4 Novembre 1918 - La "vittoria mutilata" dell'Italia ridotta in miseria dalla Grande Guerra
lacerata nei corpi di 450mila ex soldati "grandi invalidi" e in lutto per 650mila morti
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La parte finale del Bollettino della Vittoria del 1918 da una lapide a Catania, foto di Nicola Bruni
Firmato Diaz
Il generale Armando Diaz
Il generale Armando Diaz, che comandò l'esercito italiano nella fase conclusiva della guerra del 1915-18 e firmò il Bollettino della Vittoria.
In alto, particolare di una lapide con il Bollettino della Vittoria esposta a Catania (foto di Nicola Bruni).
Sullo sfondo, il soccorso dei commilitoni a un soldato italiano ferito al fronte, tra le macerie della Grande Guerra.
Guardia d'onore alla tomba del Milite Ignoto, nel Vittoriano di Roma, foto di Nicola Bruni
Guardia d'onore dei Lancieri di Montebello alla tomba del Milite Ignoto (uno dei tanti corpi senza nome di soldati italiani morti nella guerra del 1915-18),
che fu collocata nel 1921 al centro del cosiddetto Altare della Patria, o Vittoriano, a Roma (foto di Nicola Bruni).

Clicca su questa foto per il link con la pagina ALTARE DELLA PATRIA.
I cento anni del Vittoriano
Sotto i piedi del cavallo
di Sua Maestà
Ha compiuto cento anni il Vittoriano,
il grandioso monumento celebrativo
del re Vittorio Emanuele II,
poi denominato anche Altare della Patria.
Per costruirlo nel centro di Roma,
tra il 1885 e il 1911, fu sbancata
una parte del colle capitolino,
demolito un quartiere medioevale,
e trasportata dalla provincia di Brescia
una montagna di marmo botticino, che
fu preferito al più economico travertino
romano per interesse elettorale
del ministro bresciano Zanardelli.

Alla fine, il suo costo a carico dello Stato
fu di 45 milioni di lire dell’epoca,
un’enormità in rapporto alla miseria
di tanti italiani costretti a emigrare.

Nel 1921 vi fu collocata la tomba
del Milite Ignoto, una salma non
identificata scelta in rappresentanza
dei 650mila soldati italiani morti
nella guerra del 1915-18;
e da allora ha cambiato destinazione
d’uso trasformandosi, da edificio
di culto di un sovrano divinizzato
post mortem, nel principale santuario
di una religione della Patria,
dove si celebrano le più importanti
liturgie civili e militari della Nazione.
Con qualche incongruenza:
la tomba-tabernacolo del Milite Ignoto
è sormontata da un’imponente statua
di donna che rappresenta la Dea Roma,
non l’Italia; entrambe sono messe
“sotto i piedi” del cavallo
della gigantesca statua equestre
del Padre della Patria;
ma né al Divo Vittorio né alla Dea Roma
sono dedicate le onoranze rese
durante le cerimonie ufficiali
e le corone d’alloro deposte
davanti a quel “sacello”.

