C'ERA UNA VOLTA un ricco mercante rimasto vedovo che aveva una figlioletta.
Desideroso di darle una mamma, si risposò con una ricca vedova, che aveva due figlie. Poco dopo il matrimonio, si ammalò e morì.
Allora, la vedova svelò il suo vero animo di matrigna: mise la figliastra a fare i lavori più umili e favorì tantissimo le sue due figlie... "

da CENERENTOLA di Perrault
La matrigna di Cenerentola
Salviamo le favole, ma...
Così ho risposto a Mina, che dal quotidiano
La Stampa aveva lanciato un appello
alle mamme e alle nonne
per "salvare le favole".
La celebre cantante Mina, ora anche giornalista,
ha lanciato dalle pagine del quotidiano La Stampa
un appello alle mamme e alle nonne:
salvate le favole, raccontatele ai vostri figlioletti
o nipotini, rimettetevi al centro del rapporto educativo, per cercare di rianimare le facoltà creative, di sogno e di fantasia che nei bambini
di oggi, sempre più teledipendenti, videogiochisti
e internettiani, sembrano in via d’estinzione.

Lei lo faceva, con i suoi due figli, dopo aver domandato, prima a lui e poi a lei: “Come la vuoi? Di fate, di maghi, di streghe cattive, di animali semplici, di animali parlanti o di pesciolini?”.
Loro sceglievano quasi sempre gli animali parlanti.
Perché - mi è venuto subito da obiettare - Mina
non si è rivolta anche ai papà e ai nonni maschi per “salvare le favole”? Ai bei tempi, da “papino”, narravo anch’io delle storielle ai miei due bambini, per lo più mentre li imboccavo quando non volevano mangiare. Mi piaceva talvolta inventarle, ambientandole nei dintorni: la preferita era quella di un topolino arrampicato su un albero, proprio sotto la finestra di casa nostra. Uno spazzino,
che lo aveva rincorso con la scopa, cercava
di farlo cadere scuotendo il tronco. La bestiolina
gridava spaventata, pronunciando male la s:
“Cacco, cacco, cacco!”. Il piccino rideva,
apriva la boccuccia al cucchiaino
e mandava giù la pappina.
Ricordo anche quando ero bambino io: restavo incantato ad ascoltare le affabulazioni
della mamma e della tata, che si alternavano
per cercare di imboccarmi, contro la mia volontà,
nei momenti in cui la storiella si faceva
più avvincente. La tata era specializzata
in racconti i cui protagonisti affrontavano lunghi viaggi a piedi: “E cammina cammina cammina…”. La mamma aveva come pezzi forti del suo repertorio le cretinate di Giufà e le astuzie
di Bertoldo: mi insegnavano, da un lato, che non bisogna essere creduloni e, dall’altro, che con l’intelligenza si possono superare grosse difficoltà.
Il valore della fiaba o favola - dicono gli esperti - risiede nella sua capacità di presentare in termini immaginari, e facilmente comprensibili
ad un bambino, una situazione drammatica,
di conflitto e di possibile tragedia, e nell’indicarne
la via d’uscita. A questo scopo, sarebbero utili
anche il lupo, l’orco e la strega.

Ma… nelle fiabe e favole tradizionali, non tutto
è accettabile sotto il profilo educativo:
per esempio, lo stereotipo della “matrigna” cattiva, suscettibile di ingenerare un pregiudizio negativo nell’orfanello che si trovi ad avere una seconda mamma; lo stereotipo maschilista che riserva
alle donne i lavori domestici; quello che propone
solo alle ragazze belle, tra le povere, la speranza
di un riscatto sociale, da affidare all’attesa
dell’incontro con un “principe azzurro”; e, in primo luogo, certi terrificanti spauracchi, che rischiano
di riempire il mondo fantastico del bambino
di incubi, angosce e paure immotivate.
Stiamo molto attenti al… “lupus in fabula”.

