Nel 1957 la decisione di firmare i trattati della Comunità europea fu una scelta politica "di parte",
che passò in Parlamento con i voti contrari del Pci e del Msi e l'astensione critica del Psi.
Se ne assunsero il merito storico la Democrazia Cristiana e i partiti socialdemocratico, liberale e repubblicano
L'Europa unita degli ideali
(in buona parte traditi)
Manifesto celebrativo del 1957 per la firma dei trattati europei, foto di Nicola Bruni
Qui sopra, manifesto celebrativo del 1957 per la firma dei trattati europei a Roma.
Sullo sfondo, un palazzo storico della Grand Place di Bruxelles.
Foto di Nicola Bruni
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C’ero anch’io, la mattina del 25 marzo 1957, nella Piazza del Campidoglio a Roma, sotto le finestre della Sala degli Orazi
e Curiazi dove si firmavano i trattati istitutivi dell’Europa a Sei, unita nel Mercato Comune e nell’Euratom.
C’ero anch’io, tra la folla degli europeisti,
con l’entusiasmo dei miei 15 anni.
Volevo essere testimone, sostenitore
e in qualche modo partecipe di un atto
politico che, speravo, avrebbe cambiato
la storia del nostro continente
orientandola nel senso della pace
e dell’amicizia tra i popoli.

C’ero anch’io ad applaudire i lungimiranti
firmatari di quei trattati: il tedesco
Konrad Adenauer, il francese Christian
Pineau, il belga Paul Henry Spaak,
l’olandese Joseph Luns,
il lussemburghese Joseph Bech, gli italiani
Antonio Segni e Gaetano Martino.

Conservo ancora, tra i cimeli del mio
archivio storico, un volantino
celebrativo diffuso in quella circostanza
dalla Democrazia Cristiana,
con l’immagine di Alcide De Gasperi
e la citazione di un suo auspicio
profetico del 1953: “Finalmente
le frontiere in Europa vengano
abbassate e si abbia una Comunità
sola e una libera circolazione
sia per le persone che per le cose
e soprattutto per il lavoro”.

Allora, ricordo, quella di firmare i trattati
europei, fu in Italia una scelta politica
“di parte”: il Partito Comunista
l’avversò e votò contro la ratifica
in Parlamento; il Partito Socialista
si astenne manifestando molte riserve;
i neofascisti del Movimento Sociale
erano, nazionalisticamente, contrari.
Ma quella scelta passò, grazie
alla Democrazia Cristiana, al Partito
Socialista Democratico, al Partito
Liberale e al Partito Repubblicano,
che ne assunsero la responsabilità
e il merito storico.
Roma, Campidoglio, foto di Nicola Bruni
L'Unione Europea è andata, per certi
aspetti, molto al di là delle aspettative
del 1957, passando da 6 a 27 Stati
membri e abbracciando anche gran parte
di quell'Europa orientale che, all'epoca, era
sottomessa alla dominazione sovietica
e tagliata fuori dalla Cortina di ferro.
Ha assicurato una pace duratura
e promosso l'amicizia tra i popoli
europei, dopo millenni di guerre.
Ha realizzato la libera circolazione
dei cittadini, come persone e come
lavoratori, e delle merci, aprendo
le frontiere e abolendo le dogane interne.
Ha sviluppato la cooperazione economica,
culturale, scientifica e tecnologica
tra i Paesi membri, consentendo
tra l'altro a molte migliaia di giovani
di fruire di soggiorni di studio all'estero
del programma Erasmus.
Ha aumentato notevolmente
il benessere complessivo dei suoi popoli.
Ha istituito una moneta comune,
che favorisce la stabilità monetaria
dei Paesi aderenti, anche se - per
una pessima gestione interna -
ha raddoppiato l'inflazione in Italia.

Detto questo, bisogna d'altra parte
riconoscere che sono falliti finora
i tentativi di realizzare non solo
l'integrazione politica in uno Stato
federale, ma anche una politica estera
comune ed un esercito europeo integrato.

Se è stata assicurata la pace "tra di noi",
non è stata ripudiata la guerra imperialista,
colonialista e di aggressione
nei confronti di Paesi terzi. Così
la Gran Bretagna ha avuto mano libera
per attaccare prima l'Afghanistan
e poi l'Irak, al seguito degli Usa,
senza chiedere né ottenere il permesso
dell'Unione Europea; e la Francia può
mandare autonomamente le sue truppe
per regolare i conflitti interni nelle ex
colonie africane e mantenervi al potere
i dittatorelli corrotti che sono
al servizio dei suoi interessi.
Inoltre, vediamo che di fatto l'Unione
Europea è per metà agli ordini
del Governo di Washington.