Da molti giudicato retorico,
anacronistico e fuori luogo,
il monumento ha assunto negli ultimi anni
un’utilità sociale come contenitore
di spazi museali ed espositivi,
e come attrazione turistica
per l’apertura al pubblico
di una terrazza panoramica alta 70 metri,
alla quale si può accedere grazie all’abuso
edilizio di un ascensore esterno.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
15 luglio 2011
Monumento ai caduti nella guerra del 1915-18, a Dasà (VV), foto di Nicola Bruni
Monumento ai caduti di Dasà (VV)
nella guerra del 1915-18,
raffigurante la bugia consolatoria della Gloria,
nelle sembianze di una donna sexy
che depone un fiore su un soldato ucciso
( foto di Nicola Bruni).
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Fu "guerra santa"
o "inutile strage"?
Dal racconto "ARMIAMOCI E... PARTITE"
di Nicola Bruni
(La Tecnica della Scuola - 5 dicembre 2001)
[...] Luciano richiamò una storica
divergenza di opinioni tra Regno d’Italia
e Chiesa cattolica sulla santità della
Grande Guerra contro l’Austria del 1915-18:
“Per il presidente del Consiglio
ANTONIO SALANDRA, di fede laica,
era una GUERRA SANTA.
Per il Santo Padre, BENEDETTO XV,
era al contrario un'INUTILE STRAGE
e un’orrenda carneficina
che disonorava l’Europa;
e il laico GIOLITTI gli dava
indirettamente ragione, sostenendo
che l’Italia avrebbe potuto ottenere Trento
e Trieste mediante trattative segrete
con l’Austria in cambio della neutralità.
Se quel che diceva Giolitti fosse vero,
i 650mila morti italiani di quella guerra
per che cosa avrebbero sacrificato
la loro vita? Per la patria o per la follia
e gli sporchi interessi di chi volle
a tutti i costi l’intervento?”.
Ex voto di un soldato scampato alla morte nel 1916 (Santuario di Trecastagni), foto di Nicola Bruni
Dipinto offerto al santuario di Trecastagni (CT)
come ex voto da un soldato ferito al fronte
nel 1916, che attribuì la sua salvezza
all'intercessione dei santi martiri Alfio,
Cirino e Filadelfo, da lui invocati nel momento
del pericolo (foto di Nicola Bruni).

I soldati italiani feriti nella Grande Guerra
furono circa un milione, dei quali 450mila
riconosciuti come "grandi invalidi".
Cannoni austriaci del 1916-17 portati a Dasà (VV) come trofeo di guerra, foto di Nicola Bruni
Cannoni austriaci Böhler del 1916-17,
da 8 cm di calibro, catturati dalle truppe italiane
e portati come trofeo di guerra in Calabria.
Sono in mostra sull'altura di San Lorenzo
nel Comune di Dasà (foto di Nicola Bruni).
“Firmato Diaz”
c’era scritto sul manifesto
del “Bollettino della vittoria”
nella Grande Guerra,
che fu affisso in tutta Italia
dopo il 4 novembre 1918.
Allora, circa il 40 per cento dei sudditi
di Vittorio Emanuele III
non poterono leggerlo perché analfabeti,
e dovettero farselo raccontare.

Alcuni sempliciotti dedussero
che Firmato fosse il nome
del generale artefice della vittoria
- il quale invece, da buon militare,
si chiamava Armando -
e vollero battezzare con quel nome
il proprio bambino.

Tornata la pace, una gran parte
degli italiani ridotti in miseria
- tra i quali milioni di ex combattenti,
mutilati e invalidi di guerra,
vedove e orfani di caduti -
cominciarono a domandarsi
che cosa l’Italia avesse vinto,
al prezzo di 650.000 morti
e di immani sacrifici.

I veri vincitori apparivano
i cosiddetti “pescecani”,
che si erano arricchiti
vendendo a caro prezzo armi
e forniture belliche allo Stato.
All’opposto, per tanti “eroici soldati”
che avevano sconfitto il nemico sul campo,
l’unica possibilità offerta dalla Patria
era l’emigrazione dalla Patria.

Così, i nostri governanti si misero
a parlare di “vittoria mutilata”,
accusando gli alleati di averci lasciato
come bottino di guerra solo territori
poveri e devastati.
E per nobilitare quella “inutile strage”
- che il Re Soldato aveva preferito
a un possibile accordo
di neutralità con l’Austria
in cambio Trento e Trieste -
disseminarono l’Italia
di monumenti ai “gloriosi caduti”.

Ma il malcontento popolare sfociò
in scioperi e disordini, che spinsero
per paura lo stesso “piccolo re”
a garantirsi la corona consegnando
il potere alla dittatura fascista.
La quale, poi, avrebbe cercato
la rivincita della vittoria mutilata
in un’altra guerra,
contro gli alleati del 1915-18,
fino al disastro… Firmato Mussolini.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 ottobre 2008
Busto di Vittorio Emanuele III, Museo del Vittoriano, foto di Nicola Bruni
Vittorio Emanuele III di Savoia raffigurato
come "Re Soldato", nel Museo del Vittoriano
(foto di Nicola Bruni).
BOLLETTINO DELLA VITTORIA

