Speciale DONNA
Tanto gentile e tanto onesta pare...
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Dante incontra Beatrice a Firenze davanti alla Galleria degli Uffizi
(foto di Nicola Bruni)
Nonostante l’unanime celebrazione della Festa della donna
l’Altra-metà-del-cielo nell’orizzonte politico italiano continua ad essere rappresentata da una…
Nuvoletta rosa
Contro l'uso maschilista della lingua
Fornero senza "la"
“Non mi piace sentir dire ‘la Fornero’.
Dite ‘Fornero’ e basta,
così come dite ‘Monti’ ”.
Con questo richiamo antimaschilista
la ministra del Lavoro Elsa Fornero
ha rimproverato i giornalisti abituati
a mettere un articolo discriminatorio
solo davanti ai cognomi delle donne.
Tipo: “Sarkozy e la Merkel”.

E’ passato un quarto di secolo da quando
(1987) la Presidenza del Consiglio
dei ministri pubblicò un manuale
di “Raccomandazioni per un uso
non sessista della lingua italiana”,
a cura di Alma Sabatini, che fra l’altro
additava negativamente proprio
un caso del genere.

Quelle raccomandazioni poi sono andate
a vuoto. Se invece fossero applicate,
in nome della pari dignità fra i sessi,
dovremmo trovare declinati anche
al femminile i nomi di titoli,
professioni e mansioni: per esempio,
architetta (non architetto donna),
ingegnera (come infermiera), avvocata
(come nella preghiera Salve Regina),
magistrata, notaia, medica chirurga,
sindaca, assessora, direttrice,
ambasciatrice, prefetta, sottosegretaria
di Stato, soldata, marescialla,
capitana, colonnella, ammiraglia.

Per una serie di nomi, il femminile
dovrebbe essere distinto dal maschile
mediante l’articolo: la vigile, la giudice,
la presidente, la dirigente,
la capostazione, la sergente, la generale,
la manager, la leader, la poeta, la profeta.

Il manuale di Sabatini sconsiglia l’uso
del suffisso -essa, specialmente
in forme goffe di femminilizzazione
come vigilessa e soldatessa (o addirittura
cantantessa, che mi è capitato
di sentire dal Tgr Rai della Calabria),
e lo ammette solo in quei casi
in cui non rivesta una connotazione
svalutativa, come in studentessa
e dottoressa.
A insediare un efficace sostituto
di professoressa, hanno già provveduto
gli studenti, chiamando simpaticamente
'prof' i loro insegnanti, femmine e maschi.

Nicola Bruni
La Tecnica della Scuola
5 febbraio 2012
LA REGOLA M
C’è una regola non scritta
nella “Costituzione materiale”
della Repubblica Italiana:
la Regola M, del Maschilismo
politico dominante.
Si compone di tre commi.
Il primo prescrive che quasi
tutti i posti di comando siano
assegnati, per cooptazione
della classe dirigente, a persone
di sesso anagrafico maschile.

Il secondo concede di norma
a quelle di sesso femminile
spazi istituzionali compatibili
con la classica “eccezione
che conferma la regola”,
anche al fine di assicurare
l’assolvimento
di funzioni decorative…
tenuto conto che l’occhio
(dell’Homo politicus)
vuole la sua partner.

Il terzo comma istituisce
due cariche ornamentali
di First lady,
una per l’eventuale consorte
del Capo dello Stato
(cui spetta il titolo onorifico
di Donna) e l’altra
per l’eventuale consorte
del Capo del Governo
(che ha diritto ad essere
chiamata Lady),
premesso che nessuno
di questi due grandi Capi
potrà mai essere una Capa. [...]

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
5 marzo 2006
Link con articoli
sulle donne
Link con l'articolo di Nicola Bruni su MADRE TERESA DI CALCUTTA
Link con l'articolo di Nicola Bruni su ANNALENA TONELLI
Link con l'articolo di Nicola Bruni su SUOR EMMANUELLE DEL CAIRO
Link con un articolo su Maria Bonino
Santa Ildegarda di Bingen
Link - Le donne testimoni della passione e della resurrezione di Gesù
Che cos'è l'uguaglianza?
Una bella donna,
sembra rispondere il testo di storia
per la scuola media che sto
consultando. Il libro mette in pagina,
con la Rivoluzione francese,
un’incisione del 1793 raffigurante
una muliebre Egalité che regge
la “Dichiarazione dei diritti
dell’uomo”. Peccato che quei
“diritti dell’uomo” si applicassero
soltanto ai maschi.

Voglio dire che, se si va a vedere
che cosa c’è dietro la retorica
delle solenni dichiarazioni
di principio sull’uguaglianza
e delle seducenti personificazioni
femminili utilizzate per propagandarle,
si scopre, non solo nel passato,
una scandalosa condizione
di disuguaglianza imposta
alle donne, almeno in Italia,
dal prepotere maschilista.
Io, la considero scandalosa;
ma, d’altra parte, non mi sembra
che una tale disuguaglianza
sia avvertita come uno scandalo
dalla maggior parte di quei politici
che hanno celebrato
il 60° anniversario
dell’estensione del diritto
di voto alle donne italiane,
sancita il 1° febbraio 1945
da un decreto del Governo Bonomi.
In quel testo, ci si “dimenticò”
di estendere alle donne anche
l’eleggibilità: alla quale provvide
un altro decreto del successivo
Governo De Gasperi, emanato
a ridosso delle elezioni
amministrative del marzo-aprile
1946, che registrarono la prima
partecipazione femminile al voto
in Italia (con circa 2000 elette
nei consigli comunali).
Nelle votazioni del 2 giugno 1946,
poche furono le donne candidate
(226) all’Assemblea costituente,
e solo 21 quelle vincenti,
su 556 deputati.

A distanza di due generazioni,
la situazione non è molto migliorata:
dopo le elezioni politiche del 2013
le donne presenti in Parlamento
(sostanzialmente per nomina
dei capi partito) sono aumentate
sensibilmente rispetto alla precedente
legislatura (quando erano il 21,4
per cento alla Camera e il 18,7 per cento
al Senato), ma restano in netta
minoranza, benché le donne elettrici
siano in maggioranza nel Paese.

Nei primi trent’anni di repubblica
democratica, il massimo
del potere femminile in Italia fu
qualche posto di sottosegretario.
Il primo fiore all’occhiello di una
donna ministro (Tina Anselmi)
se lo mise il terzo Governo
Andreotti nell’estate del 1976.

Quasi trent’anni dopo,
con il Berlusconi III, le ministre
erano soltanto due...
come in Afghanistan, una in meno
del Governo Prodi I e quattro
in meno del Governo D’Alema
e del Governo Prodi II, che ne
hanno avute sei ciascuno.
Nel Governo Berlusconi
IV, dal 7 maggio 2008,
c'erano 4 donne su 22 ministri,
poi salite a 6 su 24.
Nel Governo Monti,
dal 16 novembre 2011,
sono entrate 3 donne
(Cancellieri, Severino e Fornero)
con dicasteri importanti
(Interno, Giustizia e Lavoro)
su 19 ministri.
Nel Governo di Enrico Letta,
dal 27 aprile 2013,
le donne sono salite a 7
su 22 ministri, meno di un terzo.

Nessuna donna è mai stata elevata
alle cariche di presidente
della Repubblica, del Senato,
della Corte costituzionale,
ma tre distinte signore
hanno potuto conquistare
la presidenza della Camera:
Nilde Iotti, Irene Pivetti
e Laura Boldrini, presidente
in carica dal 16 marzo 2013.

La Corte costituzionale, composta
da 15 membri, ha ancora un'unica
“rosa” all'occhiello (Maria Cantabria,
designata da Napolitano il 2 settembre 2011, come terza donna giudice
in 56 anni, al posto della scomparsa
Maria Rita Saulle),
mentre l’Assemblea di Palazzo
Madama ha avuto solo due
“madame” (Camilla Ravera
e Rita Levi Montalcini) come
senatori a vita, su 33 di nomina
presidenziale avvicendatisi dal 1948.

Il 20 ottobre 2011, il presidente
del Consiglio Berlusconi ha designato
come governatore della Banca d’Italia
(il decimo dell'era repubblicana)
un altro uomo, Ignazio Visco...
anche perché nel Bel Paese la carica
di governatrice è tuttora inesistente (persiste, invece, quella di governante…
nelle case dei signori).

In conclusione, parafrasando
la battuta di un politico degli anni
’60 che chiedeva ai suoi sostenitori
“meno applausi e più voti”,
io consiglierei alle mie connazionali
di rivolgersi ai politici maschi,
in occasione della prossima
“festa della donna”,
con la seguente rivendicazione:
MENO MIMOSE E PIU' SEGGI.

