Cronache d'epoca che scrissi da testimone della "rivoluzione" studentesca scoppiata quarant'anni fa nell'Università La Sapienza di Roma
e dalla quale è derivata una lunga tradizione di prepotenza e intolleranza di gruppi minoritari di sinistra
tollerata dalle autorità accademiche fino alla "cacciata del Papa" nel gennaio 2008
Sessantotto: i prepotenti dell'università
Il rettorato dell'Università La Sapienza di Roma, foto di Nicola Bruni
"La Sapienza" il 28 gennaio 2008 - foto di Nicola Bruni
Le foto di questa pagina, che ho scattato la mattina del 28 gennaio 2008, 11 giorni dopo la mancata visita del Papa Benedetto XVI,
mostrano l'università di Roma "La Sapienza" ripulita come non l'avevo mai vista neppure nei "tranquilli" primi anni '60 del secolo scorso,
quando la frequentavo da studente: cancellate tutte le scritte dalle facciate degli edifici, via gli striscioni di propaganda politica,
via tutte le affissioni abusive di manifesti di ogni genere, via i tazebao anticlericali che coprivano la statua di Minerva davanti al Rettorato.
C'è voluta la vergogna mondiale che si è abbattuta sul più grande ateneo d'Italia a causa dell'intolleranza tollerata di un gruppetto di studenti
che si sono potuti vantare davanti alle tv di tutto il mondo di aver "cacciato il Papa", per indurre il debole rettore Guarini a ristabilire un po' di disciplina.
Sulla vetrata d'ingresso della facoltà di lettere, ora, è affisso un foglio con l'avviso: "E' vietato l'ingresso ai cani" (foto qui sotto).
Vuole dire che prima ci facevano entrare anche i cani.
Università La Sapienza di Roma, facoltà di lettere, foto di Nicola Bruni
La "rivoluzione" universitaria
maoista-leninista-guevarista
Lettera al direttore del settimanale delle Acli
AZIONE SOCIALE
30 giugno 1968 - n. 26
Leggo sul n. 23 di Azione Sociale che
“a parte i singoli fatti di cronaca resta
un problema di fondo: il Movimento
Studentesco sta slittando verso
posizioni di lotta che non sono più
condivise né capite dagli altri giovani
che pur avevano partecipato
alle prime occupazioni universitarie”.

Finalmente anche Azione Sociale
se n’è accorta. Ce n’è voluto del tempo
ai suoi giovani collaboratori
ed agli altri “giovani cattolici” con cui
se la prende Padre Aurelio Boschini
a pagina 2 dello stesso numero del giornale
(“…sono alquanto stupito del tentativo
di una parte dei giovani cattolici
di conciliare Marx-Mao-Marcuse
con Gesù Cristo e con il Discorso
della Montagna”), per capire
di “non capire” le posizioni di lotta
del cosiddetto Movimento Studentesco.

Eppure scritte come “Mao Tse Tun” (sic),
“Lin Piao”, “Che Che Che”, “Ho Chi Min”,
“Black Power”, “Piazzale Lenin”,
“Viale Giap”, campeggiavano in grossi
caratteri insieme con le bandiere rosse
nell’Università di Roma fin dal mese
di febbraio. Ne sono testimone oculare.
Ma forse quei collaboratori
di Azione Sociale che difendevano
a spada tratta gli “occupanti”,
la “rivoluzione” universitaria
non l’avevano vista personalmente,
e se l’erano fatta raccontare.

Almeno per quanto riguarda Roma, è stato
chiaro fin dal principio agli studenti
democratici più maturi, che avevano
ben poco a che fare con la riforma
universitaria le farneticazioni
demagogiche di quei giovani
che capeggiavano le occupazioni.
Del resto gli occupanti romani hanno
sempre respinto gli inviti al dialogo
del rettore D’Avack, che si è mostrato
fin troppo aperto e tollerante.

La maggior parte delle occupazioni
studentesche di facoltà non sono state
decise neppure da una parvenza
di assemblea; e gli studenti occupanti
non sono stati complessivamente
più di tremila, mentre i non occupanti
erano 64mila. Un giorno la facoltà
di chimica fu occupata da tre soli studenti
(i bidelli erano prontissimi ad “arrendersi”
e ad andarsene a casa).
Un altro giorno erano non più di 15
gli studenti barricati nella facoltà
di lettere (che ha settemila iscritti),
mentre erano alcune centinaia
gli studenti contrari all’occupazione
che protestavano all’esterno.
In quasi tutte le assemblee è stato
impedito agli studenti dissidenti
di esprimere le loro opinioni.