Comando Supremo
4 Novembre 1918, ore 12

La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto
l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo,
l'Esercito Italiano, inferiore per numero
e per mezzi, iniziò il 24 Maggio 1915
e con fede incrollabile e tenace valore
condusse ininterrotta ed asprissima
per 41 mesi è vinta.
La gigantesca battaglia ingaggiata
il 24 dello scorso Ottobre ed alla quale
prendevano parte cinquantuno divisioni
italiane, tre britanniche, due francesi,
una cecoslovacca ed un reggimento
americano, contro settantatre divisioni
austroungariche, è finita.
La fulminea e arditissima avanzata
del XXIX corpo d'armata su Trento,
sbarrando le vie della ritirata
alle armate nemiche del Trentino,
travolte ad occidente dalle truppe
della VII armata e ad oriente da quelle
della I, VI e IV, ha determinato ieri
lo sfacelo totale della fronte avversaria.
Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio
della XII, dell'VIII, della X armata
e delle divisioni di cavalleria, ricaccia
sempre più indietro il nemico fuggente.
Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta
avanza rapidamente alla testa
della sua invitta III armata,
anelante di ritornare sulle posizioni
da essa già vittoriosamente conquistate,
che mai aveva perdute.
L'Esercito Austro-Ungarico è annientato:
esso ha subito perdite gravissime
nell'accanita resistenza dei primi giorni
e nell'inseguimento ha perdute quantità
ingentissime di materiale di ogni sorta
e pressoché per intero i suoi magazzini
e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre
mani circa trecento mila prigionieri
con interi stati maggiori
e non meno di cinque mila cannoni.
I resti di quello che fu uno dei più potenti
eserciti del mondo risalgono in disordine
e senza speranza le valli, che avevano
disceso con orgogliosa sicurezza.

Firmato
Diaz
Il pescecane della Grande Guerra, foto di Nicola Bruni dal Museo del Risorgimento di Roma
Una vignetta d'epoca sui profittatori di guerra,
detti "pescecani", dal Museo del Risorgimento
di Roma (foto di Nicola Bruni).
L'Elmo di Scipio, foto di Nicola Bruni
A un cenno del professor Filippi,
i 26 alunni della Quinta B
intonarono l’Inno di Mameli:
"Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria? Le porga la chioma,
ché schiava di Roma Iddio la creò.

Poropón, poropón,
poropón popón popón!

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria? Le porga la chioma,
ché schiava di Roma Iddio la creò.
Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte,
siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte,
siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò. - Sì!".
Mentre i ragazzi e le ragazze
fraternizzavano nel canto dell’elmo
di Scipio, Filippi chiuse gli occhi e…
si rivide bambino sulla spiaggia
di Fregene, alla colonia estiva
dei figli dei militari. Partecipava,
in costume da bagno,
alla cerimonia dell’alzabandiera.
Stava ritto sull’attenti, e cantava
anche lui “poropón, poropón”,
offrendo la sua vita all’Italia.

