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| Il santo dei picchiatelli |
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| Don Luigi Guanella, precursore
dell'educazione dei disabili psichici
e imprenditore della Divina Provvidenza |
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| Il ritratto di San Luigi Guanella sulla facciata
della Basilica di San Pietro nel giorno
della sua canonizzazione, il 23 ottobre 2011.
Foto di Nicola Bruni |
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| Avevano strani soprannomi, come
Pelapatàt, Leccapiàtt, Bietola, Carota,
i “picchiatelli” e gli “scarsi di mente”
che don Luigi Guanella (1842-1915)
accoglieva amorevolmente nelle sue
Case della Divina Provvidenza,
chiamandoli “buoni figliuoli”.
Quel precursore dell’educazione
dei disabili, ora proclamato santo
dal papa Benedetto XVI, se li portava
fuori e in chiesa, dando scandalo
a quanti li consideravano una vergogna
sociale da tenere nascosta.
Parlava con loro lentamente, usando
parole semplici, e si premurava
di preparare ai sacramenti anche quelli
più gravi nei quali si manifestasse
un barlume d’intelligenza, convinto che
potessero percepire la presenza di Dio.
Nato a Fraciscio in provincia di Sondrio,
sacerdote dal 1866, si dedicò
per vent’anni alla cura delle anime,
finché si sentì chiamato ad una grande
opera di carità in favore dei più poveri:
fatta di ospitalità, assistenza, conforto,
istruzione, promozione umana.
Con l’aiuto di alcune suore, nel 1886
fondò a Como la prima casa-famiglia,
in cui cominciò a raccogliere diverse
categorie di bisognosi, maschi e femmine:
bambini orfani o abbandonati, vecchi
e infermi poveri, deboli di mente.
Poi, via via, fu un susseguirsi
di fondazioni (case, chiese, oratori,
scuole, asili infantili), in Lombardia
e in altre regioni d’Italia, in Svizzera
e negli Stati Uniti, che don Guanella
avviava senza avere i soldi necessari
ma fidando nell’aiuto di Dio.
Dopo la sua morte, grazie alle due
congregazioni da lui istituite - quella
femminile delle Figlie di S. Maria
della Provvidenza e quella maschile
dei Servi della Carità -, l’Opera
Don Guanella si è diffusa in 20 paesi
di quattro continenti, dove oggi
è presente con 150 centri.
Solo a Roma si prende cura di 700
disabili, applicando la pedagogia
del fondatore: stima e benevolenza.
Nicola Bruni
La Tecnica della Scuola
25 ottobre 2011 |
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| Dal libro dello scrittore arcivescovo
e cardinale Gianfranco Ravasi
"Le parole e i giorni" |
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| "Non aver paura che la vita possa finire.
Abbi invece paura che possa
non cominciare mai davvero".
Leggo questo pensiero di John Henry
Newman, e lo confronto con il pensiero
dominante: dopo tutto quello che si è
sentito in tv riguardo alla morte anticipata
di Eluana Englaro, sembra che
il problema principale di noi esseri umani
non sia come vivere ma come morire.
La citazione di Newman è tratta
dal nuovo libro dello scrittore
arcivescovo Gianfranco Ravasi
“Le parole e i giorni”
(edizione Mondadori),
un “breviario laico” che propone,
per ogni data del calendario di un anno,
una riflessione su una frase
di un autore proveniente
da una cultura diversa.
Scegliendo e mettendo insieme
alcune “gocce di saggezza”
di quell’antologia,
ho cercato di comporre
un piccolo inno alla vita
che faccia da controcanto
all’insistente “mortorio”
di tanti talk-show :
Quando nasce un bambino,
è segno che Dio non si è ancora
stancato dell’umanità
(Rabindranath Tagore).
Ci sono due modi di vivere la propria vita:
l’uno è vivere come se
nulla fosse un miracolo,
e l’altro è vivere come se
tutto fosse un miracolo
(Albert Einstein).
Non chiederti cosa puoi
prendere dalla vita.
Chiedi piuttosto che cosa
puoi dare alla vita
(Viktor Frankl).
E’ molto più importante
accendere una piccola candela
che maledire l’oscurità
(Confucio).
Noi siamo gli invitati della vita:
imparare a essere gli invitati degli altri
significa lasciare la casa in cui si è invitati
un po’ più ricca, un po’ più umana,
un po’ più giusta, un po’ più bella
di come la si è trovata
(George Steiner).
Mi precipito al telefono
ogni volta che suona,
nella speranza, ogni volta delusa,
che possa essere Dio che mi telefona,
o almeno uno dei suoi angeli di segreteria
(Eugène Ionesco).
“Nella speranza” scrive Ionesco:
la vita è bella se c’è la speranza.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
25 febbraio 2009 |
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| Don Carlo Gnocchi, grande educatore
e ricostruttore di uomini, salvò
15mila bambini straziati dalla guerra |
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| “Ce la farai”. Era la promessa con cui
dopo la guerra, tra il 1945 e il 1956,
don Carlo Gnocchi accoglieva,
nei collegi della sua Fondazione,
tanti bambini straziati nello spirito
e nel corpo, aprendo il loro cuore
alla speranza: “mutilatini” (resi ciechi
o amputati agli arti dalle bombe),
orfani, “mulattini” (figli rifiutati di donne
italiane e di soldati afro-americani
o franco-marocchini), poliomielitici.
Tale era il suo carisma, che quei bambini
gli credevano e, riacquistando via via
la fiducia in se stessi, collaboravano
attivamente al programma della propria
riabilitazione umana, fatto di cure
e protesi sanitarie, vita comunitaria,
studio, lavoro, crescita nell’autostima
e nella fede cristiana.
Ne salvò quindicimila, rivelandosi
precursore delle moderne tecniche
riabilitative; e in fin di vita, nel 1956,
donò le sue cornee per restituire
la vista a due ragazzi ciechi,
spianando la strada alla legislazione
sui trapianti di organi.
Per lui, la prima ”restaurazione”
da compiere, affinché un uomo possa
considerarsi tale, è quella della mente,
che deve essere aiutata a indirizzarsi
verso la ricerca della verità
e la formazione di una retta coscienza,
considerato che un modo sbagliato
di pensare può essere più pericoloso
di ogni errore pratico.
Quel sacerdote lombardo,
che il 25 ottobre 2009
la Chiesa cattolica ha proclamato
beato, era un grande educatore:
un ricostruttore di uomini
dalle rovine della guerra, un maestro
che amava i suoi allievi come un papà,
uno scopritore di talenti che riusciva
a far emergere in quelle creature
sfortunate la consapevolezza
del proprio valore umano
e della propria dignità di figli di Dio.
Era anche un imprenditore della carità.
E la sua opera benefica
continua ancora oggi, per mezzo
della Fondazione Don Gnocchi,
su dimensioni molto più ampie.
Nicola Bruni
La Tecnica della Scuola
10 novembre 2009 |
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| Nella foto sotto il titolo, don Carlo Gnocchi
con un piccolo orfano di guerra. |
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