Non parliamo poi delle violenze,
degli incendi, dei danneggiamenti,
dei furti ai danni dell’Università,
dei crocifissi decapitati, del danno
economico derivante dall’occupazione
a migliaia di studenti che hanno perso
gli esami (una parte di essi anche
il presalario) e ritardato le lauree.
Università La Sapienza di Roma, facoltà di giurisprudenza, foto di Nicola Bruni
Se questa è la democrazia studentesca
nell’università, io credo che molti
studenti potrebbero essere indotti
a preferire la tradizionale dittatura
paternalistica dei professori.

La riforma dell’università deve essere
una cosa seria e va fatta
con la partecipazione democratica
degli studenti, non con la sopraffazione
di una minoranza di facinorosi.
Io sono per una riforma radicale
dell’università: ma una riforma,
non la distruzione dell’università,
che è l’obiettivo indicato dai “cinesi”.

Oggi più che mai, dopo l’assassinio
di Robert Kennedy, bisogna dire no
alla violenza, comunque: il pericolo
per le giovani generazioni è di essere
spinte a distinguere tra una violenza
buona e una violenza cattiva.

Nicola Bruni
Università La Sapienza di Roma, facoltà di scienze politiche, foto di Nicola Bruni
Università La Sapienza, lapide a ricordo di Vittorio Bachelet, foto di Nicola Bruni
La Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza
e la targa posta a ricordo del professor
Vittorio Bachelet,
integerrimo vicepresidente
del Consiglio superiore della magistratura,
assassinato nelle scale di questa facoltà
da terroristi "rossi" il 12 febbraio 1980.
Università La Sapienza di Roma, Cappella universitaria, foto di Nicola Bruni
LA LEZIONE DI SAPIENZA di Benedetto XVI
Clicca sulla Cappella universitaria per il link
con il testo della lectio magistralis del Papa
Università La Sapienza, viale della facoltà di giurisprudenza, foto di Nicola Bruni
COME SI OKKUPA UNA FACOLTA'
Clicca sulla foto qui sopra per il link
con l'articolo contenente le istruzioni
Dal '68 sono nate anche CL
e la Comunità di Sant'Egidio
Peraltro nel 1968 sono nate due
organizzazioni giovanili cattoliche
che nei successivi 40 anni sono divenute
adulte e hanno assunto importanti
dimensioni internazionali:
la COMUNITA' DI SANT'EGIDIO
e COMUNIONE E LIBERAZIONE.
Lezioni di botte
agli avversari
Corrispondenza da Roma
per il settimanale cattolico di Torino
IL NOSTRO TEMPO
15 marzo 1970
L’Università di Roma è ridotta
in condizioni pietose, dopo due anni
di occupazioni e di violenze.
Ogni volta che la polizia sgombera
le facoltà a seguito di gravi incidenti,
le riparazioni dei danni vengono limitate
al minimo indispensabile per tirare
avanti fino alla prossima “rivoluzione”.
Si rimuovono le barricate, si riordinano
e riaccomodano alla meglio i banchi
superstiti, si sostituiscono le porte
sfondate (i rottami di legno finiscono
nelle caldaie dei termosifoni),
si cancellano con una mano di vernice
le scritte più sconvenienti dalle pareti
delle aule, che restano imbrattate
e scrostate. I salottini con cui si erano
resi più confortevoli gli istituti,
ora quasi non esistono più. Danni
di una certa entità hanno anche subito
apparecchiature scientifiche e biblioteche.

Chi paga questi danni, causati
da una minoranza di facinorosi?
Ovviamente l’aggravio delle spese viene
suddiviso fra tutti gli studenti dell’ateneo,
che ogni anno si vedono aumentare
alla chetichella l’importo delle tasse
di alcune migliaia di lire.

