La mia tesi di laurea in Storia della lingua italiana
discussa nel 1965 all'Università di Roma "La Sapienza"
verteva su sintassi e stile nella letteratura italiana fra Trecento e Quattrocento
ed era incentrata sul trattato in volgare fiorentino del 1400 "Regola del governo di cura familiare"
del beato GIOVANNI DOMINICI, frate predicatore domenicano, vescovo e cardinale
Lectio, Disputatio, Collatio
così argomentava il Magister del 1400
Il discorso del maestro si svolgeva in buona parte con andamento simmetrico, attraverso parallelismi, correlazioni, comparazioni, periodi ipotetici,
antitesi, rispondendo a quell'esigenza di ordine logico e di geometrica armonia che era tipica dei trattatisti medievali
Giovanni Dominici, affresco del Beato Angelico, Convento di S.Marco a Firenze, foto di Nicola Bruni
Il cardinale Giovanni Dominici, in un affresco del Beato Angelico nel Convento di San Marco a Firenze, dove abitò;
sullo sfondo, il chiostro di Sant'Antonino del Convento di San Marco
(foto di Nicola Bruni)
Giovanni Dominici (Firenze 1346 + Buda 1420), un dotto ed eloquente predicatore dell’Ordine domenicano
(poi nominato cardinale, e dopo la morte proclamato beato dalla Chiesa cattolica),
scrive in risposta ai quesiti che gli vengono posti da una sua devota fiorentina, Bartolomea degli Obizzi-Alberti,
circa i doveri che a lei competono nella cura dell’anima, del corpo, dei beni temporali e dei figli.

La morale del libro è che tutto ciò che l’uomo ha, gli è dato da Dio, e a Dio lo deve rendere:
per cui tutte le energie umane, spirituali e fisiche, devono essere impiegate a gloria del Creatore
e nell’osservanza della legge divina, e col medesimo intento si deve far uso dei beni materiali e provvedere all’educazione dei figli.

Bartolomea è una donna colta, certamente in grado di comprendere il latino e anche di addentrarsi in sottili argomentazioni filosofiche.
Il Dominici però si propone di giovare spiritualmente non soltanto alla sua devota, ma anche a tutti coloro cui capiti di leggere il libro:
pertanto, scrive in volgare, mostrando un certo scrupolo per l’efficacia didattica e la chiarezza espositiva dell’opera.
Ecco una sintesi
parziale del capitolo
sull'ornato retorico
La disposizione logica della Regola riflette
la formazione scolastica del Dominici,
il quale era stato scolaro all'Università di Parigi
e lettore di teologia prima a Venezia
e poi presso lo Studio fiorentino.

L'attività didattica delle scuole medioevali
si esplicava in tre fasi distinte:
la LECTIO, la DISPUTATIO e la COLLATIO.

Nella LECTIO il MAGISTER spiegava
l'autore proposto allo studio degli scolari,
cioè ne commentava alcuni passi difficili
e poneva il suo impegno ad inquadrarne
il pensiero in un solido schema,
dividendone e suddividendone i vari aspetti,
e a trarne la SENTENTIA,
vale a dire l'intimo significato.

Seguiva la DISPUTATIO,
nella quale uno scolaro (OPPONENS)
impugnava una tesi,
e un altro (RESPONDENS) la difendeva,
finché il MAGISTER, che presiedeva,
riassumeva la disputa e ne determinava
la soluzione (DETERMINATIO).

Veniva infine la COLLATIO,
che nelle scuole di teologia e di filosofia
consisteva in un sermone pronunziato dal MAGISTER
su un argomento teologico, filosofico o morale.
Il discorso si svolgeva intorno ad un tema,
e si divideva in due parti:
un prologo (PROTHEMA),
in cui si fornivano le spiegazioni necessarie
per comprendere lo svolgimento del tema;
e la trattazione, nella quale l'oratore
procedeva per divisioni e suddivisioni.
.
Analogamente, il libro del Dominici
si apre con un prologo,
nel quale sono anticipati il tema
e i motivi ispiratori della trattazione.

