle scuole elementari
e medie dalla parrocchia romana
della Natività, con la celebrazione
della Santa Messa tra le 7 e le 8
di ogni mattina, dal 16 al 24 dicembre.
Negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso,
era un evento che coinvolgeva l’intero
quartiere Latino-Metronio di Roma
(appena fuori delle Mura Aureliane,
tra Porta Latina e Porta Metronia),
e riempiva di fanciullini e fanciulline
la grande chiesa di Via Gallia,
ancora in orario antelucano.

Cominciai a frequentarla nel 1946,
all’età di cinque anni, e smisi solo
dopo essermi iscritto al liceo.

L’inizio della Messa era preannunciato
da tre scampanii: il primo alle 6,15,
che funzionava da sveglia; il secondo
alle 6,30; il terzo alle 6,45, quando
bisognava uscire di casa. Poiché
abitavo ad un centinaio di metri
in linea d’aria dal campanile,
non correvo il rischio
di non svegliarmi
fin dal primo rintocco.

Nel mio palazzo, di Via Licia 54,
c’era una frotta di bambini che
partecipavano alla Novena:
perciò, di solito, andavamo in gruppo,
senza accompagnamento di genitori.
Uscivamo che era ancora
buio, tutti incappottati
e incappucciati per il freddo,
con la sensazione di partecipare
all’avventura di un presepe vivente.
Nessuno di noi voleva mancare
a quegli appuntamenti mattutini
con Gesù Bambino (solo la febbre
ci avrebbe trattenuto a casa),
e ci compiacevamo di fare il sacrificio
di quella levataccia per amor suo,
elogiati dalle nostre mamme.

Bisognava sbrigarsi, perché altrimenti
non si trovava posto a sedere
in chiesa, tanto era l’affollamento.
All’ingresso dovevamo far timbrare,
dai catechisti, il tesserino personale
con la stellina di presenza giornaliera,
che alla fine, con 9 stelline,
avrebbe dato diritto alla consegna
di una medaglietta ricordo.
Tuttavia, negli ultimi giorni,
si concedevano benevolmente
stelline incentivanti di recupero,
a chi aveva fatto qualche assenza,
e la medaglietta in pratica
non si negava a nessuno.
Una di quelle medagliette superstiti,
archiviata fra i miei antichi cimeli,
raffigura la “Porta Santa”
del Giubileo del 1950,
ANNO DOMINI MCML.

In chiesa, i maschi occupavano
i banchi del settore sinistro,
le femmine quelli del settore destro.
A metà della navata centrale,
sulla sinistra, c’era un grande pulpito
in muratura, dall’alto del quale
il celebrante predicava, parlando
senza microfono, e un altro sacerdote
durante la Messa dirigeva i canti,
fra i quali principalmente
“Tu scendi dalle stelle”.

La cosa più straordinaria è che
fra i numerosi bambini che si alzavano
così presto per andare in chiesa,
c’erano anche dei monellini prepotenti,
che spingevano i compagni pigiati
nei banchi, fino a buttarli fuori,
o scavalcavano chi era prima
di loro nella fila delle confessioni.

Conservo ancora la memoria visiva
dei sacerdoti che si avvicendarono
nel guidare quelle celebrazioni:
don Gaetano, un gigante buono
con un vocione tonante;
don Tarcisio, dall’accento romagnolo,
che ce lo faceva storpiare in “Tarzisio”;
don Arturo, piccolino, con i capelli
neri corti solcati da una tonsura bianca
che a me pareva fatta “a forma di ostia”;
il parroco don Luigi Rovigatti (futuro
vescovo, morto “in odore di santità”),
dal parlare forbito e suadente.

Di don Tarcisio, mi sono rimaste
impresse le parole di un canto che
ci faceva fare agitando ritmicamente
le braccia dal pulpito: “Tutte le lingue
di quaggiù a Lui cantano,
insiem con gli angeli del ciel”.
Io, vedendo quelle braccia
ondeggianti verso di noi dall’alto,
immaginavo che esse guidassero
l’ondeggiare delle lingue
che cantavano “quaggiù”,
nelle nostre boccucce aperte.

Nicola Bruni
La chiesa della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo in Via Gallia a Roma, foto di Nicola Bruni
La chiesa della Natività in Via Gallia a Roma.
Foto di Nicola Bruni
Nicola Bruni (2° da sinistra) in prima elementare nel 1947-48 - link con Scuola Manzoni
.
Poster del film Totò al Giro d'Italia, del 1948 - Link con Home
Qui sopra, un poster del film "Totò al Giro d'Italia", del 1948.
Sullo sfondo, il parco di Villa Ave Maria sulla Via Appia Antica a Roma.
Foto di Nicola Bruni
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