Gli iscritti all’Università di Roma superano
quest’anno le centomila unità, ma soltanto
poche migliaia di studenti, in prevalenza
delle facoltà scientifiche, frequentano
le lezioni. Il clima di intimidazione
esistente nella città universitaria,
la paura di essere coinvolti
involontariamente in incidenti ,
e la perenne incertezza sull’effettivo
svolgimento delle lezioni (che possono
essere disdette anche all’ultimo
momento perché le aule sono requisite
dalle assemblee) sono i fattori
che contribuiscono a rendere
meno drammatico il problema
del sovraffollamento dell’università.
Università La Sapienza di Roma, facoltà di lettere, foto di Nicola Bruni
Lezioni non garantite agli studenti
Assemblee riservate agli estremisti
Tuttavia, se l’uditorio alle lezioni è scarso,
particolarmente nelle facoltà giuridico-umanistiche, dove la frequenza non è
obbligatoria, non si può dire che i viali
dell’università siano deserti. Tutte le mattine
nel grande Piazzale della Minerva,
su cui si affacciano le facoltà di lettere
(roccaforte della contestazione
di sinistra) e di giurisprudenza
(roccaforte della contestazione di estrema
destra), sostano, apparentemente
sfaccendati o intenti a discutere
in capannelli, diverse centinaia di studenti.
Il più delle volte queste discussioni
si svolgono pacificamente, anche se alcuni
degli interlocutori hanno in testa
un casco e sotto il cappotto un bastone.
Gli animi si riscaldano invece quando
le discussioni, da private, divengono
pubbliche, cioè vengono trasferite
nelle assemblee. E’ qui che spesso
il settarismo e l’intolleranza prendono
il sopravvento, e i gruppi più forti
e organizzati impediscono a chiunque
dissenta dalle loro posizioni
di esprimere tranquillamente le proprie
idee. Allora o l’assemblea si trasforma
in una bolgia, oppure i dissidenti
debbono prudentemente tacere o ritirarsi.

Ormai, salvo i rari casi in cui vengono
convocate per discutere problemi
di interesse immediato per gli studenti
(piani di studio, abolizione di esami
ecc.), le assemblee richiamano
esclusivamente gli studenti organizzati
nei vari movimenti, gruppi o gruppuscoli
“rivoluzionari” in cui si è frazionato
il Movimento Studentesco, suscitando
invece diffidenza nella massa.

Le assemblee indette da questi gruppi
hanno generalmente all’ordine
del giorno temi di lotta politica
generale, prospettive rivoluzionarie,
risposta alla “repressione”,
unità d’azione tra studenti e operai,
solidarietà con i sindacati,
con il Vietnam, con Al-Fatah,
con i guerriglieri sudamericani ecc.

Quello che nel 1968 era il “Movimento
Studentesco”, in cui confluivano
unitariamente le varie tendenze
della sinistra democratica e no,
si è ridotto ad un gruppo minoritario
nello schieramento della sinistra
studentesca, di cui costituisce l’ala
più moderata: in pratica, è il solo
che ancora si preoccupi di discutere,
oltre che sulla “rivoluzione”, anche
sui problemi di riforma dell’università.[...]
Università La Sapienza di Roma, giardini del campus, foto di Nicola Bruni
All'università per picchiarsi
con caschi e bastoni
[…] Gli incidenti provocati dalle squadre
fasciste, armate di caschi e bastoni,
lo scorso mese di febbraio, hanno assunto
una tale gravità da indurre il debole
e tollerante rettore D’Avack a far
intervenire la polizia. Da allora
la polizia staziona permanentemente
nell’università per separare i contendenti.
Così, mentre davanti alla facoltà
di legge si radunano i fascisti,
davanti alla facoltà di lettere
si schierano gli studenti di sinistra,
gli uni e gli altri con caschi, bastoni
e fazzoletti sul viso per non farsi
riconoscere: nel mezzo vi è un fitto
cordone di agenti di P.S. e carabinieri,
muniti di scudi e visiere protettive,
che hanno l’ordine di subire
pazientemente le grida ostili
e gli insulti di entrambe le parti.
La minaccia dei neofascisti ha portato
ad una mobilitazione generale
delle sinistre, le quali ora possono
contare su schiere d’assalto
più numerose e quindi reclamano
il ritiro della polizia (invocata
nei momenti di pericolo) per poter
dare una “lezione” ai fascisti.
La resa opportunistica
di molti professori
Molti professori mantengono
un atteggiamento ambiguo, sia per paura
di rappresaglie da parte degli estremisti,
sia perché la sospensione delle lezioni
nelle facoltà consente loro di dedicarsi
interamente alle loro attività private.