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
1 dicembre 2005
Lupo
Pesca continua
Trote allevate nella grotta di Tiberio a Sperlonga, foto di Nicola Bruni
CARPE diem
TROTE noctem
ORATE semper
=
CARPE di giorno
TROTE di notte
ORATE sempre
Cavalli e pecore del Parco della Caffarella a Roma, foto di Nicola Bruni
Polli del Parco della Caffarella a Roma, foto di Nicola Bruni
Ora vi racconto
la favola
dei prof animalisti
Insegnanti e cavallo, foto di Nicola Bruni
C'era una volta
il preside Cavallo...
Il professor Cavallo, dirigente
dell’istituto secondario comprensivo
di Via Affogalasino, non era un’aquila,
ma se lo scavalcavano
diventava una bestia.

In vista del prolungamento dell’obbligo
scolastico fino a 15 anni, convocò
il collegio dei docenti per discutere
la proposta di istituire un corso
sperimentale di cultura animalista,
al fine di motivare i cosiddetti somarelli
alla frequenza delle lezioni,
e salvarli dall’affogamento,
in una zona ad alto rischio
di mortalità scolastica come quella.

La discussione nel collegio
dei docenti fu molto accanita
e procedette a passi di lumaca,
perché c’erano troppi galli a cantare,
alcuni menavano il can per l’aia,
e non si cavava un ragno dal buco.

Il preside insisteva con il suo cavallo
di battaglia: “Il nostro è un istituto comprensivo. Perciò dobbiamo
mostrare la massima comprensione
per quei ragazzi che non hanno
nessuna voglia di studiare,
cercando di farli venire a scuola
lo stesso, almeno fino a 15 anni”.
“Meglio un asino vivo che un dottore
morto”, ripeteva a pappagallo.

Ma i professori si misero a litigare
come cani e gatti:
da una parte gli animalisti,
alleati con il preside Cavallo;
dall’altra gli umanisti, che invece
mettevano il carro innanzi ai buoi.

In mezzo c’era la palude, popolata
dalle solite oche giulive,
che prendevano una papera
dopo l’altra preparandosi
a spiccare il salto della quaglia.
Papere nel lago di Castel Gandolfo, foto di Nicola Bruni
Tra i falchi, si distinse il professor
Cervone, il quale, dopo aver fatto
scaramanticamente le corna, sputò
il rospo illustrando a vol d’uccello
una proposta integrativa: trasformare
il giardino della scuola in un bioparco,
in cui gli allievi del corso animalista
potessero percorrere insieme con
le bestie un itinerario di coeducazione,
saltare la cavallina all’aria aperta,
osservare con la coda dell’occhio
dove casca l’asino, e giocare
a mosca cieca oppure a nascondino
con gli uccel di bosco.

“In questo modo - sottolineò - i ragazzi
potranno verificare di persona che
sopra la panca la capra campa,
can che abbaia non morde
e a caval donato
non si guarda in bocca.

D’altro canto, gli animali trarranno
motivo di consolazione constatando
che errare humanum est, che anche
tra gli umani ci sono cani e porci,
nonché pecore nere
e pecorelle smarrite,
e che alcuni cocchetti dei professori
sono veramente figli dell’oca bianca”.

Il professor Pastore, testa d’ariete
degli umanisti, si oppose ricordando
che il lupo perde il pelo ma non il vizio,
e che è inutile chiudere la stalla
quando sono scappati i buoi:
sarebbe come voler raddrizzare
le gambe ai cani.

A quel punto il preside Cavallo, vestitosi della pelle del leone,
s’impennò, prese il toro per le corna
e intimando il silenzio precisò che
non voleva sentir volare una mosca,
altrimenti avrebbe...
tagliato la testa al toro.

Gli animalisti inorridirono
con la pelle d’oca,
e lo scongiurarono
di non fare di quell’agnello
sacrificale un capro espiatorio.
Quindi versarono lacrime di coccodrillo,
non sapendo più che pesci pigliare.
Colombe al bagno in Piazza San Pietro a Roma, foto di Nicola Bruni
Alla fine, prevalsero le colombe
con una proposta anguillesca:
“Torniamo tutti all’ovile
con il cavallo di San Francesco,
salvando capra e cavoli,
perché è meglio avere un uovo oggi
e una gallina domani.
E auguriamoci 'in bocca al lupo'...
quello ammansito di Gubbio,
ma senza farlo crepare”.

