| Nel quarantennio precedente lo scoppio
della Grande Guerra, in cui la ricca borghesia
europea si divertiva, e la monarchia sabauda
celebrava il suo trionfo a Roma
nella dispendiosa costruzione del Vittoriano,
la nuova “madrepatria” italiana cacciava
praticamente dal Bel Paese circa 14 milioni
di suoi figli, dopo averli abbandonati
nella disperazione della miseria:
oltre 5 milioni negli anni dal 1876 al 1900
e quasi 9 milioni dal 1901 al 1913.
Una sconvolgente tragedia, che i nostri libri
di scuola hanno a lungo minimizzato o nascosto,
perché disturbava la mitologia risorgimentale,
e che è proseguita fino ai primi anni ’70
del Novecento totalizzando oltre 26 milioni
di espatri permanenti: una cifra pari all’intera
popolazione del Regno censita nel 1861.
Allora, “fatta l’Italia”, come disse Massimo
D’Azeglio, bisognava “fare gli italiani”.
Invece, l’egoismo, la prepotenza, l’insipienza
e la vanagloria dei re sabaudi,
dei loro governi e delle classi dirigenti borghesi
portarono a “disfare” ampiamente il popolo
italiano. E, come se non bastasse l’emigrazione
di massa, vi si aggiunsero i massacri
e le rovine di due guerre mondiali.
All’inizio, erano le regioni del Nord
a fornire il maggior numero di emigranti;
ma poi, dopo lo sfascio dell’economia
delle regioni meridionali causato dalla politica
di colonizzazione dei governi “piemontesi”,
la situazione si capovolse e il primato
passò alla Sicilia e alla Campania.
Nei primi decenni, le compagnie di navigazione
organizzarono una vera e propria
“leva migratoria”, con una propaganda
insistente che mostrava immagini
invitanti dei Paesi d’oltreoceano
e prometteva facili ricchezze
a chi vi si fosse trasferito.
Molti vendevano tutto, o si indebitavano,
per pagarsi il viaggio, anche se, arrivati
a New York dopo un’orribile traversata,
poteva capitargli di essere respinti,
o perché ammalati, o perché analfabeti,
o perché era stata già superata la quota
annua di immigrazione italiana stabilita.
Ma né in America né altrove i “trasmigratori”
trovavano le strade “coperte d’oro”:
le trovavano coperte, invece, “di pietre molto
dure”, come documenta il nuovo libro
di Maria Rosaria Ostuni e Gian Antonio Stella
“Sogni e fagotti - Immagini, parole e canti
degli emigranti italiani” (ed. Rizzoli).
Ed è proprio su quelle pietre dure che molti
nostri connazionali espatriati, lavorando,
risparmiando e mangiando “pane
dalle sette croste”, si sono fatti strada.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola - 1 febbraio 2006 |
|
| Due famiglie di emigrati di Arena (Vibo Valentia)
degli anni 1930.
Foto di Stella Cesarelli |
|
| | | |
|
 |
| Santa Francesca Cabrini
(1850 + 1917)
patrona di tutti i migranti |
|
| **************************** |
|
| Serie di foto tessera
di emigranti di Arena
(Vibo Valentia),
realizzate intorno al 1930
da mia madre Stella Cesarelli. |
|
| **************************** |
|
| Mia madre Stella Cesarelli
(1907 + 1984) |
|
| La macchina fotografica
con cui furono riprese le foto
di emigranti e familiari
pubblicate in questa pagina.
Foto di Nicola Bruni |
|
| **************************** |
|
| Le classifiche
migratorie
per regioni |
|
| PERIODO 1876-1900
1) Veneto 941mila - 17,9%
2) Friuli 847mila - 16,1%
3) Piemonte 709mila - 13,5 %
4) Campania 521mila - 9,9 %
5) Lombardia 519mila - 9,9 %
6) Toscana 290mila - 5,5 %
7) Calabria 276mila - 5,2 %
8) Sicilia 226mila - 4,3 %
*
PERIODO 1901-1915
1) Sicilia 1127mila - 12,8 %
2) Campania 955mila - 10,9 %
3) Veneto 882mila - 10,1 %
4) Piemonte 831mila - 9,5 %
5) Lombardia 824mila - 9,4 %
6) Calabria 603mila - 6,9%
7) Friuli 561mila - 6,4%
8) Abruzzo 487mila - 5,5% |
|
| ****************************
**************************** |
|
|
 |
| La maestra degli emigrati
che "fece l'Italia" all'estero |
|
| Il 13 novembre la Stazione centrale di Milano
è stata intitolata ad una maestra del Lodigiano,
la suora missionaria Francesca Cabrini (1850+1917),
che la Chiesa cattolica venera come santa
e patrona di tutti i migranti. Un’autentica “patriota”
che, negli anni della Belle époque dei ricchi
e dell’emigrazione in massa dei poveri, contribuì
con un’opera prodigiosa a “fare l’Italia”…
all’estero, restituendo dignità a molti suoi figli
costretti dalla miseria ad espatriare,
e insegnandogli a ritrovare il rispetto
e l’amore per le proprie origini.