In molti casi si assiste, di fronte
alle violenze e agli abusi, all’uso di due
pesi e due misure: ci si scandalizza,
giustamente, per la ricomparsa
delle svastiche e dei canti fascisti
nell’università, ma non si trova nulla
da obiettare riguardo alle bandiere
rosse, le falci e martello, le scritte
rivoluzionarie che campeggiano
nelle aule di lezione, dalle quali sono
ormai da tempo scomparsi i crocifissi:
si deplorano le violenze dei fascisti,
ma si tace sulle violenze dei “cinesi”. […]

Nicola Bruni
Nicola Bruni sergente allievo ufficiale carrista a San Vito al Tagliamento nel dicembre 1968
"La scuola borghese
si abbatte, non si cambia"
Corrispondenza da Roma
per il settimanale cattolico di Torino
IL NOSTRO TEMPO
29 novembre 1970
“Contro la scuola”, era scritto su un grande
striscione rosso che marciava
in testa ad un corteo di migliaia
di studenti delle scuole romane.
“Noi non vogliamo migliorare la scuola.
Noi lottiamo contro la scuola dei padroni”,
spiegava un volantino distribuito
dagli organizzatori della manifestazione,
i gruppi anarchico-maoisti
di Lotta Continua e Potere Operaio.
Un’altra scritta, “Agnelli + Berlinguer =
repressione selettiva”, precisava
la qualificazione anti-Pci del corteo.
Molti dei manifestanti erano giovanissimi, ragazzi e ragazze di 14-15 anni,
forse alla prima esperienza di sciopero.

Il corteo, imponente e ordinato, si snodava
per una lunghezza di alcune centinaia
di metri. Ma ecco che, mischiati
con gli slogan rivoluzionari del tipo
“La scuola borghese si abbatte,
non si cambia”, comparivano
cartelli di ispirazione “riformista”:
“Vogliamo partecipare alla scelta
dei libri di testo”, “No al voto,
sì al giudizio”, “Rappresentanze
degli studenti nel consiglio
di classe”, “No ai doppi turni”,
“Vogliamo più aule e palestre”.

Contemporaneamente, in un’altra zona
di Roma, si svolgeva un altro corteo,
organizzato dal “Movimento studentesco”
(ridotto ormai al “collettivo” degli studenti
di lettere) e dalla Federazione giovanile
comunista. Anche qui migliaia di studenti,
scesi in piazza per i motivi più disparati:
dalla solidarietà con i compagni
“manganellati” del Tasso a quella
con i terremotati del Belice,
dalla mancanza di riscaldamento
alla riforma della scuola, dalla lotta
contro la repressione al rinvio del servizio
militare, dalla richiesta di libri e trasporti
gratuiti per gli studenti fino allo “scontro
di classe” contro il sistema borghese
e la “scuola dei padroni”.

Un volantino stilato dai comunisti
polemizzava velatamente contro
lo scissionismo e l’avventurismo
di “alcuni gruppi”, quelli che appunto
rifiutano l’egemonia del Pci
e lo contestano da sinistra.
Studenti ignari di partecipare
ad una prova di forza fra estremisti
Ben pochi dei 15-20mila studenti romani
(sui 120mila delle scuole medie superiori)
che hanno partecipato allo “sciopero
generale” di giovedì 19 novembre
sapevano però di contribuire
con la loro presenza nelle file
dell’uno o dell’altro corteo ad una
prova di forza tra due raggruppamenti
di estrema sinistra in lotta tra loro.

La partita, giocata sulla buona fede
e sull’inesperienza politica di migliaia
di studenti romani, si è conclusa
con un’affermazione degli estremisti
di Lotta Continua e Potere Operaio,
gli stessi che avevano provocato
gli incidenti al Tasso e il conseguente
intervento della polizia. La manovra
è apparsa chiara allorché ciascuno
dei due gruppi ha preteso di cantare
vittoria vantandosi di avere il maggior
seguito nella massa studentesca.

I fatti del Tasso (si è trattato di un’invasione
del liceo ad opera di elementi interni
ed estranei all’istituto, degenerato
in tafferugli e in oltraggi al preside)
si sono inseriti in una situazione
scolastica già in fermento
per la carenza di aule che costringe
ai doppi turni numerosi istituti romani.
La denuncia della “repressione poliziesca”
ha fornito un ottimo pretesto
ai “gruppuscoli” della contestazione
globale - ormai languente nell’università –
per rilanciare la loro presenza
nella scuola media superiore.

