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| A che serve studiare? Sulla risposta
a questa domanda c’è una controversia
antichissima, che risale al V-IV secolo a. C.,
quando, nella Grecia classica,
compaiono i cosiddetti sofisti: Protagora,
Gorgia, Antifone, Prodico, Ippia…
Chi sono? Sostanzialmente, i primi
cattedratici dell’insegnamento superiore
che la storia della cultura ricordi,
precursori degli attuali “baroni universitari”.
Ammantati di porpora e della boria
dei sapienti, i sofisti impartiscono in Atene corsi di lezioni, che durano dai tre ai quattro anni, a giovani di famiglie benestanti, facendosi pagare molto caro.
Protagora, il più esoso di tutti, chiede ad ogni studente, per un corso completo, diecimila dracme, che, raffrontate con la paga giornaliera di una dracma corrisposta
ad un operaio qualificato, costituiscono
l’equivalente di 27 anni di lavoro
di un salariato ateniese.
Pochi anni dopo, con l’aumento
dell’offerta, Isocrate pretenderà solo
mille dracme per il suo corso.
Il progetto educativo dei sofisti era rivolto
alla vita pubblica, e quindi aveva
finalità essenzialmente pratiche:
formare dei cittadini capaci
di amministrare bene gli affari propri
e quelli dello Stato, abili nell’arte
della parola, della comunicazione
e della persuasione (ma anche
della menzogna e del raggiro), piuttosto
che persone sagge, virtuose e amanti
della verità secondo l’ideale platonico.
Alla nostra domanda, Platone - la cui
Accademia era una comunità educativa
senza fini di lucro - avrebbe risposto invece
con frasi del tipo: “all’individuazione
del bene e del bello” oppure
“al raggiungimento della vera conoscenza”.
Aristotele annotò al riguardo, nell’VIII libro
della Politica: “L’educazione corrente
rende molto più difficile scegliere,
e non mette affatto in chiaro, se si debba
insegnare ciò che è utile alla vita
oppure ciò che conduce alla pratica
della virtù e alle cose più ricercate.
Entrambe queste alternative
hanno trovato dei difensori”. |
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| Peraltro, secondo la paideia classica,
ciò che contava nello studio non era
la quantità del saputo bensì il soggetto
che sapeva, ovvero lo sviluppo della
personalità e delle abilità del discente,
che veniva educato non tanto
al conseguimento di risultati quanto
ad uno stile di vita. E l’immagine
della vita come un teatro era
l’espressione metaforica di questo
modello educativo, nel senso che,
come sulla scena quello che importa
non è il ruolo che si svolge (servo o
padrone) ma come lo si recita, così
nella vita ciò che deve contare di più
è il modo di viverla.
Di qui, l’espressione stereotipa
“cadde da quel valoroso che era”,
con cui Omero voleva significare che
vero uomo è colui che sa perdere con stile. |
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| La questione è ripresa nel volume
“Perché l’università?
Riflessioni sull’etica del sapere”,
a cura di Isabella Ceccarini
e Pier Giovanni Palla (Edimond 2007),
che propone una stimolante antologia
di interventi sul tema, selezionati
dalle pagine della rivista Universitas
della Fondazione Rui,
di 42 personalità italiane e straniere.
Maurizio Bettini osserva che già nella Grecia
del IV secolo a. C. esisteva una tendenza
a criticare certi tipi di studio ritenuti
non utili alla vita pratica e pertanto
“superflui”, e che ancor oggi è viva,
nelle università, la contrapposizione
fra chi sostiene lo studio e la ricerca
solo come attività “finalizzate”
(al conseguimento di risultati economici)
e chi è interessato ad attività “pure”.
E avverte: se vinceranno coloro che
ritengono che sia necessario insegnare
solo “ciò che è utile alla vita”, togliendo
i finanziamenti alle altre attività
didattiche e di ricerca, la scienza
e la cultura moriranno in pochi decenni. |
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| Viceversa, l’universitas medioevale,
nata e sviluppatasi nell’Europa cristiana
delle cattedrali sotto forma di comunità
di studenti e professori, puntava alla
“felice unione di un sapere sapiente
con un sapere utile” e alla convergenza
dei diversi saperi in un’unica direzione
(uni-versum), quella indicata dalla teologia:
la ricerca della verità, del bene e di Dio.
Ma oggi questo duplice equilibrio pare rotto:
nell’odierna società dell’avere, ciò che
maggiormente si domanda all’università
è un sapere utile, mentre la parcellizzazione
della ricerca ha prodotto l’incomunicabilità
dei saperi, con il conseguente passaggio
dall’uni-versum al multi-versum.
Ciò non toglie che ci sia anche un dialogo
tra studiosi di saperi diversi o che professano fedi e culture diverse, e che ci siano anche comunità universitarie (particolarmente quelle di ispirazione religiosa) orientate
verso una precisa direzione educativa
o che obbligano (come quelle inglesi
e americane) tutti gli studenti a seguire
determinate materie di cultura generale. |
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| Nella sua introduzione al volume,
Giuseppe dalla Torre sostiene la necessità
di rivalutare lo “spirito accademico”
della tradizione universitaria europea,
fondato sul “rispetto del vero,
una mentalità critica, la libertà
interiore, la finalizzazione della ricerca
alla propria scelta vocazionale,
un impegno alla formazione continua
di sé, l’insoddisfazione per ogni risultato
conseguito e la spinta a procedere oltre,
la necessità di una auctoritas,
un sentimento solidaristico
verso la società e il bene comune”.