Da quella stazione madre Cabrini era partita
tante volte, diretta nelle Americhe
(Stati Uniti, Argentina, Brasile, Nicaragua, Panama)
o in Francia, Spagna, Inghilterra, per istituirvi
scuole, orfanotrofi, convitti femminili, ambulatori,
ospedali, case di riposo, centri sociali e servizi
di assistenza (anche nelle carceri) per gli immigrati
italiani, abbandonati a se stessi dalla Patria.
Giunta a New York nel 1889, su impulso del papa
Leone XIII e del santo vescovo di Piacenza
Giovanni Battista Scalabrini, l’intrepida maestra
lombarda si rese conto subito che lì gli italiani
erano “trattati come schiavi”, vi aprì una scuola
come punto di partenza per il loro riscatto,
e riuscì a coinvolgere nelle iniziative
di solidarietà con i più poveri
i connazionali che avevano fatto fortuna.
Visti i risultati, erano gli ammiratori della sua
opera che si offrivano di aiutarla ad espandersi.
Alla sua morte, madre Cabrini lasciò 67 istituzioni,
affidate a 1300 consorelle della congregazione
da lei fondata: un piccolo esercito di donne,
che avevano imparato a lavorare come
insegnanti, infermiere, manager,
factotum e mamme degli orfanelli.
Nel 1909 aveva ottenuto la cittadinanza
degli Stati Uniti. Nel 1946 divenne
la prima santa di quel grande Paese.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 dicembre 2010 |
|
| Rimpatriati al Vittoriano |
|
| con il Museo nazionale dell'emigrazione |
|
|  |
| Fu uno schiaffo alla miseria di milioni di italiani
costretti ad emigrare dall’Italia unita,
la dispendiosissima costruzione del Vittoriano,
il gigantesco complesso monumentale
che i Savoia fecero erigere nel centro di Roma
fra il 1885 e il 1911 per glorificare
il re Vittorio Emanuele II.
Oggi, a quasi un secolo di distanza,
la Repubblica compie un gesto concreto
di risarcimento morale verso le vittime
di quello spreco, collocando al suo interno
- quasi un rimpatrio della patria esiliata -
un Museo nazionale dell’emigrazione italiana.
L’esposizione, inaugurata dal Capo dello Stato
il 23 ottobre 2009, racconta fra l’altro
le storie dolorose delle “carrette del mare”
che trasportavano al di là dell’oceano
in condizioni orribili le “tonnellate umane”
dei nostri emigranti, gli innumerevoli decessi
per malattie contratte durante la traversata,
i tanti naufragi di navi registrate
e di “vascelli fantasma” con molte migliaia
di affogati. E rievoca il caso particolarmente
pietoso del veliero “Matteo Brazzo”,
che nel 1884, dopo un viaggio di tre mesi
per raggiungere l’Uruguay con 1333 migranti
e 20 morti di colera, fu crudelmente respinto
a cannonate dal porto di Montevideo.
A quell’epoca (la Belle époque dei ricchi),
la miseria nelle campagne era così nera
e senza speranza che, secondo Francesco
Saverio Nitti, ai poveri si prospettava
come unica via di uscita il dilemma
tra diventare “brigante o emigrante”.
Un rimedio temporaneo per campare la vita
poteva essere la vendita di uno o più figli:
“Tra Ottocento e Novecento - si legge
in un’informativa del museo - i bambini
erano venduti a decine di migliaia
per 100 lire l’uno, a trafficanti che
li rivendevano alle miniere americane,
ai cantieri svizzeri, alle vetrerie francesi…”.
Anche questo, è successo nella storia
dell’Italia unita.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola - 20 novembre 2009 |
|
|  |
|  |
| Qui sopra, foto di Nicola Bruni
dal Museo nazionale dell'emigrazione italiana al Vittoriano:
- emigranti italiani in partenza da una stazione ferroviaria;
- venditori ambulanti italiani in Argentina (ca. 1900). |
|
|
|
| |