Devo dire anche che non mi piace
il sistema verticistico e oligarchico
con cui viene governata l'Unione
Europea, e che ha presieduto
all'elaborazione del trattato
costituzionale europeo, calato
"illuministicamente" dall'alto sulle teste
dei popoli (due dei quali, il francese
l'olandese, si sono ribellati bocciandolo
nei referendum).

Non mi piace l'Europa dei banchieri
e dei tecnocrati, che in nome
del liberismo (e di giganteschi interessi
economici privati) pretende
lo smantellamento dello Stato sociale
nei Paesi membri.

Non mi piace un'Europa in cui l'Italia,
Stato fondatore dell'Unione, si è ridotta
negli ultimi anni a farsi trattare da membro
subalterno al direttorio di Germania e Francia.

Non mi piace un'Europa senza identità
culturale, l'Europa del relativismo, che
censura le sue radici storiche cristiane,
pur non potendole estirpare, e diventa
un'aggregazione indistinta di Stati più
o meno democratici o liberal-oligarchici.

Nicola Bruni
In alto a sinistra,
il Campidoglio a Roma
(foto di Nicola Bruni).
.
Kylix del IV secolo a.C., foto di Nicola Bruni
Kylix ellenica
del IV secolo a. C.
(Berlino - foto di Paolo Bruni)
Tucidide
nuovo "patrono laico" del continente
Eschilo, Eschilo, che qui si Sofocle!
Attenti alle scale, che sono Euripide!”.

La cena di fine anno della Seconda C,
la classe più classica del liceo classico,
alla Taberna Magna della Caput Mundi
ebbe un incipit drammatico:
solo un soffio evitò che si trasformasse
in tragedia greca, per un guasto
all’impianto di climax
che fece mancare l’Arianna.

I convitati si precipitarono in giardino,
sferzati dalle battute del capocomico
Filippo: “Sileno! Tacito!
Senofo…nte remoto! Agapito?”.

Apparecchiata all’aperto una tabula rasa,
Filippo ordinò per tutti come Antipatro
un Platone di Pan… Eratostene
spalmato di Burro,
come Plauto principale una Pizia,
e per ultimo straccetti di Carneade.
Da bere, Acqua Marcia e succo di Meleagro.
Un menù spartano.

Quindi, Filippo attaccò una Filippica,
in attesa che arrivasse l’ospite d’onore,
il professor Tucidide,
mitico docente di greco e latino.

“M’Erode - mimò grattandosi - che Tucidide
sia in ritardo, ma sappiamo che è abituato
a prendersela con Commodo. In compenso,
è un prof Clemente e Caro.
Attenzione, però, a non pestargli un Callino!
Quando spiega i voli pindarici,
nella classe non si sente volare un Mosco,
bensì volteggiare un Arione…”.
Tucidide
Scherzi a parte, il professor Tucidide,
nato a Crotone e registrato all’anagrafe
come Tucci Demetrio,
si considerava un discendente
del popolo della Magna Grecia.

In quanto tale, pretendeva di aver diritto
ad un patronimico ellenizzante,
cioè ad un appellativo derivato
dal nome del padre, Tucci Democrito,
sul modello del Pelide Achille,
figlio di Peleo. Ma poiché Democritide
non gli suonava bene, e tanto meno
Tuccide, aveva adattato quest’ultima
forma al suo ruolo di grecista,
assumendo il classicissimo nome
d’arte di Tucidide nella commedia
dell’arte dell’insegnamento.

Per il suo antico concittadino Pitagora,
esibiva una grande ammirazione, e tuttavia
sosteneva di non condividerne la barba.
Coerentemente con il programma
della sua rappresentazione didattica,
che perseguiva l’obiettivo
di una cultura senza barba:
ossia liberata in primis dalla barba
metaforica della noia
e rallegrata dall’ironia,
e in secundis smascherata
dalle barbe finte, “onor del mento”
(il verbo “mento”), di una storiografia
bugiarda, che proponeva falsi valori
guerreschi e tendeva a nobilitare
personaggi ignobili, eventi criminosi
e comportamenti disumani.

Ironico, autoironico e… Satyricon,
il professor Tucidide aveva allenato
i suoi alunni a distinguere
dal tono della voce
se stesse scherzando sul serio
o parlando seriamente per scherzo,
e quindi a capire se, quando diceva pane,
intendesse alludere al vino, o viceversa.