Stefano Zamagni argomenta che lo studioso
non può disgiungere il rispetto del vero
dal senso critico, che funziona
da metodologia della ricerca e segnala
il carattere limitato, rivedibile
e riformabile, di ogni conoscenza.
Alejandro Llano distingue tra informazione
e conoscenza. L’informazione è qualcosa
di esterno, che si trova a nostra disposizione
e che ha valore soltanto per chi sa come
utilizzarla. La conoscenza invece è una
crescita interna, un progresso verso noi stessi,
un arricchimento del nostro essere pratico,
un potenziamento della nostra capacità
operativa, che continua per tutta la vita. |
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| D’altra parte, Nikolaus Lobkowicz
denuncia la retorica paludata
delle cerimonie celebrative,
volta a rivendicare un’autonomia
dell’istituzione universitaria
che assumerebbe sempre più il carattere
di un’ossequiosa e ingiustificata ideologia,
a copertura di privilegi e interessi personali
dei professori. E “svela”: “Gli studenti vanno
all’università non perché si siano impegnati
con la verità, ma perché vogliono
prepararsi a una professione dalla quale
si aspettano un reddito consistente”.
Michelangelo Peláez punta l’indice accusatore contro “la mancanza di giustizia
nell’università”, come causa di gravi danni
educativi, e fa un elenco di occasioni
che ogni docente ha di “essere e apparire
giusto”: rispettare gli appuntamenti
con gli studenti, curare la qualità
dell’insegnamento, seguire il lavoro delle
tesi di laurea e di altre esercitazioni,
rendersi disponibile per chiarimenti
didattici, svolgere gli esami in un clima
sereno e ordinato, rinunciare
a interessi extra-accademici,
non approfittare del proprio ruolo
per conseguire vantaggi economici
e posizioni di potere sociale e politico. |
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| Luciano Corradini richiama una concezione
della didattica come interazione
tra docente e discente
(anziché trasmissione unidirezionale)
che fa degli studenti non soltanto
“consumatori” ma anche “produttori”
del sapere, nel dialogo - “talora implicito
e immaginario e talora esplicito e reale” -
che si svolge durante la lezione,
nei seminari, nei laboratori,
nell’elaborazione della tesi di laurea
e, oggi, anche nello scambio di messaggi
di posta elettronica tra allievi e professori.
Così, grazie alla telematica, ciò che
si perde in termini di presenza fisica
e psicologica, si recupera nel dialogo
personalizzato e nell’offerta agli studenti
di indicazioni e di materiali,
con una capillarità e una tempestività
che prima erano impossibili. |
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| Per Emanuele Samek Lodovici,
la ricomposizione dell’unità del sapere
può avvenire in forma sapienziale
nell’interiorità della persona.
Ciascuno di noi deve cercare di stabilire
una proporzione e un rapporto tra le cose
che sa nel campo della sua professione
e quelle che dovrebbe sapere come uomo,
e che riguardano il senso della sua vita,
il suo destino dopo la morte, la sua capacità
di ben vivere, di mettersi in positiva relazione
con gli altri e di ben morire, avendo
come criterio di giudizio della qualità
del proprio sapere (il “sapore del sapere”)
la qualità della propria vita.
Altri ritengono che il pluralismo delle culture
possa trovare un comune denominatore
nell’assunzione dei valori universali
della pari dignità di tutti membri
della famiglia umana, della loro libertà
di coscienza, del loro diritto all’istruzione,
alla salute, alla pace, alla giustizia:
assunzione di valori da cui derivano obblighi
morali di solidarietà internazionale. |
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| Secondo Lorenzo Revojera, gli studi superiori
dovrebbero formare uomini e donne capaci
di ragionare in termini universali,
progettare su scala almeno internazionale,
di guardare “oltre i confini”, sia quelli
segnati sulle mappe, sia quelli - purtroppo
molto più radicati - che sono incisi
nelle coscienze e nei cuori.
Giovanni Paolo II vede l’istituzione
universitaria come “palestra nella ricerca
della verità”, dalle verità più semplici
alle verità più profonde, “come quelle
sul senso dell’agire umano e sui valori
che animano l’attività individuale
e comunitaria”: una ricerca che non può
ignorare “quanto importante sia stata
la religione nella formazione delle culture”,
e che non deve aver timore
di “aprire la conoscenza alla fede”.
Quindi, esorta l’università ad “attingere
a quei valori che accomunano
e insieme distinguono un popolo dall’altro”,
per divenire cattedra di una cultura
capace di armonizzare il genio individuale della propria nazione
con i valori spirituali dell’intera umanità. |
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| Piero Tosi rileva che negli ultimi anni
l’internazionalizzazione dell’università,
avviata con il programma di cooperazione interuniversitaria Erasmus, ha subito una forte
accelerazione per effetto di nuove politiche
sia a livello europeo sia a livello nazionale.
Il salto di qualità è stato fatto con il varo
del programma Socrates, che impegna
gli atenei a dotarsi di organismi e piani
di gestione capaci di governare
l’insieme degli scambi, della mobilità
e dei programmi scientifici con partner
europei e anche extraeuropei.
Si torna, dunque, in direzione dell’ideale
medioevale della "peregrinatio academica'"
affrontata dai pellegrini del sapere,
"magistri et scholares", che anticiparono
il superamento delle singole nationes
nelle più antiche università d’Europa.
Segno che studiare significa anche
aprirsi al mondo.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
10 giugno 2008 |
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