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
20 febbraio 2005
(testo aggiornato al 30 aprile 2013)
Il diritto non tutelato della donna ad avere figli - link
Ragazza francese con chador a Parigi
La strana laicità "alla francese"
Il capo velato no,
l'ombelico scoperto sì
Con il capo velato no,
con l’ombelico scoperto sì;
con la kippah ebraica in testa no,
con la kefiah palestinese al collo sì;
con la croce di Cristo sul petto no,
con il corno del superstizioso sì;
con la pacifica Madonna di Lourdes no,
con il guerrigliero Che Guevara sì.

Applicando discriminanti di questo tipo
alle acconciature degli studenti,
la Francia di Chirac pretende
di salvaguardare la laicità
della sua “scuola repubblicana”.
La cosiddetta “legge sul velo”,
approvata a larghissima maggioranza
dall’Assemblea nazionale francese,
vieta dal 1° settembre 2004
di portare all’interno delle istituzioni
scolastiche pubbliche
“segni o tenute con le quali
gli allievi manifestino ostentatamente
un’appartenenza religiosa”.

Il divieto non si estende ai simboli
di appartenenza politica, come aveva
proposto la commissione governativa
presieduta da Bertrand Stasi.
Né si applica a simboli di movimenti
antireligiosi o di regimi politici
che perseguitano tuttora
(come quello cinese),
o hanno perseguitato in passato,
le religioni o determinate religioni.

Disco verde, dunque, per la falce
e martello del comunismo
e per la svastica del nazismo,
magari disegnate sullo zainetto.
Peraltro, è dubbio che la stessa legge
autorizzi a censurare simboli di sette
sataniche o di società sportive
che, come il nostro Milan,
si facciano rappresentare dal diavolo.

L’espressione “appartenance religieuse”,
usata nella legge del divieto, dovrebbe
comportare l’adesione ad una Chiesa
o confessione religiosa organizzata.
Ma la croce di Cristo, che oltretutto è
variamente raffigurata nelle bandiere
nazionali di sette Paesi membri
dell’Unione Europea (Regno Unito,
Danimarca, Svezia, Finlandia,
Slovacchia, Grecia e Malta),
di per sé non è segno di appartenenza
ad una specifica Chiesa cristiana:
può essere anche soltanto
un simbolo di civiltà e di cultura.

D’altra parte, l’usanza di “velare” il capo
non è un’esclusiva delle donne islamiche:
nella stessa Francia, è praticata da alcune
decine di migliaia di suore cattoliche.
Così come lo zucchetto in testa non è
un’esclusiva degli ebrei: lo portano
anche i vescovi, i cardinali e il Papa.
In realtà, il legislatore francese
ha avuto pudore di parlare di fede
religiosa, con riferimento ad un divieto,
per non dare l’impressione di voler
intaccare la conclamata "liberté"
di coscienza e di opinione: quindi,
ha scritto "appartenance" al posto di "foi".
Così facendo, però, ha sfornato pane
per i denti degli avvocati: questi
potranno facilmente argomentare
davanti ai giudici che il chador
indossato dalle loro assistite è soltanto
un simbolo di identità etnico-culturale
delle donne arabe, non un distintivo
specifico di appartenenza alla confessione
religiosa sunnita o a quella sciita,
e che comunque la scuola pubblica,
dopo aver rinunciato ad imporre
un’uniforme alle sue allieve, non può
obbligarle a seguire una moda
piuttosto che un’altra...
in violazione delle norme europee
sulla libertà di concorrenza.

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
20 settembre 2004
Manifestazione per la pace a Roma
Ragazze italiane manifestano a Roma
per la pace con l'ombelico scoperto.

In alto: ragazze islamiche
manifestano a Parigi con il capo
velato dalla bandiera francese.
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Link con l'articolo di Nicola Bruni CHERCHEZ LA FEMME NEI LIBRI DI STORIA
Link con l'articolo di Nicola Bruni su Olympe De Gouges
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Ragazze, foto di Nicola Bruni - Link con Home
Quando sento dire che un uomo "ha molte donne",
mi viene da pensare che non ne "ha" veramente nessuna.
Più che da ammirare, è da compiangere
come persona infelicemente instabile nei sentimenti.
Nicolaus
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