A chi, per fargli un complimento,
lo definiva un tipo SUI GENERIS,
ribatteva che in verità era
SUI NUORIS,
suocero di sua nuora,
la giovane sposa dell’unico figlio.
Testa greca, in un museo di Berlino, foto di Paolo Bruni
La popolarità del professor Tucidide
tra gli studenti del liceo era cresciuta
da quando il suo eroe eponimo, lo storico greco del V secolo a. C. Tucidide, era stato elevato al rango
di santo patrono laico-pagano
dell’Europa unita.
Giacché i padri costituenti
della Convenzione di Bruxelles
avevano posto il suo nome
in apertura del Preambolo del progetto
di Costituzione europea, con questa
sua citazione di una frase di Pericle,
tratta dal secondo libro
della Guerra del Peloponneso:
“La nostra Costituzione si chiama
democrazia perché il potere non è
nelle mani di una minoranza, ma
della cerchia più ampia dei cittadini”.

Tucidide junior era intervenuto,
in un’assemblea studentesca,
a correggere una prima versione
manipolata di quel brano,
che faceva dire a Pericle:
“La nostra Costituzione si chiama
democrazia perché il potere
è nelle mani non di una minoranza,
ma del popolo intero”.

“Quale popolo intero? - aveva protestato -
Lo sanno anche i ragazzini delle medie,
che la Costituzione ateniese dell’età
di Pericle escludeva dai diritti politici
"l’altra metà del cielo", le donne,
e dal diritto di cittadinanza gli schiavi,
e che il potere nella polis di Atene fu,
di fatto, saldamente nelle mani di quel
ricchissimo principe per un trentennio”.
Testa di Pericle, in un museo di Berlino - foto di Paolo Bruni
Dall'antica Grecia abbiamo ereditato
anche la retorica e l'ipocrisia
Tornò sull’argomento durante la cena
della Seconda C, sollecitato
dall’invocazione corale dei commensali:
“Discorso! Discorso!”.

“E’ deprecabile - disse - che dal progetto
di Costituzione europea sia stato espunto
il riferimento all’eredità culturale
della civiltà ellenica, al fine di bilanciare
la censura delle radici cristiane.
Bisogna, infatti, sapere che dall’antica
Grecia l’Europa ha ereditato un immenso
patrimonio di idee, di cui fanno parte
i concetti politici, rigorosamente
al maschile, di democrazia e di demagogia,
di oligarchia e di tirannia, di monarchia
e di repubblica (la Politeia di Platone),
di aristocrazia e di innata disuguaglianza
fra gli esseri umani. E ancora:
la giustificazione della guerra
imperialista, la legittimazione
della schiavitù, la spartana
soppressione dei neonati deformi,
la superbia nei confronti di popoli
stranieri considerati di civiltà
inferiore e definiti barbari…”.

"Dagli antichi Greci - concluse
il professor Tucidide - abbiamo
imparato anche a dare un nome
alla retorica e all’ipocrisia”.

dal libro di Nicola Bruni
AD CATHEDRAM (2004)
Europa, statua di Sandro Chia a Roma - foto di Nicola Bruni
L'Europa, statua in bronzo di Sandro Chia,
a Roma in Via Cesare Battisti.
Foto di Nicola Bruni
Domande sull'Europa
Da quale pulpito?
Fatte molte ricerche, gli studenti della Terza H
si presentarono ferrati e agguerriti
all’incontro con l’euroesperto, professor
De Gallis, sulla “Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea”.

L’esperto illustrò ai liceali l’importanza
dei diritti enunciati, e concluse leggendo
la lettera di presentazione della Carta
inviata dal ministro dell’Istruzione
Letizia Moratti:

"Questi diritti sono destinati a rappresentare
le fondamenta della nuova Costituzione
europea che i governi dell’Unione hanno
già deciso di approntare raccogliendo
la volontà e le aspirazioni dei popoli.
I diritti della Carta riguardano tutti
gli aspetti della convivenza civile:
la pari dignità dei cittadini senza
differenze di sesso, religione ed etnia;
l’uguaglianza davanti alla legge;
la solidarietà per chi è povero e indigente;
la libertà di associazione e di impresa.
E’ un testo che affonda i suoi valori
nel corso dei secoli di storia europea
e di sviluppo di un pensiero nato con
i filosofi greci, cresciuto con il messaggio
cristiano, alimentato dall’umanesimo
rinascimentale e arricchito dagli illuministi
settecenteschi fino a sfociare nel contributo
dei padri della democrazia europea".
Donne in costume greco-cipriota a Roma, foto di Nicola Bruni
Quindi, si aprì un dibattito.
“Il nostro professore di storia - attaccò
Lucrezia - ci ha insegnato a valutare
l’attendibilità delle prediche a partire
dal pulpito dal quale vengono pronunciate:
ebbene, questa sulla pari dignità
dei cittadini senza differenze di sesso
viene da un complesso di istituzioni
politiche che hanno assegnato alle donne
solo 17 posti su 105 nella Convenzione
incaricata di elaborare la Costituzione
dell’Europa unita”.

