| Si deve distinguere in ogni lingua
- sosteneva Melchiorre Cesarotti
in un saggio del 1800 -
il “genio grammaticale”
dal “genio retorico”
fondato sull’ordine delle parole.
Quest’ultimo è lineare e fisso
nel francese (con la successione
soggetto-verbo-oggetto),
mentre nell’italiano può variare secondo
gli impulsi dell’animo e della fantasia.
Come nell’esempio riportato dal linguista
Maurizio Dardano, professore emerito
dell’Università Roma Tre, nel libro
“La lingua della Nazione”
(ed. Laterza):
- presto l’inverno giungerà
- presto giungerà l’inverno
- l’inverno giungerà presto
- l’inverno presto giungerà
- giungerà presto l’inverno
- giungerà l’inverno presto.
Una varietà arricchita dall’abbondanza
di sinonimi di cui può avvalersi
un uso geniale della nostra bella lingua,
che ha grandi potenzialità espressive.
Per contrasto - osserva Dardano -
nei programmi tv predomina l’uso
di un “italiano di plastica”,
una parlata di livello medio,
incline al sensazionalismo,
alla spettacolarizzazione verbale,
alla drammatizzazione del discorso,
alla ripetizione di frasi fatte
e di stereotipi, all’abuso di anglismi
e persino al turpiloquio.
Non va meglio nella politica, dove
l’innovazione linguistica più sensibile
degli ultimi anni è stata
il trionfo della parolaccia,
dopo il “celodurismo” leghista
e la “discesa in campo” di Berlusconi,
con il suo repertorio di slogan,
metafore calcistico-televisive
e insulti volgari.
Una tale decadenza del linguaggio
pubblico non può non riflettersi
sulla scuola, dove a giudizio di Dardano
“i fatti ci dicono che la situazione
dell’insegnamento dell’italiano
è drammatica”.
Se ne vedono gli esiti negli scritti
internet dei ragazzi, nei quali
fra l’altro tendono a scomparire
la punteggiatura, il "che" relativo
e la consecutio temporum.
“La consecutio ke?”.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
1 giugno 2012 |
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| La ricerca della consecutio temporum |
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| Chi avesse smarrito il senno
come quel tale paladino di Carlo Magno,
difficilmente potrebbe ottenere
che un astronauta andasse
a recuperarglielo sulla Luna,
rinnovando l’impresa del duca Astolfo
raccontata nell’Orlando Furioso
da Ludovico Ariosto.
Ma chi avesse smarrito
la consecutio temporum,
cioè la concordanza grammaticale
dei tempi verbali, potrebbe
più facilmente risolvere il problema
frequentando un corso mirato di recupero.
E’ quello che mi sento di consigliare
non solo all’autore degli spot informativi
commissionati dal Governo alla Rai
per le tornate di votazioni
della primavera 2011,
ma anche a chi li ha lasciati
ripetere fino alla noia
con uno strafalcione “da matita blu”:
un periodo ipotetico scombinato,
con il congiuntivo trapassato “dell’irrealtà”
nella protasi
e il presente indicativo “della realtà”
nell’apodosi.
Recitava infatti il tormentone
del servizio pubblico radiotelevisivo,
riferendosi alla tessera elettorale:
“Chi l’avesse smarrita può chiederne
un duplicato agli uffici comunali”.
Solo in extremis, a votazioni
per i referendum in corso,
mi è capitato di sentire da Rai 3
e Radio 3 la formula corretta:
“Chi l’ha smarrita può chiederne…”.
L’uso e il non-uso sbagliato
del congiuntivo sono punti d’inciampo
nella grammatica italiana per molti
di quelli che parlano alla tv.
Anche per importanti personalità politiche.
Non faccio nomi ma solo cognomi:
Di Pietro, Fini, D’Alema, Gelmini,
La Russa, Maroni, Buttiglione, Gasparri…
E se suscita ancora ilarità la famosa
esortazione di Totò (sintatticamente
corretta) al congiuntivo presente
“Ma mi faccia il piacere!”,
è incredibile che nessuno si sganasci
dalle risate ogni volta che il grande
conduttore Santoro si esibisce
in un congiuntivo esortativo,
doppiamente imperfetto, del tipo
“Si facessero i fatti loro”.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
25 luglio 2011 |
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