Al “sì” finale, gli veniva
quasi sempre la pelle d’oca,
e una lacrimuccia gli appannava
la vista. Immaginava
che da soldato avrebbe
combattuto valorosamente
“per la grandezza della Patria”,
come diceva il maestro
della scuola elementare, e forse
sarebbe morto da eroe su un campo
di battaglia: in tal caso, la Gloria,
nelle sembianze di una bellissima
fanciulla alata, si sarebbe chinata
a baciarlo, rendendo imperitura
la memoria del suo supremo sacrificio.
Proprio come era raffigurato
nel bronzo e scritto nel marmo
del monumento ai caduti
del paese di suo padre.
Quando il professor Filippi riaprì
gli occhi, vide e udì Alex e Samantha
che, stringendosi a coorte in prima
linea, si scambiavano un sonoro
e prolungato “sì”, tra gli applausi
dei compagni. Stava per dire “auguri”
ai due piccioncini. Ma si ricordò che
l’argomento della lezione era un altro.
“Dunque, ragazzi, le incredibili parole
che avete cantato furono composte
nel lontano 1847, da un aspirante
poeta di soli 20 anni: il patriota
genovese Goffredo Mameli,
combattente garibaldino morto
per una ferita riportata nella difesa
della Repubblica romana del 1849.
Costituivano la prima strofa
e il ritornello di un inno più ampio,
che fu musicato, o piuttosto…
arrangiato, da un altro genovese,
il venticinquenne Michele Novaro.
Ma non è colpa di nessuno dei due
autori se questa canzoncina retorica
d’altri tempi, che ebbe molto successo
fra i patrioti del Risorgimento quando
gli italiani erano in grandissima
maggioranza analfabeti, è divenuta
quasi per caso l’inno nazionale
dell’Italia repubblicana dal 1946”.
“Così, di chi è la colpa?”,
domandò Federico.
“Di un certo Cipriano Facchinetti,
ministro repubblicano della Guerra
del II Governo De Gasperi.
Costui, in vista delle cerimonie militari
del 4 novembre 1946, ottenne che
il Consiglio dei ministri adottasse
provvisoriamente con un semplice
comunicato stampa l’Inno di Mameli
come inno nazionale,
al posto della Marcia reale.
Da allora, il nostro inno nazionale
è ancora ufficialmente provvisorio,
perché non è stato mai confermato
da un atto con valore giuridico”.
“Possibile? - obiettò Francesca - Non
capisco che senso abbiano le parole
di quest’inno, nell’Italia di oggi”.
Io spero - replicò il prof - che non
ne abbiano nessuno. Perché, se lo
avessero, vorrebbe dire che l’Italia
si è risvegliata a una politica di guerra
imperialistica, mettendosi in testa
donchisciottescamente l’elmo
di Scipione l’Africano, come ai tempi
in cui la buonanima del Duce mandò
(“armiamoci e partite”) l’esercito
italiano a gassare gli abissini
per incoronare come Imperatore di Etiopia
il ‘piccolo re’ Vittorio Emanuele III”.

“Quelle parole, inoltre, se non fossero
semplicemente aria fritta,
innalzerebbero al cielo una grande
bestemmia, pretendendo di attribuire
a Dio la volontà di rendere la vittoria
in guerra sui popoli nemici schiava
(che linguaggio!) di un risorto
Impero romano”.
“Professore - intervenne Micaela -,
si è dimenticato il ritornello.
Le pare giusto che i giocatori
della Nazionale debbano cantare
‘siam pronti alla morte’
prima di una partita di calcio?
Il campo di gioco non è mica
un campo di battaglia. Potrebbe
portare sfiga. E se poi, non sia mai,
qualcuno di loro dovesse restarci
secco? ‘Siam pronti alla morte’
lo facciano cantare ai vecchietti,
non ai giovani, che devono essere
pronti invece ad affrontare la vita”.
“Avete ragione! - si commosse
il professor Filippi - Un inno nazionale
non dovrebbe trasmettere
un messaggio di morte, ma di vita.
Il vero amor di patria non va confuso
con l’accettazione di questa
paccottiglia, che non rispecchia
i grandi valori di umanità e di cultura
espressi nel passato e nel presente
dal popolo italiano”.
dal libro di Nicola Bruni
AD CATHEDRAM (2004)
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Monumento ai caduti di Sperlonga (LT), foto di Nicola Bruni
IL CULTO DEI CADUTI
Secondo lo storico Antonio Gibelli, negli anni successivi all’orrenda carneficina
della Grande Guerra fu attuata in Italia una gigantesca operazione di immagine.
Questa perseguì, e raggiunse ampiamente, lo scopo di “trasformare
il risentimento in pietà, e la pietà in orgoglio per la morte santa e nobile”
dei combattenti mandati al macello, “convertire il lutto privato
in consenso collettivo alla patria”, ed “evitare che lo sgomento
e l’orrore per la morte di massa sfociassero in rivolta”
contro lo sproporzionato e insensato sacrificio imposto al popolo italiano,
“per tradursi invece - attraverso la ritualizzazione del culto dei caduti -
nel culto della nazione”.
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