“A proposito di pulpiti - intervenne Mattia -
ho letto che quello del presidente
della Convenzione, Valéry Giscard d’Estaing,
conserva una fama… adamantina,
poiché si ricorda che questo personaggio,
quando era capo dello Stato francese
più di venti anni fa, accettò una scandalosa
regalia di diamanti dal grottesco
e criminale ‘imperatore’ centroafricano
Bokassa, accusato di cannibalismo
Il privilegio monarchico
contro il principio di uguaglianza
“Vorrei sapere - domandò Claudia - come
si concilia il principio dell’uguaglianza
dei cittadini di fronte alla legge
con il privilegio monarchico vigente
in sette Paesi membri dell’Unione,
in cui si può diventare capo dello Stato
solo per diritto ereditario di nascita”.

Il ministro Moratti - obiettò Paolo - ha
scritto che la Carta dei diritti affonda
i suoi valori in secoli di storia europea
e di sviluppo di un pensiero cresciuto
con il messaggio cristiano.
Ma, allora, perché si è consentito
al primo ministro francese Jospin,
ex trozkista, di censurare dal suo primitivo
preambolo il riferimento al retaggio
culturale, umanistico e religioso
dei popoli europei, per sostituirlo
con quello ad un più generico
patrimonio spirituale e morale?”.

“In effetti - si associò Marco - il vertice
dell’Ue ha censurato il fondamentale
contributo dato dal cristianesimo
alla definizione dell’identità culturale
europea anche nella Dichiarazione
di Laeken del dicembre scorso,
definendo l’Europa come
continente dei valori umanistici,
della Magna Charta, del Bill of Rights,
della rivoluzione francese
e della caduta del Muro di Berlino,
e non anche dei valori cristiani.
Professore, non le sembra, questa,
una manifestazione di oscurantismo
laicista?”.
Schiavismo e intolleranza
nel passato dei popoli europei
“Purtroppo - si inserì Isabella - nel
patrimonio morale dei popoli europei,
di cui parla la Carta, ci sono anche
gravissime pecche del passato, come
la tratta degli schiavi africani,
il genocidio degli amerindi, le numerose
vittime dell’intolleranza politica,
religiosa e antireligiosa, le teste
ghigliottinate in nome della liberté
e della fraternité, le discriminazioni
di classe, l’oppressione imperialista
e colonialista, lo sfruttamento degli operai,
lo stalinismo, il nazismo, il fascismo,
il razzismo, l’olocausto ebraico
e lo sterminio di molti altri milioni
di esseri umani nelle due guerre mondiali.
Non possiamo fingere che non facciano
parte integrante della nostra storia
di europei, ma dobbiamo avere
il coraggio di ricordarle, per poter dire
MAI PIU'”.
Se entra la Turchia
perché non anche la Libia?
“Ho letto - disse infine Gianni - che ai lavori
della Convenzione partecipano anche
rappresentanti della Turchia, in quanto
Paese candidato all’Unione europea.
Ma se facciamo entrare in Europa
la Turchia musulmana,
con la conseguenza di spezzarne
l’identità culturale cristiana, perché
non dovremmo aprire le porte anche
ai popoli della sponda meridionale
del Mediterraneo (arabi, berberi,
israeliani e libanesi) al fine
di riconvertire politicamente
questo bacino in Mare nostrum?
E se l’Unione sconfina dal continente,
perché dovremmo ancora chiamarla
europea? Inventiamoci un altro nome:
per esempio, Unione euro-mediterranea”.

A quel punto, il professor De Gallis avrebbe dovuto replicare ai diversi interventi.
Invece, alzò le mani e disse: “Basta,
mi arrendo. Io ormai ho una certa età,
e me ne devo andare. L’Unione europea,
o come caspita volete chiamarla,
giovani di belle speranze, costruitela voi”.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 aprile 2002
Berlusconi ha un grande sogno: Russia, Turcha e Israele nell'Unione europea - di Nicola Bruni
NON C'E' EUROPA CON IL RELATIVISMO DEI VALORI

Non è motivo di sorpresa che l'Europa odierna,
mentre ambisce di porsi come una comunità di valori,
sembri sempre più spesso contestare che ci siano valori universali ed assoluti?

Questa singolare forma di "apostasia" da se stessa, prima ancora che da Dio,
non la induce forse a dubitare della sua stessa identità?

BENEDETTO XVI
24 marzo 2007
VISITATORI: