I due "cavalli di razza" della DC che hanno trainato lo sviluppo dell'Italia democratica
sanando la piaga secolare dell’emigrazione forzata all’estero di milioni di connazionali in cerca di lavoro
Fanfani e Moro, artefici dello Stato sociale
Europa, statua di Sandro Chia a Roma, foto di Nicola Bruni
Al centro, L'Europa, statua di Sandro Chia, in Via 4 Novembre a Roma;
sullo sfondo, Palazzo Madama, sede del Senato (foto di Nicola Bruni).
Fanfani, lo statista che "fondò"
la Repubblica sul lavoro
Nato nel 1908 a Pieve Santo Stefano (Arezzo),
morto nel 1999, Fanfani è stato uno dei maggiori
statisti che ha avuto l'Italia nel Novecento,
membro attivo dell'Assemblea costituente,
successore di De Gasperi alla guida
della Democrazia Cristiana,
sei volte capo del Governo, ministro
in vari dicasteri, due volte presidente del Senato
e dal 1972 senatore a vita,
l'unico italiano chiamato a presiedere
l'Assemblea generale dell'Onu.
A lui si deve la formula dell'articolo 1
della Costituzione: "L'Italia è una repubblica
democratica fondata sul lavoro".
Fanfani era anche professore universitario
di economia alla "Sapienza" di Roma.
Fanfani con Nicola Bruni, Carlo Del Vecchio e Stelio Valentini nel luglio 1963
Fanfani a un convegno
del Movimento giovanile DC
a Castel Gandolfo nel 1963;
a sinistra, Nicola Bruni.
Il 6 febbraio, a Roma, ho assistito alla celebrazione
del centenario della nascita di Amintore Fanfani
(Pieve Santo Stefano, 6 febbraio 1908),
promossa dall’omonima Fondazione.
Con Napolitano, Scalfaro, Ciampi, Andreotti
e Rutelli, c’erano molti anziani estimatori
(amici ed ex-avversari) dello statista aretino,
“cavallo di razza” della Democrazia Cristiana,
scomparso nel 1999, del quale mi onoro
di essere stato un sostenitore negli anni giovanili
del mio impegno in politica (1956-1968).
Anni in cui Fanfani guidava la spinta
verso quella politica di riforme e di intervento
dello Stato nell’economia che avrebbe trasformato
l’Italia arretrata e disastrata del dopoguerra
nel Paese del “boom” economico (sesto tra i “G7”),
della scuola aperta e garantita a tutti,
dello “Stato sociale” (contratti collettivi di lavoro,
pensioni, assistenza sanitaria gratuita, tutela
della maternità, cassa integrazione, costruzione
di case popolari, affitti ad equo canone…),
e che avrebbe sanato la piaga ormai secolare
dell’emigrazione forzata all’estero
di milioni di italiani in cerca di lavoro.

Francesco Paolo Casavola ha ricordato che Fanfani
veniva da una famiglia relativamente povera
(con 10 figli e il padre un piccolo avvocato
di provincia), ma abituata alla generosità
con i più poveri: ogni venerdì, anche nei periodi
di maggiore ristrettezza, i suoi genitori accoglievano
in casa alla loro mensa e sfamavano un povero
del paese. Da quella “infantile dimestichezza
con i poveri” sarebbe derivata la sua “ansia
di giustizia sociale”, che lo accomunava all’amico
Giorgio La Pira. A lui, che fu tra i protagonisti
dell'Assemblea Costituente, si deve la formula
dell’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia
è una repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Scalfaro ha detto, fra l’altro, che Fanfani sapeva
far funzionare, ogni volta, il ministero che andava
a dirigere: perché “sapeva ascoltare, sapeva dirigere
ma soprattutto sapeva comandare” facendo filare
quelli che dipendevano da lui. Così, la sua pluriennale
presidenza del Senato, è ancora oggi ricordata
per sua imparziale fermezza. I suoi interventi
in Parlamento erano, spesso, uno spettacolo
per la verve toscana delle sue battute.
Una volta, interrompendo alla Camera un deputato
comunista secondo il quale le case popolari
del “Piano Fanfani” erano “di cartone”, disse: “Onorevole …, provi a sbatterci le corna
e vedrà che non sono di cartone!”.

Il cardinale Achille Silvestrini, già segretario
di Stato del Vaticano, ha parlato della politica
estera di pace e del prestigio internazionale
di Fanfani, l’unico italiano chiamato a presiedere
l’Assemblea generale dell’Onu
(eletto con i voti di 110 Paesi su 114),
dal 1965 al 1966. Allora, la sua candidatura
a quell’alto seggio fu particolarmente sostenuta
dai Paesi dell’America Latina e del Terzo
Mondo, con i quali aveva stabilito
relazioni politiche privilegiate.