Il travisamento in senso moderato
della “lotta del Tasso” ad opera della stampa
comunista (che è servito a far esplodere
la protesta nelle altre scuole) è stato però
denunciato in un volantino di Potere Operaio:
“Gli articoli sull’Unità di questi giorni
sono un esempio di menzogna anche
peggiore della stampa borghese.
Menzogne per alcuni versi ridicole.
L’Unità sosteneva che gli obiettivi
della lotta del Tasso erano aule e doppi turni,
quando ognuno sa che al Tasso doppi turni
non ce ne sono mai stati e le aule sono
spaziose e riscaldate. Ma per alcuni versi
gravissime perché più della metà
degli articoli rappresentavano
un vero invito alla polizia
a reprimere i nostri compagni”.

Potere Operaio ha tenuto a precisare che
la lotta degli studenti del Tasso (in realtà
di un gruppo di minoranza) aveva come
obiettivo la distruzione della scuola
e dello Stato borghese: “Il Pci si è schierato
ormai decisamente dalla parte dello Stato
borghese, della sua Costituzione che dice
‘democratica’, quindi anche della sua scuola.
Deve quindi necessariamente schierarsi
contro le lotte che oggi sono in piedi giacché
tutte sono arrivate ormai a colpire lo Stato”.
Università La Sapienza, ingresso di Piazzale Aldo Moro, foto di Nicola Bruni
Errori da immaturità giovanile ma anche
esperienze che aiutano a maturare
Aldilà delle strumentalizzazioni, e anche
del semplice desiderio di marinare
la scuola – che ha contribuito non poco
al successo degli scioperi – bisogna
riconoscere che fra gli studenti delle scuole
secondarie vi è una diffusa e sentita ansia
di rinnovamento e di partecipazione.

Il discorso degli studenti si allarga
alle strutture della società, quando
si affrontano i problemi del difficile inserimento nel mondo del lavoro,
della dequalificazione dell’università,
della svalutazione dei titoli di studio,
del rapporto tra preparazione scolastica
e sbocchi professionali.
A questo punto si manifesta
un’evidente contraddizione:
da una parte si preme in direzione
di una scuola più facile e si protesta
contro la selezione, dall’altra
ci si preoccupa per la svalutazione
professionale dei diplomi, conseguenza proprio dell’indebolimento
della funzione selettiva della scuola.

Malgrado gli errori dovuti
sia ad immaturità sia ad inesperienza,
già il fatto che gli studenti si riuniscano,
discutano, prendano coscienza
dei loro problemi, si sforzino di proporre
soluzioni, conducano un’azione solidale,
o anche si confrontino su posizioni
diverse o contrastanti, è un fenomeno
molto positivo che la scuola
ha il dovere di incoraggiare.

Il giovane che si abitua oggi ad esporre
le proprie idee nell’assemblea studentesca sarà domani capace di farlo
nel sindacato, in un’assemblea di partito
o in altra circostanza della vita sociale.

E’ bene inoltre che i giovani si incontrino
e si confrontino non soltanto nell’ambito
della loro classe di età. La possibilità
per i più giovani di compiere
un’esperienza comunitaria insieme
con ragazzi più maturi, porta
naturalmente ad una maturazione
più rapida, ad un’anticipazione
di interessi propri di un’età più avanzata.

Nicola Bruni
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Il vento del '68 in caserma
Il mio "Sessantotto" fu assorbito in parte
dal servizio militare di leva,
che iniziai il 15 luglio 1968, allorché fui
arruolato come allievo ufficiale di complemento
nel corpo dei carristi in una caserma di Caserta.
Il "Vento del Sessantotto" soffiava anche lì,
come racconto nella pagina sulla NAJA
di questo Belsito.
Clicca sulla foto qui a sinistra per il link
con l'articolo
C'ERA UNA VOLTA LA NAJA
Link con la pagina iniziale del Belsito
Per quarant'anni, a partire dalla "rivoluzione" del '68, si è spesso tollerato
e considerato normale che gruppi minoritari di estremisti di sinistra
sequestrassero il diritto allo studio di molte migliaia di iscritti all'università
"La Sapienza", occupando aule di lezione o interi edifici, bloccando le attività
didattiche, danneggiando arredi e attrezzature necessari al funzionamento
della comunità universitaria, e imponessero un regime di intimidazione
e di intolleranza nelle pubbliche assembee studentesche.
E pochi giorni prima della prevista visita del Papa si è consentito a una ventina
di studenti anticristiani di occupare impunemente, e davanti alle tv di tutto il mondo, l'aula del Senato accademico al piano superiore del Rettorato,
lasciando prevedere quali disordini sarebbero stati tollerati
se Benedetto XVI fosse andato alla Sapienza il 17 gennaio 2008.
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