Questa è divisa in quattro parti,
quante sono le domande
alle quali l'autore risponde.
Ciascuna di queste parti o capitoli
contiene una dimostrazione,
che a sua volta si articola in una serie
di passaggi logici in successione ordinata.

Alle suddivisioni si accompagna
l'enumerazione, a volte con più riprese,
dei vari elementi della dimostrazione.

Tuttavia, nella Regola il procedimento
per suddivisioni non è così insistente come
in altri scritti a carattere scolastico:
ad esempio, nelle prediche
di Fra' Giordano da Pisa,
o nel "Soccorso dei poveri"
di Fra’ Girolamo da Siena.

Nondimeno costituisce il primo elemento
rivelatore del carattere non umanistico
della prosa del Dominici.
.
Tipico del procedimento scolastico è
l'uso di anticipare di volta in volta
le varie fasi della dimostrazione:

"Prima domandi come debbi usare l'anima...
Rispondoti: aspetta, esamina, ricevi e adopera.
E in questi quattro capitoletti
si contiene la prima intenzione".

La dimostrazione comincia allegando
l'AUCTORITAS della Sacra Scrittura:
"Dico prima, che impari dal Salmista dicente:
'expectabam eum qui salvum me fecit
a pusillanimitate spiritus et tempestate".

Alla citazione fa seguito l'illustrazione
e il commento della SENTENTIA:
"La ragione del detto è che nulla creatura
può alcuno bene porre nell'anima,
se non il Creatore...".

Talora la dimostrazione segue uno schema
di tipo sillogistico: prima premessa,
seconda premessa, conclusione.
Firenze, Convento di S.Marco, chiostro S. Domenico
Frequente è l'uso di formule dimostrative
(“posto che”, “pertanto è manifesto che”,
“se bene m'hai inteso”, “come di sopra è detto”,
“resta mostrare”...) e di congiunzioni
e avverbi temporali che segnano
i vari passaggi logici
(“Or piglia..”, “Or misura...”,
“Poi che hai bene misurato...”,
“Ora impara..”, “Or diventa...”).

L'esposizione è corredata
continuamente da citazioni sacre,
secondo l'uso delle scuole di teologia
di sostituire all'espressione diretta
del proprio pensiero la citazione
e lo svolgimento di un brano tratto dalla Bibbia
o dagli scritti dei Santi Padri.

Non manca la narrazione di ESEMPI,
introdotti, come si usava anche nelle prediche,
per dare maggiore efficacia persuasiva
a taluni ammonimenti;
né il ricorso alla SIMILITUDINE e all'ALLEGORIA,
di cui predicatori e trattatisti medievali
(basti pensare a Dante) si servivano per rendere più accessibili concetti troppo astrusi
all'intelligenza e alla cultura media del volgo.

Infine, lo scrittore applicando il metodo scolastico
della DISPUTATIO,
introduce e confuta possibili obiezioni.
.
Il discorso si svolge in buona parte
con andamento simmetrico,
attraverso parallelismi, correlazioni,
comparazioni, periodi ipotetici, antitesi,
rispondendo a quell'esigenza di ordine
logico e di geometrica armonia
che era tipica dei trattatisti medievali,
da San Tommaso a Guittone d'Arezzo,
da Dante ai piccoli scrittori
di devozione del Trecento.

Il parallelismo consiste
nella suddivisione del periodo in membri
(detti CLAUSULAE o COLA)
che cominciano con la medesina parola
(REPETITIO)
o terminano in rima o consonanza
(CURSUS),
e che danno l'impressione di essere
di un numero identico di sillabe.
Così si scriveva all'inizio del Quattrocento
Brano del manoscritto magliabechiano della Regola di Giovanni Dominici
Vediamone alcuni esempi:

"Però che se ti dice, come disse a Paolo:
VA ed egli andava,
STA ed egli stava,
VOGLIA MORIRE ed esso il disiderava,
FUGGI LA MORTE, esso si nascondeva;
APPELLA, egli appellava;
STA MUTO, esso non rispondeva;
SE ti dice SIA RICCO o TIENI DIVIZIE, tienle;
SE ti dice FUGGILE, diventa povera;
e SE dicesse RICERCALE, obbedisci;
SE ti spira lasci tutto a' tuoi figliuoli o parenti,
fallo; [...]".

