| Una grande fossa piena di cadaveri
fu scoperta a Gaeta nel 1961,
durante gli scavi per la costruzione
della scuola media Carducci.
Proprio mentre i festeggiamenti
per il Centenario dell’Unità d’Italia
facevano risuonare il famoso
Inno di Garibaldi: “Si scopron
le tombe, si levano i morti…”.
Erano i corpi di soldati e civili borbonici
fucilati nel febbraio del 1861, dopo la resa
della città all’esercito sabaudo comandato
dal generale Enrico Cialdini.
“Noi ragazzini andavamo a rubare
i bottoni delle divise e li scambiavamo
con le figurine dei calciatori:
non sapevamo che erano d’argento”,
racconta un testimone di quella
macabra scoperta nel libro “Terroni”
di Pino Aprile (ed. Piemme 2010).
“Quando arrivarono a duemila salme
riesumate, la cosa cominciò a suscitare
tale emozione e risentimento,
che le autorità si sbrigarono
a richiudere tutto e costruirci sopra”. |
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| Il poster di una mostra sull'esercito
napoletano del 1860-1861 a Gaeta.
Foto di Nicola Bruni |
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| Verità nascosta sotto la scuola |
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| Commenta l’autore: “La vicenda ha tale
densità metaforica che pare inventata:
la scuola nasconde, nelle fondamenta,
la verità emersa dopo cent’anni;
e insegna la storia dei vincitori
agli eredi dei vinti, che quella verità
‘calpestano’ nelle aule di lezione”.
Anche alla mia generazione di futuri
insegnanti, la storia del Risorgimento
fu raccontata come una “storiella”
edificante e accomodata, che mitizzava
eventi gloriosi ed eroi senza macchia,
mentre ne occultava le vicende
più vergognose e le magagne
più disonorevoli. |
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| Lo stato maggiore dell'esercito piemontese
all'assedio di Gaeta del 1860-61. |
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| La storia accomodata al mito |
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| Leggo, per esempio, dal testo universitario
del professor Raffaello Morghen
(Profilo storico della civiltà europea,
ed. Palumbo 1955), sul quale nel 1961
sostenni l’esame di storia moderna
alla Sapienza di Roma:
“Garibaldi, in una dura battaglia,
protrattasi per ben due giorni (1-2 ottobre)
presso il Volturno, era riuscito
a sconfiggere definitivamente il Borbone,
al quale non rimase che chiudersi
nella fortezza di Gaeta.
Il Dittatore dette prova di alto senso
civico, recandosi, dopo la vittoria,
incontro al re Vittorio Emanuele
nelle cui mani rassegnò ogni potere
(incontro di Teano), e ritirandosi a vita
privata nell’isola di Caprera,
con la semplicità di un eroe d’Omero. […].
Il 21 ottobre 1860 i sudditi del Regno
delle Due Sicilie espressero con un
plebiscito la loro volontà di annessione
al Regno di Vittorio Emanuele […].
Il 13 febbraio 1861 la fortezza di Gaeta
cadeva e con essa veniva a cessare
ogni forma di resistenza organizzata
da parte della dinastia borbonica”. |
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| In realtà, i fatti si svolsero diversamente.
Garibaldi, come riporta lo storico
Alfonso Scirocco (“Giuseppe Garibaldi”,
ed. Rcs 2005), nella battaglia del Volturno
non annientò l’esercito di Francesco II,
“ancora una volta quasi intatto nei suoi
effettivi” (circa 50.000 uomini),
e subì “le perdite maggiori (quasi
1900 tra morti, feriti e prigionieri,
contro 1300 dei nemici)”, ma respinse
l’attacco a cui la monarchia borbonica
aveva affidato le sue sorti.
Il plebiscito del 21 ottobre 1860 fu
una truffa: “A Napoli - scrive Giordano
Bruno Guerri (“Il sangue del Sud”,
ed. Mondadori 2010) - le votazioni
si tennero in seggi sorvegliati
da camorristi, con tanto di coccarde
tricolori. Votò chiunque, purché
a favore: garibaldini residenti al Nord,
perfino inglesi e ungheresi".
Responsabile di quel plebiscito,
di annessione incondizionata dell’Italia
meridionale (che aprì le porte a una
brutale colonizzazione da parte
dei “piemontesi”), fu il “dittatore”
Garibaldi, il quale, pressato dal Re,
si oppose all’elezione di un’assemblea
che negoziasse l’unione,
come chiedevano, fra gli altri,
Mazzini, Cattaneo e Crispi.
Inoltre, il plebiscito si svolse quando
erano ancora sotto il controllo dell’esercito
borbonico le fortezze di Gaeta, Capua
e Cittadella di Messina, e le province
di Terra di Lavoro, Molise e Abruzzi,
che perciò ne furono escluse. |
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| Nell’incontro del 26 ottobre, avvenuto
a Taverna Catena, Vittorio Emanuele
trattò freddamente Garibaldi,
non lo invitò neppure al pranzo
che lo attendeva a Teano, si rifiutò
di nominarlo “luogotenente del re”
per i territori da lui conquistati
e gli ordinò di farsi da parte,
con il suo esercito di volontari
(che poi sarebbe stato sciolto),
cedendo all’armata piemontese
la continuazione della guerra.
Fu così che Garibaldi, offeso, si ritirò
per protesta a Caprera, lasciando
nei guai le popolazioni da lui “liberate”
e allo sbando i suoi “garibaldini”. |
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| Il castello angioino-aragonese di Gaeta.
Foto di Nicola Bruni |
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| Gaeta bombardata per tre mesi |
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| Il 13 novembre 1860 l’esercito sabaudo
(18.000 uomini e 246 cannoni)
cominciò a bombardare la fortezza di Gaeta,
dove si erano rifugiati il re Francesco II
e la regina Maria Sofia.
La città era difesa da altrettanti soldati,
con 300 cannoni, e riceveva rifornimenti
dal mare, presidiato da navi francesi
(fino a che Napoleone III non si accordò
con Cavour per ritirarle).
La capitolazione avvenne dopo tre mesi,
e ai sovrani fu concesso l’esilio nello Stato
Pontificio: l’assedio era costato 367 caduti
ai piemontesi e migliaia ai napoletani,
decimati anche dal tifo.
I bombardamenti erano continuati
perfino mentre si firmava la resa.
Poi, i vincitori dettero inizio
alle fucilazioni dei “ribelli”.
Il 13 marzo 1861 fu espugnata
la Cittadella di Messina, baluardo
di fedelissimi in Sicilia. L’ultima
roccaforte della resistenza borbonica,
Civitella del Tronto (Teramo), cadde
il 20 marzo 1861, tre giorni dopo
la proclamazione del Regno d’Italia.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 marzo 2011 |
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| Veduta di Gaeta, con la chiesa di San Francesco
e a destra il santuario della SS. Annunziata.
Foto di Nicola Bruni |
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