Dal libro AD CATHEDRAM
di Nicola Bruni
e quella del liceo
sperimentale
botanico-vegetariano
Pappagallo pappa melagrana, foto di Nicola Bruni
Era il tempo
delle mele... grane
Era il tempo delle mele per gli studenti
del Liceo sperimentale Cicero,
a indirizzo botanico-vegetariano.
Una scuola statale frequentata dal fior fiore
della gioventù del circondario,
figli di alti papaveri e rampolli di famiglie
con albero genealogico di legno pregiato:
alcuni con la puzza di tartufo sotto il naso,
altri buoni come il pane.

Ai ragazzi era cresciuto il pomo d’Adamo,
mentre le fanciulle, sbocciate
alla primavera della vita, andavano
in cerca del frutto proibito.
E purtroppo non mancava qualche mela marcia, che di nascosto si faceva le pere.

Gli insegnanti dovevano stare attenti
a procedere cum grano salis, evitando
di dire pane al pane e vino al vino,
per non addentare il pomo della discordia
e invischiarsi in un ginepraio.
Comunque, dopo il 15 di ogni mese
riuscivano a comprendere meglio
i problemi della verde età,
poiché rimanevano quasi sempre al verde.

“Hoc malum est”, sentenziava
la professoressa Agricola, docente
di latino maccheronico, volendo
significare, secondo le circostanze:
“Questo è un male” o “Questa è una mela”.
E gli studenti commentavano:
“Cioè... idem con patate”.

D’altra parte, la professoressa Oliva,
docente di cultura vegetale
e vegetariana, osservava che
la maggior parte della scolaresca
aveva una preparazione all’acqua di rose,
consistente in un’infarinatura
a macchia d’olio, senza sugo,
con poco sale in zucca e molta aria fritta.
Zucche con spine a Ischia, foto di Nicola Bruni
Tra gli alunni del corso Vitamina C,
c’era una Melania deliziosa
che aveva preso una cotta
per il professor Cucuzza,
giovane docente di storia dell’arte...
di arrangiarsi (in dialetto, aranciarsi),
una disciplina divenuta il piatto forte
dell’autonomia scolastica.

La bella figliuola, che aveva il naso
a patatina, coltivava con passione
la materia di Cucuzza, anche se
le sue lezioni erano una pizza;
ma una volta che fu interrogata
da quel fusto, s’impappinò, divenne
rossa come un peperone e rispose
a sfagiolo: “Tutto il cucuzzaro!”.

Sulle prime il prof prese d’aceto
con la ragazza, che pertanto stava
sulle spine, ma poi capì che la risposta
non era farina del suo sacco
(gliel’aveva suggerita qualche malerba)
e, intenerendosi come una patata lessa,
sussurrò a quel bocconcino che...
lasciava molto a desiderare.
Kiwi della campagna romana, foto di Nicola Bruni
Ai primi di febbraio, terminata la semina
della campagna per le iscrizioni,
il preside Farina, una pasta d’uomo
con le mani in pasta, informò il collegio
dei docenti che la cassa dell’istituto
era rimasta a secco, perché erano cessati
i contributi a pioggia del Ministero.

“Abbiamo investito - disse
con la bocca impastata -
tutte le nostre risorse culturali
nell’attività di ricerca, per rendere
competitivi sul mercato alcuni prodotti
locali: in particolare, broccoli, rape
e zucconi dalla coccia dura.
Ma non sempre le ciambelle vengono
con il buco. E ora siamo alla frutta”.
Quindi snocciolò un grappolo di accuse
piuttosto pepate: “Della scuola - disse -
non importa un fico secco ai nostri
governanti, che dei problemi scolastici
non capiscono un cavolo.
Con l’autonomia hanno fatto
a scaricabarile, passando a noi,
poveri citrulli, la patata bollente
del finanziamento degli istituti,
come se i soldi fossero bruscolini.
Insomma, ci hanno infinocchiati”.

Dal libro AD CATHEDRAM
di Nicola Bruni
Se vi mandano "in bocca al lupo",
poverino, non fatelo crepare.
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