Si noti in questo passo,
insieme con i parallelismi,
lo svolgimento binario del discorso;
nella prima parte si hanno le rime
alla fine di ciascuna CLAUSULA
(schema a/a/a/b/a/b)
e la REPETITIO del pronome
(si osservi l’elegante VARIATIO:
egli / egli / esso / esso / egli / esso)
all’inizio del secondo COLON.

Nella seconda parte il parallelismo
è marcato dalla ripetizione iniziale
della congiunzione ipotetica SE.

Da notare ancora, nella prima parte,
la successione di antitesi (CONTENTIO):
“va / sta”; “voglia morire / fuggi la morte”;
ecc.
Firenze, Sala del Capitolo del Convento di S. Marco, foto di Nicola Bruni
Notevole per il parallelismo che segue
uno schema binario, è anche quest’altro passo
della Regola che somiglia a una filastrocca:

“Se il granello del grano non cadesse in terra,
non morrebbe;
se non morisse, non nascerebbe;
se non nascesse, non sarebbe sarchiato;
se non fosse sarchiato, non crescerebbe;
non crescendo, non spigherebbe;
non spigando, non granerebbe,
e non seccherebbe se non granasse.
A che si mieterebbe se non fosse secco?
O come si batterebbe,
se prima non fosse mietuto?
Non si monda se prima non è battuto;
e prima si monda che sia macinato.
Or così pensa di lavorare
in quello talento ti dà Dio…”.

Qui si osservi, nella prima serie di periodi ipotetici,
la VARIATIO rappresentata dai due gerundi
(“crescendo”, “spigando”),
e l’inversione di protasi e apodosi
dell’ultimo periodo ipotetico
(“non seccherebbe se non sgranasse”)
che realizza un CHIASMO
(schema A-B B-A) con il precedente.
Firenze, chiesa di San Marco, foto di Nicola Bruni
Tornando alla Regola, segnaliamo un esempio
di parallelismo comprendente una serie
di ANTITESI sotto forma di domande e risposte,
le quali elencano una casistica
e stanno in luogo di altrettanti periodi ipotetici:

“Verbi gratia, esso ti dà una infamazione?
Lavora coll’umiltà tanto
esso torna a darti la fama tua.
Donati una tentazione?
Tanto combatti per fortezza
che egli ti venga a dare tranquillità.
Permetteti una infermità?
Guadagna con essa per pazienza
per infino ti dia morte o sanità.
Chiamati all’atto della vita attiva?
Tanto lavora con carità ti ponga
nella contemplativa.
Hatti posta nella contemplativa?
Tanto l’usa per sollecitudine,
tu venga per lui alla sua tranquillità”.

Altro aspetto del parallelismo
è la frequente impostazione del periodo
secondo lo schema binario
fornito dalle correlative,
in specie quelle di tipo comparativo:

“NON SOLO darà tracollo alla sinistra…,
MA per la fortezza e violenza
di sua leggerezza tirerà…”;

“Ma sappi che QUANTO è di migliore
peso il divino volere,
TANTO va più in su contrario alle cose
pesanti del mondo…”;
“COME niuno è certo d’andare in inferno,
COSI’ nullo è sicuro d’andare in paradiso”.

Non di rado ad una prima comparazione
ne segue un’altra, che serve a rafforzare
il concetto della precedente.
Chiostro e campanile del convento di San Marco a Firenze, foto di Nicola Bruni
A questo andamento
simmetrico del discorso
contribuiscono le frequenti
PERISSOLOGIE,
il cui uso non ha
soltanto un valore
ornamentale
ma riproduce
in sede stilistica
il procedimento
scolastico
di far seguire
un’affermazione
dalla negazione
del suo contrario,
o viceversa,
sintetizzato
nel PROVANDO
E RIPROVANDO
della Commedia,
e così enunciato
nel Convivio (IV, II, 15):
“in questo proemio
prima si promette
di trattare lo vero,
e poi di riprovare
lo falso,
e nel trattato
si fa opposito:
ché prima si riprova
lo falso,
e poi si tratta lo vero”.