Nicola Bruni
6 febbraio 2008
Aldo Moro
ALDO MORO (1916+1978)
fu membro dell'Assemblea Costituente nel 1946-1947, deputato dal 1948,
più volte ministro,
cinque volte presidente
del Consiglio, segretario
politico e presidente
della Democrazia Cristiana.
Prima di essere sequestrato
e ucciso dalle Brigate
Rosse, era il candidato
più accreditato per
l'elezione alla carica di Presidente della Repubblica. Era anche un professore universitario di diritto penale, molto stimato
dagli studenti,
alla "Sapienza" di Roma.
Negli anni giovanili,
era stato presidente
nazionale della Fuci,
la federazione degli
universitari cattolici,
mentre il futuro papa
Paolo VI ne era
l'assistente spirituale.
Aldo Moro a Dasà (VV) nel 1939 con Padre Gregorio Inzitari, foto di Nicola Pace
Il giovane Aldo Moro, presidente
della Fuci, in visita a Dasà (VV) ,
il paese di mio padre, nel 1939,
ospite del frate domenicano
Gregorio Inzitari.
Foto inviata da Nicola Pace
La notizia del sequestro di Aldo Moro su La Repubblica del 16 marzo 1978
La notiza del rapimento
di Aldo Moro e dell'assassinio
dei cinque agenti
della sua scorta,
sul quotidiano La Repubblica
uscito in edizione straordinaria
il 16 marzo 1978.
La notizia dell'assassinio di Aldo Moro su L'Unità del 9 maggio 1978
La notizia del ritrovamento a Roma del cadavere di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse, sul quotidiano del Pci L'Unità, uscito in edizione straordinaria
il 9 maggio 1878.
Manifesti della DC
nel dopoguerra
Manifesto della Democrazia Cristiana del 1951 sulla riforma agraria, foto di Nicola Bruni
Manifesto della Democrazia Cristiana del 1948 sulla ricostruzione, foto di Nicola Bruni
Manifesti sulle realizzazioni
della Democrazia Cristiana
nel dopoguerra,
dalla Mostra sull'Italia
degli anni '40 e '50
al Vittoriano di Roma - 2007.
Foto di Nicola Bruni
1958 - Quando da liceale chiesi
un'intervista al ministro Moro
Il mio primo contatto con Aldo Moro risale
al mese di dicembre del 1958, dopo che
lo statista democristiano, allora ministro
della Pubblica Istruzione del secondo
Governo Fanfani, aveva emanato un decreto
che introduceva l'insegnamento
dell’educazione civica
nei programmi scolastici.
Ricorreva il decennale della Costituzione,
di cui Moro era stato, nel Comitato dei 75
dell’Assemblea Costituente, uno dei principali
estensori. Inoltre, il Governo Fanfani
aveva da poco varato un grande
“Piano di sviluppo della scuola”,
che prevedeva la costruzione di 150mila
nuove aule scolastiche, un aumento
degli organici degli insegnanti di 70mila
unità, la triplicazione delle borse di studio
per gli studenti capaci e meritevoli,
e un generale potenziamento delle attrezzature
didattiche, con un finanziamento aggiuntivo
al bilancio della Pubblica Istruzione
di 1386 miliardi di lire
(una cifra imponente a quel tempo),
scaglionato nel decennio 1959-69.

Perciò, io, all’epoca studente liceale di 17 anni,
ebbi l’idea di intervistare Moro per il giornalino
studentesco Augustus, di cui ero direttore,
su questi tre argomenti: attuazione
della Costituzione, insegnamento
dell’educazione civica e Piano
di sviluppo della scuola.
Telefonai alla sua segreteria:
mi chiesero di presentare le domande
per iscritto e di portarle al ministero,
in Viale Trastevere, dove fui ricevuto
dal segretario particolare del ministro,
Sereno Freato. Questi si scusò perché
Moro, in quel momento impegnato,
non poteva incontrami, e promise che
mi avrebbe richiamato appena possibile.
Non se ne fece più nulla, anche perché
a gennaio del 1959 il Governo Fanfani
cadde e Moro non fu confermato ministro.

In seguito, a partire dal 1960, come dirigente
del Movimento giovanile della DC e redattore
del settimanale dei giovani democristiani
“Italiacronache”, ho avuto molte
occasioni di incontrare Moro
e di ascoltarne dalla viva voce
gli interventi, tenuti nel corso di convegni
di partito o di manifestazioni pubbliche.
Il più memorabile è quello, durato
sette ore, che Moro pronunciò il 27
gennaio 1962 nel Teatro San Carlo
di Napoli, al VII Congresso nazionale
della Democrazia Cristiana, per
convincere (e ci riuscì ampiamente)
i delegati a dare avvio ad una politica
di centro-sinistra, d’intesa
con il Partito Socialista.

Dei suoi discorsi, ricordo il tono generalmente
elevato, signorile, spesso appassionato
ma sempre rispettoso degli avversari,
anche nelle polemiche più aspre,
lo stile (cosiddetto "moroteo") moderato,
attenuato nella scelta dei vocaboli
e ricco di eufemismi, la non comune
capacità di improvvisare
e portare a compimento complesse
circonvoluzioni sintattiche.

Moro aveva un alto senso dello Stato
democratico e, perciò, cercava di arrivare,
attraverso una paziente opera di mediazione
politica, a soluzioni che avessero il consenso
più ampio possibile e, comunque, il consenso
della maggioranza effettiva degli italiani.

Nicola Bruni
30 marzo 2008
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Due autografi di Aldo Moro
Lettera e biglietto inviati da Aldo Moro a Nicola Bruni
Le riproduzioni di due autografi di Aldo Moro,
su un bigliettino e su una lettera che lo statista
inviò a Nicola Bruni, rispettivamente
il 20 dicembre 1961 e il 2 dicembre 1977.
Quella lettera, di risposta, fu scritta da Moro
tre mesi prima del suo rapimento,
al quale seguì, dopo 54 giorni,
la morte ad opera delle Brigate Rosse.
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