| Martire degli ideali di liberté, égalité,
fraternité falsamente sbandierati
dai capi della Rivoluzione francese,
a lungo tollerata come pazza, Olympe
era stata infine condannata a morte
per aver sfidato in un pamphlet
il “tiranno” Robespierre: “A ogni tuo
capello è attaccato un crimine”.
Il suo nome resta legato
alla Dichiarazione dei diritti della donna
e della cittadina, scritta nel 1791
in polemica con l’Assemblea costituente,
che aveva escluso dalle prerogative
del “popolo sovrano” la maggioranza
dei connazionali, confinando le donne
nella categoria dei “cittadini passivi”
insieme con i minorenni, i poveri,
gli attori, i pazzi e i criminali.
Ora, la sua figura di rivoluzionaria francese,
eccezionalmente femminista, antischiavista,
contraria alla violenza e alla pena di morte,
viene riproposta dal libro
“Olympe de Gouges, La musa barbara”,
a cura di Franca Zanelli Quarantini
(edizioni Medusa), che la colloca
nel contesto storico della Rivoluzione
“tradita”: quello di un regime di tagliatori
di teste, che ha sostituito all’aristocrazia
dei nobili l’oligarchia dei ricchi, mantiene
in schiavitù i neri nelle colonie d’America,
è insensibile all’estrema miseria di tanti
francesi, riconosce i diritti politici
solo ad una parte della popolazione
maschile, fa del matrimonio un contratto
di asservimento della donna al marito,
e impone al Paese una nuova
e più feroce tirannia.
“La donna, come ha diritto al patibolo,
deve avere diritto alla tribuna”,
protestava Olympe.
In vita, ottenne solo il primo.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
10 marzo 2009 |
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| E’ un luogo comune parlare di “Medioevo”
per deprecare situazioni che rimandano
a tempi “bui”, a un periodo di arretratezza,
di barbarie e di violenze selvagge.
L’invenzione del termine
e la sua connotazione negativa,
connessi all’oscuramento del giudizio
storico su un millennio di civiltà
europea, sono un retaggio
dell’Illuminismo francese:
un movimento culturale che, secondo
i libri di scuola, si proponeva
di rischiarare con i “lumi della ragione”
le tenebre dell’ignoranza, combattere
le superstizioni e i pregiudizi, sottoporre
a verifica razionale ed empirica
le conoscenze tradizionali.
Il Medioevo sarebbe stato un lungo
intervallo di decadenza tra l’Età
classica e l’Età moderna, collocato tra
la formazione dei regni romano-barbarici
e il sorgere dell’Umanesimo rinascimentale.
Scrive lo storico Federico Chabod,
nel libro “Storia dell’idea d’Europa”,
ripubblicato da Laterza (2003):
“Nella storia dell’umanità, per Voltaire
e i suoi colleghi, c’era ad un certo punto,
un grosso buco nero, una zona oscura,
senza fondo né luce: ed era il Medioevo.
La caduta dell’Impero romano - dovuta sì
alle ‘inondazioni’ dei barbari, ma anche
al cristianesimo, che indebolì, snervò
le forze, rivolgendo gli animi al cielo
e facendo andare in rovina la terra -
aveva segnato la fine della civiltà
e l’avvento della barbarie,
del chaos de notre Europe”.
L’oscuramento illuministico gettò,
senza eccezioni, nello stesso buco nero:
San Benedetto e San Francesco,
i monaci amanuensi e le prime università,
San Tommaso d’Aquino e Dante Alighieri,
Carlo Magno e Federico II,
le cattedrali romaniche e quelle gotiche,
la Cavalleria e i liberi Comuni,
Marco Polo e le Repubbliche marinare.
Chabod ricorda che è stato
il Romanticismo a rivalutare il Medioevo,
il suo pensiero, la sua arte, la sua fede,
collocando anche questa età tra quelle
più fruttuose dello spirito umano,
e riconoscendole il merito
di aver segnato di un’indelebile
impronta cristiana il volto dell’Europa.
Che l’Europa fosse stata, e fosse ancora
“cristiana”, avevano dovuto ammetterlo,
secondo Chabod, anche gli illuministi:
ma questa rappresentava per loro
una pecca, un neo che era bene
cercare di strappare
o, almeno, di coprire il più possibile
(così come si sono proposti di fare,
ai nostri giorni, i neoilluministi autori
del trattato costituzionale europeo).
Abbiamo, dunque, il duplice paradosso
di un Illuminismo che oscura le luci
della civiltà medioevale e, pretendendo
di combattere i pregiudizi, professa
un solido pregiudizio anticristiano.
A ciò si aggiunge la curiosa
contraddizione, messa in evidenza
dal libro di Chabod, di un movimento
“razionalista” che ricorre ai miti
per suffragare le sue tesi: da quello
del buon selvaggio di Rousseau
a quello dell’antica libertà germanica
di Montesquieu, dal mito
della superiorità morale dei Cinesi
a quello dell’eroico Zar Pietro il Grande,
confezionati entrambi da Voltaire.
Lumi e… ombre
dell’Illuminismo francese.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 settembre 2005 |
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| Paradossalmente, fu Luigi XVI,
salito al trono di Versailles
giovanissimo nel 1774
e ghigliottinato nel 1793,
a dare inizio alla Rivoluzione francese,
15 anni prima della Presa della Bastiglia.
Così argomenta, citando documenti
e testimonianze d’epoca, il libro
di Maria Antonietta Del Boccio
Prosperi “Luigi XVI e la Rivoluzione
dei Paradossi” (ed. Il Filo).
In effetti, benché sia passato alla storia
come un uomo debole e insicuro,
inadeguato e impreparato al ruolo
di sovrano assoluto, quel tragico re
si circondò delle menti più “illuminate”
di Francia e tentò per un quindicennio
di riformare in senso liberale lo Stato.
Via via, cambiò ministri, percorsi
e metodi ma, fino al 1789, perseguì
sempre gli stessi obiettivi: consolidare
il potere monarchico dotandolo
di una costituzione scritta conforme
alla separazione dei poteri delineata
da Montesquieu, realizzare un fisco più
equo, alleviare le miserie del popolo,
liberalizzare l’economia.
Tutti i tentativi di quella che sarebbe
stata una “rivoluzione monarchica” -
come i progetti di riforma agraria,
commerciale, amministrativa,
giudiziaria, fiscale e politica - furono
sistematicamente vanificati
dall’opposizione condotta, in nome
della libertà e contro il dispotismo,
da una classe privilegiata e retriva,
la nobiltà di toga, che per diritto
ereditario deteneva il monopolio
del controllo delle leggi
e dell’amministrazione della giustizia. |
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| I memorialisti citati da Del Boccio
ci tramandano un ritratto
non convenzionale di Luigi XVI:
un autodidatta dotato di una discreta
cultura, estimatore dei “filosofi”, schivo
dei giochi di società; un uomo pio,
che aspirava ad essere un re giusto
e magnanimo, amato dal suo popolo,
ma che da monarca assoluto firmava
le leggi con la formula “Parce que c’est
mon plaisir” (perché così mi piace).
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 ottobre 2010 |
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| Qui sopra e in alto, due immagini
della reggia e del parco di Versailles
(foto di Paolo Bruni) |
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