Ed ecco un esempio
di PERISSOLOGIA
tratto da un celebre
passo di Dante
(Inferno XIII, 4-6):

“Non fronda verde,
ma di color fosco;
non rami schietti,
ma nodosi e ‘nvolti;
non pomi v’eran,
ma stecchi con tòsco”.

NICOLA BRUNI
9 giugno 2007
Affresco del Convento di S.Marco a Firenze, foto di Nicola Bruni
Giovanni Banchini o Bacchini,
detto “Dominici”, entrò
nell’Ordine Domenicano
a diciassette anni,
a Firenze, nel Convento
di S. Maria Novella.
Ben presto s’infiammò
di quello zelo che lo distinse
in tutta la vita.
Fu il braccio destro
del Beato Raimondo da Capua
per il ritorno dell’Ordine
ai suoi sacri ideali
e, in Italia, egli fu il promotore
principale della Riforma.

Nel 1395 iniziò l’opera
restauratrice nel Convento
di S. Domenico di Venezia.
Da Venezia il sacro fuoco
divampò di convento
in convento, preparando
la più promettente fioritura
di santità e di apostolato,
così come Domenico
aveva voluto.
Per opera sua, nel 1406,
sorse il Convento
di stretta osservanza
di S. Domenico di Fiesole,
che fu fabbrica di santi
e di apostoli, tra i quali brilla Sant’Antonino Pierozzi.

Ambasciatore nel 1406
di Firenze presso il Pontefice,
Papa Gregorio XII, ammirato
dalle virtù del Dominici,
lo nominò, nel 1408,
Arcivescovo di Ragusa
e Cardinale del titolo
di S. Sisto.
La Chiesa era allora
afflitta dal doloroso
Scisma d’Occidente,
e la cristianità, disorientata,
non sapeva più
quale fosse il vero Papa
dei tre contendenti.
Giovanni Dominici
si valse della stima
e dell’affetto del Pontefice
per indurlo ad abdicare.
Egli stesso portò al Concilio
di Costanza (1414-1418)
la rinunzia di Gregorio XII,
rinunziando da parte sua
al Cardinalato, ma i Padri
gli resero la porpora.

Al nuovo Pontefice, Martino V, il Re Sigismondo, nel 1418, richiese il Beato per inviarlo quale Legato in Boemia, Polonia e Ungheria, dove serpeggiavano nefaste eresie.
Egli vi si portò col suo
zelo di apostolo.
Una febbre ardente lo colse
a Buda il 10 giugno 1419.
Si spense tra una festa
di angeli. Le sue reliquie
andarono disperse
con la distruzione,
nel 1541, della chiesa
degli Eremiti di San Paolo,
dove erano state deposte.
Papa Gregorio XVI
il 9 aprile 1832
ha confermato il culto.

Franco Mariani
(da www.santiebeati.it)
Crocifissione del Beato Angelico, Convento S. Marco a Firenze, foto di Nicola Bruni
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Link con la pagina iniziale del Belsito
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La tesi, di 330 pagine, si sviluppa in 10 capitoli,
preceduti da una bibliografia con 112 titoli di pubblicazioni consultate,
dalla Descrizione di 11 codici manoscritti della "Regola" esaminati
e da una Prefazione:
I - La Regola nel quadro della letteratura di devozione del Trecento
e la cultura del Dominici;
II - Il linguaggio della Scolastica; III - Citazioni latine e volgarizzamenti;
IV - L’ornato retorico; V - La sintassi del periodo;
VI - La sintassi della proposizione; VII - L’ordine delle parole;
VIII - La morfologia; IX - Il lessico; X - Considerazioni conclusive.

Relatore della tesi fu il professor Alfredo Schiaffini;
correlatore, il professor Maurizio Dardano.
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